Qui

scritto da Suomiblue
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Autore del testo Suomiblue

Testo: Qui
di Suomiblue

La cosa più bella dell'essere a Qui è che possiamo ricordare tutto del passato. Non tutte le vite che abbiamo vissuto, intendiamoci, e per quanto ne so ne ho vissute mille. Ma l'ultima, l'ultimo viaggio che abbiamo fatto sulla Terra, quella la ricordiamo per intero.

Ci sono altri aspetti dell'essere a Qui che non sono così piacevoli. In effetti, da quando sono arrivata non ho fatto altro che perorare la causa del cambiamento.

"Esiste una cassetta dei suggerimenti o qualcosa del genere?" ho chiesto ad Abel, la persona con cui preferivo parlare.

Alzò le sopracciglia verso di me. "Qui? In paradiso?"

Ho annuito.

"Cerchi una cassetta dei suggerimenti in paradiso?" Rise, una risata fragorosa che non mi divertì per niente. Sulla Terra c'era sempre stato un modo per suggerire miglioramenti alla propria scuola, alla propria chiesa, sul proprio posto di lavoro.

"Perchè no?" chiesi ad Abel. Mi rendevo conto che la mia voce suonava lamentosa, imbronciata.

"Beh, e cosa vorresti suggerire, Elise?"

Mi guardai intorno: era una giornata bellissima. Il luogo in cui vivevamo sembrava una civiltà costruita sulle bianche e gonfie nuvole della Terra, come una città a diecimila metri di altezza. Se alzavo lo sguardo, vedevo un sole caldo che splendeva su di noi. Non c'era brezza, non c'era vento, mai. Ogni giorno c'erano ventiquattro gradi e sole. Non cambiava mai, e io disprezzavo tutto questo.

                                                                                                           *****

Sono nata nella parte settentrionale dello stato di New York durante una bufera di neve. Certo, io non posso ricordarlo, ma ho i ricordi d'infanzia di mia madre che mi raccontava tutta la storia.

"C'era un metro di neve fuori", diceva scuotendo la testa. "Tuo padre era via per lavoro: ho dovuto camminare nella neve fino a casa del vicino, ad un chilometro di distanza, per farmi dare un passaggio in ospedale. E sai qual è stata la parte peggiore? Indossare gli scarponi da neve a nove mesi di gravidanza e con tre centimetri di dilatazione."

Rideva sempre quando raccontava quella parte. Mio padre le sorrideva, tonto e innamorato anche a cinquant'anni, e i miei fratelli maggiori si lamentavano come si fa quando si sente una storia di famiglia per la centesima volta.

"Non potrei mai vivere in un posto senza tutte e quattro le stagioni", diceva sempre mia madre, e io ero assolutamente d’accordo con lei.

                                                                                                           *****

Abel mi tollera, ma a molte persone qui non importa niente di me, e questo mi dà fastidio. Sulla Terra ero una ragazza popolare, carina e affascinante. A quanto pare, una volta lasciata la Terra, chiedere ciò che si desidera e di cui si ha bisogno diventa odioso. O forse era considerato odioso anche sulla Terra, chissà.

Il giorno del mio arrivo – che ovviamente fu anche il giorno della mia morte – si tenne una riunione per gli ultimi arrivati dalla Terra. Eravamo solo un centinaio di persone, e Abel era uno di loro.

"Ma non muoiono forse centomila persone ogni giorno?" gli sussurrai. "Perchè siamo così pochi qui?"

"Se prestassi attenzione, capiresti", mi rimproverò.

Allora feci del mio meglio per ascoltare la persona che parlava. Abel aveva ragione: stava spiegando tutto.

"Non esiste un solo paradiso", spiegò la donna responsabile. Era minuta, severa e autoritaria, e non ci disse mai come chiamarla; dal momento in cui la incontrai, pensai a lei come alla Donna. "Ci sono milioni di paradisi. Vi verrà assegnato il paradiso che riteniamo sarà più opportuno per ognuno di voi."

"In base a cosa?", dissi a voce un po’ troppo alta.

Mi guardò accigliata: immagino che gridare sia malvisto nell'aldilà tanto quanto lo era sulla Terra.

"In base a come sei morta", ha detto.

Eravamo seduti in un piccolo anfiteatro, con i posti a sedere che circondavano il podio su cui si trovava la Donna. Mi sembrava di essere nel mezzo di una zona boscosa. Alzai lo sguardo, aspettandomi di vedere alberi ondeggiare al vento… ma niente. Non c'era vento, e non ci sarebbe mai stato.

                                                                                                           *****

Se la stagione preferita di mia madre era l'inverno, quella di mio padre era la primavera. Vivevamo in una casa enorme con un giardino sul retro che si affacciava su un bosco, e io e i miei fratelli maggiori adoravamo esplorare i boschi. Papà ci metteva i nostri stivali da neve e ci portava nella foresta.

Un giorno, quando avevo sei anni, mi aiutò a mettermi l’impermeabile, lasciando che i miei fratelli si preparassero da soli; all'epoca erano tutti adolescenti. Io ero stata una sorpresa; i miei genitori avevano avuto tre figli maschi, a un anno di distanza l'uno dall'altro, poco dopo che si erano sposati. Poi, dieci anni dopo la nascita di mio fratello Kenneth, arrivai io.

"Ecco perchè sei viziata", mi disse Kenneth. "L'unica femmina, e molto più giovane di noi. Sei la loro piccola creatura miracolosa."

Lo disse senza malizia. Immagino che mi abbiano viziata, non solo i miei genitori, ma anche i miei tre fratelli maggiori. Senza rendersene conto, mi hanno spinta ad essere una persona che pretende ciò che vuole e di cui ha bisogno, ma non vedo cosa ci sia di sbagliato in questo. Solo che ora che sono qui, il mio impegno nel pensare soprattutto a me stessa mi ha complicato un po’ le cose: ha fatto in modo che le persone intorno a me mi disprezzassero.

Siamo in gran parte abbandonati a noi stessi, il migliaio di persone che vivono nel nostro paradiso personale. Possiamo mangiare infinite coppe di gelato, guardare film, ascoltare musica. È un tempo libero infinito per tutti noi. Per persone come Abel, è il paradiso. Ha lavorato nell'edilizia per quarant'anni sulla Terra e, sebbene amasse quel lavoro, dice che lo esauriva.

"Ho dovuto morire per prendermi una pausa", scherza.

È successo davvero: è annegato in un'alluvione causata da un uragano in Texas. Quando mi lamento che qui non piove mai, lui alza le spalle e mi dice che ha visto abbastanza pioggia da bastare a parecchie vite.

                                                                                                           *****

Ho sempre adorato i temporali sulla Terra. Da bambina andavo a pattinare ogni inverno, e i miei giorni preferiti erano quelli più freddi, quando potevamo fare scivolate sul ghiaccio. Tornavo verso la macchina di mia madre, bagnata e fradicia, e lei scuoteva la testa e si rifiutava di farmi salire. Allora papà la rimproverava, tirando fuori degli asciugamani per asciugarmi, così non avrei sporcato la macchina.

Anche i miei fratelli pattinavano, ma nessuno di loro era bravo quanto me. Dave, il più grande, diceva che questo era dovuto al fatto che papà lavorava di più con me, aveva più tempo per aiutarmi ad allenarmi, dato che sono cresciuta praticamente come figlia unica, visto che i miei tre fratelli erano già in giro per il mondo, con lavori e case proprie quando io avevo dodici anni.

Anche se amavo le giornate di pioggia, in realtà amavo tutto. Una calda giornata estiva in spiaggia, il fresco clima primaverile e la brezza fredda che mi accarezzava il viso quando sfrecciavo giù da una collina con la slitta in inverno. Amavo tutto.

                                                                                                           *****

"Possiamo tornare indietro?"

Era una delle prime domande che ogni nuovo arrivato nel nostro paradiso si poneva il primo giorno. Di sicuro era una delle mie.

Ogni volta che veniva posta una domanda, era la Donna a rispondere, la stessa che mi aveva detto che ogni persona che muore viene mandata in un paradiso specifico. Abel pensa che potrebbe essere Dio, ma io non sono d'accordo. È troppo snob, troppo facilmente irritabile perché sia un essere celeste. Credo che sia una di noi che in qualche modo è stata promossa.

"Potete tornare indietro se volete", ci disse il primo giorno. "Non oggi, ma tra un po' di tempo".

"Ma noi…?

"No", disse la Donna, scuotendo la testa prima che la mia domanda fosse finita. "Non ricorderai la tua vita prima. Beh", disse correggendosi, "la ricorderai, ma solo per un momento". Dovevamo sembrare confusi, perchè alzò gli occhi al cielo esasperata prima di continuare. "Ci sarà un attimo fugace dopo la tua nascita. Lo chiamiamo l’attimo della conoscenza. Avrai i ricordi che hai ora - della tua vita più recente, e del tuo tempo Qui - e poi spariranno, e sarai completamente immersa nel tuo nuovo sé."

Mi guardai intorno: tutti sembravano vuoti e confusi tranne Abel, che annuiva lentamente. Guardai accigliata tutti gli altri, infastidita dalla loro confusione, anche se anch'io ero confusa. Anche sulla Terra avevo spesso disprezzato le persone che condividevano le mie stesse debolezze, come se potessi sopportare la mia insicurezza e il mio egoismo ma non gli stessi difetti in un altro essere umano.

"Possiamo scegliere dove tornare?" chiese Abel alla Donna.

Sono abbastanza sicura che solo Abel ed io abbiamo prestato attenzione alla sua risposta: tutti gli altri stavano ancora riflettendo sull’attimo in cui avrebbero saputo e si chiedevano quando l'avrebbero sperimentato.

"No", disse la Donna.

"Cioè non possiamo nemmeno fare una richiesta?" ho esclamato.

La voce della Donna si era ammorbidita un po' quando aveva parlato con Abel (lui aveva un modo di aiutare le persone a calmarsi, avevo notato), ma era diventata gelida quando aveva parlato con me.

"Puoi fare una richiesta e io ne prenderò nota", disse semplicemente.

Quando si voltò per rispondere alle domande degli altri, notai che la sua voce si era addolcita ancora una volta. Ero l'unica a ricevere il suo tono gelido.

"Ti prendi gioco di tutti, vero?" mi disse Abel con tono bonario. Se l'avesse detto qualcun altro avrei potuto perdere la pazienza, ma Abel aveva un modo tutto suo di farmi capire che era dalla mia parte, qualunque cosa dicesse.

Scrollai le spalle.

"Sulla Terra facevi lo stesso?" mi chiese.

Ci pensai su. I miei genitori mi adoravano e i miei fratelli mi amavano, ma quanto agli altri?

                                                                                                           *****

Era autunno quando la mia famiglia venne a trovarmi per la prima volta al college a Harvard.

"Ci tieni che la gente sappia che non sei in qualche altra università per comuni mortali, vero?"

Sorrisi. Ero orgogliosa di dov’ero. "Ottimi voti e sport universitari, tu cosa credi?"

Avvocato per i diritti civili e laureato a Georgetown, Christopher era il più serio dei miei tre fratelli.

"Un sacco di privilegi e opportunità", disse a bassa voce.

Credo che in quel momento avrei dovuto vergognarmi, ma non è stato così. Ero troppo felice, sentivo la fresca brezza autunnale sulle guance, ammiravo le splendide foglie gialle e arancioni sparse per il campus. Indossavo un maglione a collo alto e stivali marroni alti fino al ginocchio, con un coordinato di guanti, sciarpa e cappello, e sapevo di essere bellissima: un'immagine di giovinezza e vitalità in una perfetta cornice autunnale.

"Prendiamoci un caffè", dissi a Christopher prendendogli il braccio. "Che bella giornata, vero?" Scosse la testa e mi sorrise. Se avesse voluto dire di più, sui miei privilegi, sulle mie opportunità e sul fatto che non apprezzassi abbastanza tutto questo, scelse di non farlo.

                                                                                                           *****

L'atmosfera a Qui non era sempre accogliente e rassicurante; continuavo a lamentarmi del tempo e ad essere ignorata da tutti tranne che da Abel.

Capivo la loro soddisfazione per l'assenza di clima. Tutti avevano una storia orribile di morte legata al maltempo: incendi, tornado, freddo pungente, uragani e annegamenti come quelli di Abel. Si godevano l'infinita scorta di giornate calde, non torride, senza un filo di vento o una goccia di pioggia.

"Perchè non possiamo semplicemente scegliere?" chiesi alla Donna, frustrata.

"La decisione per te è già stata presa", disse, usando lo stesso tono stanco che usava sempre con me.

"Beh, quando tornerò sulla Terra", dissi scuotendo i capelli, "rivoglio le stagioni. Preferisco rischiare di morire in un tornado piuttosto che vivere senza neve, pioggia, vento e freddo."

Un uomo accanto a me mi guardò accigliato, scuotendo la testa, e ricordai vagamente che mi aveva raccontato di essere morto in un tornado a St. Louis. Aggrottai la fronte e alzai gli occhi al cielo: non sopportavo le persone eccessivamente sensibili.

"Come fai a sopportare tutto questo?" chiesi un giorno ad Abel. Aveva gli occhi chiusi, e si godeva il calore del sole del nostro paradiso, ondeggiando avanti e indietro. "È sempre lo stesso, tutto il giorno, tutti i giorni. Non lo odi?"

"E tu perchè lo detesti così tanto, Elise?" mi domandò invece di rispondermi.

Iniziai a piangere prima ancora di rendermi conto di cosa stesse succedendo: le mie prime lacrime celestiali, la prima volta che piangevo da quando avevo aperto gli occhi in questo incubo senza tempo.

                                                                                                           *****

Prima di lasciare la Terra, non ti rendi conto di quanto cose come i fiocchi di neve che cadono o le foglie che scricchiolano sotto i tuoi piedi siano associate ai tuoi ricordi. Quando sono arrivata qui, mi è stato difficile persino richiamare alla mente i ricordi di mia madre, mio padre e dei miei fratelli senza quei ricordi sensoriali e viscerali. Quale vero paradiso mi priverebbe della capacità di farlo?

Nessuno a Qui sembrava capire. Erano rimasti traumatizzati dalla loro morte per cause atmosferiche, e accoglievano con favore l'aria immobile e il paesaggio immutabile. "È il paradiso", dicevano. "Ogni giorno è perfetto."

Ma il ritmo delle stagioni aveva vibrato per tutta la mia infanzia, i miei ricordi più belli erano legati alle immagini e ai suoni delle quattro stagioni, e vivere senza quei ricordi era per me un'agonia che non potevo più sopportare.

                                                                                                           *****

"Perchè tu sei così gentile con me?" chiesi ad Abel un giorno, con gli occhi ancora pieni di lacrime. "Sembra che tutti gli altri non mi sopportino."

Mi sorrise calorosamente. "Non so per quale ragione dovevi essere così arrabbiata sulla Terra", disse dolcemente. "Ma io avevo una figlia poco più grande di te, e so che lei sarebbe furiosa se morisse quando sei morta tu."

Tutti ricordavano la loro morte dolorosa, ma io no. È questo il bello di essere colpiti da un fulmine. Un attimo prima hai vent'anni e corri sotto un temporale durante una vacanza con la tua famiglia nel Wyoming; un attimo dopo sei morta, intrappolata in un incubo senza tempo.

                                                                                                           *****

Il giorno in cui siamo partiti da Qui, era come se l'aria pulsasse di eccitazione. Non era uguale per tutti, non avevamo tutti gli stessi orari. Ma Abel ed io sì. Ero emozionata.

"Forse atterrerò di nuovo nello stato di New York", dissi.

"Sai, non credo che..."

"Lo so", dissi annuendo. Non sarei stata in grado di comunicare con la mia famiglia. Non li avrei riconosciuti se li avessi incontrati per strada. E quel pensiero mi addolorava.

Eravamo tutti nell'anfiteatro, lo stesso luogo in cui avevamo tenuto la prima riunione, in attesa del momento in cui avremmo cessato di esistere a Qui e saremmo rinati sulla Terra. Non vedevo l'ora. Ma provavo una fitta di nostalgia per le domande che avrei dimenticato una volta rinata, le domande a cui non avrei mai trovato risposta. Ad esempio perchè ci fossero tutti questi paradisi diversi, invece di un unico luogo in cui riunirsi con le persone che amavi. E poi c'era la domanda più importante per me, in questo momento di attesa della rinascita: chi e cosa avrebbe determinato dove sarei finita, una volta lasciato Qui?

"È lei", sussurrò Abel indicando la Donna. "Decide lei."

Gemetti. "Quella mi odia", dissi. "Perchè mi odia, Abel?" A quel punto capii che l'affetto di Abel per me era più che altro radicato nella pietà, dovuta alla mia giovane età quando ero morta. Ma la Donna aveva la stessa informazione: perchè non mi aveva concesso la stessa pietà?

"Beh, lo sai", disse Abel. Lo guardai e lui aggrottò la fronte. "Uhm, no, forse non lo sai." Fece una pausa, sospirando profondamente. "La Donna aveva una figlia che è morta. Più giovane di te. Un'auto pirata la investì quando aveva sei anni."

Poi non ci fu più tempo per nulla di ciò che provavo: profondo dolore per la Donna, angoscia per l’egoista che ero stata, eccitazione per la mia rinascita. Un attimo prima, stringevo la mano di Abel e la Donna mi sorrideva compiaciuta dal centro dell'anfiteatro. Un attimo dopo, ero sparita da Qui.

                                                                                                           *****

Sono nata emettendo grida angosciate rivolte al cielo; ma credo sia quello che fanno la maggior parte dei bambini. Per un attimo, ho potuto solo pensare al dolore della Donna, e ai bambini che lasciano la Terra molto prima che le loro madri siano pronte a lasciarli andare.

"È perfetta", sussurrò una voce dolce, e io alzai lo sguardo verso la mia nuova mamma. "Guarda, il sole splende proprio su di lei, tesoro."

"Certo che sì", disse un'altra voce, presumibilmente quella di mio padre. "Benvenuta a Santa Barbara, piccola, dove ci sono venti gradi e il sole splende ogni singolo giorno."

Era la fine del mio attimo di conoscenza, e il volto della Donna mi balenò davanti agli occhi.

Quella stronza, ho pensato.

E poi sono scomparsa nella mia nuova vita.

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