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“Non tutto quello che è vero resta”
Non è stato amore.
Ma non è stato nemmeno niente.
Ci sono persone con cui non costruisci nulla,
eppure ti restano dentro come se aveste vissuto tutto.
Con lui è stato così.
Non siamo mai stati una coppia,
non ci siamo mai scelti davvero,
eppure per molto tempo ho fatto fatica a capire
dove finiva la realtà
e dove iniziava quello che avevo sentito.
Ci guardavamo e ci capivamo senza parlare,
e per un po’ ho creduto che bastasse quello.
La prima volta che ho capito che c’era qualcosa
non è stata una scena eclatante.
Non è successo niente di speciale,
almeno all’apparenza.
Eravamo in palestra, come tante altre volte.
Le persone andavano e venivano, ognuna
immersa nel proprio allenamento,
e io ero lì, dentro una routine che conoscevo a memoria.
Poi, ad un certo punto, ho iniziato a sentirlo.
Non saprei dire esattamente quando.
Forse uno sguardo un po’ più lungo del normale,
forse quella sensazione sottile di essere
osservata senza fastidio,
ma con una presenza diversa.
Non era invadente.
Non era neanche esplicita.
Era … qualcosa.
Una volta, mentre ero alle macchinette del caffè,
si è avvicinato e mi ha sistemato il maglione,
come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Non mi ha chiesto il permesso.
Non ha fatto battute.
L’ha fatto e basta.
E io sono rimasta lì, per un secondo di troppo,
cercando di capire perché quel gesto così
semplice mi avesse fatto effetto.
Un’altra volta mi ha tolto un capello dalla spalla.
Un gesto veloce, quasi automatico.
Ma non eravamo abbastanza amici per quel tipo di confidenza.
O forse sì.
Non lo sapevo ancora,
ma è proprio lì che ha iniziato tutto:
in quella zona sottile in cui non capisci se stai
immaginando qualcosa o se lo stai vivendo davvero.
All’inizio ho provato ad ignorarlo.
A convincermi che fosse tutto normale,
che stessi dando peso a cose che non ne avevano.
In fondo, era solo una palestra.
Un posto di passaggio, fatto di abitudini e
persone che si incrociano senza davvero conoscersi.
Eppure, ogni volta che entravo,
una parte di me lo cercava.
Non in modo evidente.
Non con ansia.
Ma con quella curiosità silenziosa
che nasce quando qualcosa ti ha già
sfiorato dentro.
Se c’era, lo sentivo.
Anche senza guardarlo direttamente,
percepivo la sua presenza da qualche parte
nella stanza,
come se il mio corpo sapesse prima ancora della
mia testa.
E quando i nostri sguardi si incrociavano,
duravano sempre un secondo in più del
necessario.
Non abbastanza da essere scoperti.
Ma abbastanza da non essere casuali.
Non c’erano parole tra di noi, all’inizio.
Solo piccoli gesti,
movimenti quasi impercettibili,
attenzioni che, prese singolarmente,
potevano sembrare niente.
Ma messe insieme, iniziavano a raccontare qualcosa.
Qualcosa ha iniziato a cambiare.
Non in modo evidente.
Non c’è stato un inizio preciso,
una frase, un gesto che segnasse un prima ed un dopo.
Ma da lì in poi,
la sua presenza non è più stata neutra.
Era come se ci fossimo riconosciuti,
senza dircelo.
Abbiamo iniziato a parlarci di più.
All’inizio erano scambi semplici, leggeri,
quelli che nascono in modo naturale tra due
persone che si trovano spesso nello stesso posto.
Poi, quasi senza accorgermene,
quelle conversazioni hanno iniziato a cambiare.
Si sono fatte più lunghe.
Più personali.
Abbiamo iniziato a scriverci.
Messaggi che arrivavano la sera,
a volte tardi,
quando tutto il resto si spegneva e le parole
diventavano più vere.
Mi raccontava del gruppo con cui suonava,
di quello che faceva,
di pezzi della sua vita che non avevo mai chiesto,
ma che lui sceglieva comunque di condividere.
E io ascoltavo.
Non perchè dovessi,
ma perchè mi veniva naturale.
Con lui era tutto facile.
Non dovevo sforzarmi di trovare le parole giuste,
non dovevo spiegarmi troppo.
C’era una specie di comprensione silenziosa,
come se bastasse uno sguardo per dirsi più di
quanto si potesse spiegare.
A volte mi basta incrociare i suoi occhi
per avere la sensazione che sapesse già cosa stavo pensando.
E forse è stata proprio quella la cosa che mi ha colpita di più.
Non tanto quello che facevamo o dicevamo,
ma quello che succedeva senza bisogno di farlo.
Era come se tra di noi ci fosse uno spazio diverso,
qualcosa che non avevo quasi mai provato con nessuno.
E proprio per questo,
ho iniziato a crederci.
Non in modo ingenuo.
Ma abbastanza da pensare che quello che stavo vivendo,
non potesse essere solo nella mia testa.
Ad un certo punto ho smesso di chiedermi se ci fosse qualcosa.
La domanda è diventata un’altra.
Che cos’è esattamente?
Perchè quello che stava succedendo tra di noi non aveva più niente di casuale.
Non era solo simpatia.
Non era solo abitudine.
C’erano troppi segnali,
troppi momenti che, presi da soli, potevano
sembrare piccoli, ma messi insieme iniziavano a pesare.
Il modo in cui si avvicinava,
la naturalezza con cui accorciava le distanze, certi gesti che andavano oltre
quello che faresti con una semplice amica.
Non erano mai espliciti.
Non abbastanza da poterli nominare.
Ma nemmeno così innocenti da poterli ignorare.
Era tutto lì in una zona che non avevo mai attraversato prima.
E più passava il tempo,
più quella zona diventava difficile da sostenere.
Perchè da una parte c’era quello che sentivo:
la complicità, l’intesa, quella sensazione quasi magnetica
che mi faceva cercarlo anche senza volerlo davvero.
Dall’altra, c’era la realtà.
Io avevo una relazione.
Lui anche.
E nessuno dei due sembrava disposto a mettere
davvero in discussione questo equilibrio.
Eppure nonostante tutto,
continuavamo a stare in quello spazio.
Senza definirlo.
Senza fermarlo.
Come se bastasse non parlarne
per renderlo meno reale.
Ma non funzionava così.
Perchè più cercavo di razionalizzare,
più qualcosa dentro di me insisteva.
Non era solo attrazione.
Era quella sensazione più profonda,
difficile da spiegare,
che nasce quando qualcuno ti arriva in un
punto preciso e non sai nemmeno come ci sia arrivato.
E forse è stato proprio lì che ho iniziato a perdermi un po’.
Non in lui.
Ma in quello che pensavo potesse diventare.
Per un po’ ho pensato che le cose stessero
cambiando senza un motivo preciso.
Come se quella distanza che iniziavo a sentire
fosse qualcosa di sottile, difficile da spiegare.
Ma la verità è che un momento c’era stato.
Solo che all’inizio non volevo guardarlo davvero.
E’ successo quando ho deciso di dire quello che provavo.
Non è stato un gesto impulsivo,
né una dichiarazione fuori misura.
Non c’è stato niente di drammatico.
Solo un momento di sincerità.
Di quelli che arrivano quando smetti di restare in equilibrio
e scegli di essere onesta, prima di tutto con te stessa.
Gli ho detto quello che sentivo.
In modo semplice.
Senza pretese.
Ma con quella verità che, una volta detta,
non può più essere ritirata indietro.
E da lì, qualcosa è cambiato.
Non subito,
non in modo evidente.
Ma nel modo in cui lui ha iniziato ad esserci.. e poi
a non esserci più allo stesso modo.
Quella connessione che fino a poco prima
sembrava naturale,
quasi inevitabilmente,
ha iniziato a diventare più fragile.
Più scomoda.
Come se improvvisamente avesse un peso diverso.
A volte lo sentivo ancora vicino,
presente, capace di farmi dimenticare il resto.
Altre volte, invece, era distante.
Freddo.
Come se tra noi non ci fosse mai stato davvero niente da sostenere.
E ogni volta che succedeva,
mi lasciava con la stessa sensazione:
ho sbagliato a parlare?
E’ stato lì che ho iniziato a cambiare anch’io.
Non fuori.
Dentro.
Ho iniziato a trattenermi,
ad osservare di più,
a chiedermi cosa fosse giusto dire e cosa no.
Come se, in qualche modo,
la responsabilità di quello che stava succedendo,
fosse anche mia.
Ma più cercavo di capire,
più diventava chiaro che non era quello il punto.
Il punto era che,
nel momento in cui avevo dato un nome a quello che c’era,
lui non poteva più restare in quella zona sospesa che fino
a quel momento gli era stata comoda.
E invece di scegliere,
ha iniziato ad allontanarsi.
Non con una decisione netta.
Ma con una serie di piccoli passi indietro che,
uno dopo l’altro,
hanno cambiato tutto.
Dopo avergli detto quello che provavo,
non è successo tutto subito.
Non c’è stata una rottura netta,
né un confronto chiarificatore.
Solo una tensione nuova,
sottile ma costante.
Qualcosa che si era spostato, e che
non riuscivamo più ad ignorare.
Abbiamo continuato a sentirci.
Ma non era più come prima.
Le parole avevano un peso diverso.
E io, senza accorgermene,
ho iniziato a cercare in ogni messaggio
una risposta che lui non stava dando davvero.
Poi quella tensione è venuta fuori.
Non in modo costruttivo.
Ma nel modo più confuso possibile.
Le conversazioni hanno iniziato a cambiare tono.
Io cercavo di capire, di dare un senso a quello che stava succedendo.
Lui, invece, sembrava sulla difensiva.
Come se ogni tentativo di chiarire fosse un attacco.
Ricordo la sensazione più delle parole.
Quel modo di rispondere che non apriva,
ma chiudeva.
Che non spiegava,
ma lasciava intendere che fossi io a non aver capito.
Ad un certo punto mi sono trovata a rileggere i messaggi,
cercando di capire dove avessi sbagliato.
Perché era così che mi faceva sentire.
Come se stessi esagerando.
Come se stessi creando qualcosa che in realtà non c’era
mai stato davvero.
Eppure, dentro di me,
sapevo che non era così.
Sapevo cosa avevo sentito.
Sapevo cosa c’era stato tra di noi,
anche se non aveva mai avuto un nome.
Ma nel modo in cui lui parlava,
nel modo in cui ribaltava le cose,
quella certezza iniziava a vacillare.
Non c'erano urla.
Non c’erano parole esplicitamente cattive.
Ma c’era qualcosa di più sottile.
Una durezza che non avevo mai visto prima.
Un modo di comunicare che non cercava di capirmi,
ma di chiudere la questione.
E forse è stato proprio quello il momento più difficile.
Non quando tutto è finito.
Ma quando ho iniziato a sentirmi sola dentro qualcosa che,
fino a poco prima, avevo vissuto in due.
Dopo un po’, anche le parole hanno smesso di
farsi sentire.
Non perché avessimo chiarito.
Ma perchè non c’era più niente da dire
che potesse davvero cambiare le cose.
Le conversazioni si sono diradate,
i messaggi sempre più brevi,
fino a diventare quasi inesistenti.
Non c’è stato un addio.
Nessuna frase finale,
nessun momento in cui abbiamo deciso
consapevolmente che fosse finita.
E’ successo e basta.
Come succedono le cose che non hanno mai
avuto un inizio dichiarato.
Semplicemente ad un certo punto,
non ci siamo più cercati.
O forse, sono stata io a smettere per prima.
Non per mancanza.
Ma per stanchezza.
Perchè a forza di restare in qualcosa indefinito,
avevo iniziato a perdere il senso di quello che meritavo.
E allora ho fatto un passo indietro.
Non rumoroso.
Non definitivo, almeno all’inizio.
Ma abbastanza da cambiare direzione.
Lui non mi ha fermata.
Ed è stata quella la risposta più chiara
che non avevo mai ricevuto.
Perché se fino a quel momento
avevo continuato a chiedermi cosa fosse stato tra noi,
in quel silenzio ho iniziato a capire cosa non era.
Non era qualcosa che avrebbe trovato il modo di restare.
E accettarlo è stato più difficile di qualsiasi discussione.
Eppure, se ripenso a tutto, non è il silenzio che
mi viene in mente.
E’ un’altra scena.
Siamo nel parcheggio della palestra.
Sto andando via.
E sento la sua voce mentre mi chiama.
Il mio nome, nel parcheggio.
Mi giro.
E lo vedo mentre mi viene incontro,
quasi correndo,
come se avesse deciso all’ultimo di non
lasciarmi andare così.
Non ricordo esattamente cosa ci siamo detti.
Forse perché le parole, in quel momento,
non erano la cosa più importante.
Ricordo la sensazione.
Che, per un attimo, fermarmi fosse importante per lui.
Forse non è stato amore.
Ma non è stato nemmeno niente.
Pensavo che, una volta finita,
sarebbe finita davvero.
Che bastasse smettere di sentirlo,
smettere di vederlo,
per tornare esattamente a come ero prima.
Ma non è andata così.
Perchè certe persone,
anche quando escono dalla tua vita,
non escono subito dalla tua testa.
Ci restano.
Nei pensieri più casuali,
nei momenti vuoti,
in quelle pause della giornata in cui non stai
facendo niente
e la mente torna sempre nello stesso punto.
Ho iniziato a pensarci più di quanto volessi ammettere.
Non in modo costante.
Ma abbastanza da accorgermene.
Bastava poco.
Una canzone,
un posto,
una scena e tutto tornava alla mente.
Lui mi tornava alla mente.
A volte mi chiedevo se mi pensasse.
Se, anche solo per un attimo,
gli capitasse di fermarsi e ricordare quello
che c’era stato.
Non per cambiare qualcosa.
Ma per sapere che, in qualche modo,
non ero stata solo un passaggio.
Poi sono arrivati i sogni.
Quelli che non controlli.
In cui tutto torna semplice,
diretto,
senza le complicazioni della realtà.
In uno di quelli, eravamo di nuovo vicini.
Senza distanze.
Senza esitazioni.
Ci volevamo.
E bastava quello.
Mi sono svegliata con quella sensazione addosso,
forte, fisica, difficile da ignorare.
E per un attimo,
ho odiato il fatto che fosse solo un sogno.
Poi , col passare dei giorni,
quell’intensità ha iniziato a scendere.
Non spariva del tutto,
ma diventava più gestibile.
Più lontana.
Fino a quando, una sera,
è successo qualcosa che non avevo previsto.
L’ho visto.
Per caso.
Ci siamo guardati.
E’ durato un attimo.
Ma abbastanza da farmi sentire
un piccolo colpo allo stomaco.
Non forte come all’inizio.
Non travolgente.
Ma reale.
Come un’eco di qualcosa che, in fondo,
non era sparito del tutto.
Per molto tempo ho cercato una risposta.
Non una qualsiasi.
Quella giusta.
Quella che avrebbe rimesso tutto in ordine,
che avrebbe dato un senso preciso a quello
che era successo tra di noi.
Mi chiedevo cosa avesse provato.
Se, almeno per un momento,
fosse stato vicino a innamorarsi.
Se quello che avevamo vissuto
fosse stato reale anche per lui
nello stesso modo in cui lo era stato per me.
Poi, ad un certo punto,
ho smesso.
Non perché avessi trovato una risposta.
Ma perchè ho capito che continuare a cercarla
mi stava tenendo ferma nello stesso punto.
E la verità è che, anche se l’avessi avuta,
non avrebbe cambiato niente.
Non avrebbe cambiato il modo in cui erano
andate le cose.
Non avrebbe cambiato il fatto che,
alla fine,
lui non è rimasto.
E allora ho iniziato a spostare lo sguardo.
Non più su di lui,
ma su di me.
Su quello che avevo sentito,
su quello che avevo accettato,
e soprattutto su quello che non volevo più.
Ho capito che non mi basta una connessione forte
se non è accompagnata da presenza.
Che non mi basta essere capita a metà
se poi devo dubitare di me stessa per il resto del tempo.
Che no voglio più restare in spazi indefiniti dove tutto esiste,
ma niente viene davvero scelto.
E soprattutto,
ho capito che non voglio essere una possibilità.
Voglio essere una scelta.
Non dopo.
Non quando è comodo.
Ma quando conta davvero.
Quello che c’è stato tra di noi non è stato inutile.
Non è stato un errore.
E’ stato qualcosa di reale,
anche se non è diventato quello che avrei voluto.
E forse è proprio questo il punto.
Non tutto quello che è vero, è destinato a durare.
Alcune cose passano nella tua vita
solo per mostrarti qualcosa.
E poi vanno via.
Io, adesso,
non ho più bisogno di sapere cosa ha provato lui.
Mi basta sapere cosa ho provato io.
E soprattutto,
cosa merito da qui in avanti.
Per tanto tempo ho pensato che ciò che è
vero resti.
Poi ho capito che non è così.
Non tutto quello che è vero resta.
E non per questo era meno vero.
Per tanto tempo ho cercato di capire cosa fosse stato.
Dargli un nome, una forma, una direzione.
Perchè quando qualcosa ti prende così,
quanto ti entra dentro senza chiedere permesso,
hai bisogno di credere che sia importante.
Che abbia un senso.
Che sia, in qualche modo, amore.
Ma non lo era.
Non era amore
quello spazio incerto in cui mi cercavi senza mai
scegliermi davvero.
Non era amore
quella presenza a intermittenza che mi faceva
sentire vista un giorno
e invisibile quello dopo.
Non era amore
dover interpretare segnali invece di ricevere
certezze.
Era qualcosa, sì.
Non lo nego più.
Era connessione.
Era attrazione.
Era un’intimità che, per un attimo, è sembrata
reale e condivisa.
Ma non era amore.
Perchè l’amore non ti lascia nel dubbio.
Non ti costringe a riempire i vuoti con la tua
immaginazione.
Non ti fa sentire “quasi”.
E io mi sono sentita così troppo volte:
quasi scelta,
quasi capita,
quasi importante.
Il problema non è stato sentire tanto.
E’ stato dare un significato completo
a qualcosa che completo non era.
Ho scambiato la profondità di alcuni momenti
per la profondità di una persona.
Ho visto il potenziale
e l’ho trattato come se fosse realtà.
E invece la realtà era più semplice, anche se
meno romantica:
tu c’eri… ma non abbastanza.
E io c’ero… troppo.
Non era amore
perchè mancava la cosa più semplice e più
difficile insieme:
la volontà di restare.
E allora oggi non ho più bisogno di chiedermi
perchè non sia diventato qualcosa di più.
La risposta è tutta qui:
non tutto ciò che si sente intensamente
è destinato a diventare amore.
Alcune cose esistono solo per mostrarti
quanto sei capace di sentire.
E quanto, d’ora in poi,
non vuoi più accontentarti di meno.
La verità non arriva all’improvviso.
Non è uno schianto.
E’ più sottile di così.
La verità, spesso, sussura.
C’era già, nei silenzi che non capivo.
Nei messaggi che non arrivavano.
In quella sensazione leggera ma costante
che qualcosa non fosse allineato.
La sentivo.
Ma la mettevo da parte.
Perché era più facile credere a quello che
mostravi a tratti
che a quello che mancava nel resto del tempo.
E’ strano come si possa essere così lucidi
e così ciechi nello stesso momento.
Una parte di me sapeva.
Sapeva che non stavi scegliendo davvero.
Che non c’era una direzione.
Che io stavo andando più a fondo
di quanto tu fossi disposto a fare.
Ma l’altra parte,
quella che sentiva, che sperava, che costruiva
significati
trovava sempre un modo per giustificare.
“E’ fatto così”
“Ha i suoi tempi”
“Quello che c’è tra di noi è diverso”.
E così la verità restava lì,
appena sotto la superficie,
presente ma non dichiarata.
Non era mancanza di intelligenza.
Era resistenza.
Perchè vedere davvero
avrebbe significato scegliere.
Scegliere di fermarmi.
Scegliere di perdere qualcosa che, anche se
incompleto,
mi faceva sentire viva.
E allora ho continuato a restare
in quello spazio a metà,
dove c’era abbastanza per non andarmene
ma non abbastanza per sentirmi al sicuro.
Oggi non mi arrabbio più con quella versione di me
che ha fatto finta di non vedere.
Perchè non stava sbagliando.
Stava solo cercando di proteggere qualcosa
che sentiva prezioso.
Ma adesso lo so:
la verità che eviti
non sparisce.
Aspetta.
E prima o poi
trova il modo di farsi ascoltare.
Non è stato un impulso.
Non è stato un momento di debolezza.
E’ stato un punto fermo.
Per mesi avevo tenuto tutto dentro,
le domande, i dubbi, le sensazioni sospese.
Avevo scelto il silenzio, anche quando lui
chiedeva di parlare.
Non perché non avessi niente da dire,
ma perchè non ero pronta a dirlo davvero.
Poi qualcosa è cambiato.
Non dentro di lui.
Dentro di me.
Ho smesso di cercare risposte nelle sue reazioni
e ho iniziato a darle a me stessa.
E quando finalmente ho capito,
non avevo più bisogno di convincere nessuno.
Solo di chiudere.
Così ho scritto.
Non per lui.
Non per ottenere qualcosa.
Ma per mettere ordine,
per dare forma a quello che era stato,
per restituire dignità a quello che avevo sentito.
Era la mia verità.
Nuda, lucida, senza più illusioni.
Gliel’ho mandata.
Per un attimo ho pensato di cancellarla.
E l’ho fatto.
Come se potessi ancora trattenermi,
come se potessi evitare l’impatto.
Ma ormai quel passo lo avevo fatto dentro.
E infatti lui ha risposto lo stesso.
Non con quello che mi aspettavo.
Non con apertura.
Non con una minima traccia di riconoscimento.
Mi ha parlato di “modus operandi”.
Ha tirato in mezzo altre persone,
come se il centro della questione non fossimo
mai stati noi.
Come se quello che avevo condiviso
fosse qualcosa da analizzare,
non da sentire.
E poi, la cosa più semplice:
ha ridotto tutto ad un malinteso.
Come se mi fossi inventata.
Come se avessi costruito tutto da sola.
E’ stato in quel momento che ho capito davvero.
Non chi era lui.
Ma cosa stava finalmente facendo io.
Non stavo cercando una risposta.
Stavo mettendo un punto.
Ed anche se la sua reazione è stata distante,
fredda,
quasi superficiale
non ha cancellato niente.
Ha solo confermato.
Confermato che non era il posto in cui essere vista.
Che non era la persona con cui condividere profondità.
Che quello che avevo sentito,
non avrebbe trovato spazio lì.
E allora no,
non è stato il giorno in cui ho perso qualcosa.
E’ stato il giorno in cui mi sono scelta.
Non è stata la fine della conversazione.
E’ stata la fine di un’illusione.
“Buon proseguimento”.
Due parole educate, leggere, quasi gentili.
Così leggere da sembrare innocue.
E invece mi sono arrivate addosso come
qualcosa di freddo,
definitivo.
Le ho rilette più volte,
come se dentro ci fosse nascosto altro.
Un significato più profondo,
una sfumatura,
un residuo di quello che credevo ci fosse
stato tra di noi.
Ma non c’era niente.
Solo una frase che si dice a chiunque.
A qualcuno che non vuoi più trattenere.
Ed è stato lì che ho sentito il vero distacco.
Non nella fine,
ma nella semplicità con cui è avvenuta.
Io stavo chiudendo qualcosa che avevo vissuto
davvero,
che avevo riempito di senso.
E invece, dall’altra parte,
tutto si riduceva a questo:
una formula educata per uscire di scena.
Mi sono chiesta se avessi sbagliato tutto.
Se avessi sentito troppo.
Se avessi visto qualcosa che non c’era.
Ma la risposta, alla fine, era più lucida di così:
io non ho sbagliato a sentire.
Ho sbagliato a pensare che bastasse.
“Buon proseguimento” .
Come se quello che c’era stato
non avesse lasciato traccia.
E forse è proprio questo
che mi ha fatto più male:
essere semplificata.
Ridotta ad un equivoco,
ad una percezione distorta,
a qualcosa da chiudere in fretta
per non doverlo guardare davvero.
Ma è stato anche il momento in cui qualcosa si è
rimesso al suo posto.
Perchè ho capito che non stavo perdendo
qualcuno
che mi stava davvero incontrando.
E allora quel “buon proseguimento”
ha smesso di essere una ferita.
E’ diventato un confine.
Il suo.
E finalmente anche il mio.
Oggi so riconoscere la differenza
tra ciò che è intenso
e ciò che è giusto.
Tra ciò che accende
e ciò che ti sostiene.
E io non voglio più qualcosa che esista solo
a metà.
Non voglio più riempire spazi vuoti
con quello che spero.
Voglio qualcosa che resti
senza dover inseguire.
Qualcosa che non abbia bisogno di essere
spiegato,
interpretato,
difeso.
Qualcosa che sia.
Perché non tutto quello che è vero resta.
Ma ciò resta .. deve essere vero davvero.