33 Hz "La Rivelazione"

scritto da Nene
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Charlotte ed Oliver sono ad un passo dalla X sulla loro mappa, a cosa porterà questo viaggio?
- Nota dell'autore Nene

Testo: 33 Hz "La Rivelazione"
di Nene

Capitolo 7

Il grosso SUV lasciò lentamente l'aeroporto e imboccò la statale che costeggiava il Grande Lago degli Schiavi.

Le ultime luci di Yellowknife rimasero alle loro spalle.

Pochi minuti dopo erano già immersi nel nulla.

Ai lati della strada si alzavano foreste di abeti fittissime, così dense che il sole della sera sembrava incapace di attraversarle. L'odore della resina entrava nell'abitacolo ogni volta che Oliver abbassava di qualche centimetro il finestrino.

Sapeva di terra bagnata, di muschio, di legno.

Era quell'umidità tipica delle grandi foreste del nord, quella che ti dava l'impressione che lì avesse appena smesso di piovere, anche quando il cielo era completamente sereno.

«Non è male...» disse Oliver respirando profondamente.

Charlotte annuì, poi guardò il termometro dell’auto, dodici gradi, «Non e proprio il giugno europeo, per fortuna.»

«...ma pensavo peggio.»

Oliver sorrise.

«Aspetta qualche centinaio di chilometri.»

 

Una decina di minuti dopo comparve un'insegna al neon.

“NORTH TRAIL DINER”

L'insegna tremolava leggermente nel vento.

Il parcheggio era quasi pieno, Pick-up, fuoristrada e un paio di camion.

Oliver parcheggiò accanto a un enorme Dodge coperto di fango, spense il motore.

«Prima missione.»

Charlotte lo guardò.

«Mangiare.»

«Esatto.»

 

Appena entrarono vennero investiti da un profumo irresistibile.

Carne alla griglia.

Pane appena tostato.

Caffè.

E una leggera nota di legno bruciato proveniente dalla grande stufa in ghisa sistemata al centro della sala.

Era uno di quei locali lungo le statali che sembravano non essere cambiati da quarant'anni.

Pareti di legno.

Vecchie fotografie di alci gigantesche, teste di cervo, una bandiera canadese un po' scolorita e una lavagna scritta a mano con il menù del giorno.

Qualcuno alzò lo sguardo, era evidente che non erano del posto, Charlotte, con il ThinkPad sottobraccio e lo zaino tecnico, sembrava appena uscita da un laboratorio.

Oliver aveva ancora addosso la giacca cerata irlandese.

Due facce nuove.

In un paese dove probabilmente si conoscevano tutti.

Scelsero un tavolo nell'angolo, vicino alla finestra, da lì si vedeva la strada che scompariva nel bosco, Charlotte appoggiò subito il ThinkPad sul tavolo.

Lo aprì, con l'altra mano aveva già il telefono.

Oliver invece studiava il menù con la concentrazione di uno scienziato davanti a una formula matematica.

«Hai guardato quanto dista l'hangar di Mercer?»

«Mh.»

«Se troviamo un motel qui, domattina ci mettiamo in viaggio presto.»

Silenzio.

«Oppure possiamo avvicinarci ancora una cinquantina di chilometri e dormire più vicini.»

Silenzio.

Charlotte alzò gli occhi.

Oliver continuava a fissare il menù.

Immobile.

«Olly.»

Nessuna risposta.

«Oliver.»

Ancora niente.

Lei sbuffò.

«Olly!»

Lui si riscosse.

«Eh?»

«Mi stai ascoltando?»

Oliver chiuse lentamente il menù.

«Scusa.»

«Stavo dicendo?»

«Ehm...»

Charlotte incrociò le braccia.

«Sentiamo.»

Lui sorrise con aria colpevole.

«Ero indeciso.»

«Su cosa?»

«Tra le polpette di bisonte...»

Fece una pausa teatrale.

«...e la trota del lago.»

Charlotte si lasciò cadere contro lo schienale.

Chiuse gli occhi.

Inspirò profondamente.

«Ma cazzo, Olly...»

In quel momento una cameriera sulla sessantina comparve accanto al tavolo con il taccuino in mano.

Capelli grigi raccolti, grembiule con la stampa del locale e un sorriso caldo stampato in volto, li osservò per qualche secondo, guardò Charlotte, poi Oliver.

Sorrise ancora di più.

«Luna di miele?»

Oliver rimase con la bocca aperta.

Charlotte scoppiò a ridere.

Una risata vera.

Di quelle che le mancavano da giorni, «No, no...» disse cercando di trattenersi.

Indicò Oliver con un cenno del capo. «Lui è soltanto un archeologo con un rapporto piuttosto serio con il cibo.»

La donna guardò Oliver.

Lui sollevò il menù. «Posso confermare.»

La cameriera scoppiò a ridere. «Allora siete nel posto giusto.»

Prese la matita.

«Le polpette di bisonte le facciamo noi.»

Indicò un'altra riga del menù.

«Ma la trota è stata pescata stamattina.»

Oliver guardò Charlotte.

«Vedi il dilemma?»

Lei scosse lentamente la testa.

«Io viaggio per mezzo pianeta inseguendo un'anomalia geomagnetica...»

Indicò il menù.

«...e lui rischia una crisi esistenziale davanti a una cena.»

La cameriera rise di nuovo.

«Sapete una cosa?»

I due la guardarono.

«Questa sì che sembra una luna di miele.» Alla fine Oliver chiuse il menù con un sospiro.

«Facciamo prima.»

La cameriera lo guardò incuriosita.

«Carta bianca.»

Lei aggrottò le sopracciglia.

«Come, scusa?»

«Ci porti quello che, secondo lei, rappresenta questo posto meglio di qualsiasi altra cosa.»

La donna rimase immobile per un paio di secondi.

Poi un sorriso le illuminò il volto.

«Mi piace come ragiona.»

Indicò Oliver con la penna.

«E mi piace ancora di più perché hai evitato di scegliere.»

Charlotte scoppiò a ridere.

«Ha capito tutto di lui in meno di cinque minuti.»

«Succede spesso?» chiese la cameriera.

«Molto più di quanto vorrei.»

«Ehi...» protestò Oliver.

«Silenzio.»

La donna richiuse il taccuino.

«Lasciate fare a me.»

Aveva fatto bene.

Pochi minuti dopo il tavolo si riempì di piatti fumanti.

Polpette di bisonte cotte lentamente.

Trota del lago appena grigliata con burro alle erbe.

Patate arrostite.

Verdure di stagione.

Pane caldo.

E due pinte di birra artigianale.

Per diversi minuti nessuno dei due pronunciò una parola.

Mangiarono.

E basta.

Come se si fossero improvvisamente ricordati che erano quasi due giorni che vivevano di caffè, snack da aeroporto e panini confezionati.

A metà cena Charlotte richiuse definitivamente il ThinkPad.

«Allora.»

Oliver sollevò lo sguardo.

«Ho controllato.»

Prese il telefono.

«L'hangar di Mercer dista circa ottanta chilometri da qui.»

Oliver fece un rapido calcolo.

«Un'oretta abbondante.»

«Più o meno.»

Lei guardò fuori dalla finestra.

Il sole era ormai scomparso dietro la linea degli alberi.

«Possiamo andarci adesso.»

Fece una pausa.

«Oppure possiamo arrivare domani mattina con la testa sulle spalle.»

Oliver seguì il suo sguardo.

La stanchezza gli pesava addosso come piombo.

Le ventiquattro ore precedenti sembravano un unico, lunghissimo viaggio.

«Direi che Mercer può aspettare una notte.»

«Lo penso anch'io.»

La cameriera tornò con una caffettiera fumante.

«Tutto bene?»

Charlotte annuì.

«Benissimo.»

«Ci servirebbe soltanto un albergo.»

La donna indicò la strada con un cenno della testa.

«Cinque minuti da qui.»

«È tranquillo?»

Lei rise.

«Tesoro, qui è tranquillo tutto.»

Poi aggiunse con orgoglio:

«Si chiama Pine Creek Inn. Pulito, silenzioso e fanno una colazione che vale il viaggio.»

Oliver sorrise.

«Venduto.»

 

Quella notte dormirono come non succedeva da settimane.

Nessun allarme.

Nessun terminale acceso.

Nessun grafico sismico.

Solo il rumore del vento che attraversava gli alberi e il profumo del legno della piccola stanza.

 

L'indomani mattina il sole filtrava già tra le tende.

Charlotte bussò con le nocche sulla porta della camera di Oliver.

«Sei vivo?»

Dall'altra parte arrivò uno sbadiglio.

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Dal caffè.»

Lei sorrise.

«Allora muoviti.»

La sala della colazione profumava di burro e caffè appena fatto, Oliver rimase immobile davanti al buffet.

«Io qui ci trasferisco la residenza.»

Charlotte seguì il suo sguardo, una pila infinita di pancake fumanti.

Sciroppo d'acero.

Marmellate fatte in casa.

Uova.

Bacon.

Pane appena sfornato.

«Non ti montare la testa.»

«Sto valutando un investimento immobiliare.»

«Con quale soldi?»

«Dettagli.»

 

Quindici minuti dopo uscirono dall'albergo decisamente più umani.

Il grosso SUV li aspettava nel parcheggio.

Oliver fece il pieno alla vicina stazione di servizio.

Controllò la pressione degli pneumatici.

Pulì il parabrezza.

Charlotte inserì l'indirizzo di Mercer sul navigatore.

La linea blu comparve sullo schermo.

80 km.

Tempo stimato:

1 ora e 8 minuti.

Lei guardò Oliver.

«Pronto?»

Lui mise in moto.

Il motore del SUV ruggì profondo, un sorriso gli comparve sul volto.

«Andiamo a conoscere Jack Mercer.»

Il fuoristrada imboccò la statale, davanti a loro la strada si perdeva tra le foreste del nord.

Da qualche parte, oltre quell'infinita distesa di pini, un uomo li stava aspettando.

O forse no.

 

 

 

 

 

La strada terminò davanti a un vecchio hangar di lamiera color verde militare.

L'insegna, scolorita dal sole e dagli inverni canadesi, oscillava appena sospinta dal vento.

MERCER AIR SERVICES

Il parcheggio era quasi deserto.

Solo un vecchio pick-up.

Un trattore.

E un idrovolante ormeggiato sulle rive del lago poco distante.

Oliver spense il motore del SUV.

Per qualche secondo nessuno dei due parlò.

L'unico rumore era il vento che attraversava gli abeti.

«Sembra il posto giusto.»

Charlotte annuì.

«Oppure il posto perfetto per sparire.»

Scesero, l'aria profumava di benzina avio, olio motore e legno umido, la grande porta dell'hangar era aperta.

Dentro si sentivano colpi metallici, una chiave inglese che cadeva, un compressore.

E qualcuno che borbottava tra sé e sé.

Entrarono.

La prima cosa che videro fu l'aereo, uno Spitfire perfettamente restaurato.

Livrea mimetica, coccarde della RAF.

La vernice sembrava appena uscita di fabbrica.

Il muso era completamente aperto.

Con mezzo busto infilato dentro al motore c'era un uomo.

Jeans consumati.

Camicia di flanella arrotolata fino ai gomiti.

Stivali.

Capelli completamente bianchi.

Senza nemmeno voltarsi disse:

«Eh no, cari... oggi non si vola.»

Continuava a lavorare.

«Leggete il cartello fuori. È scritto bello grande.»

Un colpo di chiave.

«E per qualsiasi informazione telefonate negli orari indicati.»

Altro colpo.

«Così magari evitate di farmi perdere tempo.»

Charlotte incrociò lo sguardo di Oliver.

Poi parlò.

«Jack Mercer?» L'uomo sospirò, estrasse lentamente la testa dal motore, aveva il viso sporco di grasso.

Occhi chiarissimi, di quel ghiaccio che sembrava non sciogliersi mai.

La osservò per un paio di secondi.

«Ce l'hai davanti, bellezza.»

Richiuse il cofano del motore con un colpo secco.

Poi si avvicinò ai due ragazzi asciugandosi le mani con uno straccio.

Li studiò dalla testa ai piedi.

Lo zaino.

Il ThinkPad.

La macchina a noleggio fuori.

Gli scarponi ancora troppo puliti.

«Vediamo...»

Indicò Oliver.

«Dell'Agenzia delle Entrate non siete.»

Indicò il SUV.

«Loro non girano con bestioni del genere.»

Si fermò davanti a Charlotte.

«E nemmeno turisti.»

Sorrise appena.

«Anche se si vede lontano un miglio che non siete di qui.»

Oliver infilò una mano nella giacca, estrasse la busta sigillata e la porse a Mercer.

«Apra questa.»

Nient'altro.

Mercer non la prese subito.

Guardò Oliver negli occhi.

Poi la busta.

Poi ancora Oliver.

«Chi vi manda?»

«Apra la busta, signore.»

Per un’attimo ci fu solo silenzio.

«Capirà.»

Mercer rimase immobile qualche secondo.

Alla fine afferrò la busta con due dita, si voltò senza dire altro.

«Seguitemi.»

Attraversò l'hangar fino a un enorme banco da lavoro coperto di pezzi di motore, strumenti di precisione e tazze di caffè lasciate a metà, sul lato opposto della stanza un vecchio bollitore continuava a sbuffare vapore, Mercer indicò la caffettiera senza nemmeno voltarsi.

«Se volete del caffè, servitevi.»

Fece un mezzo sorriso.

«L'ha appena fatto mia moglie.»

Charlotte non aspettò un secondo invito.

«Finalmente una buona notizia.»

Oliver sorrise.

«Non cambi mai.»

«Per fortuna.»

Mercer si sedette su uno sgabello.

Aprì lentamente il cassetto.

Ne estrasse un vecchio paio di occhiali da lettura.

Li indossò.

Poi ruppe il sigillo della busta.

Lesse.

Una riga.

Due.

Tre.

La mano rimase immobile, il sorriso sparì.

«Oh... cazzo...»

La sua voce era appena un soffio, riprese a leggere dall'inizio, molto più lentamente.

Quando terminò, appoggiò il foglio sul banco.

Rimase qualche secondo in silenzio.

Poi guardò i due ragazzi.

Quegli occhi di ghiaccio avevano perso tutta la diffidenza.

«Non credo abbiate idea di dove vi state infilando.»

Charlotte soffiò sul caffè bollente.

Ne bevve un sorso.

«Veramente...» disse con naturalezza, mentre sfilava una sigaretta dal pacchetto,

«È proprio quello che stiamo cercando di capire.»

Per un istante Mercer rimase serio.

Poi scoppiò a ridere.

Una risata piena.

Autentica.

«Se Arthur vi ha mandato fino a qui...» disse asciugandosi gli occhi.

«...allora siete molto svegli.»

Fece una pausa.

Guardò il foglio.

Poi la fotografia.

«Oppure siete pazzi.»

Indicò Cooper.

«Come lui.»

Il dito scivolò sull'uomo al centro.

«E come Vinter.»

Prese la fotografia tra le mani.

Il suo sguardo si fermò sui tre uomini sorridenti, per un solo istante il tempo sembrò tornare indietro di quarant'anni, un'ombra di nostalgia attraversò il suo volto, quasi impercettibile, poi scomparve.

Mercer ripiegò lentamente la fotografia, alzò lo sguardo.

«Non lo so, ragazzi...»

Scosse appena la testa.

«Non so se sto per farvi il favore più grande della vostra vita...»

Guardò verso il grande portone aperto dell'hangar, oltre il quale la foresta sembrava osservare in silenzio.

«...o se sto semplicemente consegnandovi a qualcosa che avrebbe dovuto rimanere dimenticato.»

 

CAPITOLO 8

Mercer  continuava a tenere la fotografia tra le dita, osservando i tre uomini ritratti nell'immagine come se stesse cercando qualcosa che apparteneva a un tempo ormai troppo lontano.

Poi la infilò nuovamente nella busta.

«Venite a casa.»

Oliver aggrottò la fronte.

«A casa?»

«Sì.»

Mercer si alzò dallo sgabello.

«È quasi sera. La stazione non scappa.»

Charlotte guardò Oliver.

«Per una volta sono d'accordo con lui.»

Mercer la sentì.

«Non abituarti, bellezza.»

La casa di Jack Mercer era poco distante dall'hangar.

Una costruzione bassa, di legno scuro, circondata da abeti e betulle. Sul retro cominciava il bosco, davanti si intravedeva il lago.

Quando Mercer aprì la porta, una donna sulla sessantina comparve dalla cucina asciugandosi le mani su un canovaccio.

Guardò il marito.

Poi i due ragazzi.

«Jack?»

«Abbiamo ospiti.»

La donna sorrise immediatamente.

«Questo lo vedo.»

Si avvicinò a Charlotte e le prese entrambe le mani.

«Entrate, ragazzi. Sarete congelati.»

«Piacere, signora Mercer.»

«Chiamami Helen.»

Poi guardò Oliver.

«E tu devi essere quello che mangia.»

Oliver rimase interdetto.

Charlotte scoppiò a ridere.

«Come fa a saperlo?»

Helen indicò il marito.

«Jack mi ha telefonato dieci minuti fa.»

Mercer si tolse la giacca.

«Le ho detto che avevamo ospiti.»

«E non le hai detto altro?»

«No.»

«Allora evidentemente ti conosco abbastanza bene.»

La cena fu semplice, carne, patate, Verdure, pane caldo, e una bottiglia di vino che Helen aprì senza chiedere il permesso a nessuno.

Per qualche ora nessuno parlò di Vinter.

Nessuno parlò dell'impulso.

Nessuno pronunciò la parola reset.

Parlarono del viaggio.

Di Galway.

Del clima.

Dello Spitfire.

Charlotte raccontò della sua prima impressione dell'hangar.

«Pensavo di trovare un laboratorio segreto.»

Mercer alzò un sopracciglio.

«E invece?»

«Un'officina piena di ferraglia.»

«Quella ferraglia vola meglio di qualsiasi computer.»

Oliver rise.

«Su questo non posso darle torto.»

Helen osservava i tre.

Sorrideva.

Sembrava quasi che Oliver e Charlotte fossero davvero amici di famiglia arrivati dopo anni di assenza.

Solo una volta, mentre raccoglieva i piatti, guardò il marito.

Uno sguardo breve, silenzioso, Mercer lo colse ma non disse nulla

Dopo cena uscirono sul portico. L’aria era fredda, il cielo completamente limpido.

Milioni di stelle si erano accese sopra gli alberi.

Oliver si accese una sigaretta.

Charlotte fece lo stesso.

Mercer rimase seduto sulla vecchia sedia di legno, con una tazza di caffè tra le mani, per qualche minuto ascoltarono soltanto il vento.

Poi Mercer parlò.

«Domani partiamo presto.»

Oliver annuì.

«Quanto presto?»

«Prima che sorga il sole.»

Charlotte guardò il cielo.

«Quanto ci vuole?»

«Quaranta chilometri in macchina.»

Pausa.

«Poi mezz'ora di barca.»

Oliver si voltò verso di lui.

«E la stazione?»

Mercer guardò verso il bosco.

«È vicina all'attracco.»

Charlotte tirò una boccata.

«Quindi niente aereo.»

«No.»

«Peccato. Mi stavo abituando.»

Mercer sorrise appena.

«Domani ti passerà.»

 

Alle cinque e mezza del mattino il mondo era ancora immerso nel buio.

Il SUV lasciò lentamente il cortile di casa Mercer.

Helen era rimasta sulla porta.

Alzò una mano per salutarli.

Charlotte rispose dal finestrino.

Oliver guidava senza parlare.

Mercer sedeva accanto a lui.

Dietro, Charlotte osservava il bosco che scorreva lento ai lati della strada.

Nessuna città.

Nessuna luce.

Solo la strada che si apriva tra gli alberi.

Dopo quasi un'ora comparve il piccolo porticciolo.

Una banchina di legno.

Tre barche.

Un capanno.

E il lago che sembrava estendersi all'infinito.

Mercer scese.

«Siamo arrivati.»

 

La barca era piccola, ma robusta.

Un vecchio cabinato da lavoro con lo scafo graffiato e il motore perfettamente mantenuto.

Oliver caricò gli zaini.

Charlotte sistemò la custodia del ThinkPad sotto il sedile.

Mercer controllò una cima, poi salì a bordo.

Il motore partì al primo colpo.

«Almeno una cosa funziona sempre», disse Oliver.

Mercer lo guardò.

«Non sfidare la sorte.»

La barca lasciò il molo, l'acqua era sorprendentemente calma, il vento freddo arrivava dal lago e costringeva Charlotte a stringersi nella giacca, il cielo cominciava lentamente a schiarire.

Non c'erano onde.

Non c'erano altre imbarcazioni.

Solo il rumore regolare del motore e il fruscio dell'acqua contro lo scafo.

Dopo una ventina di minuti Oliver guardò Mercer.

«Quanto manca?»

«Poco.»

Charlotte si alzò.

«C'è qualcosa laggiù.»

Indicò la riva.

Tra gli alberi apparve una struttura metallica, sembrava una vecchia torre, poi ne comparve un'altra, e un'altra ancora.

Mercer rallentò.

La barca entrò in una piccola insenatura, davanti a loro comparve un piccolo molo, la struttura era praticamente nascosta dalla vegetazione.

Non c'erano insegne.

Nessuna strada.

Nessun collegamento visibile con il mondo esterno.

Solo una vecchia passerella che dal molo si inoltrava tra gli alberi.

Mercer spense il motore. il silenzio fu immediato, Oliver scese per primo, Charlotte lo seguì, Mercer rimase qualche secondo sulla barca, guardando la stazione, non sembrava un uomo che tornava in un posto dopo tanto tempo.

Sembrava un uomo che tornava da qualcuno.

Poi prese la cima e saltò sul molo.

«Andiamo.»

Oliver lo seguì.

Dopo pochi passi tra gli alberi, la vegetazione si aprì.

E finalmente la videro.

La stazione geomagnetica di Vinter.

Era ancora lì.

Intatta, silenziosa, come se stesse aspettando.

Mercer si fermò.

«Benvenuti.»

Fece una pausa.

«Questo è il posto dove Vinter ha capito tutto.»

Dalla tasca della giacca estrasse una vecchia chiave, la infilò nella serratura.

Un giro.

Due.

Tre.

Il metallo scattò con un rumore secco, la porta di ferro si aprì lentamente, dentro era buio.

Completamente buio.

Mercer accese la torcia e fece un passo.

«Attenti alla soglia.»

Oliver entrò per primo, seguito da Charlotte.

La stazione non era grande, ma sembrava progettata per resistere a qualsiasi cosa.

Una piccola zona abitativa occupava un lato dell'edificio: due letti stretti, un tavolo, una cucina essenziale, una stufa, una dispensa ancora piena di scatolame e un vecchio lavandino in metallo.

Dall'altra parte c'era il cuore della struttura.

Strumenti, bobine di rame, oscilloscopi analogici, registratori a carta, quadranti, cavi, interruttori, vecchi magnetometri.

E una quantità impressionante di apparecchiature che Oliver non aveva mai visto.

Le pareti erano quasi completamente nascoste da carte e mappe.

Alcune erano fissate con chiodi.

Altre erano arrotolate e accatastate negli angoli.

Su una scrivania c'erano quaderni aperti, fogli pieni di formule, grafici disegnati a mano e pagine intere ricoperte da una grafia minuta e nervosa.

Charlotte illuminò una parete.

«Cristo...»

Mercer non rispose.

Si limitò a guardarsi intorno.

Per un momento sembrò tornato indietro nel tempo.

Oliver si avvicinò a un vecchio sismografo.

«Funziona ancora?»

«Tra poco lo sapremo.»

Mercer indicò la porta.

«Vieni con me.»

«Dove?»

«A prendere il generatore.»

Tornarono al molo.

Dalla barca scaricarono insieme un grosso generatore portatile.

Mercer lo trascinò fino alla stazione mentre Oliver lo aiutava a superare le pietre e le radici che spuntavano dal terreno.

«Questo posto non ha elettricità?»

«Non più.»

«E Vinter come faceva?»

Mercer sorrise.

«Vinter non si fidava dell'elettricità.»

«E di cosa si fidava?»

Mercer si fermò.

«Della Terra.»

Oliver non aggiunse altro.

Collegarono il generatore all'impianto esterno.

Mercer fece un ultimo controllo.

Poi tirò la leva.

Il motore tossì.

Una volta.

Due.

Poi prese vita con un rombo profondo.

Dall'interno della stazione arrivò un rumore di relè.

Uno dopo l'altro.

Tac.

Tac.

Tac.

Le apparecchiature cominciarono a riaccendersi, le vecchie lampade sul soffitto tremolarono, poi una dopo l'altra si accesero.

Una luce gialla, calda, quasi irreale, riempì la stanza.

Mercer rientrò.

«Almeno ci vediamo finché il sole non rischiara questo posto.»

Charlotte si guardò intorno.

Alla luce delle lampade la stazione sembrava ancora più vecchia.

E più viva.

C'erano carte ovunque, mappe del pianeta, carte magnetiche, grafici, fotografie, quaderni, manoscritti, date, coordinate, numeri cerchiati più volte.

Oliver si avvicinò alla scrivania principale.

«Questa roba è tutta di Vinter?»

Mercer annuì.

«Tutta.»

Charlotte prese un quaderno.

Lo aprì.

Sfogliò alcune pagine.

«Ha scritto tutto a mano.»

«Non voleva che fosse copiato.»

«Perché?»

Mercer guardò il quaderno.

«Perché diceva che una macchina può conservare un dato.»

Si fermò.

«Ma non può capire quando quel dato diventa importante.»

Charlotte richiuse lentamente il quaderno.

Oliver intanto si era spostato verso una parete coperta da grandi fogli sovrapposti, uno attirò la sua attenzione, era una mappa del mondo, sopra erano state segnate decine di coordinate.

Accanto a ogni punto comparivano una data, una frequenza e una durata.

Oliver si avvicinò.

«Charlotte.»

Lei alzò gli occhi.

«Vieni qui.»

Charlotte lo raggiunse, Oliver spostò alcuni fogli, dietro ne comparvero altri ed altri ancora.

Una sequenza

Giza.

Teotihuacán.

Xi'an.

Yonaguni.

Altri luoghi.

Altre date.

Altri impulsi.

Non erano eventi isolati, erano la sequenza.

Charlotte prese il primo foglio.

«Questi sono vecchi.»

Oliver annuì.

«Molto vecchi.»

Cominciarono a confrontare le date.

Il primo impulso era stato debole, quello successivo più intenso, gli intervalli cambiavano sempre più rapidamente, Oliver prese un'altra carta, poi un'altra.

Il respiro gli diventò più lento.

«Non sono terremoti.»

Charlotte non rispose.

«Sono impulsi.»

«Lo sappiamo.»

«No.»

Oliver indicò la sequenza.

«Non intendo quello.»

Fece scorrere il dito lungo le date.

«Sono una progressione.»

Charlotte si chinò, cominciò a fare rapidamente i calcoli sul telefono.

Passarono alcuni secondi, poi il suo volto cambiò.

«Ollie...»

«Cosa?»

Lei non rispose, prese un foglio che era rimasto piegato in fondo alla cartella.

Lo aprì.

Era una mappa dell'emisfero meridionale, al centro, quasi completamente isolata dal resto del mondo, c'era l'Antartide, su di essa Vinter aveva tracciato una serie di linee.

E un punto.

Un unico punto rosso.

Oliver lo fissò.

«È quello?»

Charlotte annuì lentamente.

«Credo di sì.»

Mercer, dall'altra parte della stanza, aveva smesso di muoversi.

Oliver prese il foglio.

«Perché l'Antartide?»

Mercer non rispose.

Charlotte continuava a leggere le annotazioni.

Poi trovò una frase scritta sul margine.

La lesse lentamente.

«Punto di convergenza.»

Sotto c'era una data, Oliver guardò Mercer.

«Che data è?»

Il vecchio non disse niente, Charlotte prese il telefono, controllò il calendario, poi fece nuovamente il calcolo, la sua voce si abbassò.

«Manca un mese.»

Oliver la guardò.

«A cosa?»

Charlotte sollevò gli occhi.

«Al terzo impulso.»

Nella stanza calò il silenzio.

Perfino il generatore sembrò improvvisamente lontano, Oliver tornò davanti alla mappa, il punto rosso sull'Antartide sembrava minuscolo, quasi insignificante.

Eppure Vinter aveva costruito una stazione geomagnetica nel cuore del nulla per studiarlo, Mercer si avvicinò lentamente, guardò la carta, poi i due ragazzi.

«Adesso capite perché Vinter è sparito.»

Oliver si voltò.

«È andato lì?»

Mercer rimase in silenzio.

Charlotte lo fissò.

«Jack.»

L'uomo inspirò lentamente.

«Non lo so.»

Indicò il punto sulla mappa.

«So soltanto che l'ultima cosa che mi disse, prima di partire, fu che se i suoi calcoli erano corretti...»

Si interruppe.

Guardò ancora una volta quella piccola macchia rossa.

«...la terza volta non sarebbe stata come le altre.»

Oliver sentì un brivido attraversargli la schiena.

«Che cosa succederà?»

Mercer scosse la testa.

«Questo è quello che Vinter stava cercando di scoprire.»

Fece una pausa.

«E noi abbiamo un mese per capire se aveva sbagliato.»

Charlotte guardò Oliver.

Per la prima volta da quando erano partiti da Galway, non aveva una battuta pronta.

Oliver invece continuava a fissare la mappa.

Un mese.

Trenta giorni.

Poi il pianeta avrebbe parlato di nuovo.

 

Rimasero nella stazione di Vinter fino al pomeriggio, non trovarono altro, o meglio trovarono moltissimo, ma niente che potesse cambiare cio che avevano ormai capito.

Il terzo impulso sarebbe arrivato, la data era stata calcolata da Vinter con una precisione quasi ossessiva, le coordinate erano lì.

I tempi erano lì.

Le precedenti manifestazioni coincidevano con i suoi dati, e, soprattutto, nessuna delle sue annotazioni lasciava intendere che esistesse un modo per fermarlo.

Oliver passò quasi un'ora davanti alla grande mappa dell'Antartide.

«Quindi cosa facciamo?»

Charlotte era seduta sul bordo della scrivania.

«Non lo so, niente»

Oliver non rispose.

Mercer li ascoltava in silenzio.

Poi disse:

«Ragazzi.»

I due si voltarono.

«Non potete fermarlo questo evento.»

La frase rimase sospesa nella stanza.

«Nessuno può.»

Mercer prese la fotografia di Vinter e la ripose lentamente nel cassetto.

«La domanda non è più cosa possiamo fare per impedirlo.»

Li guardò.

«La domanda è cosa faremo quando succederà.»

I ragazzi annuirono con la testa.

«E ora di tornare, stasera a cena ne avrete di cose da pensare.»

 

Capitolo 9

 

Tornarono a Galway due giorni dopo.

Il viaggio di ritorno sembrò molto più breve.

Forse perché questa volta sapevano esattamente cosa stavano lasciando alle loro spalle.

Forse perché entrambi avevano cominciato a contare.

Trenta giorni.

 

Charlotte fu la prima a costruire il timer.

Lo chiamò semplicemente:

DAY ZERO

Lo installò sul ThinkPad.

Poi su un vecchio tablet.

Poi su un piccolo computer scollegato dalla rete.

Infine ne costruì uno completamente analogico.

Una lancetta.

Un meccanismo a molla.

Un conto alla rovescia che non dipendesse da nessun server.

Oliver lo guardò.

«Non è un po' paranoico?»

Charlotte continuò a regolare l'ingranaggio.

«Sì.»

«Bene.»

«Molto.»

«Perfetto.»

 

I primi giorni non successe niente.

Assolutamente niente.

Il mondo continuò a girare, I mercati aprirono, gli aerei decollarono, le persone continuarono a lamentarsi del traffico, Internet continuò a funzionare.

Le luci delle città continuarono a illuminare la notte.

E i governi non dissero una parola.

Nessun proclama.

Nessuna conferenza.

Nessuna emergenza.

Niente.

Ogni tanto compariva qualcosa sul web.

Un'immagine.

Un grafico.

Un post di qualcuno che parlava di anomalie magnetiche.

Un video registrato male.

Una teoria strampalata.

Qualcuno parlava di satelliti.

Qualcun altro di tempeste solari.

Qualcun altro ancora di complotti.

La maggior parte delle persone rideva.

Charlotte li salvava tutti.

«Non cancellare niente.»

Oliver la guardava.

«Perché?»

«Perché se abbiamo ragione, tra un mese questi saranno gli unici che dicevano di aver visto qualcosa.»

Al giorno  meno ventidue tornarono da Cooper, il vecchio li ascoltò seduto davanti al camino, Oliver gli raccontò tutto.

La stazione.

I dati.

L'Antartide.

La data.

Cooper non sembrò sorpreso.

Quando terminò, rimase qualche secondo a guardare il fuoco.

«E voi cosa pensate di fare?»

«Non lo sappiamo.»

Cooper sorrise.

«Bene.»

Charlotte aggrottò la fronte.

«Bene?»

«Sarebbe stato preoccupante se aveste avuto una risposta.»

Oliver si sedette.

«Professore, se Vinter ha ragione, il terzo impulso potrebbe mandare in blackout praticamente tutto.»

«Potrebbe.»

«E se fosse davvero un reset tecnologico?»

Cooper sollevò gli occhi.

«Non chiamarlo reset.»

«Perché?»

«Perché dà l'impressione che qualcuno abbia premuto un pulsante.»

Indicò il pavimento.

«Non c'è nessuno che preme niente.»

Silenzio.

«È la Terra.»

 

Charlotte lo guardò.

«Lei ha paura?»

Cooper sorrise.

«No.»

«Per niente?»

«Ho settant'anni, Charlotte.»

Si alzò lentamente dalla poltrona.

«Ho visto abbastanza cose andare storte da sapere che la paura non serve a raddrizzarle.»

Si avvicinò alla finestra.

Fuori il vento muoveva l'erba.

«Ma voi due siete giovani.»

Si voltò.

«E quindi fate una cosa intelligente.»

Oliver aspettò.

«Fate provviste.»

Charlotte sollevò un sopracciglio.

«Quanto serie?»

«Molto.»

Cooper indicò loro il mondo oltre la finestra.

«Se succede quello che pensiamo, le città saranno i posti peggiori in cui trovarsi.»

Oliver annuì lentamente.

«Per la mancanza di corrente.»

«Per la corrente.»

Cooper alzò un dito.

«Per l'acqua.»

Un altro.

«Per i trasporti.»

Un altro ancora.

«Per gli ospedali.»

Si fermò.

«Per il cibo.»

Poi li guardò entrambi.

«Una città moderna sembra invincibile finché funziona tutto.»

Charlotte abbassò lo sguardo.

Cooper continuò:

«Quando smette di funzionare tutto contemporaneamente, diventa soltanto una quantità enorme di persone nello stesso posto.»

La frase rimase nella stanza.

Oliver si passò una mano sul viso.

«Quindi cosa facciamo?»

Cooper sorrise.

«Affittatevi qualcosa in campagna.»

«Una casa?»

«Un cottage, magari.»

«E poi?»

«Fate un contratto lungo.»

Si strinse nelle spalle.

«Mettetevi lì.»

«Per quanto?»

Cooper lo guardò.

«Finché non capirete cosa rimane.»

Charlotte rimase in silenzio.

«E se non succede niente?»

Il professore sorrise.

«Avrete passato un mese in campagna.»

Oliver annuì.

«E se succede?»

Cooper si voltò nuovamente verso il fuoco.

«Allora avrete fatto la scelta migliore della vostra vita.»

Quella sera tornarono a Galway.

Non parlarono molto durante il viaggio.

A casa, Charlotte aprì il computer.

Il timer segnava:

21 GIORNI, 04 ORE, 17 MINUTI.

Oliver rimase a guardarlo.

«Ventuno giorni.»

Charlotte annuì.

«Già.»

«Potremmo sbagliarci.»

«Sì.»

«Potrebbe non succedere niente.»

«Sì.»

«Potremmo essere due idioti che hanno attraversato mezzo mondo per inseguire una teoria folle.»

Charlotte lo guardò.

Sorrise.

«Potremmo.»

Poi chiuse il computer.

«Ma io comincerei a cercare il cottage.»

Oliver la fissò.

«Domani?»

«Adesso.»

E per la prima volta, da quando tutto era cominciato, non stavano più cercando risposte.

Si stavano preparando per vivere senza di esse.....

33 Hz "La Rivelazione" testo di Nene
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