Trasloco - versione integrale

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Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Testo: Trasloco - versione integrale
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Trasloco

La casa era stata sola per anni nel completo abbandono.
Ma sotto un cielo primaverile nella parte orientale di Niali, tra un negozio di ferramenta e il Club locale di calcio, si preparava a cambiare la sua condizione.
Stanze vuote e buie attendevano di essere riempite. Anche l’aria lì dentro attendeva da qualche tempo di essere risucchiata dentro condotti umani.
Era grande, economica e paziente.
Aspettava.
Una rampa di scale in legno antico coperto di polvere conduceva in soffitta.
Nel buio insito nella casa il pomello di quella porta girò con un solo leggero clic. La pesante porta di ciliegio cigolò piano e uno spiraglio del nero più totale s’intravide al di sopra delle scale.
Un altro cigolio più marcato seguì il primo fino a quando il chiasso dei bambini fece tacere ogni altro tentativo di attirare l’attenzione.

E’ quella la casa, mammina? – Era un bambino grassoccio di quasi tre anni. I suoi capelli neri come l’ala di un corvo gli incorniciavano il visetto intelligente, in cui spiccavano gli occhi come due carboni accesi.
La sua voce squillante come le trombe del giudizio era capace di perforare i timpani, se ci si metteva di buzzo buono.
Si, tesoro, è questa. Stavolta avrai anche tu la cameretta che hai sempre sognato.
Sognato, sognato – gridò, mentre correva lungo il vialetto, per arrestarsi di botto davanti alla porta chiusa.
Dietro di lui la donna alta e bionda procedeva accanto ad un uomo massiccio e con una leggera stempiatura. Due genitori pronti a tutto per l’unica casa che potevano permettersi dopo tredici anni di dura economia.
Più indietro un ragazzo sui dieci anni piuttosto taciturno li seguiva di malavoglia.
Dalla macchina scura parcheggiata sul viale stava scendendo un altro uomo, un tipo segaligno con un completo a tre pezzi grigio a righe nere. Era il venditore di case ed era stato molto convincente sul prezzo e sulla possibilità di rateare l’intera somma.
Una nuova abitazione era un’ottima aspettativa per quella tranquilla famigliola. Un sogno che avevano coccolato per anni e che ben presto si sarebbe trasformato in incubo.
Mentre gli altri visitavano la casa con le sue accoglienti camere, il soggiorno grande quanto il loro vecchio appartamento, i bagni e tutto il resto, il ragazzino di dieci anni si allontanò restandosene per conto suo.
Sedette per qualche momento sulle scale che portavano in soffitta, i gomiti sulle ginocchia, a ripensare a quali e quanti cambiamenti l’aspettavano da ora in avanti.
Rimase lì per un po’ finchè, come ogni altro bambino della sua età, decise che aveva riflettuto abbastanza e che era tempo di muoversi.
Lo fece, mosse qualche passo verso il soggiorno, quindi ritornò indietro come attirato da qualcosa, alzò gli occhi verso la porta in cima alle scale, a quel punto salì i gradini.
C’era polvere là sopra, buio e polvere, la sentiva nel respiro ma non gliene importava. Voleva allontanarsi da quei due che avevano tutte le intenzioni di comprare la casa, che cercavano a tutti i costi di portarlo via dal suo vecchio quartiere, dai compagni, dalla sua scuola e da tutto ciò che conosceva da quando era nato.
Aveva pianto, perfino dopo anni che non succedeva più, ma non avevano cambiato la loro decisione che era forse la peggiore che avessero mai preso.
Dovunque sia per me non va bene – aveva dichiarato qualche giorno prima – non voglio andar via, non voglio, non voglio – il pianto nella voce a quel punto si era trasformato in urla stridule.
Adesso smettila! – gli aveva urlato a sua volta la madre – Non puoi fare sempre e solo quello che ti passa per la testa. Questa casa è troppo piccola e umida, non possiamo restarci per il resto dei nostri giorni.
Marco non aveva detto niente, capiva benissimo quando era sconfitto dai grandi. Il fratellino era ancora un cacone che non andava nemmeno all’asilo, quindi non aveva ancora amici. A quell’età si è come sparati sulla terra per frignare e farsela addosso metodicamente.
Questo posto non mi piace per niente – disse a se stesso, aprendo la porta della soffitta mentre si accingeva a fare una grossa scoperta. Magari la più grossa della sua breve vita.
Ruotò il pomello d’ottone che non oppose la minima resistenza. Alcuni luoghi non hanno bisogno di essere chiusi a chiave, qualunque ospite è bene accetto.
Se solo cinque minuti prima era salito lentamente, quasi con apatia, ripensando ai suoi compagni e alla sua vecchia scuola, adesso scendeva a razzo, non pensando a nient’altro se non alla sua sanità mentale che vacillava.
Fosse stato un adulto avrebbe avuto un colpo, lì sulle scale, ma trattandosi di un ragazzino di dieci anni il suo primo istinto fu quello di sfrecciare verso la macchina sul viale e di chiudersi dentro, rannicchiandosi in un angolo del sedile posteriore come quando era più piccolo e veniva sgridato.
Durante il tragitto verso casa aveva ripensato a quello che aveva visto o creduto di vedere. Sembrava tutto campato in aria persino per un bambino, anche se qualcosa gli diceva che tutto era reale e il solo ricordo lo faceva rabbrividire.
L’eco dei suoi passi sulle scale era un ricordo troppo recente. Giunto al pianerottolo, non avrebbe mai pensato a cosa lo attendeva al di là di quella porta.
Aveva ruotato il pomello e la porta si era aperta subito con un leggero cigolio come se non fossero anni che nessuno ci metteva piede.
Aveva cercato con tutta la forza, racimolata in meno di cinque secondi, di muovere qualche passo nel buio che si andava dissipando lentamente, mentre una luce lattiginosa si andava propagando dal pavimento verso le pareti e anche da quella scomoda posizione gli era possibile vedere più di quanto avrebbe voluto.
Forse sto per svenire – si era detto per consolarsi. Aveva ripensato alla volta che era svenuto a scuola davanti la cattedra durante un interrogatorio in piena regola sulla lezione di grammatica. Reduce da un’influenza malefica che quell’anno aveva avuto fin troppi ricoverati negli ospedali. Ma quella blanda giustificazione non reggeva, quella volta aveva visto costellazioni intere tra il buio più totale ed era crollato a terra schivando per fortuna lo spigolo della scrivania.
Qualcuno protegge i bambini e gli ubriachi da quelle loro strane cadute.
Stavolta la poca luce era lattea anche se riusciva a dissipare il buio più di quanto avesse voluto forse e il suo corpo per quanto ci sperasse non aveva alcuna intenzione di mollare gli ormeggi e svenire. Così potè vedere ogni cosa con estrema chiarezza.
Quasi al centro della stanza, tra il ciarpame generale e l’odore opprimente di muffa, come una ciliegina sulla torta, una vecchia sedia a dondolo in disfacimento si muoveva avanti e indietro, come se dentro ci fosse un peso consistente e la forza d’inerzia fosse stata messa in moto. Aveva fatto un passo avanti come trainato da una forza al di fuori d’ogni contesto reale.
Brucianti lacrime scorrevano sulle sue guance accaldate, mentre la sedia continuava a muoversi, emettendo un uggiolio sotto un peso che non doveva esserci. Aveva girato intorno alla sedia ormai con la lingua incollata al palato, le mani gelate e umide, un urlo seppellito in fondo alla gola che era il preambolo alla dannazione forse con l’intenzione di venire fuori e lacerare lo stato d’intontimento in cui era caduto.
In quel preciso attimo mentre il suo corpo gli urlava di scappare aveva visto la testa scarnificata che si girava a guardarlo.
Orbite vuote su guance infossate, labbra rovesciate all’infuori, mentre il dondolio continuava incessante nella stanza e nelle sue orecchie e le scale sembravano così lontane!
Il vialetto, un continente alla deriva, le voci dei suoi, lontane dal suo campo uditiva, ma così familiari, così rassicuranti.
Era fuggito dopo qualche attimo di vera agonia, quando finalmente qualcosa aveva stabilito che tanto poteva bastare e lo aveva lasciato andare.
Non è un bene tornarci. Mio Dio, non lo è – pensò correndo all’aperto, riempiendosi di aria e rinfrancandosi, mentre pensava che niente al mondo avrebbe potuto salvarlo – ma dubito che mi ascolteranno.

Un mese dopo le sue paure più nere si avveravano.
Voglio dormire con Marco - aveva piagnucolato il fratellino quella prima notte e lui tra lo sbalordimento dei genitori aveva accettato.
Le loro facce erano rimaste impassibili, quando contro ogni previsione Marco aveva esclamato – E va bene, lasciatelo dormire nella mia camera.
E mentre la luce nella stanza veniva spenta, nonostante riuscisse a vedere ancora gli scatoloni ai piedi del letto e gli alberi là fuori attraverso il vetro della finestra, i loro passi regolari si erano allontanati verso una notte di riposo dopo una giornata faticosa e si stendevano stremati su un materasso steso sul pavimento in un luogo nuovo e del tutto sconosciuto, un sudore freddo si impadroniva della sua pelle sopraffacendo ogni pensiero coerente.
Passò qualche tempo in cui credette davvero di poter dormire.
Marco? – sentì a stento la voce del fratello che lo chiamava.
Sì, Fabio, cosa c’è? – la sua voce era tremante, l’arroganza sepolta sotto un sottile strato di timore.
Ho paura, Marco. Cosa sono questi rumori? – Attesa nelle sue parole.
Stai zitto e cerca di dormire – sembrava categorico, anche se poteva darla a bere solo a quel piccoletto.
Ho sete – quasi un bisbiglio intimidito.
Zitto o ti mando in camera tua con tutti gli scricchiolii della casa – ma non lo avrebbe mai lasciato andare.
Ho solo sete, Marco, ho sete – Il piccolo piagnucolava, mentre lui riusciva a pensare solo al proprio terrore di dover tirare fuori delle coperte un braccio e accendere la luce sul comodino.
Il pianto era solo un suono di sottofondo.
Passò del tempo, quindi si fece forza – Ho paura – pensò sconsolato – e non so a chi confessarlo.
Titubante, con un solco in mezzo alla fronte, per la totale concentrazione, accese la luce, preparandosi a vedere ben più delle pareti di quella camera. Ma in realtà non vide niente d’anormale, solo il pandemonio che avevano lasciato prima di andare a dormire.
Uscì dalle coperte e si sedette sul bordo del letto – alzati, ti porto in cucina. Il bambino non aspettava altro, fu fuori dal letto con un balzo.
Ho anche fame – disse speranzoso.
Sei la piattola di sempre – fu la risposta di Marco e gli sorrise. Il piccolo sorrise di rimando. Il fratello maggiore non gli sembrava arrabbiato, come il più delle volte succedeva quando gli rivolgeva la parola. Gli aveva sempre fatto pesare il fatto di essere un nanerottolo che ruotava come un satellite intorno al suo pianeta. A volte trovarselo attorno e rispondere a tutti i suoi perché era un vero tormento.
Il piccolo non riusciva mai a chiudere il becco, ma a volte arrivava ad essere un vero tesoro.
In quel momento la sua mano tremava in quella del fratello, si sentiva stranamente a disagio a voler trovare conforto nel piccolo, era sempre stato il contrario.
Marco hai le mani fredde – se ne uscì come a volte gli capitava.
E’ tutta colpa tua che in piena notte mi tiri fuori delle coperte, ma andiamo ormai è fatta – disse subito dopo come per un ripensamento.
Vieni, Marco. E’ da tanto che non stavi con me.
In realtà era tanto tempo che ignorava il fratellino, i suoi pannolini, le pappine, gli orari del diavolo per un sonnellino. Ma adesso pregava Dio per la sua presenza in quella casa.
Il piccolo finì i biscotti e aspettò disposizioni dal fratello più grande. Avevano gli stessi capelli scuri del padre e, mentre Marco aveva occhi neri come carbone, Fabio aveva preso gli occhi chiari e languidi della madre.
Ora si ritorna a letto – ordinò laconico – ma prima devo prendere un bicchiere d’acqua per un rompiscatole da niente.
Si attardò qualche secondo in cucina, non di più, perso nei suoi pensieri di bambino alle prese con un tizio in soffitta che non riusciva a catalogare in alcun modo. Subito dopo si accorse che Fabio si era allontanato. Pensava fosse già in camera, ma quello, nella tutina da notte appesantita dal pannolino, stava dando la scalata a quei maledetti gradini troppo alti per lui ma ce la stava mettendo tutta per arrivare in soffitta. E stava procedendo troppo in fretta per i suoi gusti, quasi ce la faceva se non…..
Era a metà percorso cercando di tenere l’equilibrio, a volte rischiando di rotolare giù come un sacco di patate e rompersi la testa, quando Marco istintivamente si lanciò correndo verso quelle scale, lo afferrò per la vita e lo portò in braccio nella loro camera.
Non farlo mai più – lo sgridò con gli occhi luccicanti di dure previsioni – è talmente pericoloso…
Non lo farò più… - promise il piccolo così spaventato che il labbro inferiore era tutto un tremito.
Dormì poco e male quella notte. Il tempo sembrava una strada che procedeva verso l’infinito, sentiva tutto attorno un pericolo imminente. La feroce bocca del domani incerto e temuto era aperta.
Quando si svegliò, l’indomani, si accorse dall’orologio che portava al polso che erano già le otto e che il fratellino era sparito. Terribili previsioni gravitarono nella sua mente risvegliandolo all’improvviso. Scattò dal letto come una molla e si aggirò ormai in preda al panico per le altre camere. Ormai le ombre erano state fugate dal giorno che si era insediato in quella casa e che era il benvenuto.
Sbirciò nella camera dei suoi ed eccolo lì il malandrino, giaceva in mezzo a loro. Marco aveva creduto di non poter chiudere occhio e uno dei due aveva preso il piccolo e lo aveva portato nella loro camera.
Ho dormito eccome – pensò – senza neanche accorgermene.
Per arrivare in cucina, era inevitabile passare davanti la scala che portava in soffitta e il suo fascino era quasi coercitivo, sentiva come un flauto magico chiamarlo in quella direzione.
Rimase lì sbigottito per un paio di minuti, quando ad un tratto la portiera di un’auto sbattè così forte da destarlo dal suo torpore. Si riebbe e si avvicinò alla porta d’entrata.
L’aprì con cautela per vedere il visitatore sul loro vialetto.
Zio Gino – urlò dalla gioia.
Zio Gino era il fratello di mamma, non si era ancora sposato e non era disposto a farlo almeno per i prossimi dieci anni. A venticinque anni si possono fare di questi ragionamenti ma per Marco, ragazzo di sole dieci primavere, Zio Gino aveva già i suoi annetti.
Zio, dormono ancora – lo informò, mentre l’altro entrava in casa con le braccia aperte dove il ragazzino trovò rifugio.
Sono venuto a vedere come vi siete sistemati, sai il lavoro mi prende talmente.
Marco sapeva bene che lo zio aveva i suoi affari cui pensare, il giro di rappresentanza di occhiali lo portava in ogni parte d’Italia. Anche quando era morta la nonna, zio Gino era arrivato all’ultimo momento, giusto il tempo di portarla al cimitero. C’era stata la mamma ad accudire alla nonna. La mamma in quel periodo pensava a ogni cosa.
Marco alzò le spalle, desolato per quanto riguardava il trasloco. C’era stata non poca maretta con i suoi, perfino zio Gino ne era al corrente.
Le voci volano.
Lo so, per te è stato un duro colpo.
Già – ammise – anche più duro di quanto pensi.
Nervosamente si passò una mano tra i capelli in disordine. – Ti ricordi la vecchia casa com’era accogliente? – disse con nostalgia.
Anche questa non sembra malaccio – disse lo zio e Marco ebbe il sospetto che lo stesse dicendo solo per consolarlo.
Dovresti salire in soffitta – pensò caparbiamente – in quel posto dove non c’è proprio niente d’accogliente.
Dove sono andati a finire quelli che ci abitavano prima di noi? – chiese invece con uno strano pensiero in testa.
Penso in ospizio – fu la risposta dello zio.
Ne sei sicuro? – Non ci credeva. Quella casa con un segreto da incubo in soffitta, un segreto che avrebbe stroncato le coronarie di un adulto, non poteva essere stata la casa di una nonna. Non con quell’ospite inatteso su in solaio.
Possibile che mamma e papà non avessero visto niente? Eppure avevano visitato l’intera casa, il garage e, per finire, il terreno che girava intorno alla casa.
Si ammantò di coraggio come farebbe un viandante con un mantello per ripararsi dal freddo di gennaio, prima di affrontare l’argomento. – Zio, voglio farti vedere qualcosa…….
Sapeva quanto il suo consanguineo sbavasse alla vista di ciarpame antico e ne approfittò subito.
Cominciò a salire le scale lentamente, pur sapendo di doverlo fare per sapere, per verificare- vieni, zio, c’è tanto materiale di sopra che potrebbe interessarti.
I suoi passi esitanti erano diventati improvvisamente pesanti. Nonostante tutto cominciò a salire seguito dallo zio. Quando furono finalmente in cima, si sentì chiedere – c’è veramente del materiale buono? – e quasi non riuscì ad afferrare di cosa stesse parlando quello spilungone dello zio Gino.
E che materiale! – avrebbe voluto dire, ma non gli parve prudente accennare alle sue paure che avrebbero potuto essere anche delle pure fantasie scaturite da una mente contraria ad accettare quella casa. Girò il pomello e la porta si aprì lentamente, lasciando trapelare qualche spiraglio di luce mattutina che aveva fatto irruzione anche là dentro. Guardò immediatamente verso la sedia a dondolo, fortunatamente era immobile, ebbe il sospetto e il sollievo di essersi sbagliato quella prima volta. Non finì di formulare il pensiero che la testa si girò dalla sua parte e ricomparve lo stesso ghigno di allora.
Si voltò verso lo zio per trovare conferma a tutti quegli avvenimenti più grandi di lui, ma lo zio si stava dirigendo verso una scatola antica di legno intagliato che sembrava interessarlo più d’ogni altra cosa, posta su un tavolino pieno di polvere e oggetti apparentemente inutili.
A quel punto il ghigno della cosa sulla sedia si allargò e comparvero denti come zanne, muoveva labbra esangui ma più che altro sentiva le parole solo nella sua testa. Occhi iniettati di sangue continuavano a muoversi in diverse direzioni, come succede agli strabici, e subito dopo si fissarono su di lui come se gli guardassero attraverso. – Ti farò urlare quando resteremo soli fino a farti saltare gli occhi – e irruppe in una fragorosa risata. Un suono che faceva accapponare la pelle e che rendeva le gambe d’acqua calda.
Fu a quel punto che Marco, con gli occhi fuori delle orbite dal terrore, ritornò sui suoi passi precipitandosi a perdifiato giù dalle scale. Zio Gino lo seguì dopo qualche momento d’esitazione con la sua scatola tra le mani. Spilungone com’era, fece le scale in un baleno.
Marco, cosa ti ha preso?
Niente – rispose, non si era ancora ripreso del tutto e aveva già bisogno di una giustificazione più che plausibile – mi era sembrato un topo, ma credo che si sia rintanato da qualche parte.
Guarda qua – fece l’altro – non avevo mai visto niente di simile. Quella scatola potrebbe valere un paio di milioni se mi rivolgessi alle persone giuste.
E non hai visto ancora il meglio! – urlò una voce nella sua mente – non hai visto l’ospite inatteso al piano di sopra, quello che solo io riesco a vedere, quello che vuole entrare in intimità per farmi urlare dal terrore.
Zio – avrebbe voluto dire se avesse potuto – portami via da qui, ho paura, ma senza alcun potere di far valere la mia voce. Tu sei un adulto e forse per questo non hai visto niente, ho solo un’ultima prova da fare prima di pensare di darmela seriamente a gambe. Far salire di sopra Fabio, quel piagnone.
Ma non gli fu possibile fare quell’altro esperimento, perché qualche giorno dopo, la sua appendicite, che gli aveva già dato qualche problema in passato, gli procurò il peggior attacco della sua vita, mentre dormiva con il fratellino al fianco.
Su svegliò, lamentandosi e contorcendosi dal dolore. Fabio, svegliatosi a sua volta, si mise subito a frignare. La cosa mise subito in allarme i suoi che lo portarono al pronto soccorso. L’intervento fu fatto di notte per impedire un’eventuale peritonite.
Questo scherzo propinatogli dal suo corpo, che come un vigliacco si era lasciato sopraffare dalla malattia, gli costò sette giorni in ospedale. La mamma rimase al suo fianco, mentre il padre e il fratellino andavano a trovarlo ogni sera. Fabio gli era sembrato pallido, ma forse l’ambiente ospedaliero non si confaceva ad un piccolo di tre anni. Zio Gino andò a trovarlo, portandogli dei giornalini per passare il tempo.
Quando sette giorni dopo uscì, si sentiva ancora indebolito. I punti tiravano un poco e l’appetito era scomparso. Entrò in casa come per la prima volta, guardandosi intorno e socchiudendo gli occhi come per un terribile mal di testa.
Il papà e Fabio erano andati a fare la spesa.
Cerca di non stancarti – gli aveva raccomandato la mamma – mentre io metto qualcosa sul fuoco e poi faccio una doccia, non ne posso più di puzza d’ospedale.
Era rimasto finalmente solo, condizione ideale per quello che aveva in mente di fare. Tenendosi il fianco, con una smorfia sul viso e una paura negli occhi salì lentamente le scale. Quando fu davanti la porta, attese un attimo prima che il cuore calmasse i suoi battiti disperati.
Girò il pomello e spinse. Si aspettava di vedere la sedia a dondolo occupata da quello strano personaggio, la sedia che si muoveva incessante nelle ombre e nel pulviscolo.
Si aspettava di vederlo più mostruoso che mai, ma in fondo neanche lui sapeva bene quali cose terribili lo attendessero.
Invece niente, la sedia era vuota e non più al centro della stanza. Era gettata in un angolo, coperta di polvere. Marco entrò titubante, si chinò con una smorfia per raccogliere dei libri di racconti per ragazzi. Ne scrutò le copertine sbiadite dagli anni.
L’isola del tesoro. Robinson Crosue e Giamburrasca.
Li prese, stringendo i denti.
Si guardò intorno ancora una volta prima di uscire carico di racconti, quindi si chiuse la porta alle spalle per l’ultima volta.
Non aveva più paura dopo un periodo d’inferno.
Voglio dormire con te – piagnucolò il fratellino.
Quella sera, era così felice che lasciò che il piccolo facesse il prepotente ancora una volta.
Si misero a letto dopo aver consumato una cena leggera.
Stai attento a non darmi calci nel sonno – si raccomandò.
La luce fu spenta e un’ora dopo, mentre si preparava a staccare i contatti con quella giornata di rivelazioni, il fratellino si girò sul fianco destro e lo guardò dritto negli occhi.
Che cosa c’è Fabio? – chiese nel dormiveglia, riuscendo a vedere i suoi occhi infuocati anche al buio – Hai sete?
E’ piuttosto una fame atavica – ma in quel momento non riuscì ad ascoltare oltre la voce catarrosa, non dalle labbra del proprio fratello di quasi tre anni.
Finalmente soli – sentì urlare e il ghigno che aveva visto in soffitta si allargò sulla faccia di suo fratello. Due braccia lunghe lo avvilupparono, le labbra si allargarono su denti di smisurata grandezza……..
Cercò di urlare, di dibattersi, ma l’altro lo teneva in una stretta mortale, la morsa cresceva con il passare del tempo. Cercò di emettere dei suoni, le parole gli si erano seccate in gola e sulla faccia del fratellino se ne sovrapponeva una seconda terribile e inumana, sentiva quell’innocente dibattersi in un corpo violato per riceverne uno più grande e antico.
Se aveva sentito di possesso diabolico senza notarlo, adesso sapeva a cosa si riferiva l’esorcista, il film che non gli era stato permesso di vedere neanche in cassetta.
Sapeva che in un colpo solo quella cosa in soffitta stava avendo tutti e due, aveva paura a pensare che poi sarebbe toccato ai suoi e chissà fin dove la scia di sangue si sarebbe spinta.
Cercò di pregare, ma non trovò preghiere adatte. Cercò di chiamare Dio, ma si sentì abbandonato e perso. E prima di formulare ogni altro pensiero coerente, era stato soffocato dal proprio cuscino.
Quando i genitori dalla loro camera sentirono Fabio urlare e accorsero, Marco era già morto.
Una crisi d’asma – aveva detto il dottore.
Non ha mai sofferto – aveva risposto il padre, cercando di bloccare una moglie divenuta isterica con una bambino morto in braccio.
Qualche mese dopo un grosso camion per traslochi lasciava la statale per immettersi nella via secondaria che portava in quella casa.
I genitori erano morti in un incidente, unico superstite il piccolo Fabio. Zio Gino aveva ricevuto l’incarico di allevare il bambino.
I vecchi mobili della soffitta furono dislocati al piano terra. Per accudire al bimbo, era entrato in possesso anche della casa.
Fabio aveva una strana espressione in faccia. Lo zio se n’accorse appena, preso com’era dai suoi vecchi cimeli.
Un sorriso rapace era apparso su quel visetto angelico e non era più scomparso.
Stanotte posso dormire con te? – chiese mentre era intento a giocare con le sue macchinine sparse sul pavimento.
Certo staremo d’incanto – rispose lo zio pieno d’entusiasmo per gli anni a venire.
Il bambino ne era convinto, sarebbe stata una notte indimenticabile.







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