Il Progetto

scritto da Pablito
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 18 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Pablito
Pa
Autore del testo Pablito

Testo: Il Progetto
di Pablito

“Si dice sempre che il sangue ha un sapore metallico, non saprei, in questo momento ho in bocca la canna di una 9 millimetri e non mi sembra esattamente la stessa cosa.”

Spataciaf, spataciaf e spataciaf, “Salvo è stato proprio un bambino cattivo e adesso mamma gli dà una bella sculacciata, spataciaf e spataciaf!”
Salvo squittisce come un topolino, con la vocina lagnosa e le chiappe rosso fuoco, “basta basta sarò bravo, promesso, non lo farò piuuuuu!!!”
“Non ti credo, sei uno sporcaccione bugiardo, un maialino da punire, ecco cosa sei, un piccolo sporco maialino.”

Si tiene l’uccello stretto nella mano sinistra e il pollice della destra in bocca, completamente immedesimato nella parte del bambino sudicione. La scena si ripete ogni volta identica a se stessa, come il suono di un disco rotto trasformato in immagine.
Lui si tocca davanti allo specchio, all’improvviso entra la sua puttana dominatrice e lo coglie sul fatto costringendolo ad avvilenti punizioni corporali.
Ladies and gentleman: Salvo Martinetti, un passivo non masochista, nel senso che non è il dolore a provocargli piacere ma il concetto stesso della punizione, l’umiliante afflizione del corpo, il male fisico è solo incidentale, non necessario, mai indispensabile.
Una volta non era così, era lui che stabiliva le regole, che faceva il bello e il cattivo tempo.
Gli sembrava passata un’eternità dai tempi in cui era un temuto quanto odiato dirigente d’azienda, pensare al sé stesso di allora era come guardare in un cannocchiale rovesciato, vedeva solo un indistinto puntino, una cacchina difficilmente identificabile in mezzo alle altre centinaia di cacchine.
Ora tutto appariva più chiaro, come se la distanza da ciò che era stato gli avesse permesso per la prima volta di percepirne la forma. Spesso per capire bisogna allontanarsi, un quadro appiccicato al naso è solo una macchia di colore.

Padrona (così deve chiamarla) è una donna sui cinquanta non particolarmente attraente, ma in fondo non è l’avvenenza fisica che lo eccita, né quello che va cercando. Il più delle volte indossa vestiti dozzinali e volgari, scarpe col tacco alto e il cinturino che sale tipo serpente fino al polpaccio come se al posto delle gambe ci fossero due salami legati con lo spago.
Le unghie dei piedi e delle mani dipinte di un rosso cardinalizio, clamoroso quanto la lunghezza delle stesse unghie. Il viso, truccato in modo francamente eccessivo, la fa somigliare ad una specie di panda a colori, nel complesso siamo di fronte ad un vero disastro.
A Salvo non importa, è a buon mercato e tanto basta. La sempre più ridotta disponibilità economica non gli consente il lusso di essere raffinato, e poi non c’è nessun rapporto, solo una piccola messinscena che va in onda regolarmente due volte la settimana nel palinsesto della sua vita sgangherata. La totale mancanza di implicazioni sessuali (almeno nel senso stretto del termine) gli permette di ottenere un ulteriore sconto, modesto ma pur sempre significativo, a lei va bene così, è un lavoretto facile, veloce e poco impegnativo.
Inoltre, non essendo esattamente di primissimo pelo, le risulta sempre più difficile procurarsi clienti che non siano maniaci pervertiti e pericolosi. Tutta colpa del vento dell’Est (è così che lei lo chiama), l’invasione delle ultrafiche, un esercito di giovani balcaniche belle come indossatrici e pronte a tutto, un festival di tette sode e passerine con la messa in piega. Il Made in Italy è decisamente in ribasso, eppure anche lei ha avuto il suo momento di gloria, negli anni 80 gli uomini si voltavano a guardarla, adesso tutt'al più riesce a rimediare qualche ingaggio da feticisti vestiti di gomma e squattrinati.
Un piccolo extra le viene riconosciuto per la spesa, Salvo non esce di casa da almeno due mesi e Padrona una volta alla settimana gli procura provviste sufficienti per tirare avanti senza dover cacciar fuori il naso.
Quando aveva messo a punto “Il Progetto” si era cimentato in una complicata serie di calcoli per stabilire quanto tempo gli restava prima di esaurire i soldi messi da parte (non percependo più uno stipendio, il suo era diventato una sorta di conto alla rovescia).
Considerando affitto, bollette, cibo e Padrona, sarebbe rimasto a secco nel giro di 7/8 mesi. L’approssimazione era d’obbligo, anche perché ogni tanto sforava con qualche piccolo extra, tipo concedersi un buon tocchetto di pakistano (anche in questo Padrona era ineguagliabile, riusciva a procurargli quasi tutto senza troppe discussioni).
“Il Progetto” era una sorta di pianificazione, come nella sua vita precedente, quando si occupava di budget, humane resource e stronzate simili.
Era diventato il dirigente della piccola impresa Martinetti, un barcone progettato per affondare, e lui l’ancora che avrebbe trascinato a fondo la bagnarola.
Eppure percepiva nella prospettiva della fine un nuovo inizio, poter misurare la propria vita come se avesse avuto in mano un righello lo faceva sentire rinnovatamente vivo, avrebbe messo lui il punto in fondo alla frase.
Quello che era stato prima del Progetto gli sembrava il lato B di un brutto sogno, un riflesso distorto della sua immagine distorta.
Aveva deciso di abbandonare tutte le certezze di una vita controllata per riappropriarsi di un pezzetto di esistenza, se pur breve e apparentemente squallida.
Che poi, cosa c’è di squallido nel seguire scrupolosamente i propri bisogni fisiologici? Gli sembrava molto più innaturale quando passava ore in preda ai morsi della fame non potendo mangiare fino alla pausa pranzo, o quando doveva cacare ma era costretto a tenerla fino alla fine del briefing.
Stava riprendendo contatto con la sua parte selvatica, l’esatto contrario della teoria di Darwin, o magari no, forse la vera evoluzione era quella, lui rappresentava una specie pioniere, quando tutte le energie artificiali fossero esaurite sarebbe sopravvissuto solo chi aveva avuto la capacità di adattarsi al nuovo ambiente, di ritornare bestia.

Sentì il rumore delle chiavi che girano nella serratura:

“Chi è?”
“Sono io, di solito i ladri non usano le chiavi.”
“Ma oggi è sabato, non dovevamo vederci.”
“La spesa!”, ringhiò Padrona, già infastidita dal peso delle borse e quindi non incline a tollerare quel tono.
“A già . . . senti metti tutto vicino al tavolo e vattene, oggi non è giornata.”
“Non preoccuparti, non pensavo certo di trattenermi, e comunque anche un grazie sarebbe andato bene.”
“Scusami, hai ragione, a forza di stare da solo sto dimenticando le buone maniere.”
“Non servono, è sufficiente la puntualità nei pagamenti.”

Salvo sentì un vago senso di colpa, il fatto che Padrona fosse indiscutibilmente una battona non lo autorizzava a trattarla come tale.

“Senti, ti va di fermarti e bere qualcosa, così, fuori programma, tanto per fare due chiacchiere?”
“Non mi sembra una buona idea, non è . . . professionale”.
“Se preferisci posso pagarti, voglio solo un po’ di compagnia, niente giochini strani, puoi anche non parlare, mi basta che stai qui.”
“Trenta euro.”
“Minchia!”
“Scusa?”
“Va bene, affare fatto.”


Dopo due mesi che intratteneva rapporti professionali con Padrona si rendeva conto solo ora di non averla mai veramente guardata, tutto sommato non era una brutta donna, oddio, portava i segni di una vita che non doveva essere stata uno scherzo, però sotto lo strato pesante di trucco si intuiva un viso affascinante. Provava curiosità nei suoi confronti, avrebbe voluto chiederle come era arrivata a fare una vita del genere, quali percorsi del destino l’avevano condotta a trasformare il suo corpo in uno strumento di lavoro.
Poi pensò che in fondo non c’era tutta questa differenza con quello che aveva fatto lui per anni.
Nonostante le evidenti differenze ai blocchi di partenza, adesso era un derelitto esattamente come lei, solo con meno dignità.

“Sai, ho un progetto.”
“Ah si, eee . . . sarebbe?”
“Quando mi sono licenziato ho deciso di dare una svolta alla mia vita, ho calcolato quanto sarei potuto sopravvivere con i soldi della liquidazione, più o meno 7 / 8 mesi. Una volta finiti i soldi . . . BANG! Un bel colpo in testa e via, hasta la vista a tutti!”
“Tu sei pazzo, mi sa che per oggi hai bevuto abbastanza.”
“Ho una pistola sai, vuoi vederla?”
“Smettila, mi stai spaventando!”
“Scusa scusa, non avrei dovuto, non so neanche perché te ne ho parlato. . .”

Padrona raccolse nervosamente le sue cose e uscì senza nemmeno chiudere a chiave, Salvo rimase immobile a fissare la sedia dove fino a qualche secondo prima era stata seduta, chiedendosi per quale diavolo di motivo gli fosse venuto in mente di condividere con lei i dettagli del Progetto. Si era promesso di non parlarne mai con nessuno, aveva sempre pensato che uno che vuole veramente farla finita non si mette a strombazzare la notizia a destra e a manca, lo fa e basta.
Passò il resto del pomeriggio in uno stato che si potrebbe collocare a metà strada tra la catatonia e il coma vigile. Ogni tanto un pensiero gli attraversava il cervello ma non si tratteneva a sufficienza per poter essere elaborato.
Si riprese verso sera, scosse leggermente la testa, come chi ritrova l’attenzione dopo essere rimasto assorto per qualche secondo (anche se in realtà erano passate diverse ore) e decise di mettere via la spesa abbandonata accanto al tavolo.
Si chiese se l’avrebbe rivista, certo col suo lavoro doveva essere abituata a tipi strambi, in fondo da uno che si eccita mentre lo sculacci ci si può aspettare qualche stravaganza. Comunque parlare della pistola e del farsi saltare le cervella era stata decisamente una pessima idea, ammesso che si fosse ripresentata avrebbe potuto, come minimo, chiedergli un sovrapprezzo.
In ogni caso non poteva farci nulla, se non aspettare che arrivasse martedì, giorno di “visita”.
Decise di apportare una piccola variante alla consueta sceneggiatura dell’incontro, se mai fosse arrivata sentiva che doveva parlarle, spiegarle che aveva bevuto troppo e che non c’era nessuna pistola. Farsi trovare con l’uccello in mano non avrebbe predisposto alla conversazione.
Padrona arrivò puntuale (particolare che Salvo aveva sempre apprezzato), depositò la borsa sulla sedia vicino all’ingresso, si avvicinò alla camera e si appoggiò con la spalla allo stipite della porta. Era diversa dalle altre volte, il trucco era leggerissimo e indossava con semplicità un abito sofisticato.
Salvo ebbe un attimo di esitazione, vederla vestita in modo “normale” lo spiazzava, come se all’improvviso un oggetto inanimato, tipo un pupazzo, avesse iniziato a parlargli.

“Sei diversa”.
“Anche tu, di solito a quest’ora non sei vestito”.
“Volevo parlarti, scusarmi per quello che è successo sabato, non avevo intenzione di turbarti, a volte l’alcol fa strani effetti, non so neanch’io che mi è preso.”
“Sai, ogni tanto capita che qualche cliente mi chieda di parlare, dev’essere la solitudine, ci si accontenta anche di una come me, però di solito vogliono solo un pubblico, qualcuno che ascolti, non è previsto che esprima un’opinione”.

Salvo e Padrona parlarono a lungo, entrambi consapevoli della loro umana miseria e del bisogno di sentirsi capiti anche se solo per un pomeriggio.
Lui cercò di spiegarle la lenta ma inevitabile maturazione del Progetto, senza soffermarsi troppo sui dettagli del botto finale, voleva evitare che da parte sua ci fossero inutili tentativi di redenzione.
Padrona, contrariamente a quanto si aspettasse, parve comprendere. La cosa lo sorprese non poco, di solito quando qualcuno annuncia la volontà di farla finita tutti si prodigano in frasi del tipo la vita è un dono, c’è sempre una soluzione a tutto, nessun problema è così grande da non poter essere affrontato.
Lei invece niente, non disse assolutamente nulla per dissuaderlo. In questo Salvo non percepì mancanza di interesse ma una forma quasi sublimata di rispetto, una volontà estrema di non giudicare da parte di chi per tutta una vita era stato giudicato.
A tratti sembrava addirittura affascinata dalla cosa, faceva domande, chiedeva come pensava che sarebbe stato, se aveva paura, cosa gli sarebbe mancato di più.
Volle sapere la data esatta dell’evento, Salvo temette che la sua attenzione fosse legata al tentativo di impedirgli il gesto, ma poi comprese che non lo avrebbe mai fatto.
Dopo quel pomeriggio Padrona non si fece più vedere, il loro rapporto si era inevitabilmente trasformato, non era più pensabile reggere lo squallido teatrino del bambino sculacciato. Altrettanto sconsigliabile era continuare a frequentare un uomo che aveva nel cervello il timer di una bomba ad orologeria.

Il giorno X arrivò carico di pioggia, Salvo pensò che sarebbe stato lo scenario perfetto per il gran finale, adorava il rumore delle gocce sul tetto, lo rilassava.
Si versò un buon bicchiere di cognac e aprì il cassetto dove teneva la pistola.
Non appena ebbe realizzato che l’arma era sparita gli si paralizzarono le gambe, chiuse gli occhi e li riaprì sperando che la mente gli avesse giocato un brutto scherzo, ma quel dannato cassetto era inequivocabilmente vuoto.

Dall’altra parte della città esplose un colpo, come un tuono ma più secco.

Salvo cercò invano di chiamare Padrona, in qualche modo sentiva di doverla ringraziare ma la voce meccanica della segreteria disse che non era raggiungibile.

Qualcuno, il giorno dopo, commentò che in fondo c’era solo una puttana in meno.
Il Progetto testo di Pablito
0