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La stranezza arrivò di pomeriggio, che è l’orario ideale per le cose che non vogliono essere notate
subito. Si presentò sotto forma di una lettera, infilata nella cassetta della posta del Corriere dell’Alpe
e delle Cose Perse, che nessuno svuotava mai per principio.
Gino Balocchi la trovò lì, insieme a tre bollette, un volantino di una sagra già finita e una cartolina
senza francobollo spedita probabilmente dal vento.
La lettera non aveva mittente.
Aveva solo una frase:
“Non era il primo.”
Gino la rilesse. Poi la rilesse meglio. Poi versò da bere, per aiutare la comprensione.
Il commissario Passalacqua, convocato con urgenza e senza spiegazioni, arrivò trafelato.
«Un altro?» chiese subito.
«No,» disse Gino. «Peggio.»
Gli mostrò la lettera.
Passalacqua la guardò come si guarda una mucca che fissa il treno: con rispetto e confusione.
«Il primo cosa?» chiese.
«Il primo morto,» disse Gino. «O il primo baro. O il primo confine.»
Fuori, il paese continuava a vivere male ma con impegno. Dentro, qualcosa si era incrinato.
Gino pensò alla partita, alle risate, alle scarpe nuove. Pensò a Sergio. Pensò al morto che non era di
lì, ma che di lì aveva capito troppo tardi come funzionavano le cose.
Se non era il primo, significava che San Pellegrino aveva una memoria più lunga di quanto
ammettesse.
E la memoria, nei paesi piccoli, è una bestia che dorme male.
Gino prese il taccuino pulito.
Quello delle storie serie.
Il vento tornò a mentire, con convinzione.