Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
È da un po’ di tempo che mi interrogo costantemente sulla fragilità del collante sociale. Voglio dire: ci muoviamo per strada in mezzo a migliaia di sconosciuti. Sconosciuti che potrebbero farci del male, ma non lo fanno perché credono in un patto invisibile fatto di regole, empatia e paura delle conseguenze. Ci si ferma al semaforo quando è rosso per evitare di creare un incidente e ferire noi stessi e gli altri. Si rallenta quando si vede un animale attraversare. Si tiene la porta aperta a chi arriva dietro. Fin da giovane età ci insegnano che se porgi un paio di forbici a qualcuno, di farlo dalla parte dell’impugnatura perché dalla parte della punta potrebbe essere pericoloso. La lista va avanti, potenzialmente infinita. Di quante piccole, sottili, inutili regole di esistenza è fatta la nostra piccola, sottile, inutile vita…
La voce registrata dell’altoparlante alla stazione del metro riporta Larry in questo momento.
Treno in arrivo. Attenzione: allontanarsi dalla linea gialla. Prossima stazione…
-Oh, scusi… -
L’uomo urta Larry di lato, mentre entrambi stanno salendo nel vagone. Larry lo fissa per un lunghissimo istante. Stanno per salire sulla metro ed è l’ora di punta. Minuscole vite in movimento e non ci si può fermare. Mentre si trova dentro il vagone che lo sta conducendo in ufficio, Larry si ritrova a sorprendersi di come si sia accorto di non aver provato nulla quando quell’uomo lo ha inavvertitamente urtato poco fa.
Nessuna irritazione, nessuna empatia. Solo vuoto. Un vuoto breve ma immenso. Si rende conto di ritrovarsi a pensare: Se aspettassi che questa persona scenda alla sua stazione e poi lo spingessi nello spazio tra il vagone ed i binari, quello cadrebbe come un sacco di carne.
Scuote la testa leggermente come per scrollare via il pensiero, quasi fosse una zanzara fastidiosa.
Ma che razza di pensieri mi vengono in mente. Qui ci vuole un altro caffè. La prossima fermata è la mia.
È strutturata con una routine impeccabile la vita di Larry Chesterton, 39 anni, consulente finanziario senior presso la Devlin&Hobson.
La sua precisione nei gesti quotidiani è geometrica. A tratti quasi eccessiva.
7:10, caffè, uova, toast.
Ma oggi serve un altro caffè
7:32, la metro.
8:00, la scrivania.
8:10–9:00, analisi di portafoglio.
9:15, prima call.
Una vita fatta di regole.
Regole rigide, perché sono le regole a dare struttura all’esistenza.
Regole in un ambiente che impone rigidità.
Certo, si lavora con il rischio tra questi squali dell’alta finanza… pensa Larry mentre rigira lo zucchero del secondo caffè … ma non è mai rischio vero, non credi? È rischio addomesticato. Rischio trasformato in numeri.
Il caffè ha un sapore amarognolo nonostante un’intera bustina di zucchero.
Quasi le 9:15. Eccolo. Martin De Blasio.
-Hey Chestie! Pronto per fare il culo a quegli stronzi di Hansen e soci?? Li dobbiamo affondare, cazzo!-
Pacca sulla spalla.
Via.
Larry e Marty.
Pronti a spostare milioni di dollari come fossero sabbia.
Tutta quest’aggressività latente, ma così fottutamente sublimata.
Sei ancora in grado di sopportarla?
-Che ti prende, Chestie? Ti vedo distante, amico. Ti voglio carico, palle grosse e muso duro! Dai che si va alla carica! -
Martin De Blasio. Che razza di coglione supponente.
Quanti sconosciuti mi circondano.
E tu odi essere chiamato “Chestie”, non è vero?
Perché non glielo fai notare gentilmente?
Potresti gentilmente frantumargli il cranio sul bordo del pisciatoio, la prossima volta che lo incroci in bagno…
- Non sono distante, Marty. Sono nella mia zona. Pronto a fargli il culo. Dunque, a quanto sta la curva di rendimento al momento? -
Metro. Un’altra giornata che volge al termine. Un’altra giornata di esposizioni al rischio, volatilità, scenari di stress.
Ma tutto ciò non ha odore. Non guarda negli occhi. Stai iniziando a rendertene conto, sì? Tutto ciò non urla. Non ha sangue, Larry. Il tuo rischio è un rischio sterile. Matematico. Ordinatissimo. Sei in grado di rovinare la vita di qualcuno con un click. L’hai fatto anche oggi, no? Sei in grado di far perdere o guadagnare soldi a famiglie intere. Puoi spostare l’esito di pensioni. E mutui. E aziende…senza mai incontrare davvero nessuno. Non sei stanco di questo potere invisibile, di questo potere senza corpo, asettico?
È venerdì sera. Larry ha rifiutato con tattica l’invito di Martin De Blasio e degli altri a festeggiare al 101 la vittoria sul gruppo Hansen.
È serata da passare in famiglia: il piccolo Tim è via in campeggio con gli scout e per la prima volta da settimane la casa è tutta per lui e Melissa.
Melissa è in cucina. Ha indossato la vestaglia azzurra, quella morbida, quella che profuma ancora di detergente all’eucalipto.
Ha messo sul fuoco il bollitore per due tisane alle erbe, come sempre dopo aver fatto l’amore.
Larry ha messo su Ambient di Moby dallo stereo della sala. Si appoggia allo stipite della porta della cucina, le braccia incrociate. La guarda muoversi. La ama. O almeno questo ha sempre creduto. È una donna solida, generosa, concretissima. Una persona che sa esattamente come si cura una casa, una carriera, una famiglia.
Sono loro due e quelle sonorità morbide anni ’90 che escono dalle casse del salone. Loro due e il resto del mondo fuori dalla porta.
Finché qualcosa cambia.
Il bollitore inizia a fischiare piano.
Melissa sorride, di quel sorriso quieto che ha sempre avuto.
E allora, all’improvviso, qualcosa gli sfiora la mente.
Una corrente sotterranea.
Un pensiero che non è suo.
Un sussurro, morbido come una mano sulla spalla:
Lanciaglielo in faccia, Larry.
Così. Senza preavviso. Senza ragione.
Lanciaglielo in faccia e guardala contorcersi dal dolore mentre si tiene le mani in faccia, cieca e ustionata. Guardala barcollare nel panico e poi cadere a terra come un piccolo insetto indifeso.
Larry sente i muscoli degli avambracci contrarsi per un istante. È un impulso rapidissimo, come un brivido.
La guarda ancora: vede la curva del collo, la pelle che si tende, il vapore che sale.
Se alzi il bollitore ora, non avrà nemmeno il tempo di capire.
Il cuore non accelera. Non c’è panico.
È questo il dettaglio che lo spaventa.
- Tutto bene? - chiede Melissa mentre versa l’acqua.
Larry impiega un secondo di troppo a rispondere.
-Sì. Sì, certo. Tutto bene. -
Fa un passo avanti.
La prende da dietro, le braccia attorno alla vita. Un gesto affettuoso. Ciò che un marito farebbe.
Ma nella sua testa, in simultanea, un’altra immagine si sovrappone perfetta:
le sue mani che non la stringono, ma la spingono verso il piano cottura.
Due realtà che convivono.
Una che vive nel mondo.
Una che vive in lui. Nel suo mondo.
Lo rifaremo ancora, Larry.
Più spesso.
Ogni volta sarà più facile.
Melissa gli accarezza le mani, inconsapevole.
Apre la bocca per dire qualcosa. E Larry sa che per un istante ha desiderato farle sputare sangue al posto delle parole.
Poi la voce interiore tace.
Come se non fosse mai esistita.
Melissa serve le due tazze.
-A cosa stai pensando? -
Larry sorride. Un sorriso corretto, educato, preciso. Il sorriso che tutti si aspettano da lui.
-A niente - risponde - è stata una settimana lunga e brutale.
Il giorno dopo.
Larry è in palestra, zona pesi, odore di gomma e sudore, aria condizionata e testosterone al massimo.
Cameron gli fa un cenno dalla panca piana.
-Ehi Lar, mi fai spot? -
Come se fosse un favore tra amici.
Come se per Larry la parola “amici” avesse ancora un significato preciso.
Si avvicina.
Cameron si sdraia, pianta i piedi a terra.
Quaranta chili per lato. Ottanta totali.
Peso impegnativo. Peso serio.
Larry afferra il bilanciere. Posizione corretta, una postura da manuale.
Lui è bravo in tutto ciò che richiede metodo.
- Al tre, ok? Uno… due…
Cameron inspira, solleva.
Larry lo aiuta nella partenza, poi tiene le mani sotto al bilanciere, non toccandolo ma pronto a intervenire.
La posizione ideale.
La posizione del salvatore.
Cameron fa la prima ripetizione.
Poi la seconda.
Il respiro è già più corto.
E lì, proprio come la sera prima, il sussurro.
Basterebbe aprire i pollici.
Larry non si muove. Non cambia espressione.
Cameron fa la terza ripetizione. Fatica. Gli avambracci tremano mentre stringe i denti e spinge in su.
Immagina il bilanciere che rimbalza una volta.
Immagina il rumore delle costole che si spezzano, lo sterno che va in frantumi
Immagina i suoi occhi che cercano i tuoi mentre capisce che sei stato tu.
Cameron: -Andiamo, Lar! Una ancora!-
Completamente ignaro.
Con la fiducia cieca di chi crede che le persone attorno a lui seguano le stesse regole sociali.
Larry sente un calore dentro, un piacere che gli arriva allo stomaco.
Non desiderio carnale, non adrenalina. È qualcosa di più profondo, di più puro.
Non devi sollevare per salvarlo.
Basta non fare niente.
Cameron arriva alla quarta ripetizione. Sta cedendo. Il suo torace si alza a scatti.
Un altro secondo e potrebbe crollare.
Larry guarda il suo collo, la vena giugulare che pulsa.
Una frazione di grammo di pressione in meno delle sue mani… e Cameron sarebbe finito.
Poi, senza motivo apparente, la voce tace.
Scompare. Si spegne come un interruttore.
Larry riprende controllo. Solleva il bilanciere. Lo riporta al rack.
Cameron si siede, ansimando.
-Grande fratello, mi hai salvato la vita! -
Larry sorride.
Un sorriso dei suoi: funzionale, credibile.
Ma dentro di lui rimane la consapevolezza più inquietante di tutte: non è stato lui a decidere di salvarlo.
È stata l’assenza della voce.
Qualcosa si sta crepando e presto potrebbe rompersi. Tuttavia le settimane proseguono, la finanza non si ferma. Il mondo non si ferma, lo spettacolo può e deve continuare. Larry continua ad indossare la sua maschera sociale perfetta, continua ad indossare i suoi perfetti completi blue navy, mentre quella presenza dentro di sé continua a fargli visita regolarmente, in gradi sempre più o meno intensi, fantasie intrusive che trovano sempre più terreno fertile nella mente di Larry Chesterton. Fantasie nitide: Mandy, la sua segretaria, entra in ufficio. Parla, ride, si avvicina alla scrivania. Larry tiene la stilografica in mano. La sua stilografica Waterman: elegante, sottile. Affilata.
La punta entra nell’occhio. Poco sforzo. Un rumore umido. Se le tieni la bocca chiusa e poi con la stessa penna la pugnali più volte alla giugulare non ci saranno nemmeno rumori sgradevoli. Solo silenzio.
Larry è ancora nella fase in cui cerca di ignorare, ma il pensiero torna due, tre volte.
-Per favore Mandy, esci di qui…-
-Ma veramente signor Chesterton…
-Lascia i documenti sulla scrivania ed esci per favore. -
Non ne parla con nessuno. Non ne avrebbe mai parlato con nessuno.
Il sabato pomeriggio Larry lo dedica a Tim, al campo da baseball di Afton Oaks, con la recinzione verde e le panchine di legno scolorite dal sole.
Ci sono altri padri come lui. Parlano di lavoro, di mutui, di playoff.
Ci sono le madri con bottigliette d’acqua e cappellini.
Larry è lì.
Guanto da baseball in mano.
Cappellino abbassato sugli occhi.
Tim è in battuta. Undici anni.
Troppo magro per l’uniforme che indossa.
Troppa foga per la coordinazione che ancora non possiede.
-Piega le ginocchia. -
La voce di Larry è ferma. Troppo ferma.
Tim sbaglia il colpo.
La palla rotola poco più in là.
-Te l’ho detto, piega le ginocchia. -
Il ragazzino sospira.
Fa una smorfia. Non di sfida. Di stanchezza.
-Lo so, papà. -
E lì succede qualcosa.
Qualcosa di minimo.
Un’incrinatura.
Larry sente una pressione dietro gli occhi.
Un calore noto.
Un calore che è sempre più familiare.
Potresti colpirlo adesso.
L’idea arriva completa, formata, senza immagini confuse.
Il peso della mazza.
Il suono secco.
Il silenzio immediatamente dopo. Un silenzio di un solo istante, prima che la gente attorno a lui intervenga. Colpirebbe anche loro? Frantumerebbe le costole o addirittura il cranio di quei padri borghesi?
Larry stringe il guanto.
Le nocche sbiancano.
-Tim. -
La voce gli esce più dura di quanto volesse.
Il bambino si gira.
Lo guarda.
E per un istante, solo per una frazione di momento, Larry non vede suo figlio.
Vede una creatura fragile.
Totalmente alla sua mercé.
È questo il vero potere, sussurra la voce.
Non scegliere di colpire.
Scegliere di non farlo.
Un altro padre si avvicina.
Ride. Dice qualcosa su come “a questa età sono tutti distratti”.
Larry annuisce.
Sorride.
Il sorriso giusto.
Ma dentro sente chiaramente che qualcosa sta cedendo.
Quel sabato Larry Chesterton si accorse che qualcosa si era rotto.
Qualcosa di potenzialmente molto pericoloso.
Non era più un pensiero isolato.
Non era più un gioco mentale, ma una presenza costante. Un sottofondo.
Tim torna in posizione.
Larry lancia la palla.
Tim colpisce male, ancora.
-Basta così per oggi- dice Larry all’improvviso.
Troppo in fretta.
Troppo secco.
Tim lo guarda, confuso.
- Ma papà…
-Ho detto basta. -
Silenzio.
Qualche sguardo si gira.
Larry si rende conto che se resta lì anche solo un minuto di più non può garantire nulla.
Non a Tim.
Non a nessuno.
Mentre si allontanano dal campo, Larry capisce finalmente ciò che lo terrorizza di più: non è la violenza in sé. È il fatto che gli piace quanto sia facile immaginarla.
Giunge la sera e Larry è solo in taverna.
Melissa sta mettendo a letto Tim.
Lui sta sorseggiando un Jameson nella vana speranza che possa assopirlo.
All’improvviso decide di scendere nella cantina che è connessa alla taverna. Domani avranno ospiti e un paio di bottiglie buone sono perfette per l’occasione.
Nello scendere in cantina si ferma davanti ad un vecchio mobile che non apriva da anni. Larry apre un cassetto. Documenti di sua madre.
Vecchie cose che non hanno mai avuto un peso. Scartoffie che non ha mai guardato davvero.
Le aveva tenute. Era rimasto quello. Forse per onorare la memoria della mamma. Forse perché venivano da una vita precedente, lassù, nel nord-est.
Un ritaglio di giornale piegato più volte.
Un nome diverso da quello che ricordava.
Una fotografia in bianco e nero: un uomo massiccio, sguardo opaco. Un nome: Kuklinski. Richard Kuklinski. “The Iceman”.
Larry non prova sorpresa.
Solo una strana familiarità.
Legge poche righe.
Non tutto.
Non serve.
Il cellulare non prende giù in cantina, ma una volta tornato nel suo studio avrebbe fatto una ricerca online. Avrebbe scoperto chi era veramente Richard “Iceman” Kuklinski.
Quest’uomo non ha mai toccato donne.
Non ha mai fatto del male a bambini.
Larry sente un gelo salire lento.
Non perché prova ammirazione.
Ma perché sente il confronto.
Lui, invece, aveva immaginato.
Aveva attraversato mentalmente confini che quell’uomo, quel mostro, non aveva mai varcato.
Io non ho limiti, pensa.
E per la prima volta la voce dentro di lui non lo contraddice.
Capisce allora perché sua madre era fuggita. Lontano, il più possibile.
Non per salvarlo dal passato.
Ma per provare a interrompere qualcosa.
E capisce anche che il tentativo potrebbe non essere riuscito.
Larry adesso è in cucina, davanti al bollitore. Camomilla per due, da bere a letto insieme a Mel.
E mentre il bollitore iniziava a fischiare sommessamente, Larry capì.
-Lar, sei giù in cucina? -la voce di Mel dal piano superiore
-Sì tesoro, sto preparando due camomille. –
Capì che non era questione di se, ma di quando.