L'essenziale è invisibile agli occhi(1)

scritto da Leyla Khaled
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Autore del testo Leyla Khaled

Testo: L'essenziale è invisibile agli occhi(1)
di Leyla Khaled

“Svelaci che la verità di questo mondo è di non
possedere alcuna verità.....”

“Caligola”
Albert Camus




“Cosa farà dopo, Signor Fenner?”
“Mi riposerò”.
David non aveva più la lunga chioma del film proiettato quello stesso pomeriggio, così finalmente poteva evitare di passarsi continuamente una mano tra i capelli per scostarli dal viso.
Erano corti e arruffati, e la barba trascurata da due o tre giorni.
L'aria stanca era quella di chi non si fa una bella dormita da parecchi tempo, ma i suoi occhi troppo blù e grandi da sembrare neri, brillavano sotto la luce dei flash, mentre sorrideva rispondendo pazientemente alle domande dei giornalisti giunti alla conferenza stampa per quell' ultima fatica, un fantasy ambientato nel medioevo.
Era sempre molto cortese con chiunque, sino a quando non avessero tentato di mettere sotto assedio la sua vita privata o offeso in qualche modo le persone a cui teneva.
Allora ne sarebbe uscito un David poco piacevole:
la gentilezza si sarebbe trasformata in un'ironia sottile e tagliente come una lama di rasoio.
Un paio di volte era persino arrivato alle mani, ma ad avere la peggio non era stato lui.
“E poi?”.
Le domande sembravano non finire mai.
“Tornerò a casa.”
“Su quale sponda dell'oceano?”
“Quella che mi offrirà le migliori occasioni....”bevve un sorso d'acqua “...per stare con mia figlia”.
David aveva divorziato dalla moglie.
“Qualcuno ha fatto girare la voce che la sua ex moglie starebbe per separarsi una seconda volta.....”.
Paula si era risposata qualche anno prima.
Ad aver parlato era uno strano tipo che scriveva per una nota rivista scandalistica.
“E chi l'avrebbe detto?”domandò David.
“Non ricordo.”rispose l'altro con uno stupido compiacimento sul viso.
“Beh, ricordati amico, che i bugiardi devono avere buona memoria”.
Poi come se si fosse dissolto nell'aria e scomparso dalla sua vista, David guardò altrove, concedendo la sua attenzione ad una ragazza, forse di una rivista giapponese, senza che l'altro avesse il tempo di replicare.
La invitò a parlare con un cenno della testa.
“Non crede che questo bombardamento di mondi irreali possa rischiare di incoraggiare ancora di più le persone a rifugiarsi in realtà virtuali, facendo loro perdere il contatto con la vita vera?”.
“Non penso ci sia bisogno di rifugiarsi nella fantasia per sfuggire alla realtà.
La realtà l'ha già superata abbondantemente ”.
Aveva terminato la frase lanciando un'occhiata a Steven Kane il regista.
Questi, sbirciato l'orologio, si era alzato, e dopo aver ringraziato tutti disse che la conferenza era conclusa.
David gli fu grato per aver messo fine alla cosa dieci minuti prima del previsto.
Era stanco e di cattivo umore per l'ultima discussione con Paula che come al solito riguardava Melody, la figlia.
“La realtà che supera la fantasia?.....”gli chiese Steven mentre si stavano dirigendo verso l'uscita.
Fece un attimo di pausa per accendersi una sigaretta “...mi piace....chi l'ha detta?”gli domandò per prenderlo in giro, mentre continuava disperatamente a girare la rotellina dell'accendino che non ne voleva sapere di funzionare.
“Vedi David ” sbottò ridendo l'amico “questa è l'America!" e allargò le braccia guardando il cielo.
"Persino gli accendini sono proibizionisti!”.
Finalmente ne uscì una scintilla.
“Probabilmente....”rispose riprendendo il discorso “ qualcuno che ha capito che non c'è bisogno di raccontarsi troppe favole per vivere in un incubo....”
“Stai parlando di te stesso?”.
Lo scrutò inclinando leggermente la testa davanti a lui.
“Forse.....”.
David fu interrotto.
“Signor Fenner?”
Un fotografo l'aveva chiamato e lui automaticamente aveva sorriso nella sua direzione.
Ma era un sorriso che non riusciva a nasconderne completamente l'amarezza di quelle ultime parole.

David Fenner aveva tutto...o quasi.
Soldi , donne, denaro, fama.
E una figlia di 8 anni oltreoceano, nata da una relazione finita in fretta e male, che vedeva troppo poco.
Anni di duro lavoro e la straordinaria facilità di cambiare pelle quanto una donna d' abito, lo avevano portato ad essere concordemente riconosciuto come uno dei più bravi attori del mondo, se non il migliore.
L'aggettivo più consono e sprecato per queste incredibili doti camaleontiche era “spiazzante”, perchè quella era la sensazione che suscitava in chi lo vedeva passare da un ruolo all'altro.
Lui non interpretava i suoi personaggi, era i suoi personaggi.
Ne prendeva l'aspetto, i tic , la parlata, il modo di camminare, vestire, mangiare, e non se ne liberava sino a quando le riprese non fossero finite.
O meglio non se ne liberava mai del tutto.
E quelli che non esistevano, diventavano una realtà tra le sue mani, come la magia in quelle di un prestigiatore.
Molti giornalisti gli avevano domandato come riusciva ad entrare in panni tanto differenti per aspetto, carattere, ambientazione, epoca.
Non si stancava mai di ripetere una famosa frase:
mettete ad uomo una maschera e vi dirà la verità.
“Io sono Seimour, Michael, Karl, Heyday, Amleto e re Enrico.” spiegava “Sono un pazzo, una vittima, un assassino e un clown, come tutti.
Non sono meglio o peggio di molti altri.
L'unica differenza sta nel fatto che io posso essere tutto ciò senza fare troppi danni........e con uno stipendio di tutto rispetto.”
Un sorriso ammiccante mostrò denti bianchissimi e regolari.
Mentre parlava davanti al suo intervistatore, aveva l'abitudine di accompagnare il discorso con il movimento delle mani come se queste potessero dare più valore alle parole.
“Questo è il mestiere che ho scelto perchè questo è quello che mi riesce meglio, " continuava, "e tutto quello di cui ho bisogno sta qui dentro”, diceva puntando l'indice contro la tempia.
“Ho sempre pensato che l'importante nella vita è capire quello che si può o non si può riuscire ad essere,” e una leggera alzata di spalle stava a significare "Semplice no?".
“Io, per esempio, sarei stato un pessimo meccanico o ancora un più incapace impiegato....forse un discreto giocatore di football, ma volevo qualcosa di più....”
Si protendeva in avanti sulla sedia per dare più enfasi al discorso.
“...E non perchè la gente mi riconoscesse per strada, o potessero dire: ''Quello io l'ho conosciuto, quello è amico mio''.
Ma in un certo senso, per poter osservare il mondo e me stesso a 360 gradi.
Vedere quello che ai più è spesso nascosto, e fino a dove potevo.....posso spingermi.
Far ritrovare negli altri quella sensazione, che io stesso ho conosciuto, di perdersi negli occhi, nella mente di qualcuno che ti guarda dall'altra parte di uno schermo o poter sentire sulla propria pelle quello che un personaggio prova in quel paio d'ore in cui durerà la sua vita.”
L'espressione sul viso quando parlava in questi termini del suo lavoro si faceva più seria.
“Un giorno un tizio mi ha detto: ''Ho rivisto in me una parte di Michael.
Ora riesco a riconoscerla anche negli altri e questo mi aiuterà a trattare le persone con più rispetto."
Alzando il braccio e puntando il dito verso il suo interlocutore concludeva:
"E' una gran soddisfazione......davvero.
Ti fa dimenticare le ore passate a cercare faticosamente di riprodurre un disagio, un tic, senza che questo ne risulti una stupida macchietta.”
Michael era un disadattato che si aggregava a chiunque avesse la pena di essere cortese con lui.
Poi ogni volta veniva scaricato come un cane sull'autostrada perchè era troppo impegnativo stare dietro al suo cervello continuamente in ebollizione, alle sue manie e alla sua continua pretesa di attenzioni.
Spesso capitava che i giornalisti facessero questa osservazione:
“I suoi....mostri sanguinari...se così posso chiamarli...... conservano sempre qualcosa di candidamente innocente...come un personaggio di Chaplin....”, e David sapendo a cosa si riferivano rideva annuendo.
Era di Karl Welsh, soprannominato “Loop” che si stava parlando.
Un guardiano di museo che aveva l'abitudine di infilare una corda intorno al collo delle sue vittime e impiegare giorni per farle morire, ma che aveva costruito una specie di parco giochi in miniatura per il suo criceto Sunny che trattava come un figlio.
Queste erano affascinate da un'aria innoffensiva che gli traspariva dagli occhi di un blù liquido simile a quelli di vetro di una bambola dall'espressione triste.
O i re e gli imperatori pazzi che portava sul palcoscenico.
“Mettere di fronte ad uno spettatore il fatto che anche i peggiori in fondo sono solo degli uomini che hanno vissuto in epoche o contesti assolutamente estranei alla nostra mentalità , e cavarne fuori quel poco di buono che conservano, riportandoli nella sfera degli esseri umani, non è una responsabilità da poco..... te l' assicuro.
Così come scalfire un mito e ridurlo alle sue giuste dimensioni, mostrandone le ombre, gli angoli, le sfaccettature....le debolezze.
Questo senza toglierne colpe o meriti.
Sai quello che si dice.....il nero non è mai tutto nero e il bianco non è sempre bianco.”
Vedi, è questo quello che intendevo per ''vedere il mondo a 360 gradi'' .
Non basta osservarlo dall'alto come potrei fare io........ogni testa sembra uguale alle altre.....bisogna girarci intorno, vederne il viso...scrutarne gli occhi.....Capisci cosa voglio dire?
Tu dirai: ma chi glielo fa fare di rompersi la testa ad azzeccare un particolare, magari insignificante con tutta la grana che gli darebbero comunque......lo so che mi chiamano “spuntachiodi”.....” di solito lanciava un'occhiata divertita a Lenny, suo grande amico poco lontano da lui che rideva a sua volta.
Il giornalista di solito si univa alla generale ilarità che aveva contagiato anche le altre persone che erano nello studio.
David infatti a discapito dell'inferno che portava sempre dentro di se, riusciva meravigliosamente a mettere a proprio agio chiunque.
Dopo 5 minuti di chiacchiere ognuno dimenticava di avere davanti una celebrità di quel calibro e le interviste, in particolare quelle televisive lasciavano trasparire questo senso di leggerezza che sembrava di veder fluttuare nell'aria.
Se c'era poi un pubblico nello studio era facile sentirne le risate alle battute fra David e il conduttore.
Tutti rimanevano abbagliati da quell'incredibile sorriso che era diventato il suo marchio distintivo.
Le donne lo trovavano estremamente attraente, gli uomini affidabile come un vecchio amico.
Ritornando al suo personaggio chiedeva:
“Tutti pensano che la Gioconda rimane comunque un capolavoro......ma cosa ne ricordano se glielo domandi?
L'acconciatura? Il colore dell'abito? Dei capelli?
Un insignificante particolare....la piega di un sorriso che non è uguale a nessun altro e che la rende unica.
Ogni carattere sarebbe uguale agli altri senza quella piega e non sarebbe più lo stesso se mancasse o fosse diversa.
Michael ad esempio, mangia la pizza partendo dal centro e via via arrivando ai bordi.
In 25 bocconi.
Non uno di più né uno di meno.
Perchè è quella l'età che aveva suo fratello quando scomparve di casa per non tornare più.
Stupido vero?
Ma è la sua peculiarità , ed è quello che a torto o ragione rimane più impresso nella testa di chi lo guarda”.


Ora, dopo mesi trascorsi lontano, a correre, soffrire, combattere sotto un'incessante finta pioggia, finalmente era a casa.
Non quella in cui aveva sperato di essere, ma almeno per i prossimi 4 mesi la nostalgia avrebbe avuto meno spazio in cui muoversi.
Lo aspettava l'ennesima trasposizione dell' “Enrico IV” di Shakespeare;
e non era, come poteva apparire ai più, la noia di serate sempre uguali, fatte della continua ripetizione delle medesime battute o del percorrere gli stessi metri di palcoscenico.
Era ricominciare ogni sera come se fosse la prima, come se tutto non fosse mai uguale a se stesso .
Questo era per lui il teatro......e il teatro era la casa dove tutto era più sopportabile.

“O Dio! Se noi potessimo leggere nel libro del destino:
vedere dalle rivoluzioni del tempo spianate le montagne
e il continente stanco della propria consistenza disciogliersi nel mare.....”.

Le parole pronunciate da Enrico IV nel terzo atto, rieccheggiavano in un teatro non molto grande ma affollato all'inverosimile.
Le locandine dello spettacolo erano apparse solo due giorni prima, ma già poche ore dopo i biglietti erano esauriti.
Quelli che lo avevano visto solo al cinema volevano constatare di persona se fosse davvero bravo e quelli che già ne conoscevano le qualità, non perdevano occasione per rivederlo.
Nello stesso momento, in un cinema poco lontano, una ragazza con lunghi capelli corvini e occhi d'acqua marina cercava di vedere, in mezzo a due adolescenti agitate , un film in cui licantropi e vampiri si scannavano tra di loro senza pietà.
In mezzo David Fenner nei panni di Seimour cercava di salvarsi la pelle decapitandone un buon numero.

“.....come le beffe della sorte o le trasformazioni che essa opera,
riempian la coppa delle vicissitudini di liquori diversi.....”

ripeteva al paggio Warwick re Enrico, mentre una lampadina esplodeva sopra la testa di David.
Si voltò di scatto per vedere un uomo dietro le quinte che alzava le braccia con aria interrogativa come a dire “Che posso fare?”, mentre fuori pioveva a dirotto.
I fulmini si rincorrevano saettando, per poi scagliarsi al suolo, mentre i tuoni coprivano per una manciata di secondi la voce degli attori.
Strana congiunzione metereologica per gennaio.
A un vampiro veniva staccata la testa con un colpo netto e preciso di spada.
La mano destra di Francesca stringeva il morbido bracciolo della poltrona, l'altra istintivamente toccava il collo sul quale era impresso un fiore di giglio.
Vide il volto di David Fenner tendersi, gli occhi sui quali sfuggivano lunghe ciocche di capelli bagnati, dilatarsi, dando l'impressione che di lì a poco sarebbero usciti dalle orbite, la bocca aprirsi per farne uscire un urlo furioso mentre avanzava nella battaglia.
“E' solo un film” ripetè tra se’ irritata ”solo uno stupido film e nient'altro”.
Se Seymour non esisteva, David Fenner era davvero reale e non era nemmeno troppo lontano.
In fondo era questo il suo vero scopo sin da quando era giunta dall'Italia
Conoscere David Fenner.
L'aveva visto per la prima volta in “Foursome”, e ne era rimasta affascinata.
Hayday, il personaggio che David impersonava, un criminale che andava in giro vestito come una rock star gli era entrato negli occhi e dentro la testa.
Aveva chiesto di essere mandata in Inghilterra a parlare con Lester.
“Non se ne parla nemmeno.
Non riesci a tenere la lingua in bocca quando è necessario...”,l'aveva rimproverata Geriko, colui che l'aveva salvata e presa con se secoli prima.
Lester era una specie di capoclan di una numerosa comunità vicino a Edimburgo.
Abituato a comandare, andava poco per il sottile se qualcuno trasgrediva a qualche suo ordine.
“Ok.Giuro che sarò molto....prudente.”
Geriko si era messo a ridere.
“Ma certo, ti credo sulla parola.....”.
Francesca gli aveva girato le spalle offesa.
“Bugiarda.....”aveva esclamato divertito dopo avergli letto faticosamente nel pensiero, dal momento che lei aveva l'abitudine di far circolare nella testa duemila cose per confondere le acque.
La prese per un braccio e la fece girare verso di lui.
“Ancora David Fenner?”
Poi aveva ripreso a vestirsi.
"E' diventata un' ossessione....”
Lei non disse nulla.
“La vampira innamorata.....di un falso....." si era allacciato il polsino della camicia ".....divertente...”
Si riferiva ai personaggi fantastici e inesistenti che David aveva portato sullo schermo.
Francesca lo lasciava dire perchè in tutto questo l'amore non centrava molto.....forse.
O forse era quello che continuava a ripetersi.
Ma si trattenne dal pensarlo.
Geriko era ancora affascinante come il giorno che l'aveva conosciuto.
I capelli castani raccolti in una coda, orecchini dorati da zingaro , barba corta e ben curata.
La giacca di camoscio chiaro come i pantaloni gli cadeva perfettamente lungo il corpo magro e tonico.
“Non sono forse meglio io?” esclamò lui allargando le braccia.
“Beh, se non altro hai una data di scadenza più lunga....”gli rispose facendo il muso.
“Amabile.... come sempre....”.
La prese tra le braccia sollevandola da terra.
“Allora?”gli domandò Francesca senza dargli tregua.
“Tu non molli mai....verò?”.
La guardò negli occhi.
Nonostante tutto il tempo passato non era scomparsa l'espressione di sfida che aveva visto la prima volta che si erano incontrati.
“Se vuoi te lo porto qui?”
Geriko la lasciò andare a terra all'improvviso e Francesca traballò riuscendo comunque a rimanere in piedi.
Lui si girò per guardarsi all'enorme specchio che gli era davanti.
“Non ci pensare nemmeno”.
Finì di sistemarsi la camicia.
“...ma so che non farai quello che ti ho detto” concluse arrendendosi all'inevitabile.
Era già rassegnato ad avere un nuovo ospite da lì a poco.
“Non credi che sarebbe uno scherzo carino fargli conoscere.....” si sistemò la gonna che si era un po' stroppicciata”...la realtà?”.
“Ma non hai un po' di.....compassione?”.
Francesca potè vedere un sorriso sulla faccia di Geriko e andò a circondargli la vita con le braccia.
“Compassione?”ripetè lei sorridendogli “.....Aspetta che vado a vedere sul vocabolario cosa significa...
Alessandro ne sarebbe entusiasta.” aggiunse, ”E anche Paolo e un suo grande ammiratore”
“Ah, non ne dubito.
C'è l'imbarazzo nel scegliere chi tra voi tre è più figlio di puttana”.
Alessandro e Paolo erano due fratelli fiorentini che abitavano in quella stessa casa.
Quando ne aveva parlato al primo, questi non era stato nella pelle dall'entusiasmo.
“Portare Fenner qui è l'idea più bastarda che ti potesse venire.........nemmeno a me sarebbe potuto venire in mente di meglio....”
“Sapevo che ti sarebbe piaciuta.”disse lei divertita dall'espressione dell'amico “Siamo uguali noi due”.
La prese tra le braccia chinandosi sopra di lei che era più bassa di una quindicina di cm.
“Beh, a lui piace sguazzare nella fantasia...…”,la sua voce era quasi un sussurro mentre le sfiorava le labbra “.e noi gli faremo ingoiare un bel po' di realtà.......”
Francesca cominciò a sentire il suo sapore nella sua bocca.
Dopo qualche minuto sollevò la testa e concluse dicendo:
“E se non gli andrà troppo di traverso, forse potrebbe persino accettare di diventare uno di noi, avendone in cambio quello che, ne' uomini, la sua regina o Dio, per tutti i suoi meriti in terra, potrebbero dargli:
l'immortalità.”.
Ritornò a baciarla di nuovo.
Poi Francesca si staccò da lui e ne scrutò l'aspetto estremamente gradevole.
Allungò una mano per accarezzargli il viso.
"Tu...e Paolo siete....splendidi...."
Alessandro era solo una versione più giovane e bionda del fratello Paolo.
Avevano entrambi capelli molto lunghi, alti più di 1,80, erano snelli e ben fatti.
La carnagione candida faceva risaltare ancora di più gli occhi neri e vellutati dell'uno e il verde smeraldo dell'altro.
Fasciati in abiti di classe sembravano usciti da un quadro dell'800.
“E tu...sei sprecata per mio fratello”le aveva risposto Alessandro infastidito.
“Ma io non sto con Paolo....così come non sto con te o con nessun'altro.
Siete in troppi a piacermi e non sono disposta a rinunciare a nessuno di voi”.
Il concetto includeva anche Geriko.
“Lo sai come ti chiamerebbero gli uomini?”le domandò sorridendo.
“Puttana?" rispose .
"Beh, né io né te lo siamo più...umani intendo….per cui il problema non esiste......” puntualizzò divertita.
La riafferrò attirandola verso di lui.
“Te l'ho detto che sei sprecata...”
Trascorsero la notte insieme poi il giorno dopo ritorrnando sulla storia di David e al fatto di ofrirgli una vita senza fine , Alessandro disse:
“Del resto non avrebbe molta scelta.
Da qui non esci come sei entrato.”
“E invece questa volta sarà diverso.....” aveva replicato come se pensasse a voce alta.
”Che intendi dire?”.
Alessandro le si era avvicinato.
“Che è ora che le cose cambino....e David Fenner ci permetterà di farlo”
L'altro scosse la testa senza capire.
“Caio vuole qualcosa da noi....”.
Si guardarono e tutto fu chiaro ad Alessandro.
Da qualche tempo le voci che si erano rincorse su Damiano, il più anziano di loro, su episodi mai chiariti del suo passato, avevano portato a qualcosa più solido di un'ipotesi sulla possibilità di essere messo da parte.
Si erano formate alcune fazioni.
C'erano quelli che ruotando attorno a lui come pianeti intorno a una luna ormai spenta, avrebbero lottato sino alla fine perchè questo non accadesse.
In altri l'ipotesi di potersene finalmente liberare avrebbe finalmente spalancato la porta di nuove alleanze e nuovi poteri.
Uno di questi era Caio.
Ne aveva, tempo addietro, parlato con lei, senza sbilanciarsi troppo, ma Francesca riteneva la cosa troppo azzardata .
Ma ora, alla luce di quello che sapeva, era possibile parlarne in maniera diversa.....e il manico del coltello adesso si trovava anche nelle sue mani, tanto da poter avanzare delle richieste.

Prima di partire aveva incontrato Caio .
Una sera Francesca se ne stava per gli affari suoi in un salotto foderato di rosso.
C'era un camino, un biliardo e scaffali ricolmi di libri alle pareti.
Andava sempre lì quando voleva un po' di tranquillità.
Si era piazzata su una comoda poltrona.
Sul tavolino accanto c'era ancora il libro che aeva iniziato a leggere qualche giorno prima: “Caligola”di Albert Camus.
Le era capitato fra le mani per caso e aveva pensato a David come a un Caligola moderno e disperato alla ricerca di una felicità ormai perduta, proprio come aveva fatto il padre secoli prima, dopo la morte di sua madre.
Non era mai riuscito a rassegnarsi e questo lo aveva portato ad annientare se stesso e anche Francesca che l'aveva visto morire giorno dopo giorno senza poter fare niente.
Lei e il suo fratellastro Dimitri erano rimasti soli.
Le guerre li avevano divisi e solo grazie a Geriko, aveva poi potuto andarlo a cercare e salvarlo portandolo tra di loro.
Ma Dimitri non aveva mai accettato quello che era diventato e una notte era fuggito.
Ora lui era da qualche parte e la odiava.
Aveva sentito sulla sua pelle il dolore che David provava anche se erano lontani l'uno dall'altro centinaia di km perchè riusciva ad entrare nella sua testa, nei suoi pensieri.
Ed era una sensazione che in fondo non le dispiaceva perchè era l'unico legame, insieme all'odio di Dimitri, che le era rimasto con la vita, quella vera.
Il dolore era il sentimento che le era rimasto dopo la sua trasformazione per opera di Geriko che l'aveva seguita quando si era accorto che strusciandosi addosso a lui gli aveva sottratto un sacchetto pieno di monete d'oro.
Aveva scoperto che rimasta sola erano due anni che vagava di città in paese arrangiandosi come poteva.
Era sporca, i capelli neri come l' inchiostro arruffati all'inverosimile, ma rimase colpito dagli occhi chiarissimi e duri come una pietra.
“Stai con me”le aveva detto “e la tua vita sarà diversa”.
Lei si era spaventata vedendolo spuntare all'improvviso e aveva tirato fuori dalla scollatura del vestito uno stiletto.
“Ho già accettato una volta una offerta del genere da un uomo attraente come te...”rispose sorridendo amaramente “ e ho salvato la pelle a stento, dopo avergli fatto la sua....”
Gli aveva puntato il coltello sotto il mento.
“Ma ho fatto in tempo a passare una settimana con lui e i suoi amici....e non è stato piacevole...”.
Geriko le scivolò alle spalle in un attimo.
“Io non sono più un uomo...”le aveva detto avvicinando la testa alla sua “per cui non devi temere niente da me....”.
Era rimasta sorpresa ma non si era spaventata, aveva davvero passato di peggio.
Si era girata a guardarlo.
“E cosa avresti da offrirmi?”
“La vita eterna”.
Lo aveva guardato ironica .
“Nientemeno.........", poi aveva rimesso il pugnale nella scollatura, "Non crederai che io voglia continuare a vivere in questa maniera.....per sempre?”
Geriko si mise a ridere divertito a quella risposta.
Poi l'aveva portata con sé ed erano già passati quattro lunghi secoli.



Immersa in quei pensieri Francesca vide una mano al cui mignolo c'era un anello d'oro con incastonato un piccolo diamante, sfilarle davanti e afferrare il libro che aveva aperto.
Caio lo chiuse tenendovi l'indice in mezzo per non perderne il segno e ne lesse il titolo ad alta voce. “Caligola?”esclamò rivolgendole un'occhiata.
Lei ricambiò.
“Hai sentito odore di novità?”gli chiese.
Era un luogo che Caio non frequentava abitualmente.
Sorrise poi guardò la copertina del libro che aveva in mano.
“ L'imperatore che ha fatto senatore un cavallo?.
Fece un paio di passi dietro lei e chiuse il libro .
“E' davvero incredibile.......” si diresse verso il tavolo verde.
“Cosa.....è incredibile?”
Francesca fece sporgere annoiata la testa dallo schienale per vederlo.
“Qui da noi.... tutti i matti e gli stronzi hanno un sogno solo:
costruirsi un impero tutto loro”
Lanciò poco gentilmente il libro sul tavolo che era distante un metro.
Caio era nato e vissuto molti anni a Roma dove ritornava spesso, e ne conservava un accento molto spiccato.
“E tu... a quale categoria appartieni?”gli chiese.
Era ritornata a fissare i volumi rilegati in pelle blù davanti a lei..
“Beh, io non sono stronzo......” rispose prontamente.
“Aaah...mi pareva”.
Si alzò e si guardarono.
Caio le sorrideva.
Nessun gesto, nessuna espressione erano casuali per lui.
Tantomeno le parole.
Tutte e tutto aveva un preciso significato che era dosato in maniera quasi maniacale.
Non c'era niente da interpretare, niente da immaginarsi.
In quanto all'aspetto ricordava quei busti di imperatori romani più simili a gladiatori che a senatori.
Come molti di loro aveva corti e morbidi riccioli che gli incorniciavano il viso.
La mascella squadrata era coperta da una barba ben curata in mezzo alla quale si intravvedeva una fossetta che solcava il mento e le labbra erano carnose.
Gli occhi nerissimi e leggermente allungati proiettavano una specie di luce dura che non spariva nemmeno quando sorrideva e le lunghe ciglia non riuscivano a renderne meno severa l'espressione.
Il naso svettava dritto in mezzo alla faccia.
Francesca ne intravvide il fisico muscoloso avvolto da una camicia chiara , pantaloni neri un sopprabito di pelle marrone.
Dalla camicia con i primi due bottoni slacciati spuntava avvolgendogli una parte del collo, la fine dell'ala di un'aquila che volava tra il braccio e la spalla..
Paolo, dall'aria eterea e dai modi raffinati non lo sopportava.
Probabilmente perchè erano caratterialmente identici, anche se i modi e i gusti profondamente diversi.
Questo faceva si che si scontrassero spesso, ma in molti, compreso Lester, provavano rispetto, quasi una specie di timore reverenziale dettato dalla chiarezza di ciò che puoi aspettarti da persone come loro.
A Francesca era sempre piaciuta la gente con l'aria di chi difficilmente riesci a fregare, e loro rientravano pienamente in quella categoria.
“Duellare” con i due era incredibilmente interessante.
Non c'era alcun limite da porsi perchè ognuno di loro sapeva benissimo qual'erano le regole da rispettare, e tutti e tre avevano le spalle piuttosto robuste per pararne i colpi.
“Tanto per rimanere in argomento, ho visto un film ......” riprese Caio “.....c'era una banda di gente come me.....insomma nessuno ...“
L'accento che mise sulla parola ”nessuno”non aveva nessun valore dispregiativo, ma piuttosto fiero.
Stava a dire che erano partiti dal basso, decisi a conquistarsi quello che gli spettava.
“....e anche quelli si volevano prendere Roma e farsi un impero.
Ma un impero di soldi, droga e puttane.......”
Si versò un po' del contenuto rossastro che era sul tavolo e lo bevve tutto d'un sorso.
“Alla fine però si sono comportati da stronzi, hanno iniziato a fregarsi tra di loro......a dividersi.... e in poco hanno mandato tutto a puttane....”.
Riempì nuovamente il calice porgendone uno anche a Francesca, che gli si era avvicinata.
“E tu che cosa vuoi?”
Francesca sentì sulle labbra una sensazione intensa e calda.
Caio doveva aver catturato qualcuno poche ore prima.
“Ti piace?”le domandò.
“Si.....è molto buono.” e ne bevve qualche sorso.
La memoria la riportò indietro di molti anni.
Le ricordò Dimitri, la dolcezza della sua pelle, del suo sangue.
Ma anche la sua supplica disperata pronunciata con un filo di voce in punto di morte:
"Ti prego.....lasciami andare.....ti prego......".
Ma lei non l'aveva ascoltato, non aveva voluto ascoltarlo.
Dimitri era tutto il suo mondo e non avrebbe mai accettato di perderlo.
“Sarà il fervore religioso a renderlo così....saporito?”.
La voce di Caio la risvegliò da quei pensieri.
Da quelle parti c'era dal 1200 una chiesa in cui si diceva che un'immagine della Madonna concedesse la grazia di avere figli a chi li aveva desiderati, ma non erano mai arrivati.
“Com'era?”gli chiese ritornando in se.
“Molto bella.
Bionda”.
Dalla sua faccia trasparì una specie di nostalgia per una cosa durata troppo poco.
"Ritornerà?"
Lei posò il calice e lo guardò negli occhi.
"Forse......".
Caio guardò lontano, fuori dalla finestra, in mezzo al parco avvolto da un velo di foschia.
.“E tu,.... romano del cazzo...”.
Voltò la testa e la guardò.
“.....Lo vuoi anche tu il tuo...... impero?”
Caio sorrise come faceva spesso alle battute di Francesca che lo prendevano in contropiede.
Capitava non di rado infatti che si apostrofassero con parole poco cortesi, ma faceva parte del gioco.
“Ovvio….ogni romano vuole un impero...”
“Allora fai quello che ti chiedo e l'avrai ”.
Terminò quello che era rimasto sul nel bicchiere e ne guardò il fondo.
Caio ascoltava , curioso di vedere dove andava a parare dopo quella strana richiesta.
“Tra qualche giorno porterò qualcuno”lo informò.
Era rimasto sorpreso della notizia che non si aspettava.
“Starà qui per un po' ......poi se tornerà a casa.....”.
Lui stava per dire qualcosa.
“Così- come-è- arrivato.....mi hai capito?”.
Scandì chiaramente le prime quattro parole.
La guardò ancora più attento al discorso.
“Non è uno di noi e non è di qua.....”precisò.
“Tu...”stava per dire.
“Io....noi, ti daremo il nostro appoggio e Damiano.....” fece un gesto per aria con la mano ".....pace all'anima sua.....
Sempre che ne abbia mai avuto una......".
Caio non disse nulla.
Sapeva che prima o poi il cerchio si sarebbe chiuso e tutte le spiegazioni sarebbero uscite fuori.
Francesca girò attorno al tavolo per andare a recuperare il suo libro.
“ Sarai tu a prendere il suo posto.....insieme a Paolo”
Raccolse il volume.
“Quel figlio di puttana?” esclamò Caio.
Si fece una risata troppo rumorosa.
“Tu sei matta.”
Francesca sistemo' una pagina ripiegata male.
“No, io non sono stronza.......proprio come te”.
Ne accarezzo' la copertina lucida e liscia.
“Non crederai di tenerti tutto per te....amico mio.”.
Annusò l'odore delle pagine.
"Perchè nonostante tutto io e te possiamo fidarci l'uno dell'altro.....vero?".
Lui fece un cenno di assenso.
“E poi sono sicura che andrete d'accordo.
Dividersi è sempre una rovina.....” ripetè mentre guardava l'immagine che vi era stampata sopra il frontespizio.
Era la riproduzione di un quadro in cui una ragazza coricata di schiena sopra un letto, ha il busto proteso lungo il bordo e le braccia stese verdo il pavimento, mentre dal fondo nero esce il muso di un cavallo con due occhi spiritati.
”L'hai detto anche tu....” concluse Francesca.
“C'è un piccolo particolare.
Quello.... non è roba nostra.....e Lester prima o poi verrà a saperlo.”
Si riferiva a David.
“E quando accadrà....”
Si sedette di sbieco sul tavolo.
“Saranno cazzi.”.concluse lei “Lo so.”
.Francesca gli andò vicino.
“Non te l'ha mai detto nessuno che per ottenere quello che vuoi un po' di sangue lo devi sputare?”
“Un po'?”ribattè sarcastico.
“Sono affari tuoi”, gli rispose avvicinando il viso al suo, “Io non mi occupo di politica......troppo noiosa.....e ho di meglio da fare”.
Riempì i bicchieri ad entrambi.
“Al tuo impero ....”alzò il suo”..... a Roma..... e alla fede.
Che non venga mai meno per poter rendere......più dolce le nostre vite”.
Guardò la bottiglia che conteneva ancora un po' di quel liquido denso che aveva aprezzato poco prima.
“A Roma”ripetè Caio unendosi a lei.

David intanto aveva telefonato alla figlia come faceva ogni sera dopo il teatro quando era lontano da lei, e ascoltava divertito il suo cinguettio all'apparecchio, mentre gli raccontava dell'utima recita scolastica e del gatto che la madre le aveva portato a casa.
Ne ebbe un tuffo al cuore e pensò a quanto la vita potesse essere crudele:
lui, che aveva indossato i panni di esseri straordinari capaci di qualsiasi cosa, persino di sconfiggere la morte, nella realtà aveva dovuto accettare, senza poter fare nulla, che la figlia fosse portata lontano da lui.
Divideva così, come poteva, la sua vita tra due continenti:
eternamente insoddisfatto di trovarsi sull'una o altra sponda.
Eternamente diviso a metà tra la figlia e la famiglia, gli amici, mai completamente capace di concedersi per intero ad entrambe perchè consapevole che ad ognuna sarebbe mancata quella parte di se lasciata oltreoceano.
Aveva provato più di una volta a rimanere ancorato ad un solo posto, ma si sentiva come un pesce scaraventato dal mare in un acquario.
Era stato sul punto di firmare un contratto che lo avrebbe avuto in esclusiva per quattro anni con un compenso stratosferico.
Gli era stata data carta bianca sui ruoli da interpretare, ma all'ultimo momento aveva mandato tutto all'aria.
Detestava quel circo in cui avrebbe dovuto rimanere intrappolato per troppo tempo tra inviti da dover accettare, i fotografi fuori di casa e le decine di stupide trasmissioni alle ore più impensabili del giorno e della notte a cui dover partecipare.
Poco tempo prima gli era stata offerta la direzione di un piccolo teatro inglese di provincia composto soprattutto da student i dell'Accademia d'arte drammatica di Falmouth, e lo entusiasmava ritrovarsi tra di loro tra un impegno e l'altro.
Li avrebbe aiutati ad allestire qualche spettacolo dando loro semplicemente dei consigli, come a suo tempo aveva fatto il vecchio Paul Auster con lui e i suoi compagni di corso.
Era ritornato così a fare lo zingaro tra una sponda e l'altra.
Fortunatamente Melody, la figlia, era ancora troppo piccola per rendersene conto e questo lo consolò un po'.....o forse gli rese la coscienza meno pesante da trascinarsi dietro.
Ma che altro poteva, doveva fare?
La sua vita che sembrava scorrere su binari tranquilli era stata stravolta nel giro di poco tempo.
La moglie l'aveva piantato portandosi appresso la figlia e adducendo la scusa di un periodo di riflessione.
Poi la verità era saltata fuori.
Se la intendeva con Mark il suo miglior amico .
Fu in quel periodo che lesse la sceneggiatura di “Shockin' Hearts”, e Michael Raffish divenne uno dei contenitori dove buttare dentro tutta la disperazione e la rabbia , mentre Paula era già intenta a organizzare il suo secondo matrimonio come se non ce ne fosse mai stato un primo.
Michael Raffish, con i suoi vestiti logori e scoloriti che odoravano di lavanda, Michael Raffish con i calzini di colori differenti e la sua pizza tagliata in 25 pezzi, non uno di più né uno di meno, divenne una cartina al tornasole incredibile di tutto quello che gli circolava nel corpo e nella testa, tanto da regalargli il premio per la miglior interpretazione dell'anno e il titolo di attore più amato degli ultimi dieci anni.
“Amato da chi?”esclamò sarcastico leggendo la notizia sopra una nota rivista di spettacoli, quando l'unica persona che avrebbe dovuto continuare a farlo se n'era andata?
Poi fu la volta di Joshua Furlong in “Fill in the blanks”, il manager della City che scoperto che non gli rimane molto da campare decide di spendere tutto il denaro che ha e le forze che gli rimangono per spassarsela nella maniera più balordamente sensata per un condannato a morte che non ha più nulla da perdere.
Infine, l'anno si concluse con “Foursome”, la storia di quattro amici, “Moody”, “Heyday”, “Slack”e “Seer”, che stanchi di continui lavori precari decidono di iniziare un attività criminale diventando una specie di mito nel campo delle rapine.
David era Simon Fabble, soprannominato”Heyday”, perchè ascoltava in continuazione una canzone di un gruppo, gli Stubby, “Heyday” appunto, e del cantante aveva adottato il look:
giacche a tre quarti di pelle o velluto nere e blù elettrico, pantaloni molto stretti camicie dello stesso colore , stivaletti di cuoio alti sino alla caviglia.
Aveva iniziato un film dietro l'altro, perchè nella vita di David ormai non esisteva più il giorno o la notte, l'ora di mangiare o quella di dormire.
C'era solo la preoccupazione di far trascorrere il tempo senza lasciare nessuno spazio libero ai pensieri, di qualsiasi genere fossero.
L'unica cosa che ancora lo ancorava alla realtà erano gli appuntamenti dagli avvocati per decidere cosa “ragionevolmente”, era il loro termine preferito, doveva andare a chi , e quante volte al mese avrebbe potuto vedere Melody.
“Cristo, sembra di discutere di una dieta a punti.....oggi si, domani no....cazzo è di mia figlia che stiamo parlando.....”sbottò un giorno, e scattato in piedi, aveva rovesciato la sedia.
“La vedrò quando mi andrà....”.
Con uno strattone aveva spalancato la porta per andarsene.
Dopo una decina di metri la voce di Paula gli era arrivata all'orecchio:
“Non se parla nemmeno!”.
Era ritornato indietro e a metà corridoio se l'era ritrovata davanti:
“E chi me lo impedisce? Tu forse?
Com'è vero Iddio devi spararmi per impedirmi di vederla”.
Non gli aveva risposto.
Guardandolo gli sembrò di parlare non con il “vecchio” David, ma con Hayday.
I suoi stessi abiti scuri fasciavano il corpo dimagrito nell'ultimo anno.
I capelli mai più tagliati ricadevano sino quasi alle spalle.
Anche gli occhi sembravano diversi.
Era come se quello che prima rimaneva fuori casa, appiccicato sul palco di un teatro o nei set, fosse tutto lì dentro.
Decine di persone diverse a fare a pugni per un posto in prima fila, e qualunque di loro che fosse riuscito ad arrivarci, non sarebbe stato una bella sorpresa.
“Tu sei pazzo”gli aveva detto Paula.
Lui alzando gli occhi al cielo aveva riso.
“Hai ragione mia cara...”pronunciò le ultime parole come se volesse stritolarle fra i denti “ma io sono sempre lo stesso. ”
Abbassò la testa alla sua altezza e gli diede un bacio deciso sulla guancia, poi increspando le labbra quasi in un ghigno e rimanendo a pochi cm dal suo viso terminò la frase:
“.....Solo che prima lo chiamavi..... talento”.
Lo vide andare via con la sua andatura dinoccolata che faceva fluttuare il lungo sopprabito di pelle, mentre lasciava dietro di sé il rumore delle suole di cuoio sul pavimento.
Ne rimase affascinata e turbata.
Per un attimo pensò che forse lasciare David era stato il più grande errore della sua vita, ma ormai era troppo tardi.
Lenny che l'aveva accompagnato, una volta fuori dallo studio, a quattrocchi, gli disse onestamente:
“Cerca qualcuno che possa darti una mano.
O finirai racchiuso in cinghie di contenzione a sbattere la testa contro un muro imbottito, come uno dei balordi che ti piacciono tanto e che al cinema fanno furore”
Gli aveva offerto una sigaretta.
“Non riesco nemmeno più a guardarti in faccia......anche se la tua faccia non è mai stata così popolare come ora”
Se n'era accesa una anche lui.
“Dovrei essere contento di vedere quante donne farebbero carte false per infilarsi nel tuo letto, cazzo, non ti ho mai visto con un aspetto più fottutamente sbalorditivo di ora....”.
Sorrisero entrambi se non altro per allentare l'attenzione.
“..... e di quanti registi fanno a gara per poterti avere, anche solo per 2 minuti, in uno dei loro film....”
Aveva gettato a terra il fiammifero spento.
“Allora, perchè ho l'impressione di parlare con una bomba a tempo a cui mancano pochi minuti per saltare in aria?”
Fece cadere un po' di cenere.
“.......e non credo che faresti dei danni limitati.....”
Vista la poca convinzione sulla sua faccia aggiunse:
“Se continui così, riusciranno davvero a impedirti di vedere Melody....”.
David gli prese un'altra sigaretta anche se aveva appena finito quella precedente.
“Per favore.....non farle questo.....”.
Fu la sola cosa a spingerlo a rientrare in carreggiata.
Un po' alla volta ritornò ad essere il David di sempre, almeno fuori, con le t-shirt comprate in giro per il mondo, i jeans, le scarpe a tennis, e qualche chilo di più.
Comunicò a Paula che sarebbe ritornato in Inghilterra per rimettersi.....ragionevolmente in sesto.
La scelta di occuparsi di quel piccolo teatro si rivelò a posteriori quella giusta e contribuì a fare quello che nemmeno il più caro strizzacervelli avrebbe potuto:
disinnescare il pilota automatico che aveva preso possesso dell'apparecchio e restituirlo ai comandi di un pilota in carne ed ossa, magari ancora un po' malconcio per la sbornia della sera precedente, ma consapevole che ci avrebbe pensato almeno due volte prima di ridursi di nuovo così.
In 6 mesi furono messi in scena “Il gabbiano” di Checov e “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller, dove si narrava lo sconvolgimento portato dalla guerra in una famiglia.
Non era stata forse una guerra anche quella che era piombata in casa sua?
A dargli una mano ci pensò Charlie, una simpatica e graziosa ragazza bionda dell'East End che si occupava di pubbliche relazioni e che aveva iniziato a comparire con lui in pubblico solo quando David aveva iniziato a chiederglielo.
Charlie, pratica ed efficiente si occupava delle noie burocratiche, di ricordargli ogni appuntamento;
era piuttosto arguta nel giudicare le persone e divertente nelle imitazioni dei personaggi celebri con cui aveva a che fare.
David non la chiamava storia quella che c'era tra di loro , piuttosto una boccata d'aria fresca, nel senso migliore del termine.
Per il momento non sarebbe stato capace di guardare più lontano del suo naso.
“Ragionevolmente”si vendettero le due case che aveva in comune con Paula.
David imballò tutta la sua roba che finì in un magazzino preso in affitto, a coprirsi di strati di polvere.
Rimase solo lo “Stumble”, un due alberi, ancorato al porto di Santa Monica e disponibile per entrambi.

“E come lo chiamerai?” chiese a Melody a proposito del gatto.
“Seimour.
Come te.” rispose prontamente riferendosi al popolare personaggio che aveva già interpretato in più di un film.
“Ma io mi chiamo David....” ribattè ridendo.
“E' più bello Seimour.” protestò la figlia.
“Ok, ok vada per Seimour.
In fondo piace anche a me”.
“Vieni, è pronto.”la voce della madre la chiamava.
“Okeeey....un minuto”rispose sbuffando
“Come va con Mark?” le domandò David.
Gli faceva piuttosto schifo pronunciare quel nome.
“E' simpatico......”.
Sembrava indifferente.
Come a dire: "E' lì, e non fa del male a nessuno....lasciamolo stare".
Proprio come uno stupido soprammobile che si riempe di polvere giorno dopo giorno.
“Ok.”
“Vuoi venireee? Si raffredderà tutto” era Paula che la richiamava impaziente .
“Vengoooo....”urlò “Baci”.
.“Baci.”le fece eco David.
Poi posò il telefono.
Si versò da bere e accese la radio.
Affondò nel divano, chiuse gli occhi e lasciò che la melodia lo cullasse lontano dai pensieri tristi.
Trasmettevano "My immortal" degli Evanescence.
Su Youtube aveva visto un video in cui erano stati montati i momenti più belli della saga in cui lui interpretava Seimour.
L'avevano vista decine di volte lui e Paula.
Lo trovavano bellissimo ed emozionante.
"Cristo Santo....." esclamò sottovoce.
Come una maledizione gli ritornava sempre tra i piedi.
Senza quasi accorgersene una lacrima nera per il trucco di scena rimasto intorno all'occhio, scese rigandogli una guancia e facendolo assomigliare a un pierrot triste.
Poi si addormentò sfinito.
Charlie vedendo la sottile linea scura che gli attraversava il viso non disse nulla, ma capì cosa era successo.
La canzone stava terminando in quel momento.
"David..." sussurrò accarezzandogli i capelli.
Poi spense lo stereo e se ne andò silenziosa in camera.



L'essenziale è invisibile agli occhi(1) testo di Leyla Khaled
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