Giorgio si rigirò fra le mani con vivissima soddisfazione la missiva.
Tolte le espressioni burocratiche la sostanza era: "Inchiesta archiviata come Omicidio-suicidio per questioni passionali"
Se qualcuno credeva non potesse esistere il delitto perfetto, avrebbe potuto smentirlo: lui lo aveva commesso.
Certo, aveva dovuto prepararlo con cura.
Quando aveva saputo che il giovane impiegato del suo ufficio aveva ambizioni letterarie, aveva cominciato a dargli confidenza, a farselo amico. Poi in capo a qualche mese aveva cominciato ad invitarlo sempre più spesso a casa sua. Dopo circa nove mesi aveva deciso che era sufficiente: la sua era una villa d'epoca in aperta campagna, Distante circa un chilometro dal paese e un paio dalla cittadina cui conduceva la strada su cui era posta. Aveva avuto cura varie volte di passare col suo ben visibile fuoristrada diretto in paese pochi minuti prima che l'utilitaria di Andrea passasse diretta a casa sua.
Poi lui velocemente passando dalla provinciale raggiungeva la cittadina e tornava da essa a casa, ma gli abitanti delle ville che fiancheggiavano la strada che conduceva in paese, essendo una via poco battuta, di sicuro avevano notato e sicuramente pensavano ad un amante che arrivava poco dopo che il marito era uscito. E così infatti successivamente testimoniarono agli inquirenti.
Poi aveva fatto finta di scoprire solo allora le ambizioni letterarie del giovane Andrea, e gli aveva detto, raccomandandogli di mantenere il massimo segreto altrimenti sarebbe stato ossessionato tutta la vita dagli aspiranti scrittori, di essere cugino di Cesare Galbiati, il famoso editore. Era solo un ononimia, ma faceva comodo. Si era fatto dare qualcosa da mostrare al "cugino" dicendo poi che gli era piaciuto moltissimo, ma che, prima di pubblicargli qualcosa, gli proponeva un lavoro: Scrivere un libro a quattro mani con un famoso scrittore, cosa che avrebbe iniziato a dargli notorietà. Il giovane al settimo cielo, aveva svolto senza alcun sospetto il tema a soggetto che Cesare Galbiati aveva proposto per vedere se era all'altezza. La lettera in cui chiedeva perdono all'amata per non essere riuscito nonostante tutti i suoi sforzi, di resistere a vivere senza di lei, che la uccideva per il troppo amore ma le prometteva l'avrebbe raggiunta uccidendosi sulla sua tomba, era davvero toccante e commovente.
Aveva perciò invitato di nuovo Andrea a casa sua, erano diverse settimane che non lo faceva affinché i vicini avessero la percezione di una relazione interrotta, lo aveva accolto nel suo studio invitandolo subito ad entrare nella sala dove c'era una sorpresa.
Aveva poi indossato i guanti, presa dal cassetto una rivoltella, e tenendo le mani nascoste dietro la schiena era entrato nella sala dicendo:
"Non noti niente sulla libreria?"
Mentre l'incuriosito sguardo del giovane frugava fra i libri, con gesto rapido gli aveva puntato la rivoltella alla tempia ed esploso un colpo.
Mentre il giovane cadeva esamine, aveva chiamato la moglie:
"Giusy! Giusy! Corri! Una disgrazia"
Ricordava ancora la bella moglie che entrata di corsa si era fermata impietrita a due o tre metri dal cadavere. Sicuramente non si era neppure accorta che gli puntava la pistola, e forse i tre colpi non gli avevano lasciato il tempo di capire che stava morendo.
Poi aveva messo la lettera, (scritta a mano perché l'editore voleva percepire anche l'emozione della calligrafia) in tasca al giovane, gli aveva indossato i guanti (Gli aveva fatto scrivere che si sarebbe suicidato sulla tomba, quindi niente di strano che per non farsi scoprire subito avesse indossato i guanti) gli aveva messo la rivoltella in mano, sparato verso la finestra un ultimo colpo in modo che restassero tracce di polvere pirica anche sulla manica.
Poi era sceso nel box e dopo aver indossato un paio di vecchi stivali, tenendo in mano le scarpe aveva scavalcato il muro di cinta, e camminando per i campi aveva raggiunto la periferia di un vicino paese in cui aveva parcheggiato la macchina. Rimesse le scarpe e buttati gli stivali in una piccola discarica abusiva, aveva raggiunto l'automobile.
Quindi, dopo essersi fatto notare in un paio di bar, era tornato a casa, aveva recitato alla perfezione la parte del marito affranto, incredulo, disperato. Quasi gli era dispiaciuto che a condurre le indagini fosse Franco Castoldi, un amico di famiglia che sicuramente, conoscendolo, non sarebbe andato a cercare il pelo nell'uovo. Anche se questi, per correttezza aveva delegato l'indagine al suo vice, che aveva svolto con scrupolo ogni accertamento, mentre Castoldi si limitava a seguire l'indagine. Il battere un vice sminuiva un poco la bellezza della vittoria: Il suo delitto era così perfetto che poteva trarre in inganno non un vice, ma anche il migliore fra gli investigatori.
Fu perciò con vivissima sorpresa che Giorgio il giorno dopo ascoltò al telefono quella voce sicuramente contraffatta che gli dava appuntamento per il pomeriggio alla vecchia fabbrica abbandonata per parlargli del delitto.
Tutte le sue certezze erano vacillate. Aveva fatto mille ipotesi, ma alla fine aveva concluso che era solo un bluff, che qualche balordo voleva ricattarlo inventando di avere chissà quali prove.
Era perciò ritornato dal ricettatore da cui aveva comperato la pistola con cui aveva commesso il delitto, per una discreta cifra ne aveva comperata un altra.
Il pomerigio, un po' preoccupato ma comunque sicuro di sé, si era recato all'appuntamento.
Una voce conosciuta ma decisa ed ostile lo aveva sorpreso:
"Voltati senza scatti e tenendo le mani bene in vista"
Eseguito l'ordine, aveva avuto la conferma di ciò che aveva intuito, di fronte a lui stava l'ispettore Franco Castoldi, gli teneva una pistola puntata. Prima che riuscisse a dire qualcosa l'ispettore aveva ripreso:
"Sempre con movimenti lenti, prendi la rivoltella che di sicuro tieni in tasca e buttala verso di me".
Dopo aver eseguito, Giorgio con voce alterata gridò:
"Ma si può sapere che diavolo ti prende? Quasi..." Un gesto imperioso lo tacitò, poi con calma Franco Castoldi prese a dire:
"Credevi di aver compiuto il delitto perfetto, ci sei quasi riuscito. Ma c'era un particolare che non potevi conoscere, non potevi immaginare: Tua moglie Giusy, aveva si un amante: ero io!"
Attonito, tremante, sbigottito, Giorgio cercò di replicare:
"Capisco cosa stai pensando: che se Andrea non era l'amante di Giusy non aveva alcun motivo per ucciderla e suicidarsi. Ma può essere successo che per un breve periodo abbia tradito entrambi, e poi magari richiamata dal tuo amore abbia troncato, provocando la sconsiderata reazione, e..."
"Basta!- Ancora una volta la voce imperiosa di Franco Castoldi interruppe l'incerto farfugliare di Giorgio - La mia relazione con Giusy, non era la solita tresca, noi ci amavamo alla follia, un amore puro, bello, infinito. Lei aveva esitato fino a quel momento a dirtelo perché non voleva causarti un dolore, ma l'avevo convinta, il giorno dopo ti avrebbe detto tutto, ma tu invece l'hai uccisa. Me l'hai uccisa!"
Giorgio comprese che replicare sarebbe stato inutile, rimase in immobile attesa dello sparo che avrebbe posto fine al suo terrore. Lenti, angosciosi e terrificanti i secondi passarono, per far posto ad altri ancora più terribili ed angosciosi. Divennero minuti: infine con voce disperata:
"Dai! Cosa aspetti? Falla finita!" Poi riprese l'angoscia del silenzio, che però non fu interrotto da uno sparo:
"Non sai cosa ho sofferto in questi mesi per colpa tua! Sei una bestia immonda, ed io non voglio andare in galera per una bestia immonda come te" Alle crude parole di Castoldi nell'animo di Giorgio per un istante si riaccese la speranza:
"Si: si, sono disposto a confessare, portami in questura, confesserò tutto"
Questa volta Castoldi non l'aveva interrotto, anzi aveva lasciato che di nuovo il silenzio tornasse a regnare; ma quando riprese, gelò ogni speranza:
"So bene che una volta al sicuro ti rimangeresti la promessa, ed io mi ritroverei senza alcuna prova. No, le cose andranno in un altro modo. - Raccogli la pistola che hai buttato a terra!" Giorgio obbedì come un automa, quindi Castoldi riprese:
"Adesso hai due scelte: la prima è spararmi, se mi colpisci in modo mortale, andrai all'ergastolo perché nel cassetto della mia scrivania ho lasciato un messaggio in cui c'è scritto che ho scoperto che sei stato tu a compiere il delitto, ma dato che sei un amico ho deciso di indurti a confessare spontaneamente per permetterti di avere le attenuanti; crederanno che tu invece mi hai sparato"
Lasciati trascorrere alcuni secondi aggiunse:
"Naturalmente è inutile dirti che se sbagli mira o mi ferisci soltanto, sarò felicissimo di scaricarti nella pancia il caricatore: per legittima difesa, naturalmente"
"L'altra alternativa?" Urlò Giorgio.
La voce di Castoldi era gelida:
"Credevo fosse facile da capire: la mano che ha ucciso Giusy uccida anche chi l'ha uccisa. Sarebbe per te la soluzione più onorevole ed indolore"
Giorgio ristette alcuni istanti in angosciosa indecisione, puntò l'arma contro Castoldi e poi con rapido gesto se la poggiò alla tempia premendo il grilletto.
L'ispettore neppure si avvicinò a guardare il cadavere, se ne andò con passo triste.
Ma se Giorgio Galbiati da qualche parte poteva ancora pensare, avrebbe potuto dirsi di aver avuto ragione: il delitto perfetto esisteva: era quello che aveva ucciso lui.
IL DELITTO PERFETTO testo di Nulla