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Credo che siano pochi i suppergiù cinquantenni che non abbiano buttato uno sguardo ad almeno qualche minuto di “Goldrake U” andato in onda su Raidue in queste settimane a 47 anni dalla prima uscita italiana di Atlas Ufo Robot (1978).
Inevitabili come la morte e le tasse, ne sono seguite le discussioni alla “meglio questo / quello / perché / percome” nonché su grafica, personaggi, sceneggiatura, fedeltà all’originale ecc.
Anche se ho la mia opinione in proposito, trovo più interessante formulare qualche osservazione sulla struttura narrativa dei due prodotti in quanto specchio dei rispettivi tempi, del loro mutare, della permanenza, non nei decenni, ma nei secoli, di certe strutture narrative di base.
Non è un voler elevare a chissà quale altezza un cartone animato per ragazzi o bambini (ok, ho già messo in conto il linciaggio da parte dei fan), ma il verificare come certi schemi attraversino più o meno indenni le epoche e, anzi, le identifichino.
E poi, qui si parla di scritture, no? (no, non se ne parla, si battibecca peggio di uno branco di scimmie urlatrici con un fiammifero acceso infilato nel deretano, ma facciamo finta).
Qualche spoiler sarà inevitabile, ma lo limito all’incipt della storia.
L’Actarus (cioè il protagonista in carne ed ossa) del 1978 (sarebbe del 1975, ma mi riferirò all'edizione itaiana) è un profugo alieno che fugge da un pianeta invaso e distrutto dalle radiazioni diffuse dal nemico (i Vegani) che ha attaccato il suo pianeta. Giunge sulla Terra, ma ha appena il tempo di ambientarsi che i cattivi decidono di conquistare pure quella. A questo punto Actarus, che se ne starebbe stato pure per i fatti suoi (al massimo, con un po’ di disturbo post traumatico e il senso di colpa per il sopravvissuto) è costretto a scendere nuovamente in battaglia.
L’eroe di questa storia (cui non sono affatto estranee istanze pacifiste) perciò, sa perfettamente quale sarebbe il suo dovere, solo che preferirebbe evitare di compierlo – e sfuggire così al suo destino. Questo è il tipo di eroe che incontriamo solitamente nell’epica e nella tragedia classica e ha attraversato i secoli mascherandosi in modi a volte insospettabili. In questo schema possiamo mettere Achille (che ha scelto una vita breve e gloriosa, ma ogni tanto si è chiesto se era il caso), Ettore, che vorrebbe evitare di incontrare Achille, ma alla fine si decide a combatterlo e morire, ma anche il Cavaliere della Valle Solitaria o il Cavaliere Pallido (sto parlando del film di Eastwood), rifugiatisi in un posto sperduto per sfuggire a un passato di violenza ecc.
Contestualizzando il tutto al Giappone degli anni ‘70, quel protagonista è un samurai sconfitto da una potenza di fuoco superiore (invito a riflettere sulla circostanza che il suo pianeta è stato desertificato dalla radioattività) che trova un’altra patria ed è costretto dalle circostanze (o dal Fato) a prendere nuovamente le armi.
Parimenti, le linee di demarcazione tra buoni e cattivi o comunque tra uno schieramento e l’altro sono piuttosto nette e così i giudizi reciproci degli uni verso gli altri.
L’Actarus del 2024 è diverso: tanto per cominciare, al suo primo apparire, ha perso la memoria.
Anche se la ritrova quasi subito (e in modo così repentino che mi viene in mente la scena di Trinità in cui Bud Spencer rimbecillisce un bandito con un cazzottone e poco dopo Terence Hill prova a farlo rinsavire con lo stesso sistema) è un eroe che non sa chi è.
Il conflitto, il dramma dell'eroe, non sta nella fatica di far quel che deve fare, ma nell’ignorare chi è e che cosa deve fare.
Questo è un tipo di eroe che comincia ad apparire con l’età moderna e, col passare del tempo, diventa sempre più comune. È Amleto che, quando gli appare lo spettro del padre per chiedergli di vendicarlo, si domanda se davvero, se per caso non, se proprio lui e se magari..
Il dilemma è ancor più stringente allorchè Actarus 2024 si ricorda che pure lui ha contribuito alla distruzione del proprio pianeta perché, mentre è al comando del robot, sconvolto dalla morte dei propri genitori, ha perso la trebisonda e, come Orlando Furioso, ha massacrato indifferentemente amici, nemici e fidanzate (il fatto che il robot Goldrake possa sbarellare è una delle cose che mi ha convinto meno, ma è anch’esso segno dei tempi e lo esaminerei se il post non diventasse troppo lungo).
La sua "History of violence" è inseparabile da lui stesso: non si tratta semplicemente di un destino avverso che gli ricorda il proprio dovere, ma di qualcosa dentro di lui che non può non emergere al momento opportuno.
I nemici hanno buon gioco a bollarlo come criminale e persino gli amici si chiedono se sia il caso di fidarsi di lui.
Insomma è un eroe più tormentato di quello del 1978 (non che quello non lo fosse affatto), ambiguo e problematico.
Non si tratta quindi – così chiudo anche perché non voglio tirarla troppo per le lunghe né, come dicevo, elevare a chissà quale altezza un cartone animato – di un semplice rammollimento intercorso tra il 1978 o il 2024, quanto proprio di un tipo di personaggio diverso con un arco narrativo diverso; tutto ciò non è tanto o soltanto legato al passaggio di quasi dieci lustri (il 1978 non è, a scanso di equivoci, il 1978 Avanti Cristo), ma proprio a una struttura narrativa e una differente costruzione del protagonista.
L’aspetto più interessante è tuttavia come tutto ciò travalichi le epoche e le culture e sia possibile rinvenirlo anche là dove non ci si aspetterebbe mai di trovarlo.
La preferenza per una serie o l’altra, con quanto ne consegue, mi sembra questione di interesse secondario.