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La sentenza
Non avrei dovuto riferire quelle parole ad Anna, pur essendo, lei, la mia miglior confidente.
Ho sperato che lui morisse. In realtà lo speravo da mesi, ma non avrei dovuto parlargliene, tanto meno quel giorno, alla vigilia dell’incidente.
Un uomo violento, un manipolatore, uno della peggior specie, ma a nulla sono valse le mie segnalazioni alle forze dell’ordine.
Sperare con tutte le mie forze nella sua morte era rimasto l’unico appiglio, forse persino l’unica fiammella che mi teneva in vita.
“Se solo morisse. E’ il mio più grande desiderio, giuro!”. Così, dissi ad Anna, con gli occhi imbevuti di pianto, mentre percorrevamo quel pezzo di strada che ci riportava a casa.
“Non so perché ho riferito le tue parole, non mi capacito…” mi ripete sempre Anna da quando è stata interrogata dagli agenti della Polizia Giudiziaria.
“Ingenuamente”, dice lei. Ma sul fronte della sentenza, le parole che ha riferito hanno finito con l’essere determinanti.
Non perché io sia sospettata di aver contribuito fisicamente alla morte di Alfio (neppure come mandante, ovvio). Nulla di tutto questo, altrimenti una condanna di almeno trent’anni sarebbe stata inevitabile.
No, me lo hanno ribadito, la mia condanna a soli vent’anni di reclusione tiene conto del fatto che a causare la morte di Alfio fu un incidente del tutto fortuito.
Ma quel mio malaugurato desiderio, insomma, quello di vederlo morto, sarà il mio cruccio per sempre.
Hanno ragione loro, gli è arrivato il fluido negativo, e quando il fluido ti investe così violentemente può succedere davvero di tutto.
“Non avrei dovuto!”, continua a ripetere Anna. Ma alla fine è così che doveva andare.
Continuo a leggere e rileggere la sentenza e sì, è proprio questa la cosa giusta. Anna ha fatto quello che andava fatto. E io devo espiare le mie colpe.