Io l'ho fatto - L'armadio della scuola

scritto da Kalel Abellium
Scritto 5 mesi fa • Pubblicato 5 mesi fa • Revisionato 5 mesi fa
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Non ho urlato. Non ho pianto. Non ho tremato. Ma dentro… qualcosa si era spaccato.
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Testo: Io l'ho fatto - L'armadio della scuola
di Kalel Abellium

Nessuno apre mai quell’armadio.
Nemmeno oggi.
Nemmeno adesso che la scuola è chiusa da anni.
Tutti passavano davanti.
Nessuno toccava. Nessuno guardava.

Era marrone, con le ante rigate.
Un mobile vecchio, alto, più largo di me.
Nessuno sapeva da dove fosse arrivato.
E io…
non l’ho mai aperto… dopo quella notte.

Lavoravo come bidello.
Dal 1987.
La scuola media del quartiere.
Due piani, un cortile in cemento, una biblioteca con l’intonaco scrostato.
Il tipo di posto dove il tempo si muove piano.
O resta fermo.

Arrivavo presto. Sempre prima di tutti.
Pulivo i vetri, accendevo le luci, passavo col secchio.
Mi piaceva il silenzio prima delle voci.
Prima delle risate.
Prima del rumore.

Poi arrivava lei.
Professoressa di musica.
Giovane. Educata. Precisa.
Sorridente, ma sempre un passo indietro.
Con tutti.
Anche con me.

La osservavo.
Non in modo volgare.
Non da maniaco.
Solo… la guardavo muoversi.
Sistemare lo spartito. Chiudere la borsa.
Tirarsi indietro i capelli.

Nessuno la trattava male.
Ma nessuno l’ascoltava davvero.
I colleghi la ignoravano.
Gli studenti la prendevano in giro.
Dicevano che puzzava di talco.

A me piaceva anche quell’odore.
Ricordava l’armadio di mia madre.
I cassetti con la biancheria piegata.
Ero l’unico che le portava il caffè.
L’unico che le apriva la porta quando aveva le braccia piene di libri.
L’unico che notava quando non sorrideva.

Una mattina non arrivò.
Nessuna chiamata. Nessun messaggio.
Passò un’ora. Poi due.
Entrai in aula.
La sua borsa era lì.
Chiusa. Intatta.
Ma lei no.

Capii subito.
Era sicuramente nel palazzo.
Ma non visibile.
La cercai.
Non dissi nulla a nessuno.
Solo camminai in silenzio.
Fino alla stanza dei materiali.
Quella con l’armadio.

Non ho urlato.
Non ho pianto.
Non ho tremato.
Ma dentro…
qualcosa si era spaccato.

Era lì.

Chiusa dentro un grande sacco trasparente.
Seduta. O quasi.
Il corpo piegato come un manichino guasto.
Gli occhi aperti. Ma lontani.
Il foulard tirato.
Troppo.

Nessuno l’ha mai trovata.
Nessuno ha cercato davvero.
Hanno detto che era scappata.
Un biglietto, dicevano.
Ma non era sua la calligrafia.

Io non ho detto nulla.
Mai.
Non ho raccontato cosa avevo visto.
Non ho mai spiegato perché avevo richiuso l’armadio.
Perché avevo tolto la chiave.

Non è stata una decisione.
È stato un riflesso.
Un gesto che si fa per proteggere qualcosa.
O qualcuno.

Sono passati vent’anni.
La scuola è stata chiusa.
Topi, muffa, amianto.
Nessuno entra più.
Ma io ho ancora la chiave.
Nascosta nella tasca interna della mia vecchia giacca blu.

Vado lì ogni anno.
Sempre lo stesso giorno.
Il giorno in cui non è arrivata.
Entro.
Salgo le scale.
Cammino nel corridoio.
Davanti all’armadio.

Non apro.
Non tocco.
Solo mi fermo.
E ascolto.
Il suono della scuola vuota.
Il suono del tempo fermo.

La verità?
Non l’ho uccisa io.
Ma so chi l’ha fatto.
E non l’ho detto.
Non ho mai parlato.
Nemmeno quando lo hanno trasferito.
Nemmeno quando è diventato preside in un altro istituto.

Il mio silenzio è stato più pesante della sua morte.
Ma anche più resistente.
Ha retto vent’anni.
E adesso…
è tutto quello che mi resta.

L’armadio è lì.
Con dentro tutto.
Non solo un corpo.
Ma una storia.
Una voce che non si sente più.
Un odore di talco.
Che ancora mi sveglia di notte.

L’ho fatto.
L’ho chiuso.
Ho nascosto la verità.
Ho protetto la scuola.
O forse…
me stesso.

E ogni volta che ripenso a lei,
sento il suono della serratura.
Quel click preciso.
Che separa il mondo dai segreti.
E io…
sono parte di questo segreto.

Io l'ho fatto - L'armadio della scuola testo di Kalel Abellium
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