L'acqua divenne ghiaccio. Si formò un piedistallo, su cui Kels si sedette accavallando le gambe. Con il braccio destro copriva il suo perfetto seno, le sue trecce nere le scendevano sulla schiena fino a sfiorarle i glutei, poggiati come nuvole su quel gelido trono.
- Sei mio figlio?- Mi chiese senza muovere le labbra. Labbra carnose, rosa, serrate a formare un dolce sorriso, dal sapore materno, seppur sensuale. Esercitava un'attrazione indescrivibile, così forte da togliere ogni goccia di sangue dal cervello, così potente da spingere chiunque a uccidere per rubarle anche solo un bacio. Ma era inarrivabile. Una creatura che pareva un sogno.
- Sono un visitatore - Risposi dopo essermi inginocchiato davanti a lei.
- Cosa cerchi? -
- Risposte. - Le dissi.
- Credevo di salvarli, ma li condannai per sempre...-
Soffiò verso di me. Il suo fiato era freddo, più di una notte nel deserto. Il mio pensiero si aggrovigliò nel vuoto dello spazio. Vidi la sua esistenza, quella del suo popolo, in un tempo eterno. Creava lei i suoi figli. Tutti venivano sottoposti alla sua pratica di maturazione. Giovani uccisi in barbari e aberranti rituali, sangue, stupri, deglutizione forzate di parti del corpo mutilate di altri esseri umani. Il suo pegno era un Bezoar, come le muse dell'antica Grecia. Il suo dono, una vita senza dolore. Cloni dei martiri venivano rispediti nella comunità da cui provenivano, mentre gli originali, cadevano in un sonno eterno. Lei le trasferiva in queste bare, per averli sempre con sé. Mi mostrò di come gli Ktat sopravvissero alla guerra degli uomini del cielo. Le grandi macchine terraformanti vennero fermate creando milioni di corpi, carne contro acciaio. Vite effimere usate come scudo per il pianeta. Quella donna del cielo, il loro capo, combatté fino alla morte, arrivando a sacrificare la sua stessa arca quando capì di non poter vincere. Un impatto eterno, un fuoco che durò per anni. Riuscì a salvare egli Ktat, ma li rese sterili. E così, nel giro di poche generazioni, ogni tentativo di costruire una nuova umanità svanì nella sabbia.
- Asuritas se n'è andato. Mi ha lasciato qui, ma io non voglio abbandonarli...-
Le rocce iniziarono a tremare alla voce della dea. Dalle sacche appese sul soffitto dell'enorme camera iniziò a colare un fluido bluastro. Quei bozzoli si aprirono col rumore di ossa che si spezzavano. Viscide creature insettoidi ne uscirono calandosi a terra con lunghi filamenti di muco. Avevano un grosso capo, dai lineamenti vagamente umani, ricoperto di una pelle bianca come marmo. Senza occhi, ne orecchie, ma solo un grande bocca, a forma di ventosa con lunghi denti ricurvi verso l'interno. Due sole zampe, che con un unico artiglio, trascinavano il resto del corpo affondando nel terreno un passo alla volta. La parte inferiore era formata da un grosso addome, come quello di una larva, che diventava sempre più grigio verso la parte finale, ovvero una breve coda. Erano disgustosi. Rimasi immobile, pietrificato. Tentai di scappare ma non riuscivo a muovermi. La dea mi stava trattenendo, in qualche modo. Sentivo di amarla, di desiderarla, di volerla come madre, come figlia, come amante. Forse ero io che non volevo separarmi da lei. Neanche al pensiero di essere divorato da quelle creature mi dissuasi dal rimanere lì immobile, ad adorarla. La dea mi guardò dritto negli occhi e sbatté le palpebre per due volte. Persi conoscenza, cadendo in un sonno profondo.
I miei sensi si riattivarono un po' alla volta: sentii la sabbia fra le dita, percepivo il caldo vento accarezzarmi il volto, il sole illuminare lo spazio attorno a me. Mi rialzai con fatica, sentivo i muscoli tremare e muoversi come se fossero legati a grossi massi. - Avrò dormito per giorni. - Dissi dentro di me. L'ultimo sforzo fu aprire gli occhi; la luce era fortissima e mi abbagliò tanto da farmi lacrimare le ultime gocce d'acqua che avevo in corpo. Una volta schiarite le immagini, una distesa di sabbia comparì alla mia vista. Ero tornato in superfice, chissà come, chissà quando. -Forse è stato tutto un sogno...- Mi voltai e notai che in lontananza c'erano una serie di bianche costruzioni, dei moduli abitativi a un primo sguardo, di quelli che avremmo istallato una volta trovato il pianeta adatto ad ospitare una nuova civiltà. Mi diressi la. Passo dopo passo quelle grigie abitazioni si facevano sempre più vicine. Vidi delle persone, e iniziai a correre. Arrivato davanti a loro mi gettai a terra stremato dalla fatica: - Aiutatemi, vi prego. - Dissi con un filo di voce. Avevano delle visiere scure sogli occhi, erano un uomo e una donna. Quest'ultima si abbassò verso di me e mi porse una sacca con dell'acqua.
- Jonas sei tu? - Mi chiese.
-Come... Come conosci il mio nome?- Le domandai a mia volta.
La donna si tolse la maschera, e per qualche motivo mi sembrò di conoscere quel volto. Ma non riuscivo a capire, a ricordarmi di lei.
-Non è possibile, tu, tu non sei invecchiato per niente! - Disse incredula. Mi aiutò a rimettermi in piedi e mi strinse in un lungo abbraccio.
- Io non mi ricordo...-
- Tu devi ricordarti di me -
Erano passati quarant'anni. Un salto lungo una vita. I suoi capelli, la sua voce. Ci eravamo lasciati nella camera illuminata sotto al Sanstum. Adesso lei era vecchia. Ma avevo capito chi fosse.
Roxanne.
Una folla si radunò attorno a me, altri uomini e donne, giunsero a salutarmi. Mi accompagnarono al centro della piccola colonia. Una piazza di terra battuta, attorno, tre cerchi concentrici di abitazioni. Campi verdi con al centro un laghetto dalle limpide acque.
-Diamo tutti un caloroso abbraccio al nostro nuovo colono Jonas! Dovrai spiegarmi molte cose sai?- Mi sentii al sicuro in quel momento. Due uomini mi presero sotto braccio per sorreggermi. Non avevo più forze. Poi tutti iniziarono a fissarmi, si misero in cerchio intorno a me e rimasero in silenzio. Roxanne fece un cenno quasi impercettibile con la testa. I due uomini mi spinsero allora a terra. Mi misero in ginocchio, sulla calda sabbia. L'espressione sui volti di quella gente si distorse, fino a rendere impossibile distinguere gli uni dagli altri. I loro corpi ondeggiavano davanti a me compiendo passi avanti e indietro. Delle grida furono cacciate dalle donne del gruppo. Le loro bocche divennero enormi, le loro braccia lunghe e sottili. Roxanne mi aprì con forza la bocca e...
Bianco, a perdita d'occhio. Ero in piedi, nel vuoto. Mi sentivo meglio, in forze. Ma non c'era nessuno, nessun suono, non c'era aria, eppure potevo respirare. Davanti ai miei piedi c'era una matassa di capelli, neri.
Nient'altro.
Il ciclo di Raata - Bezoar / seconda parte testo di Kanzio