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Il paesaggio dall’alto è una tavola sporca di un giallo sbiadito. Le file interminabili, rade, di granoturco rinsecchito lasciano intravedere la terra arsa.
In lontananza, il verde serpente del fiume s’insinua tra le campagne scortato da una fila di salici alternati a pioppi bianchi.
Il silenzio della campagna viene riempito dallo schiamazzo di qualche gazza.
Il sole basso, incandescente, si sta per gettare dietro il piatto orizzonte. Odore di cereali, ammoniaca e stalla si spande nell’aria ancora calda.
Su uno dei campi le file di mais vengono divorate da una trebbiatrice che si lascia dietro una nuvola di polvere di terra secca e pannocchie macinate.
Vicino a una vecchia casa colonica che mostra i segni del tempo c’è un capannone moderno di cemento grigio. Lì davanti un uomo ha appena finito la sua giornata di lavoro. Si ferma. Asciuga il sudore dalla fronte passandoci il dorso della mano, in un gesto che ha riempito gran parte della sua vita. Guarda avanti, verso quel polverone, in direzione del fiume.
Guarda verso la fine.
Fece scorrere la mano sul tubo arrugginito fissato al terreno. La vernice era andata del tutto. La superficie era ruvida, farinosa. Il metallo si sfaldava a placche, come divorato dall’interno.
Giacomo ci aveva passato tutta l’estate col culo su quella altalena. Era normale che la saldatura alla fine avesse ceduto. La settimana prossima avrebbe avuto ancora un bel livido viola da esibire all’inizio della scuola.
Il sole stava scendendo. Le giornate si erano accorciate. Verso l’Adige la polvere di una trebbiatrice si alzava in una nuvola opaca che vorticava sopra la pianura. Ormai era tutta una rincorsa col calendario.
Si guardò le mani. La polvere di ruggine gli aveva tinto di rosso i calli raggrinziti dal pomeriggio trascorso coi guanti di gomma. Aveva lavato tutta la stalla con l’idropulitrice e la soda. Ogni angolo, ogni tubolare e, uno per uno, tutti i graticolati del pavimento grigliato.
Avrebbe aggiustato l’altalena dopo l’arrivo dei vitelli, una volta sistemati tutti, controllato che fossero sani e, perché no, magari anche pesati.
Glielo aveva garantito anche Manrico: nessuno sotto i trecento chili. Certo, un paio di chili per lo stress del viaggio li potevano anche perdere, su questo aveva messo le mani avanti.
Magari non li avrebbe pesati tutti e cinquanta. Sarebbe stata una perdita di tempo inutile. Bastava prendere solo quelli più piccoli.
Arrivato sul cemento di fronte alla casa si tolse gli stivali di gomma e i calzini impregnati. Camminando scalzo sentiva il calore trattenuto e la superficie ruvida ma livellata del cemento sotto la pianta dei piedi. Lasciò due o tre impronte di umidità prima che asciugassero.
Giacomo era seduto per terra sulla soglia di casa, sotto ai gerani. Giocava con un camion di plastica e una ruspa.
Mario lo guardò per un po’ dall’alto, senza che quello di lasciasse distrarre dal suo gioco. Quindi si accovacciò vicino a lui e gli fece: “Come va il ginocchio ometto, fa ancora male?”
Giacomo si girò a guardarlo. Lo sguardo trasognato del gioco divenne un’espressione triste, come se si fosse ricordato di una brutta faccenda.
“Sì, fa male, guarda qua” disse mostrando il ginocchio coperto da un livido di un blu intenso.
“Uhh…” fece il padre con un espressione sofferente come se potesse sentire il suo dolore.
“Vedrai che ti passerà in un lampo, sei un ometto forte tu. Credi di farcela ad alzarti per andare a mangiare la carne e le patatine?”
Il bambino tentennò, come se aspettasse qualcos’altro per lasciarsi convincere. Poi annuì e con aria solenne rispose “Si, certo che ce la faccio”.
Entrarono entrambi accolti dalla luce giallognola della cucina. Romina era di spalle ai fornelli e senza voltarsi disse “lavatevi le mani che è pronto”.
Mario guardò il bambino. Gli arrivava poco sopra il ginocchio. “Vuoi un passaggio?”
Giacomo annuì e un sorriso spontaneo gli irradiò il volto.
Il padre lo prese sotto le ascelle, lo sollevò senza sforzò e se lo piazzò sulle spalle, poi si diresse verso il bagno, in fondo al corridoio, abbassandosi per non farlo sbattere.
Cenarono col telegiornale che mandava le notizie in sottofondo. La gente che piangeva ancora la morte di Scirea e le immagini di quando vinse i mondiali. L’Ungheria che apriva la frontiera con l’Austria. La faccia e la gobba di Andreotti, un’altra volta al governo.
Mario abbassò il volume.
“Hai finito di lavare la stalla?” gli chiese Romina
“Sì, con oggi ho finito. Adesso è pulita come un ospedale”
“Quando arrivano i tori nuovi?” chiese Giacomo.
“Arrivano domani mattina all’alba, molto presto, quando tu dormi ancora”
“E perché li portano così presto?”
“Perché fa più fresco. Di giorno fa ancora troppo caldo per farli viaggiare. Devono fare un viaggio molto lungo” guardò l’orologio “A quest’ora saranno già partiti, forse”
“Speriamo sia il buon investimento che dicono. Ci vorrebbe proprio un colpo di fortuna” disse Romina.
“Non è fortuna. Questo è lavoro. Tanto lavoro. Non sarà facile, è una razza che ha bisogno di cure, di una buona stalla come la nostra, dei mangimi migliori. Ma sì, ti dico che sarà un buon investimento. Stanno per entrare quasi cento milioni di carne in quella stalla. Ma se tutto va bene, e farò in modo che vada tutto bene, tra nove mesi ne usciranno almeno centocinquanta milioni”.
“Speriamo che il Padreterno ci metta la mano, che faccia andare tutto bene” concluse Romina.
Mario stava in piedi davanti alla finestra con la tazza del caffelatte ormai tiepido in mano. Guardava fuori dalla finestra che dava sul cancello. Il cielo cominciava appena a farsi più chiaro vicino all’orizzonte.
I primi furono gli abbaglianti della Golf di Manrico che illuminarono la ghiaia del cortile. Entrò veloce, facendo schizzare i sassi con le ruote anteriori prima di andarsi a fermare sotto l’albero del fico. Dopo poco si affacciò più lenta la muraglia della cabina dello Scania. Il bilico fece la curva lentamente. Poi iniziò la manovra per piazzare la sponda del semirimorchio praticamente dentro il portone della stalla. Quando spense il motore lo sfiato dei freni mandò uno sbuffo stanco, poi tornò il silenzio dell’alba.
Quando uscì indossò gli stivali, appoggiati al solito posto, vicino all’ingresso. Il primo ad avvicinarsi fu Manrico.
“Era un’ora che lo aspettavo all’uscita del casello. Ci ha messo otto ore precise, non si è mai fermato. Non è che ti avanza del caffè per caso?”
Mario lo guardò senza rispondere. Manrico parlava sempre troppo, soprattutto la mattina.
“No. Per quando avremo finito si sarà alzata Romina. Ce lo preparerà”
Il fratello di Manrico era un tipo alto, paurosamente secco. Parlava poco, annuiva quasi sempre.
Manrico lo guardava dal basso, superato di quasi tutta la testa, ogni tanto gli diceva “giusto?” e quello faceva penzolare il capo sul collo ossuto.
“Sei pronto a vedere che spettacolo di bestie ti abbiamo portato? Resterai a bocca aperta, hanno già quasi tutti la doppia groppa. Questi tra un paio di mesi avranno più carne addosso dei Limousine che allevavi prima. E non avrai problemi a tenerli a bada, sono grossi sì, ma docili come agnelli”. Mentre parlava, suo fratello tirò fuori un pacchetto di Marlboro morbide mezzo spiaccicato dalla tasca dei pantaloni e, senza dire niente ne passò una a Manrico. Questi la prese e la allungò verso Mario. “No grazie, non fumo” disse lui.
Intanto l’autista aveva cominciato ad abbassare la sponda. Aveva acceso la luce in cima al rimorchio e borbottava qualcosa in francese. Si sparse l’odore acre delle bestie ma nessuno sembrò farci caso.
Dopo un po’ i vitelli cominciarono a scendere uno alla volta dalla rampa ripida, per fermarsi a zampe divaricate una volta arrivati sul cemento.
Mario li osservava con attenzione, studiandoli uno a uno, come se dovesse trovarne per forza uno malandato.
Non lo trovò.
Gli sembravano tutti così massicci per avere soltanto pochi mesi.
Quando furono scesi, prese quello che gli sembrava il più piccolo e lo portò fino alla bascula. Lo fece salire e regolò i pesi sull’asta.
Manrico assisteva fumando nervosamente.
L’ago si fermò sui trecentoquindici chili.
Mario non disse niente. Annuì soltanto.
In cucina entrarono soltanto Manrico e Mario.
Romina si era già alzata. Aveva messo la macchinetta del caffè sul fuoco, che ora mandava il suo rumore gorgogliante.
Mentre Mario, seduto, compilava l’assegno, Manrico aspettava in piedi, le mani appoggiate sullo schienale di legno della sedia.
Romina versò il caffè nelle due tazzine che aveva già preparato sul tavolo. Il vapore saliva con spirali caotiche.
Mario staccò l’assegno lentamente, attento a non farlo strappare. Lo controllò un’ultima volta sotto la luce al neon e lo allungò a Manrico che, piegato, lo infilò in mezzo al portafogli logoro di cuoio. Se lo ficcò in tasca e mandò giù il caffè.
Il bilico era uscito lento dal cortile, seguito dalla nuvola di polvere sollevata dalla fila di ruote. Mentre il rumore del grosso motore diesel si allontanava lungo la provinciale, Manrico aprì il bagagliaio della Golf. Suo fratello aspettava seduto sul sedile del passeggero. La mano penzolava dal finestrino aperto con la sigaretta tra le dita.
“Tieni” disse porgendo una busta di nylon a Mario “Le scatole grosse sono gli ormoni. Ti ho spiegato no? Una compressa dura tre mesi. L’importante è che prendi la cartilagine, non le vene, sennò si perde quasi tutta. La polvere gliela mischi nel mangime invece. Prima in un secchio, poi versi il secchio nel carro. Così sei sicuro che si mescola bene. Se resta nel fondo e se la cucca un solo toro ci resta secco. Ti ho scritto le dosi nella busta, così non ti scordi. Fra tre mesi passo a trovarti e ti porto il rifornimento"
Mario prese la bustina e la soppesò per qualche secondo “Bisogna proprio dargli tutta ‘sta roba?”
“Credi che nelle Ferrari da corsa mettano la stessa benzina che io metto nella Golf? Quei tori sono Ferrari e, in quella busta, c’è la benzina da Formula Uno”.
Mario annuì “Vado a preparare il carro, saranno affamati dopo il viaggio”.
La Golf era parcheggiata sotto l’ombra di un salice dell'area di servizio con i finestrini aperti. Manrico aveva abbassato il sedile, si era messo il cappello sugli occhi e stava dormendo. Suo fratello, seduto di fianco, guardava le campagne oltre l’autostrada e fumava.
Arrivò un tir che parcheggiò poco lontano. Il vento spinse nell'auto una zaffata di fumo. Manrico si svegliò. Stirò le braccia e sollevò il sedile. “Vado a prendermi un caffè, ti va qualcosa?”
Suo fratello scrollò la testa e continuò a fumare.
“Prenderò dell’acqua” concluse, chiudendo lo sportello.
Tornò dopo qualche minuto, con una bottiglia d’acqua sotto il braccio e una schedina del totocalcio in mano. “Mi sono ricordato che domenica riparte il campionato. Se faccio tredici è la volta buona che posso piantarla con queste cazzate”
Suo fratello parve riflettere un po’, poi disse “Tu sei proprio convinto che è sicura questa cosa, che io non rischio niente?”
Manrico fece un gesto con la mano, come per scacciare una mosca. “Ma certo, te l’ho già spiegato che non rischi niente. Si, ci sarà forse un processo e tutto il resto. Ma tu sei incensurato, te la caverai con la condizionale. Ti ho detto, non ti avrei tirato in mezzo se io non avessi avuto dei precedenti. Ma così finirei dentro un’altra volta, capisci?”
Il fratello annuì “Ma con quello, come la mettiamo? Siamo sicuri che non va in puzza e non fa qualche scenata?”
“Ma no. Lo hai visto? È solo un povero contadino, cosa vuoi che faccia? E poi non ci troverà mai, stiamo a quasi cinquecento chilometri. Quello secondo me non è mai uscito neanche dal suo paesello”.
“Sarà…”
Manrico mise in moto e ripartì gettando lo scontrino accartocciato dal finestrino aperto.
Erano tornati dalla messa di domenica mattina. Il sole brillava pallido nel cielo dietro il velo della foschia mattutina che stentava a dissolversi. Quando la macchina si fermò Giacomo saltò giù e corse verso la sua altalena. Ci balzò sopra e cominciò a spingersi vigorosamente. Mario si fermò a guardarlo mentre rientrava. Il bambino lo vide.
“L’hai aggiustata proprio bene, grazie papà!”
“Si ma non esagerare o finirai un’altra volta col sedere per terra” rispose lui “Quei tubi sono proprio andati” aggiunse tra sé proseguendo verso casa.
Andò a cambiarsi, poi uscì e si infilò gli stivali.
“Dove vai? Tra poco preparo il pranzo” gli chiese Romina vedendolo di sfuggita attraversare il corridoio.
“Do solo un’occhiata ai vitelli, faccio in fretta”
Entrato nella stalla fu accolto dal consueto odore di ammoniaca, sterco e cereali. Era l’odore del suo lavoro, di tutta la sua vita.
Si fece un giro davanti alle poste, osservando uno per uno gli animali. Nei primi box aveva messo quelli più grossi. Erano più vicini alla porta e abbastanza forti da resistere se c’era qualche corrente d’aria. Li trovò poderosi, belli. Erano trascorsi solo due mesi da quando erano arrivati.
Nei box al centro, invece, c’erano quelli un po’ più piccoli. Erano comunque superiori a qualsiasi razza avesse allevato fino a quel momento. Ma erano giganti d’argilla, lo sapeva. Ce n’erano soltanto cinque nella posta dei gracili. Si fermò a studiarli. Avevano mangiato quasi tutta la loro razione. Prese il forcone e spinse giù la parte che aderiva alle pareti della mangiatoia. Quelli si avvicinarono tutti, infilando la testa nelle feritoie. Soltanto uno rimase indietro, in piedi. Era il numero sedici. Stava fermo, dritto sulle zampe che sembravano troppo esili rispetto al corpo massiccio. Tremava leggermente e, ogni tanto, i quarti posteriori avevano un sussulto.
Fece uscire l’animale, lo sistemò in un box da solo. Gli mise del fieno pulito nella mangiatoia poi, presa la canna dell’acqua e gli bagnò copiosamente le zampe e il petto.
L’animale stava fermo, come paralizzato.
Chiuse l’acqua e sentì la voce di Giacomo che lo chiamava dalla porta della stalla.
“Papà, ha detto mamma che devi venire, è pronto il pranzo”
“Arrivo subito!” gli gridò di rimando “tu vai avanti che ti raggiungo”
Restò ancora qualche momento a guardare il vitello. Poi rientrò.
“Possibile che anche la domenica dobbiamo pranzare con l’odore della stalla a tavola?” chiese la moglie quando lo vide entrare.
“È il mio lavoro, Romina. Lo sai che è con questo che campiamo”
“Lo so, ma almeno la domenica, non chiedo tanto!”
Mario andò a lavarsi le mani e, mentre le sciacquava, vide ancora davanti agli occhi le zampe del vitello che tremavano.
Il mattino successivo, per prima cosa andò a vedere il vitello numero sedici. Lo trovò peggiorato. Aveva mangiato pochissimo, si reggeva a stento in piedi, le zampe gli tremavano e cedevano di continuo.
Mario andò all’armadietto, dove teneva i medicinali e le sostanze che Manrico gli aveva dato per gonfiare i tori. Sapeva che era stata la polverina, sul foglio a quadretti dagli angoli stropicciati sul quale gli aveva scritto le dosi, c’erano indicati anche i sintomi ai quali doveva prestare attenzione. Erano gli stessi che presentava il toro.
Per sicurezza avrebbe dimezzato la dose a tutti. Il numero sedici lo avrebbe tenuto pulito per qualche giorno, sperando bastasse a farlo riprendere.
La sera tornò a controllarlo.
Lo trovò a terra. la mangiatoia ancora quasi piena dal giorno prima. Provò a farlo alzare. Le zampe anteriori cedettero e crollò giù di nuovo. Il respiro del vitello era affannoso, gli occhi vitrei, il muso bagnato e il pelo appiccicoso e unto intorno al collo e sulle spalle.
Mario imprecò. Riprese a passargli acqua fresca sul petto e sulle zampe, restò lì per un po’. Gli sembrò che respirasse un po’ meglio.
Tornò in stalla dopo cena. Il numero sedici era disteso sul fianco.
Si avvicinò.
Il vitello era morto.
Mario gridò una bestemmia. Tirò un calcio alla mangiatoia zincata che si incrinò in un nuovo avvallamento.
Restò per un attimo appoggiato ai tubi del box, la testa affondata tra le braccia.
Non poteva chiamare il veterinario.
Avrebbero trovato il clenbuterolo e gli ormoni nella carcassa.
Fuori l’aria si era fatta fredda. La foschia aveva cominciato ad addensarsi in una sottile nebbia a banchi tra i quali, ogni tanto, si affacciava il cerchio della luna.
Guardò verso la casa, le finestre erano buie, cavità indifferenti nella notte.
Si avviò a passo spedito verso la rimessa, accompagnato dal rumore dei suoi passi che smuovevano la ghiaia e dal latrare di un cane lontano.
Aprì il portone di lamiera. Salì sul Landini a doppia trazione e col consueto solido sussulto il motore a gasolio iniziò il suo gracchiare riempiendo il silenzio. Agganciò il rimorchio e lo portò in retromarcia dentro la stalla. Poi manovrò con le forche per rotoballe, le piazzò a terra all'ingresso del box e spense il motore.
Agganciò il paranco a una trave, a metà strada tra la carcassa e le forche. Poi imbragò il toro meglio che poteva con le cinghie e cominciò a tirare la catena del paranco per sollevarlo e avvicinarlo al trattore.
Impiegò quasi mezz’ora soltanto per riuscire a caricare il cadavere sulle forche. Si era tolto il maglione e aveva la maglia incollata alla pelle nonostante il freddo della stalla.
Caricò il toro sul rimorchio e uscì diretto verso i campi ancora spogli in attesa dell’aratura. Dopo dieci minuti arrivò sotto al traliccio dell’alta tensione. Lì sotto c’era un quadrato di una ventina di metri di lato che non veniva coltivato. L’erba cresceva ancora rigogliosa dopo le ultime piogge prima delle gelate invernali.
Scaricò il cadavere lì. Lo coprì per bene con un telo, assicurando agli angoli delle grosse pietre. Risalì sul trattore e ritornò a casa.
Il mattino successivo, dopo aver pulito la stalla e aver dato da mangiare ai tori salì sulla Fiat Ritmo e andò in paese.
Al consorzio lo conoscevano. Comprava tutto lì: concime, sementi, diserbanti. Quando gli chiese quanto sarebbe costato noleggiare uno scavatore Aldo si appoggiò al vecchio bancone di legno con i palmi. “Che ci devi fare con uno scavatore in questa stagione?”
Si aspettava la domanda. Non esitò. “Ho tagliato un paio di platani, erano troppo vicini al campo. Voglio levare il ceppo, altrimenti continueranno a buttare fuori ogni anno”.
“Comunque ti costa centomila lire al giorno con il manovratore. Ma non te lo posso mandare prima della settimana prossima. Se invece lo sai manovrare da solo ti viene settantacinque.”
“Va bene senza. E quando me lo potresti dare?”
“Anche subito se vuoi. Sta lì parcheggiato in cortile. Ah una cosa, la nafta si paga a parte: te lo consegno col pieno e si rifà il pieno quando torni.”
“Affare fatto, lo prendo subito” concluse Mario. Prese dal portafogli l’ultima banconota da cento che gli restava e la appoggiò sul bancone
Lasciò la sua Ritmo parcheggiata al consorzio, e si avviò con lo scavatore. Guidarlo era più difficile del previsto. Se lo era aspettato simile a un trattore, ma dovette trafficare parecchio per prenderci confidenza.
Sulla strada si fermò a comprare quattro sacchi da cinquanta chili di calce. Se li caricò uno alla volta sulle spalle e li lasciò cadere nella pala del mezzo.
Lavorò fino a quasi mezzogiorno per scavare la fossa. Alla fine era profonda un paio di metri e lunga almeno il doppio. Ormai manovrava la benna con una certa padronanza. Riuscì a usarla per trascinare la carcassa rigida dentro la buca. Quindi scese e vi buttò sopra i sacchi di calce, li tagliò, aprendoli con la vanga, poi risalì sullo scavatore e ricoprì tutto.
La legna bruciava con fiamme vivaci nella stufa economica. In cucina faceva quasi troppo caldo mentre, nel resto della casa si gelava. I tre uomini erano seduti intorno al tavolo. Le tazzine erano state svuotate. “Volete una grappa?” chiese Mario.
Manrico rifiutò gentilmente, suo fratello alzò soltanto una mano scuotendo la testa.
Giacomo stava facendo un disegno in ginocchio su una sedia. Romina era appena uscita dalla cucina.
“Allora andiamo a vedere come crescono questi tori?” Propose Manrico.
I tre si alzarono. Mario fece una carezza sulla testa al figlio che, concentrato, non distolse lo sguardo dal foglio.
“Ne è morto uno” disse Mario, mentre apriva il portone per entrare in stalla.
Manrico lo guardò preoccupato “E cosa ne hai fatto?”
“Niente. L’ho seppellito nei campi”
“Ti avevo detto che sono delicati questi. Giganti ma fragili. Forse gli hai dato troppa polvere. Magari non si era mischiata bene. A volte può succedere, bisogna farci attenzione”
“Ho ridotto la dose, mi sembra che crescono bene lo stesso”
“Sono uno spettacolo!” esclamò Manrico passando davanti ai box. “Su cinquanta un morto ci può stare”.
Il fratello annuiva col labbro inferiore sollevato.
“Era meglio se ci arrivavano tutti al macello” concluse Mario.
Poi Manrico si mise a trafficare nella tasca dei pantaloni. Tirò fuori la chiave della macchina e la passò al fratello. “Vai a prendere i rifornimenti nel bagagliaio intanto”
Quello prese la chiave, si accese una sigaretta e si avviò con lunghi passi lenti fuori dalla stalla.
“Non ho mai capito una cosa” disse Mario appoggiando le mani al freddo tubo del box. "Perché Siete venuti fino a quassù per farmi prendere questi tori? Non ci sono allevatori dalle vostre parti?”
Manrico si lasciò sfuggire un sorriso “Beh intanto qua siamo a metà strada. Sarebbe stato ancora più lungo il viaggio di arrivo dal Belgio fino a Viterbo. E poi no, sinceramente giù da noi non hanno la mentalità giusta. Lì vanno razze più rustiche, li lasciano al pascolo e finita così, non esiste l’allevamento intensivo. Stalle come questa, per esempio, se le scordano. Pensa che eravamo in affari con un allevatore della nostra zona, questo usava come ricovero per gli animali una vecchia galleria ferroviaria di una linea abbandonata. Non posso andare con bestie del genere da gente che poi li alleva dentro le gallerie”
“Magari hanno ragione loro” disse Mario “sicuramente c’è meno da lavorare a quel modo”.
Nel frattempo il fratello di Manrico era tornato. Buttò la cicca in mezzo alla ghiaia prima di entrare in stalla ed entrò dondolando la testa, come se qualcuno avesse detto qualcosa da confermare. Fece per aprire la busta chiusa con un nodo ma non ci riuscì.
“Da’ qua” disse Mario, che tirò fuori un coltellino pieghevole dalla tasca e tagliò via il nodo con un fendente.
“Con queste sei a posto fino in primavera” disse Manrico “Poi gli dai solo mangime per l’ultimo mese, così arrivano al macello puliti come verginelle”
Questa volta di tir ne arrivarono due, preceduti sempre dalla golf impolverata di Manrico. Il primo Volvo entrò e fece manovra per fermarsi con la sponda vicino al portone della stalla. L’altro camion restò parcheggiato sulla strada, per non occupare lo spazio di manovra.
Manrico andò per primo da Mario che aspettava in piedi appoggiato alla parete. Lo salutò con una stretta di mano.
Mario notò che aveva i palmi sudati. Si scostò dal muro e fece cenno all’autista di non abbassare ancora la sponda. Aprì la canna dell’acqua e cominciò a bagnare le fiancate del semirimorchio, facendo il giro di tutto il bilico.
“L’ho sempre detto che questo la sa lunga” disse Manrico al fratello, in piedi vicino a lui, facendosi sentire da Mario. Il fratello annuì con espressione grave.
Quando Mario ebbe finito chiuse l’acqua e lasciò la canna per terra. “Ora vediamo di non fare danni” disse.
Iniziarono a far salire i tori. Da dentro la stalla Mario li spingeva dentro al rimorchio. Manrico girava intorno da fuori e controllava tra le fessure delle fiancate con l’aria di chi fa un lavoro importante. Suo fratello e l’autista fumavano e guardavano la scena appoggiati al cassone.
Appena fu salito l’ultimo toro Mario grido all’autista “Vai, chiudi!”
Aveva caricato per primi i più grossi, i più vicini al portone.
Intanto che il primo tir era partito, ripeterono la scena col secondo.
Quando anche questo fu carico era quasi buio. L’autista mise in moto e uscì dal cortile lentamente, sollevando un polverone con le ruote del semirimorchio nel momento di curvare.
Mentre il camion si immetteva in strada, Mario restava a guardare i suoi tori che se ne andavano.
Gli cadde lo sguardo sulla targa del rimorchio. Le cifre componevano la sua data di nascita.
Restarono soltanto Manrico, il fratello e Mario nel nuovo spettrale silenzio che aleggiava nella stalla aperta.
Il fratello lanciò lontano la cicca ancora accesa che mandò una parabola di scintille. Trascinando i piedi sulla ghiaia andò a sedersi in macchina.
Manrico lo guardò, poi disse “Bene, è meglio che andiamo o rischiamo che arrivino al macello prima di noi”
Mario lo osservava impassibile e non disse niente.
Appena l’altro gli ebbe girato le spalle gli disse “Non ti dimentichi niente?”
“Cosa? Ah si l’assegno dell’anticipo, che stupido, scusami!”
Rovistò nervosamente nella tasca e ne cavò il portafogli. Lo aprì e tirò fuori l’assegno piegato a metà. “Erano solo cento milioni, cosa vuoi che sia” fece una risatina Manrico.
“Per quella cifra ti trovavo anche sottoterra” rispose Mario, abbozzando mezzo sorriso. “Allora siamo d’accordo che il resto arriva dopo la pesa del quinto quarto e il timbro del perito”
“Ovviamente”
Questa volta fu Mario a porgere la mano. Manrico allungò la sua e se la sentì stringere un po’ più forte del necessario.
Stava cambiando l’olio al vecchio Landini quando si sentì chiamare da Romina. Si era affacciata alla porta e gli aveva gridato di correre perché lo volevano al telefono.
Si pulì le mani sporche di grasso con uno straccio e corse in casa.
Parlò al telefono non più di due minuti. Romina dalla cucina cercava di intuire se ci fosse qualche problema. Quando Mario si affacciò gli chiese “È tutto a posto?”
Lui cercò di sorridere “Sarà la solita burocrazia. Vogliono che faccia un salto in banca. Mi lavo le mani e vado a sentire cos’hanno da dirmi”.
Lei annuì, abbozzò un sorriso e sospirò.
Andando alla macchina, Mario passò vicino al trattore dove stava lavorando. Le chiavi rimasero lì, sparpagliate tutto intorno sul prato.
Entrò in banca accolto dalla luce fluorescente delle plafoniere cromate. C’erano due sportelli con un paio di persone in fila. Si piazzò dietro a una delle file.
Nell’angolo vicino a lui un esemplare di ficus cercava di resistere alla siccità del minuscolo vaso.
Gli impiegati erano rinchiusi dentro postazioni, circondati da sottili pannelli di compensato. Quello davanti a lui sorseggiava del caffè da un bicchiere di plastica. Si avvicinò un altro impiegato da dietro che gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Posò il bicchiere e mandò una risata simile a un raglio. Contò una mazzetta di banconote e le passò al cliente che aveva di fronte.
Fu il turno di Mario, che si avvicinò allo sportello, disse il suo nome e che lo avevano appena fatto chiamare.
L’impiegato assunse subito un’aria grave. Mario sentì una morsa allo stomaco.
“Purtroppo quell’assegno della Cassa Di Risparmio di Viterbo che ci ha versato l’altro giorno è tornato indietro per mancanza di copertura”
Mario rimase un attimo a bocca aperta. Non sapeva cosa dire.
“Cosa significa? Ma quanto manca?”
“Purtroppo non lo sappiamo. Abbiamo sentito la filiale e ci hanno confermato che mancano i fondi. Hanno provato a contattare il loro cliente, ma non hanno avuto risposta e hanno dovuto aprire la pratica di protesto”.
Mario restò qualche momento aggrappato al bancone senza riuscire a dire niente, mentre il rumore di una stampante faceva da sottofondo monotono alla scena.
Quando Mario tornò dalla banca, Romina lo guardò in faccia e sbiancò. “È tutto a posto?” gli chiese preoccupata.
“No” rispose soltanto lui. Continuava a camminare avanti e indietro come un cane prima di un temporale.
Lei lo fermò prendendolo per un braccio. Lui la guardò con espressione smarrita “l’assegno era scoperto”.
“Come sarebbe?”
“Che i soldi non ci sono”
“Ma… hai provato a chiamare Manrico? ci sarà sicuramente un errore”
“L’ho chiamato una decina di volte dalla cabina. Non risponde”
“E ora, che facciamo?” chiese lei con tono implorante.
“Qualcosa mi invento… Sì, qualcosa mi invento”.
Si mise seduto sulla panca di legno, sotto al glicine che si arrampicava sulla parete dall’intonaco mezzo scrostato. Col mento appoggiato sui palmi e i gomiti piantati sulle ginocchia guardava le nuvole bianche spinte da una brezza di tramontana.
Romina ogni tanto si affacciava dalla finestra della cucina per guardarlo.
Lo vide alzarsi di scatto e controllare l’orologio. Poi andare di corsa verso la macchina. Partì con le ruote che schizzavano sassi e scavavano due solchi sulla ghiaia.
Continua con seconda e ultima parte.