dolcetti

scritto da 123
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
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serie di raccontini per bimbi scuola primaria e genitori
- Nota dell'autore 123

Testo: dolcetti
di 123


AMORI ASTRALI
Il Sole e la Luna alla fine della giornata si incontrano.
Lui ha appena terminato il suo lavoro, Lei lo deve iniziare.
Si guardano perplessi come a dire: - Ma noi che ci piacciamo così tanto,ci potremo mai incontrare? -
I giorni e le notti, si susseguivano senza sosta e i due poveretti erano sempre più tristi perché non si potevano mai incontrare.
Un bel giorno Dio, provò pena per loro e decise che il giorno e la notte si sarebbero mischiati per formare un giorno-notte meraviglioso: con le stelle e i bagliori del Sole.
Il Sole e la Luna erano “alle stelle” dalla gioia: potevano stare insieme finalmente.Gli abitanti della terra, però, erano completamente disorientati perché non capivano più quando bisognava andare a scuola e quando, invece, dovevano tornare a casa.
E così molto tempo passò.
Il Sole e la Luna erano sempre più innamorati ma, si rendevano conto che, la vita di tutti i giorni non poteva continuare così, in quel caos.
Allora decisero di non incontrarsi mai più, ma in loro, rimase un bellissimo ricordo di quel periodo. I bimbi disegnano sempre il sole e la luna.
Il Sole ha sempre un sorriso trionfante.
La Luna, invece, sembra dondolare come in una altalena.
Se la guardiamo attentamente, vediamo che ha ancora le occhiaie: forse, poverina, non ha dormito troppo in quel periodo













GIOVANNI ED IL PALLONCINO PERDUTO

C’era una volta un bambino molto ricco: i suoi genitori amavano viaggiare: vagare di luogo in luogo alla scoperta di paesi lontani e di persone diverse.
Ma Giovanni, che aveva solo sette anni, s’annoiava moltissimo. Lui preferiva viaggiare con la fantasia.
Un giorno mentre passeggiava con la mamma ed il papà, vide un venditore di palloncini. Era un uomo alto e magro come un grissino. Era talmente secco che sembrava volasse da un momento all’altro. Urlava: “Palloncini, palloncini colorati”. Ne vendeva veramente per tutti i gusti: con gli occhi storti, con la faccia da mostro, truccati da pagliaccio.
“Mamma, mamma, me ne compri uno per favore”? Giovanni volle il palloncino stellato: tutto luccicante e splendente. Ma stava per prenderlo, quando gli scivolò dalle mani volando su alto nel cielo.
“Palloncino, palloncino mio, non lasciarmi”! urlava Giovanni disperato. Afferrò forte il palloncino pagliaccio e, con grande sorpresa iniziò a volare. Sopra il campanile, sopra le nuvole, sopra lo zoo che gli piaceva tanto. Voleva inseguire il palloncino stellato, voleva vedere dove andavano a finire tutti i palloncini persi dai bambini.
Finalmente lo trovò. Era posato su una nuvola gigantesca, insieme a tutti gli altri.
Tutti belli, colorati, divertenti e luccicanti. Tutto ad un tratto arrivò anche l’omino grissino: quello che vendeva i palloncini giù al parco. “Non volevo lasciarti solo” disse a Giovanni. “Hai visto com’è bello qui dall’alto? Vedi tutto così piccolo e ti senti il padrone del mondo anche se hai solo un palloncino. Anch’io non ho resistito alla tentazione di volare e sono venuto fin quassù alla ricerca del mio palloncino pagliaccio”…
“Ehi Giovanni!” Qualcuno batté sulla sua spalla: “Svegliati Giovanni, stiamo per arrivare a Venezia: a veder le maschere che ti piacciono tanto.”
L’aereo stava per atterrare nella città più bella del mondo e Giovanni si svegliò. Era stato un gran bel sogno, ma una realtà bella come un sogno lo aspettava.





















IL RITORNO DEL FARAONE

Un bel giorno d’estate , un faraone decise di tornare nel nostro mondo per vedere come era cambia to dopo circa 5000 anni.
Si tolse le bende, uscì dal suo sarcofago dorato e tempestato di pietre preziose e si diresse verso l’uscita della piramide. Era bellissima ma ora gli andava stretta: non ne poteva proprio più di rimanere chiuso lì dentro, nel silenzio e al buio: voleva conoscere il mondo.
Appena mise il suo naso fuori dalla piramide, se non fosse stato attento l’avrebbero investito.
C’erano delle cose strane che correvano velocemente su quattro ruote, ma non erano i carri che aveva usato lui quando era giovane.
Qui non c’erano cavalli ( erano dentro ), ma andavano fortissimo lo stesso.
Incuriosito, chiese un passaggio per la terra d’Israele ma quando la vide , non la riconobbe più.
C’erano tante persone ammucchiate che urlavano fortissimo e lanciavano fuoco e fiamme con dei tuboni strani, spaventosi…
Il faraone rischiò di morire una seconda volta, per la paura che si era preso!
Tornò in Egitto e vide, nel Mar Rosso una moltitudine di persone , su delle barche enormi.
Tenevano in mano degli aggeggi strani e quando schiacciavano un dito, loro ridevano e subito dopo si sprigionava una luce intensa, come un bagliore improvviso. Certo che erano proprio buffi questi uomini moderni,il faraone pensò,ed era sempre più sconcertato.
Una persona lo fermò e lo abbagliò con quella luce accecante.
Il faraone, poverino , si sentiva perduto e non sapeva se ridere o piangere.
Pensò: “ Quasi quasi ritorno nel mio sarcofago, almeno lì starò in pace per altri 5000 anni! “










IL VECCHIO ABBANDONATO


Un vecchio che si sentiva solo e abbandonato, un brutto giorno decise che non voleva più vivere.. Abitava in una località marina, molto gaia e divertente perché piena di turisti che ogni anno tornavano a trascorrere le vacanze estive. Ma il vecchio non sapeva più apprezzare le bellezze del luogo e non voleva più farne parte. Una notte andò con la sua bicicletta vicino alla sponda del mare e si fermò un attimo a riflettere. Poi si decise. Entrò piano piano finché sentì l’acqua gelargli le caviglie. Di lì a poco tutto il suo corpo sarebbe scomparso, immerso per sempre nelle acque del mare. Con sua grande meraviglia, si rese conto che le onde lo respingevano fuori dall’acqua. Si alzavano cavalloni pieni di schiuma talmente alti che riportavano il vecchio alla riva. Ed egli non riusciva ad immergersi . Provava e riprovava, ma il suo amico mare, quel mare che lo aveva visto nascere, giocare, crescere non lo voleva proprio. Era come se lo scaraventasse sulla riva con le sue enormi braccia e dicesse: “Non è ancora la tua ora, non fare il vigliacco, prendi la bici e ritorna a casa. Io sono tuo amico e non voglio spegnere la tua vita. Anzi ti propongo qualcosa: domani mi ritirerò un po’ così tu potrai inoltrarti nelle mie acque e troverai tanto da pescare”. Il vecchio capì il messaggio e si sentì rincuorato: finalmente qualcuno pensava a lui, non era più solo. L’indomani si recò con la sua bicicletta sulla riva del mare, che si era, come promesso ritirato. Posò la bici. Alzò i pantaloni per non bagnarsi troppo e iniziò a camminare finché vide una moltitudine di pesci che sembravano dire: “Dai, vieni stiamo aspettando proprio te”! Ma lui posò la sua rete: non aveva il coraggio di porre fine alla loro vita ora che aveva ritrovato la sua. Si mise a correre come un bambino dietro ai pesciolini e si divertì come non era successo mai. “Grazie, Amico Mare, è tutto merito tuo” pensò.















LA POZZANGHERA


Vicino alla scuola di Piero, quando pioveva forte, si formava una enorme pozzanghera.
La mattina, quando dopo la pioggia arrivava il sole, la pozzanghera rifletteva l’arcobaleno
Del cielo e diventava tutta colorata.: sembrava la coda di un pavone innamorato.
Tanti bambini si fermavano ad ammirarla perché era veramente stupenda e la sua vista
Rendeva la giornata di scuola meno noiosa.
Un giorno , però la pozzanghera sparì e non perché aveva smesso di piovere.
Il mattino presto, infatti, degli operai erano stati chiamati per asfaltare quel tratto di strada che,
proprio a causa di quella pozzangherona, era ritenuta pericolosa.
I bambini della scuola, però, erano tristi perché non avrebbero più assistito al meraviglioso spettacolo della pozzanghera.
Un giorno, Piero, che l’aveva scoperta per primo, guardò sconsolato verso il luogo dove la pozzanghera si trovava e vide una piccola gocciolina lucente e colorata, affiorare in superficie.
“Venite, venite! Ce l’ha fatta. E’ risalita!!”
Tanti bambini si avvicinarono portando bastoni e sassi grossi e,senza farsi vedere, ruppero l’asfalto.
La pozzanghera subito uscì e sorrise con le sue meravigliose labbra colorate.















MISTER CIOCCOLATO


C’era una volta un signore molto dolce e spiritoso. Lui era dappertutto. Alle feste non mancava mai: si trovava nei dolci, nei bignè, nei biscotti. Nessuno riusciva a fare a meno di lui e della sua bontà. Si chiamava Mister Cioccolato. Era diventato talmente indispensabile che, se lui mancava, i bambini non organizzavano più feste, non si facevano gite e pic-nic. Le donne non riuscivano a fare a meno di mangiarlo, anche se, subito dopo, si pentivano perché diventavano sempre più grasse. Proprio per questo motivo, un triste giorno, il Sindaco della città ordinò che si abolisse completamente il cioccolato. Nessuno poteva più mangiarlo altrimenti i vigili del Comune davano una multa. Non più cioccolato nei dolci, nella panna, negli ovetti…
Che tristezza!
Le donne erano diventate magre ma infelici. I bambini erano sempre pallidi e, alla ricreazione, mangiavano sempre crackers. Sembravano dei crackers anche loro!
Nei bar non andava più nessuno e i commercianti protestavano contro il sindaco che aveva abolito il cioccolato. Senza di lui non c’era più allegria.
Un giorno, la mamma di un bambino, stanca di quella vita triste, mangiò un’intera barretta di cioccolato. L’aveva trovata nella tasca di una vecchia giacca di suo figlio. Era lì: invitante e gustosissima. La mangiò tutta e si sentì subito rinascere. Iniziò a correre tutta contenta lungo le strade, cantando a squarciagola le sue canzoni preferite. Aiutava gli anziani ad attraversare la strada, sfamava i cani randagi. Tutti gli abitanti della città la guardavano sbigottiti. Non volevano credere che, senza Mister Cioccolato, si potesse essere così felici. Il giorno dopo,infatti, i giornali diedero la notizia della “donna felice”. Lei concesse un’intervista e disse che era così allegra perché aveva trovato del cioccolato e l’aveva mangiato tutto. Chiese scusa al Sindaco per avere infranto il divieto ma il Sindaco capì che era meglio essere grassi e contenti che magri e tristi e diede il via libera al cioccolato. Per ordine del sindaco fu costruito uno stupendo monumento, nella piazza principale, dedicato proprio a Mister Cioccolato. La città tornò bella e festosa come prima e vissero tutti felici grassi e contenti.





LA BOLLA DI SAPONE

C’era una volta un bimbo che, malgrado avesse molti giocattoli, desiderava tantissimo avere un barattolino di bolle di sapone, così lo chiese alla mamma e lei glielo andò a comprare.
“Grazie, mamma!” Disse lui tutto felice.“Vedrai quante bolle di sapone farò!” e subito invitò gli amici per fare le bolle insieme. Né uscivano di piccole, più grandi, ancora più grandi e coloratissime. Certe assomigliavano a degli strani faccioni da pagliaccio con le guance rosse e gli occhi ben truccati proprio come quelli dei clown al circo. Altre bolle, invece, assumevano svariate forme: ma erano tutte coloratissime. Poi accadde qualcosa di strano. Una bolla che stava uscendo dal vasetto diventava sempre più grande e non scoppiava mai. Tutti rimasero a bocca aperta perché quella bolla era veramente enorme ed era tutta colorata: di rosso, di verde, di blu e di rosa. Anche Paolo la guardava stupito. Improvvisamente la bolla avanzò verso di loro come fa una valanga quando scende dalla montagna. Li inglobò tutti dentro di sé e iniziò a rotolare velocemente lungo il viale. Rimbalzò come una palla da ping-pong, poi rotolò giù dal ponte. Lì vicino c’era un vigile, che quando la vide, si stropicciò gli occhi per paura d’aver visto male. No: quella era proprio un’enorme bolla di sapone con dentro tanti bambini che urlavano felici. Il vigile prese il fischietto e fischiò forte, ma la bolla non si fermava. Allora le urlò dietro: ”Fermati bolla di sapone o sarò costretto a darti una multa per eccesso di velocità!” Ma lei, come nulla fosse, continuava a rotolare ad una velocità folle insieme ai suoi giovani passeggeri. Si udivano tanti: “Urrà, Urrà. Vai più forte!”. Improvvisamente la bolla rimbalzò ancora, s’elevò in cielo e tutte le persone rimasero col naso all’insù finché non scomparve lontano. Continuò a volare sopra mari, monti e infiniti luoghi meravigliosi. Attraversò anche il grande oceano finché raggiunse la statua della libertà! Allora erano sopra New York! La statua, quando vide la bolla, spostò il braccio per paura di bucarla e aggiunse: “Ma tu chi sei? Una mongolfiera, un UFO?”
Nel frattempo essa continuava il suo viaggio ma perdeva gradatamente quota perché era tempo di tornare! Riattraversò l’oceano e sorvolò Londra. In quel momento la regina Elisabetta, che stava bevendo il tè, s’affacciò ad una finestra del palazzo e vide l’enorme bolla volante. Non si scompose molto e disse: “Forse è meglio che ceda il trono a mio figlio Carlo: vedo bolle gigantesche che viaggiano in aria!” La bolla, che s’avviava verso casa, stava volando su Parigi. Paolo ordinò:
“Passa sotto la torre Eiffel!” E subito volarono ai piedi della torre continuando il viaggio.
“Ma allora, tu sei il comandante!” Disse Giulio a Paolo guardandolo con rispetto. “Certamente! Io sono il comandante della bolla gigante!” Intanto era sempre più bassa, come un aereo che deve atterrare. Arrivarono a Roma e il comandante ordinò: “Entriamo nel Colosseo così lì potremo rotolare liberamente senza che nessuno ci disturbi!” La palla ubbidì ed entrò nell’anfiteatro.
Fece molti giri sentendosi tanto importante quanto un gladiatore che dà spettacolo per il suo pubblico. Poi scoppiò, liberando i bambini che uscirono felici ma certi che non avrebbero mai rivissuto un’esperienza così elettrizzante. Paolo si presentò all’uscio di casa col barattolino di bolle completamente vuoto. La mamma gli aprì la porta e guardandolo bene negli occhi disse:
”Ti sei divertito oggi!” Cominciavo a preoccuparmi perché non tornavi più!” Paolo non rispose e s’avviò verso la cucina in cerca di qualcosa da sgranocchiare. Poi vide Antonio il suo fratellino più piccolo che era seduto nel seggiolone pronto per la pappa. Sembrava volesse dir qualcosa. Paolo allora gli appoggiò un dito sulle labbra sussurrandogli: “Non dir nulla. Tanto i grandi non ci crederebbero mai!”.

LA BOTTIGLIA DI PLASTICA

Una bottiglia di plastica di color celeste vagava per la città rumorosa di piede in piede da un luogo all’altro della città.
Tutti la calciavano e volevano giocare con lei.
I bambini la prendevano per un pallone da calcio e, in mancanza di esso, la gettavano di qua e di la con i loro piedi.
La bottiglia si sentiva così molto importante: prima aveva dissetato ora stava divertendo. Per giorni e giorni lei aveva il piacere di conoscere paesi diversi, bimbi diversi, abitudini diverse!
A chi piaceva calciarla come un pallone e fare goal nelle reti, a chi piaceva legarla ed appenderla fuori di casa per allontanare i gatti (gli davano anche questo potere), a chi piaceva appenderla alta su un palo e percuoterla forte con i bastoni durante le feste paesane. Ce n’era veramente per tutti i gusti!
La bottiglia era assolutamente felice, ma ora aveva perso di vista il suo ruolo: non sapeva più a che cosa servisse veramente!
Un giorno, mentre si trovava abbandonata in una strada assolata, un bimbo la prese. Voleva far di lei un vaso per far nascere una bella piantina. La maestra aveva detto ai bambini di prendere un semino, metterlo in vasetto con dell’ovatta, un po’ d’acqua e di lì a poco sarebbe nata una pianta.
Il semino c’era, il vasetto anche, ma l’acqua?…
Povera bottiglia! Se l’avesse saputo prima, ne avrebbe conservata un po’…












IL JOLLY INNAMORATO

Viveva una volta in un bellissimo mazzo di carte un jolly.
Lui era innamorato perdutamente della regina di cuori ma lei, era promessa sposa al re e non avrebbero mai potuto stare insieme.
Il jolly era disperato: non sapeva come fare per incontrare la sua amata. Il Re e la Regina erano sempre insieme, perché erano due carte importanti e chi le possedeva non le divideva mai.
Così al jolly venne una brillante idea: per stare insieme alla sua amata si finse pazzo. Oggi tutti lo chiamano “la matta” perché va da una mano all’altra alla ricerca disperata della sua regina, e una vera diva.


IL CAMMELLO

Un cammello passeggiava
In un’oasi del Sahara
Quando vide una cammella
Che gli parve molto bella.

Ma il padrone del cammello
Lo portò via sul più bello
Ed il povero bestione
Languì sotto il solleone.

Finché giunse la cammella
Che gli parve ancor più bella.
Al riparo dalla duna
Scoccò un bacio al chiar di luna.

I cammelli innamorati
Più non furon separati
E li vedi camminare
Sempre insieme con amore.

Con i figli tutti in riga
Come tanti soldatini
Attaccati per le code
Sono proprio assai carini.

Ora che è trascorso il tempo
I cammelli son vecchini
Ma i loro figlioletti
Han portato i nipotini.

Che la notte quatti quatti
Si nascondon nella la duna
Per baciare le cammelle
Tutti stretti al chiar di luna.

Ed il tempo passa ancora
I vecchini sono morti
Largo ai giovani cammelli:
Che son belli vispi e forti.

Tutti in fila dritti, dritti
Sotto il caldo solleone
Con i beduini in groppa
Canticchiando una canzone.

Verso valli, verso fiumi
Con i figli sempre appresso
Ecco i giovani cammelli
Camminare di buon passo.
“Tu chi sei?” dice un bambino
“Sei un cammello o un cavallino?”

“Cosa dici, piccolino!”
“Non lo vedi che ho due gobbe?”
“Son la nave del deserto!”
“Sali su: coraggio svelto!”

“Qui c’è tutta la famiglia:
i miei figli e i nipotini
E’ una nave molto bella
Fatta apposta per bambini!”

“Gireremo il mondo insieme
parleremo con la gente,
scopriremo tante cose,
sarà molto divertente.”

“Quando diverrai più grande
e vorrai una fidanzata
al riparo dalla duna
dalle un bacio al chiar di luna!”

“Noi cammelli siam felici
di allargare la famiglia.
E viaggiamo sempre uniti
Camminiam per miglia e miglia.”

“Forza, allora che si parte
Sali in groppa e non temere!”
“Sono un grande capitano,
io so fare il mio mestiere!”

I cammelli tutti insieme
S’avviaron nel deserto
Con in groppa un bel bambino
Che divenne beduino.

E’ passato tanto tempo
Lui è diventato grande.
Ha trovato la morosa
E l’ha chiesta presto in sposa.

Al riparo dalla duna
Scocca un bacio al chiar di luna.
E poi nascono i bambini
Che diventan beduini.


I cammelli e i beduini
Con i loro bei bambini.
Camminando nel deserto
Come fosse un mare aperto

Vanno sempre di buon passo
Sulla sabbia e sopra i sassi
Con il cuore assai contento
Sotto il sole e sotto il vento.

Più nessuno li ha rivisti
Perché stanno tanto bene
In un’oasi incantata

Che nessuno ha mai trovata.



“ BANANA SPLIT “


Era lì, sul piattino tutto decorato con filini d’oro zecchino. “ Banana split “ faceva un figurone. Era bella colorata invitante e soprattutto buonissima. Lei, col suo corpo zuccherino e affusolato, si sentiva importante ad essere servita in un piatto d’oro. Quando però, vide la forchetta d’argento tutta ricamata ed elegante che si stava pericolosamente avvicinando, si fece nera dalla rabbia e diventò puzzolente. “ Cameriere, questa banana split è marcia!” “ Oh, mi scusi tanto signore. Ora gliene porto un'altra!” “ No, grazie. Non voglio più vedere una banana split in vita mia!.” La banana era contenta: il suo sacrificio era servito a salvare tutte le altre. “ Vorrei allora un’ ananas a fettine, per favore” chiese ancora













IL LAGO MAGICO

C’era una volta in una bellissima vallata un lago che, con la sua acqua splendente e luccicante, attirava milioni di turisti da tutto il mondo. Era un lago magico. Si diceva infatti che, chi fosse riuscito ad attraversarlo senza fermarsi mai, sarebbe diventato un Re o una Regina. Venivano da ogni parte del mondo per provare, ma, ad un certo punto del lago, tutti si bloccavano. Come se le gambe fossero inchiodate. Una mattina scese sulla riva una fanciulla: Aveva lunghi capelli biondi ed era molto carina. Aveva però un visino triste triste: si vedeva che c’era qualcosa che la preoccupava. Proveniva da un paese lontano ed era alla ricerca della sua mamma che, come diceva lei, l’aveva abbandonata proprio qui, vicino al lago. La ragazza però non aveva nessuna speranza di trovarla: era passato troppo tempo! Era una giorna ta molto calda, di quelle che ti viene voglia di tuffarti in acqua e nuotare, nuotare…
Eleonora entrò nel lago. Lei non sapeva che fosse magico e continuava a nuotare beatamente. Le sue gambe sembravano dei potenti remi che la facevano avanzare sempre più lontana dalla sponda. C’era una forza misteriosa che l’attirava al di là del lago, verso il magnifico bosco. Improvvisamente le apparve una figura femminile esile esile. La donna la chiamò verso di sé: la chiamava con il suo nome. “ Eleonora! Sono la tua mamma! Questo è un lago magico e, quando ti lasciai, molti anni fa, sapevo che ti avrebbe portato fortuna! Chi riuscirà ad attraversarlo come hai fatto tu, diventerà Re o Regina. Vivrà in un meraviglioso castello. Avrà gioielli, vestiti ed altri oggetti preziosi. Io sono la tua mamma, ma non potrò darti tutto ciò perché sono povera; lo sono sempre stata! Se vieni con me, Eleonora, non diventerai Regina, la magia del lago non si avvererà.”
“ Mamma” rispose Eleonora, “ tu sei la mia magia e io voglio venire con te: con te sarò più ricca di una regina! Ricca dell’amore che solo una mamma può dare. Su, andiamo!” E come d’incanto, la mamma e la bambina si allontanarono nel bosco, mano nella mano, felici e serene. Il lago aveva fatto una meravigliosa magia: aveva donato l’Amore.


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