Dentro il labirinto
Di come Jade Darden passò oltre lo specchio
E poi arrivi ad un labirinto nel profondo della notte….
e distruggi l’unica via luminosa che ti porterà
all’uscita……
La villa di Jade fuori Londra era immersa nel silenzio.
Come una cattedrale nel deserto.
Nessun festino, nessun ospite….nessuno spettacolo organizzato da lui.
Solo i suoi passi lenti lungo il corridoio.
Le tende di velluto blù cobalto erano chiuse.
Da tempo non sopportava più la luce.
Come un vampiro alla ricerca di vittime a cui succhiare il sangue….e l’anima.
Attorno un disordine caotico.
Vestiti sparsi ovunque, piatti depositati alla rinfusa, con il cibo che ammuffiva.
Scie biancastre sopra un tavolino basso di vetro azzurro.
Una tv accesa senza volume chissà da quando.
Si avvicinò e la fissò per qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto poi se ne andò.
Il successo, i concerti, gli altri della band, erano diventati qualcosa che lo irritava .
C’erano mesi in cui sembrava che la sua vita fosse qualcosa che accadeva a qualcun altro.
Pete lo aveva chiamato all’alba.
“J.D, devi venire in studio.
Mik è furioso, dice che non hai mandato le tracce che dovevi registrare.»
Jade disteso sul divano, fissava il soffitto con il cervello fluttuante in una nuvola di crack.
«Digli che oggi non muovo un cazzo di muscolo….»
«Se non vieni sarà un casino brutto stronzo!», gli urlò dietro l’amico.
Jade non si degnò nemmeno di rispondere.
“Vaffanculo!”, poi gli aveva chiuso il telefono in faccia.
Da lì era iniziata la discesa all’inferno.
Se lo schianto fosse stato improvviso tutti se ne sarebbero accorti.
Ma tutto era stato più simile a una diga che cede con lentezza inesorabile ed esasperante.
Prima i ritardi, poi gli appuntamenti mancati, infine certe frasi strane, allarmanti dette a fil di voce.
Jade era diventato ossessivo, era il controllo totale, che cominciava a emergere nei suoi discorsi.
Controllo delle ragazze troppo giovani che entravano ed uscivano dal suo camerino, da casa sua ad ogni ora del giorno e della notte.
Qualcuno già parlava di video compromettenti, ma nessuno sapeva bene cosa ci fosse dentro.
Gli Helter Skelter credevano fossero solo voci, o un delirio di onnipotenza da rockstar.
Niente che non aveva colpito molte altre star prima di Jade.
Ma lui aveva iniziato a isolarsi.
Passava ore, giorni per i fatti suoi, nella sua villa isolata da alte mura e immersa nel verde, o lo vedevano infilarsi cercando di non farsi riconoscere in hotel di secondo ordine con le “sue ragazze”.
Quando Pete provò a parlargli, in una delle rare volte in cui riuscì a beccarlo sobrio e lucido, Jade era stranamente calmo e lo sguardo perso altrove.
«Che ti succede?» ,gli chiese l’amico, seduto sul divano con una lattina di birra in mano.
«Sto… ampliando i miei orizzonti» rispose Jade, accarezzando il collo della chitarra.
Per tutti era il cantante degli Helter Skelter, e nessuno ricordava che era un notevole chittarista e batterista.
Aveva iniziato suonando la batteria nella prima band che aveva formato con un amico.
Poi aveva imparato da autodidatta anche a suonare la chitarra.
Era in gamba, imparava in fretta e gli altri ragazzi lo trovavano divertente .
“I tuoi orizzonti?”, gli chiese Pete.
Ormai era abituato alle sue stranezze.
«Sto studiando come funziona il potere.
Come si modella la volontà degli altri.»
Pete si protese verso di lui guardandolo come si guarda qualcuno che sta per buttarsi da un tetto perché sostiene che lui può volare.
«Dovresti parlare con qualcuno Jade…..» disse. «Uno bravo.»
Jade sorrise.
«Sono già più bravo di chiunque potrei pagare per ascoltarmi.»
Pete capì che la conversazione era finita.
Terminò la sua birra e lanciò la lattina nel cestino a 5 m da lui.
Tra i componenti degli Helter Skelter le tensioni aumentarono.
Mik minacciò di andarsene.
Luke gli diede un ultimatum:
“O rimetti insieme quella cazzo di testa, o ti lasciamo indietro.”
Ma Jade sembrava non sentire
O semplicemente non gli fregava niente.
Il mondo reale gli era sempre più un pianeta di un altro sistema lontano anni luce.
Quello sempre più marcio dentro la sua testa, invece, lo attirava come un lampione attira una falena.
Le sue ricerche, i suoi messaggi, ciò che scaricava, ciò che archiviava… tutto diventava più oscuro, più segreto.
E più inquietante.
Ogni notte un passo in più verso il punto di non ritorno.
Poi un giorno , era spuntato un dettaglio che i suoi amici scambiavano per arroganza, ma che si sarebbe rivelato troppo tardi per quello che era veramente.
Il fatto che Jade aveva capito di poter manipolare chiunque.
Bastavano le parole giuste, dette con il tono giusto, l’espressione giusta.
Bastava individuare le debolezze giuste.
Da lì in poi si era sentito invincibile.
Il Burattinaio.
Così si era definito.
Così che si vedeva.
Un pomeriggio di pioggia, qualcuno bussò alla porta della villa.
Jade non aspettava nessuno, ma ogni tanto Lizzie si faceva vedere con appresso una sorpresa.
Bastava dirle che era amica di Jade Durden e avrebbero fatto anche un patto col diavolo pur di incontrarlo.
Nessun patto, ma il diavolo l’avrebbero visto eccome.
Lo schermo del suo PC illuminava di bluastro la stanza.
Quando aprì, c’erano due agenti.
«Signor Durden, avremmo bisogno che venisse con noi per alcune dichiarazioni.»
Quello fu il primo urto che fece cedere la diga.
Il giorno dopo sarebbe arrivato Pete.
E tutto sarebbe esploso.
Tutto era iniziato da una ragazza , ex girlfriend di Jade, che aveva mostrato ai poliziotti video inequivocabili su quale era diventata la passione di Jade, il sesso con minorenni, e messaggi espliciti.
Il problema era che quel nome non era apparteneva al Sig.Nessuno, magazziniere , impiegato del catasto o operaio.
«E’ Jade Durden» aveva detto un agente giovane, ad uno più anziano , persino emozionato perché si parlava del leadsinger del suo gruppo preferito.
“E’ uno stronzo, ma rimane pur sempre una star internazionale”, aveva aggiunto l’altro, “E hanno frotte di avvocati pronti a fare il culo a chi gli scompone anche un singolo capello…”.
I poliziotti di una piccola stazione del Galles avevano voglia di ritrovarsi dentro un barile di merda che li avrebbe travolti?
Ovviamente no, e la faccenda fu chiusa con qualche frase di circostanza, qualche risatina e la frase di rito:
“E’ sicura che siano minorenni?
Forse lei ha capito male”.
Solo che lei non si era sbagliata e non aveva capito male.
Ci furono altre segnalazioni per altri 2,3 anni, liquidate alla stessa maniera, talvolta con minacce.
Poi la faccenda arrivò sotto il naso dell’Ispettore Beckam e la macchina si mise in moto.
Le prove, arrivavarono pesanti come colpi di martello.
Durante una perquisizione per altri motivi.
Importazione di droga dall’estero.
Crack e metanfetamina.
Files, chats, tracce digitali.
L’insieme, formava un quadro assurdamente orribile.
Una quantità immane di materiale che coinvolgeva minori.
Talmente enorme che non c’era spazio nei pc del commissariato locale.
Inoltre tutto dovutamente criptato, e Jade sicuramente non avrebbe snocciolato le passwords d’accesso.
Quando entrarono in quella villa, sembrò loro di violare una sorta tempio privato.
Un tempio in cui sembrava fosse esplosa una bomba, tanto era il caos là dentro.
Tranne che nello studio di Jade.
Lì c’erano due monitor, un portatile, 5 cellulari.
Luci viola fredde al neon illuminavano l’ambiente e la sensazione di trovarsi nel posto in cui una mente aveva deciso di non tornare più indietro.
Di perdersi definitivamente nel labirinto….
Un poliziotto sollevò un hard disk come se già sapesse cosa poteva contenere.
«Ce ne sono altri otto nascosti in un doppio fondo della scrivania”, disse
Beckam lo guardò stranito.
Sapeva che era solo l’inizio di un incubo.
Non fu arrestato subito.
Tutto doveva essere decriptato per potersi rendere conto della portata della cosa.
Jade camminava avanti e indietro nella villa vuota dopo la visita degli agenti.
Sembrava un cane rinchiuso in una gabbia.
Le mani avevano un leggero tremore, da 24 ore non prendeva nulla, ma la mente era stranamente lucida.
«È un errore» parlava a sé stesso davanti a uno degli specchi sparsi per le pareti della camera.
«Loro non capiscono. Non possono capire.
Nessuno mi capisce».
Nella sua testa, ogni gesto , ogni azione aveva un fine….quasi scientifico.
Fino a dove ci si può spingere prima di spezzare il meccanismo...
Non gli avevano dato il tempo di spiegare.
«È psicologia…”, si disse, «È il potere .
Io l’ho sperimentato.»
Il problema, si disse, era il mondo là fuori.
Un mondo ottuso, moralista, che aveva bisogno di regole per sentirsi al sicuro.
Jade non si vedeva come un colpevole.
Solo qualcuno che aveva varcato confini che gli altri non avevano nemmeno il coraggio di guardare.
«Li ho avuti tra le mani… hanno fatto tutto ciò che volevo.
Tutto.
E’ solo l’invidia a manovrarli...».
Il “potere”, era diventato uno scudo contro la realtà.
Ma la realtà è come l’acqua...per quanto tu cerchi di ignorarla o la costringi a fare ciò che vuoi, troverà sempre una via, per quanto minuscola per uscire.
Quando Jade fu convocato Beckam si rese conto che non era come gli altri criminali che aveva interrogato in casi simili.
Non aveva paura, e nemmeno timore.
Non era nemmeno aggressivo.
Era semplicemente… convinto.
«Signor Durden» esordì il commissario, «ci sono tracce digitali che provengono dai suoi dispositivi. Siamo qui per raccogliere la sua versione.»
Jade sorrise come chi sta per spiegare l’essenza stessa della vita ad un essere primordiale.
«Quello che ha trovato è parte di uno studio”.
Beckam non credeva alle sue orecchie.
“Lo chiami esperimento se vuole….”.
“Sul serio?”, gli chiese l’altro, “E su che cosa?”,
“Sulle dinamiche di potere”.
“Quale potere?”.
“Il mio”, ora sembrava infastidito ed irritato, “ Tutto il resto è un ‘interpretazione viziata”.
“Viziata….”, ripetè Beckam.
Forse stava sognando e non lo sapeva,
«Signor Durden», disse . «le prove non sono interpretazioni.
Sono fatti.»
Jade lo guardò senza nessuna espressione, come se fosse una statua di marmo..
«Io non ho fatto niente di sbagliato», ripetè.
«Lei ha superato i limiti…. Il limite che separa un essere umano da un animale….”, lo guardò e capì una cosa fondamentale.
Quello scoppiato che aveva davanti a sé non si sarebbe mai dichiarato colpevole.
Capì che non vedeva il male.
Perchè era il male.
Capì che, nella sua testa, era una specie di dio in terra chiamato a portare la luce tra il buio dell’ignoranza umana.
E capì che quell’interrogatorio sarebbe stato assolutamente inutile.
Era ritornato a casa , aveva chiamato Kira , ma aveva sempre trovato la segreteria e presa una dose di crack dai vari posti dove la nascondeva ne riempì una pipa di vetro.
Era andato nel suo studio e si era seduto sul pavimento .
I suoi dispositivi erano stati sequestrati e a terra come serpenti in agonia , giacevano i cavi scollegati.
Fece una lunga boccata e rimase a fissare la parete davanti a lui.
C’erano appesi dischi d’oro e di platino dentro cornici e protetti da un vetro.
Poster dei loro tour e foto di Jade prese dalle copertine di riviste di musica e di moda.
La sua bellezza sovrastava i visi da ragazzi normali degli altri componenti del gruppo.
In una i suoi capelli corvini sembravano risplendere ancora di più sotto le luci dei riflettori.
Erano corti e leggermente scompigliati.
Gli occhi con una luce maliziosa sembravano fissare ognuno di quelli che guardavano la foto.
Un sorriso accennato era l’esca infallibile per milioni di ragazze.
Indossava una camicia bianca pantaloni neri e una giacca di pelle.
Un orecchino d’oro gli pendeva da un lobo e un tatuaggio spuntava dal colletto della camicia.
«Non capiscono…».
Sembrava parlare a quel ragazzo appeso davanti a lui.
Ma non ne aveva alcuna risposta.
Lì dentro, dove Jade aveva compiuto azioni innominabili , che non meritavano alcun perdono, il suo potere era svanito.
Aveva sempre creduto che ci fossero due versioni distinte di Jade.
Quella che si dava in pasto al al mondo , brillante, magnetica , e una che era nota solo a lui, chiusa in un angolo nascosto della sua mente.
Man mano che il tempo passava le due personalità avevano iniziato a scambiarsi posto.
La maschera era diventata il volto.
Il volto era diventato un’ombra.
C’era poi una voce dentro di lui.
Qualcosa che assomigliava ad un sussurro e si infilava tra i suoi pensieri .
Il sussurro gli diceva:
“Tu non sei come gli altri…..tu sei sopra gli altri.”
Era una specie di legge di gravità invertita.
Come se un’ architetto pazzo avesse deciso che da quel momento in poi le sedie avrebbero dovuto avere 3 gambe e DOVEVANO rimanere in piedi , perché lui aveva deciso così.
Jade vedeva un fan, un amico, un membro della band, e automaticamente come un’ insegna al neon che si accende, in lui usciva questo pensiero.
“Lui non capisce”
Prima del successo mondiale, prima che scoprisse la droga provava empatia.
Ma col successo arrivò una specie di anestesia emotiva.
All’inizio fu impercettibile:
una piccola indifferenza, una minuscola impazienza verso chi non seguiva i suoi ritmi.
Poi divenne una sensazione stabile, quasi piacevole:
il mondo era popolato da persone lente, prevedibili, manipolabili.
E Jade cominciò a vivere come se fosse l’unica persona reale in mezzo a comparse.
Non erano vere, ma solo le cavie del suo”esperimento”, e non era necessario provare qualcosa verso di loro.
Per Jade, il controllo non era un mezzo.
Era il fine.
Di essere amato non gli fregava niente
Voleva essere adorato, venerato..
Non voleva solo avere successo.
Voleva piegare la volontà altrui.
Sentire che il mondo si adattava a lui, e non viceversa.
Come una divinità , con un solo gesto della mano, una folla di migliaia di persone esplodeva in un urlo.
Era una sensazione più potente di un orgasmo.
Era persino più intenso della droga che si metteva in corpo.
Ma sul palco non era abbastanza.
Era troppo pubblico, troppo condiviso.
Jade voleva un potere più intimo.
Più assoluto.
Un potere che nessuno potesse contestare o giudicare.
E così cominciò a cercarlo altrove.
Non era importante dove.
Era importante come si sentiva.
Il brivido di avere un essere umano completamente nelle sue mani.
La convinzione che un suo comando potesse muovere una mente come se fosse una marionetta.
Non ci si sveglia un giorno decidendo di diventare un manipolatore..
Il processo fu graduale .
Si passò dal
“Lo faccio solo per curiosità”.
Al devastante e distruttivo:
“Io sono speciale, quindi le regole non valgono per me.”
Da quel momento tutto il palazzo marcio in cui abitava Jade, parve prendere vita propria e salire sempre più verso il cielo.
Era necessario un mondo morale parallelo, fatto apposta per lui e da lui.
In quel mondo, tutto ciò che faceva era giustificato.
O meglio: tutto ciò che faceva non aveva bisogno di alcuna giustificazione.
Era nato il burattinaio.
Ora bisogna trovare le marionette per iniziare lo spettacolo.
La parte più tragica era che Jade non si accorgeva di essere in caduta libera.
Per lui era l’ascesa verso l’alto.
Non importava se iniziava a perdere la band, gli amici, la creatività, la lucidità… nella sua mente un altro mondo era stato creato e ora viveva lì.
Una volta, guardandosi allo specchio, aveva detto:
«Sto diventando ciò che sono sempre stato.»
Probabilmente solo lui diede l’unica spiegazione plausibile a quello che al resto del mondo era apparso come una totale insensata follia.
Due anni prima
Jade era seduto davanti ai monitor, circondato dal ronzio costante delle ventole e del neon.
Aveva passato gli ultimi mesi immergendosi in una spirale di contenuti borderline sempre più scuri, sempre più estremi.
All’inizio non capì per quale motivo era attirato da quei contenuti.
Poi capì che cercava qualcosa che lo facesse sentire come quando sul palco controllava la folla.
Per la prima volta, sentì quello che gli psichiatri avrebbero chiamato “La fame”.
Una voglia incontrollata di attraversare la linea, come se dall’altra parte ci fosse un territorio proibito che aspettava solo lui.
Ed ecco la sua voce interna che sussurrò:
“Se vuoi davvero capire il controllo, devi andare oltre.”
All’inizio non riuscì bene a focalizzare quell’ “Oltre “.
Non aveva ancora una forma.
Ma aveva già un fascino irresistibile ai suoi occhi.
Jade iniziò a cliccare.
Non verso contenuti illegali, non ancora.
Ma verso zone d’ombra, community chiuse, forum borderline dove la moralità veniva trattata come un’opinione, non come un limite.
E ogni volta che leggeva un messaggio più estremo del precedente, Jade provava contemporaneamente disgusto, ma anche una spaventosa attrazione.
Quella combinazione lo stava portando al limite.
Il disgusto lo faceva sentire ancora ….umano.
Il ragazzo pieno di sogni, entusiasta di imparare sempre cose nuove che macinava successi a scuola.
Ricercato dalle ragazze e dagli amici.
L’attrazione invece gli diceva che stava entrando in un territorio pericoloso.
La linea di confine non si spezza mai di colpo.
Si assottiglia, poi si sfilaccia.
Diventa elastica.
A quel punto Jade cominciò a tirarla sempre più forte.
Il vero punto di svolta, il suo Rubicone fu la creazione di una bugia perfetta.
Una frase che solo un individuo che stava procedendo verso la follia poteva pronunciare:
“Non sto facendo nulla.
Sto solo osservando.”
Perché se “stava solo osservando”…allora ogni limite diventava teorico.
Ogni divieto, annullabile.
Ogni confine, superabile.
Quando arrivò il momento decisivo, Jade non era agitato.
Era calmo.
Un calma gelida
Aprì una pagina che aveva sempre evitato.
Ci passò sopra il mouse.
Esitò.
Fu un’esitazione lunga un secondo, ma quel secondo conteneva ancora, infinitamente compresso, tutto ciò che gli rimaneva di umano, di morale, di lucido.
La sua voce però pronunciò la frase fatale:
“Il potere si trova là dentro”
E Jade cliccò.
Un semplice gesto spalancò le porte dell’inferno….e lui ci mise un piede dentro.
Nella sua mente bacata la linea di confine tra “controllo” e “abuso” era scomparsa come la neve d’aprile.
Quel semplice click divenne un reato.
Lui non lo sapeva ancora, ma quel singolo gesto avrebbe demolito ogni cosa costruita sino ad allora.
La carriera, la sua band, le sue amicizie, la sua reputazione, la sua libertà
Un gesto stupido, ma pieno di conseguenze.
La caduta
Jade non sentì neanche il campanello la prima volta.
Era immerso in quel torpore ovattato in cui passava ormai quasi tutte le sue giornate, sospeso tra insonnia e apatia.
Solo al terzo squillo, lento e insistente, sobbalzò sul divano.
Si alzò, trascinandosi verso l’ingresso con il cuore che batteva un po’ più veloce, ma senza un reale motivo.
Pensava fosse un corriere, o magari un fan troppo insistente.
Non si aspettava, quando aprì la porta, di trovare due agenti.
Il tempo si fermò.
«Signor Durden?»
«Sì?»
L’uomo aprì la cartellina e lesse con tono neutro, come se stesse recitando un copione amministrativo:
«Siamo autorizzati ad effettuare una perquisizione”.
«Un controllo di routine?» chiese con un sorriso infantile.
Questa volta non gli avrebbero sequestrato tutta la droga, solo quello che aveva deliberatamente in giro per toglierseli di torno in fretta.
L’agente non sorrise.
«No, signor Durden.
Non è un controllo di routine.»
“Cosa volete?”, chiese.
“Ci sono state varie segnalazioni su materiale...che a quanto pare lei possiede….ed è illegale”.
Quelle parole gli caddero addosso come piombo.
Capì a cosa si riferiva.
Jade fece un passo indietro senza accorgersene, quasi inciampando nel tappeto.
E in quel movimento c’era tutta la sua terribile consapevolezza: il corpo reagiva prima della testa.
«Devo…telefonare il mio avvocato» , disse soltanto.
«Non c’è problema…”, l’agente fece un passo oltrepassando l’uscio di casa, “Noi Intanto dobbiamo entrare.»
Quando gli agenti varcarono la soglia dello studio, Jade provò qualcosa che non aveva mai provato prima:
paura.
Gli agenti si diedero da fare.
Aprivano cassetti.
Staccavano cavi.
Fotografavano.
Annotavano.
«Non avete il diritto…», tentò di dire.
Ma l’agente gli porse il foglio, con una cortesia glaciale.
«Ce l’abbiamo.»
Jade lesse le prime righe.
Era una denuncia.
Da parti di Shandy Webber.
Gli si annebbiò la vista.
E rivide il viso di quella ragazza con la quale aveva condiviso droga e sesso.
Per quanto lo cercasse di ignorare, e le droghe che gli continuavano ad avvelenare e distruggere il cervello, attutivano in parte la caduta, il crollo iniziò a farsi sentire.
Niente di deflagrante.
Fu silenzioso.
Era una specie di disconnessione , un guardare la scena dall’esterno
Come se fosse un film.
Qualcuno aveva violato il suo mondo entrandovi a gamba tesa.
Non era più quella divinità intoccabile che dal suo tempio sopra la folla guardava e impartiva ordini.
Si sedette sul pavimento, incrociò le gambe.
Le pupille dilatate.
Le labbra serrate in una specie di ghigno rabbioso.
In mezzo al caos, mentre gli agenti aprivano, spostavano, afferravano per portare via, come in uno di quelle serie crime che passava intere nottate a guardare, Jade pensò a due frasi sentite tempo prima.
La prima era di Kira una delle complici nei suoi crimini.
“Pensi che finiremmo nei guai prima o poi?”.
Lui aveva risposto:
“Jade Durden è al di sopra della legge…”.
La seconda di Shandy:
“Riuscirò a farti finire in un mare di merda e pagherai per tutto quello che hai fatto…”.
Lui le aveva riso in faccia.
Fu il suo unico momento di lucidità.
E durò pochissimo.
Poi il suo ego illimitato, devastato e agonizzante, come una bestia ferita che non accetta il fatto che sta per morire, ricominciò a costruire scuse, giustificazioni talmente assurde che solo un demente poteva partorirle.
«È un equivoco… Posso spiegare… Non capite…»
Ma la verità era lì davanti a lui:
ogni via di fuga era stata sbarrata.
Quando gli agenti se ne andarono, lasciando la villa vuota, spoglia, priva del suo cuore tecnologico, Jade rimase in piedi al centro dello studio.
Guardava il vuoto dove prima c’era il suo impero privato.
Si passò una mano sul viso.
E lì, per la prima volta, sentì un brivido.
Andò a recuperare l’unico cellulare che aveva nascosto in un armadio a muro e si affrettò ad entrare nel suo account su un social.
Aveva 10 milioni di seguaci là dentro.
Fan adoranti che l’avrebbero difeso.
Scrisse una semplice frase:
Sta succedendo tutto troppo in fretta…..non giudicatemi male….non capiscono.
Prese una dose di metanfetamina e il sonno, la fame scomparvero in un attimo.
Quella notte non dormì.
E nemmeno quella dopo.
Non perché aveva paura dell’arresto.
Ma perché avrebbe dovuto dare spiegazioni.
E lui non era abituato a farlo.
Non lo doveva a nessuno.
Jade fissava il telefono vibrare con una luce intermittente viola, nel buio della stanza.
Il vuoto della villa sembrava diventato qualcosa di materiale.
E si spingeva sul corpo di Jade, lo imprigionava.
Dopo tre chiamate, si decide ad afferrarlo
«Avvocato…», disse soltanto.
«Sì… sono io Jade.»
Il tono era professionale, freddo.
«Ho ricevuto la tua chiamata.
Come posso aiutarti?»
Jade inspirò profondamente:
«Hanno… hanno portato via tutto….
I Computer, il portatile….i cellulari…”.
«Ok Jade, raccontami con calma cosa è successo. “
“Avevano un mandato….qualcuno gli ha detto che ho del materiale illegale…..”
“Che tipo di materiale….illegale?”, aveva quasi paura a chiedere.
“Foto...video….”.
“Di che genere?”, ora una sorta di terrore gli stava salendo lungo il corpo.
Jade non rispose.
“Cristo santo….è quello che penso?”.
Nessuna risposta.
L’avvocato cominciò a vedere davanti a sé l’aprirsi di una voragine.
“Quanto ne avevi Jade?”.
“Abbastanza…..”.
“Abbastanza quanto?”.
“27 therabyte…..”.
“Mi stai pigliando per il culo?”, non era una persona volgare, ma tutto stava prendendo una piega inaspettata.
“No”, rispose Jade calmo, “A casa mia posso fare il cazzo che voglio…”.
L’altro era basito, per un attimo rimase in silenzio.
“No Jade, nemmeno su Marte tu puoi fare il cazzo che ti pare…..”, si passò una mano tra i capelli, “Posso farti una domanda?”.
“Si”, rispose Jade.
“Perchè tenevi tutta quella...roba?”.
“Non ho fatto niente di male…..”.
“Davvero?”
«Io… Io stavo solo… osservando… studiando…» mormorò, come se ripetendo quella frase potesse renderla vera.
L’avvocato si lasciò cadere sopra la poltrona dietro a sé.
“E’ finita…..”, pensò.
Prima di quella telefonata si pregustava già il week end a Parigi e ora avrebbe dovuto mandare all’aria tutto.
«Jade, voglio tutta la verità non queste cazzate….”.
L’altro era ormai immerso sino al collo nella sua follia.
«Non capiscono… Non capiscono… “, continuava a ripetere.
Ragionarci era impossibile, l’unica cosa da fare era cercare di arginare il più possibile il fiume in piena che li avrebbe travolti.
Cosa che successivamente capì era impossibile, quando venne a conoscenza di cosa c’era in quei pc e quando lesse i messaggi di Jade.
«Il punto» continuò l’avvocato, con calma glaciale ,«è che non puoi giustificare niente davanti a loro, Jade.
Per cui fidati di me.
Hai capito ?»
Jade aprì gli occhi.
«Ok...» mormorò.
«Sei in un barile di merda, ma vedremo di farti uscire con il meno danno possibile….se sarà possibile...”, aggiunse ancora credendoci, «ti spiegherò i prossimi passi.
Niente panico.
Niente mosse avventate.
Cerca di restare lucido.»
Una frase che detta a un tossico affetto da megalomania risultava quasi divertente.
Jade posò il telefono.
La villa era immersa in un silenzio irreale.
Fuori un uccello notturno emetteva il suo canto tetro.
Jade camminava avanti e indietro.
La metanfetamina era la pila che lo faceva muovere continuamente.
Telefonò a Kira.
“Credo che mi arresteranno …”, le disse.
“Cosa?”, escamò lei, “Quando ….perchè?”.
Il panico cominciò ad afferrarla .
“Mi hanno sequestrato i pc….tutto….”.
“Avevi detto che nessuno poteva farti niente….”, si sentì un tonfo, come di un pugno sopra un tavolo, “brutto figlio di puttana….figlio di puttana…...figlio di puttana….verranno a prendere anche me…..ci sono anche io là dentro...”.
“Abbiamo gli avvocati….”.
“Tu hai un esercito di avvocati stronzo….io non so nemmeno come pagare l’affitto a fine mese!”.
Kira buttò giù il telefono.
Un ‘ora dopo sentì bussare alla pesante porta di mogano.
Sapeva chi c’era dall’altro lato.
Aprì.
Due agenti.
«Signor Durden, lei è in arresto”.
In quel momento non si sentì più più il burattinaio…..il manipolatore invincibile.
Era solo un piccolo uomo , fragile, un essere miserabile intrappolato nelle proprie ossessioni.
Mentre saliva sull’auto della polizia , si ese conto che il mondo che aveva costruito nella sua testa stava crollando come un palazzo riempito di cariche esplosive a cui avevano acceso la miccia.
Tutto era evaporato nel giro di un attimo.
Seduto sul sedile posteriore, in silenzio, Jade fissava il soffitto dell’auto.
La città si avvicinava.
Jade non diceva una parola.
Il silenzio era totale.
Lo rinchiusero in prigione due giorni dopo.
I suoi crimini erano di una gravità assoluta, il suo atteggiamento totalmente privo di alcun rimorso o vergogna, che venne ritenuto un individuo altamente pericoloso.
Niente e nessuno avrebbero potuto fermarlo se fosse rimasto a piede libero.
L’aria nella sezione era densa, pesante.
Quando Jade varcò la soglia, il silenzio calò improvviso.
Tutti sapevano chi fosse.
Ma soprattutto tutti sapevano di cosa era accusato di aver fatto
«Ma quello è… quello è J.D.?» esclamò un tizio.
«Dicono sia un musicista famoso…”, un’altro.
«Accusato di cosa?»
«Pedofilia… dicono… e hanno le prove…».
Quella parola era come un marchio indelebile sulla pelle.
Persino tra i criminali incalliti e gli assassini più spietati.
Jade camminava lentamente tra i corridoi, le mani in tasca, cercando di non mostrare debolezza.
Ma ogni sguardo che incrociava era una sentenza .
E lui lo sapeva.
Alcuni lo osservavano come se fosse un animale raro da studiare, altri con odio puro.
«Quello stronzo non deve stare qui… cazzo…», disse qualcuno.
“Tranquillo , quelli come lui finiscono tutti a Plainfield…..”
E Jade capì subito una cosa:
in carcere la fama non conta un cazzo.
Dopo il processo fu spedito a Pleinfield Park
La fama e la notorietà che lo avevano protetto per anni fuori dalle mura della legge, dentro, erano diventate un marchio indelebile.
Tutti lo conoscevano, tutti sapevano chi fosse e per cosa era accusato.
Non c’era via di fuga.
Non c’erano alleanze .
Non c’erano amici.
L’unica maniera per sopravvivere era comprare qualcuno che gli guardasse le spalle.
Qui, nella realtà cruda della detenzione, era solo un uomo tra uomini.
E il mondo fuori, il palco, la band, la fama… tutto era svanito.
Cominciò a capire che la fama e il potere non significavano nulla qui.
Ogni corridoio, ogni cella, ogni angolo potevano nascondere qualcuno che gli avrebbe fatto la pelle.
Ciò di cui era circondato era odio puro.
I crimini come i suoi non li perdonano nessuno.
I detenuti più temuti, quelli che avevano costruito la loro autorità sulle regole non scritte del carcere, lo osservavano con distacco .
Non servivano minacce verbali.
Bastava uno sguardo per fargli capire che loro non avrebbero mai accettato un uomo come lui.
Gli altri galeotti lo isolavano per una sorta di orrore morale, per il disgusto che sentivano verso ciò che aveva fatto.
Persino i più violenti, quelli che non davano importanza a crimini gravi, lo guardavano con una combinazione di disprezzo e rabbia.
Jade capì che qui non c’era nulla da manipolare.
Non c’era rispetto da guadagnare.
Non c’era modo di usare la sua fama.
Ricordava le parole del giudice dopo la sentenza:
“Le auguro di riuscire ad usare il suo ascendente anche nel carcere.
E’ probabilmente l’unica possibilità che ha di riuscire a vedere l’alba ogni mattina per i prossimi 30 anni….”.
All’inizio provò a fingere calma.
A rendersi quasi invisibile.
“Se non ti vedono non possono farti niente…”, si ripeteva.
Camminava come se nulla fosse, ma dentro, sentiva la pressione crescere.
E più il tempo passava, più Jade percepiva qualcosa che non aveva mai provato:
la totale impossibilità di difendersi.
Non poteva controllare nulla.
Per la prima volta, il suo ego smisurato si trovava di fronte a qualcosa che lo atterriva:
l’odio genuino e collettivo di chi non conosce pietà.
E la cosa peggiore era che questo odio non veniva dall’autorità, né dai giornali, né dalle leggi.
Veniva da chi viveva gomito a gomito con lui dentro quelle mura di cemento
Da individui che tutta loro vita avevano avuto a che fare con la violenza reale, e non tolleravano chi ha distrutto l’innocenza degli altri.
La cella era un piccolo spazio grigio, soffocante, con una finestra alta che lasciava filtrare appena la luce della luna.
Jade sedeva a terra, schiena contro il muro, gli occhi fissi nel vuoto.
Intorno a lui, pochi oggetti personali sopravvivevano: qualche libro, fogli sparsi, un taccuino con appunti strambi e incomprensibili .
La sua mente correva veloce, intrecciando realtà e fantasia.
Il crollo psicologico, l’odio degli altri detenuti, la perdita di controllo sulla sua vita fuori e dentro le mura lo avevano spinto a cercare rifugi illusori.
Le droghe diventavano la sua unica speranza di poter vedere il giorno successivo.
Lo stordimento attenuava il senso di impotenza, creava un mondo parallelo dove era ancora il burattinaio
Seduto in quella cella, Jade respirava lentamente.
Ogni pulsione, ogni fantasia, era intensificata fino a sembrare reale.
E più la sua mente scivolava nella fantasia, più perdeva contatto con la realtà.
Le voci dei compagni di cella, le guardie, persino il rumore della pioggia sul tetto: tutto diventava un sottofondo indistinto, irrilevante, inesistente.
La cosa incredibile era che là fuori c’era qualcuno che pompava benzina in questa realtà fittizia.
Le fans più fedeli continuavano a scrivergli, lo venivano a trovare.
Era riuscito pagando profumatamente a farsi arrivare un cellulare col quale intratteneva rapporti con alcune ragazze che aveva frequentato in passato.
E i messaggi che si scambiano dicevano che Jade non era cambiato di una virgola.
Discorsi assurdi su minori con i quali avrebbe voluto incontrarsi attraverso l’accondiscedenza delle madri.
Quando tutto esplose , l’atmosfera in carcere divenne pesante come il piombo.
Non solo si era procurato qualcosa che agli altri era assolutamente precluso, ma la sua ostinata convinzione nel continuare ad essere ciò per cui era là dentro fu la miccia che fece esplodere la situazione e che lo portò ad essere tenuto ostaggio per 6 ore, durante le quali dovette subire di tutto e di più.
Da quel giorno, ogni minimo rumore lo faceva sobbalzare.
Ogni sguardo degli altri detenuti diventava una minaccia alla sua vita.
Jade passava ore da solo.
E la droga amplificava questa paranoia, ma gli permetteva anche di mantenere la sensazione di essere sempre un passo avanti.
Si isolava ancora di più, rendendo ogni contatto umano impossibile.
Jade era intrappolato dentro la sua testa.
Il suo senso di onnipotenza lo spingeva a cercare sempre più potere mentale
L’isolamento e l’odio lo spingevano a cercare rifugio nelle droghe
Queste ultime amplificavano il delirio, la paranoia e la megalomania
E in quel delirio, lui credeva davvero a ciò che diceva.
Jade non era più il musicista famoso, né il burattinaio del mondo esterno.
Ma nella sua mente, era ancora il re, l’onnipotente, il giudice supremo di tutto ciò che lo circondava.
Jade cominciò a parlare ad alta voce nella sezione, quasi sfidando gli altri.
La maggior parte dei detenuti percepiva queste azioni come arroganti e fastidiose, generando un’ ostilità crescente.
La situazione degenerò rapidamente .
E fu quello che portò alcuni detenuti a sequestrarlo per 6 ore.
Erano imbestialiti del fatto che aveva un debito di droga, ma fu il suo atteggiamento a scatenare la violenza.
L’odio e il disgusto altrui rafforzavano la sua convinzione di essere incompreso, ma superiore
Le droghe amplificavano la paranoia , ma anche l’arroganza.
Probabilmente fu quella a scatenare contro di lui un pestaggio.
Ne uscì malconcio, ma vivo.
Seduto in mezzo ai fogli sparsi a terra, Jade rideva tra sé e sé, immaginando intere strategie e piani di dominio invisibile:
Ogni volta che immaginava di manipolare la realtà a suo favore, la sensazione di potere diventava quasi fisica.
L’uso della droga gli aveva tolto tutto.
Non sentiva fame né sete
Non distingueva più sogno e veglia
Non si curava più di sé stesso.
Stava giorni senza nemmeno lavarsi.
In mezzo ai suoi capelli corvini di cui era sempre stato orgoglioso, erano spuntate ciocche bianche.
Anche alcuni denti avevano cominciato a guastarsi.
La madre stentava a riconoscere il bellissimo ragazzo di un tempo.
A un certo punto, Jade raccolse tutti i fogli e li strappò, riducendoli in pezzi sparsi sul pavimento.
Ogni strappo era accompagnato da urla, risate isteriche, e minacce immaginarie contro chi osava sfidarlo.
«Non potete toccarmi!
Non potete fermarmi!”:
Dopo l’episodio del pestaggio Jade cominciò a vacillare sulle sue certezze granitiche.
Era entrata a far parte della sua vita anche la depressione.
Nessuna strategia mentale funzionava
Nessun piano di manipolazione poteva salvarlo
Nessun delirio di grandezza poteva proteggerlo
Era completamente esposto, vulnerabile, solo.
Non contava più nulla.
Non c’era controllo.
Non c’era protezione.
Comprese che la sua megalomania era impotente di fronte all’odio collettivo.
Non poteva comprare rispetto, intimidire, manipolare o usare la fama.
Si accasciò sul pavimento, stringendosi la testa tra le mani.
La cella era silenziosa.
Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono concreto in un mondo che sembrava evaporare attorno a lui.
Non c’era più palco, non c’erano fan, non c’era il mondo esterno.
C’era solo lui, la sua mente ossessiva e il peso schiacciante dell’odio e del disgusto di chi lo circondava.
Le droghe non lo proteggevano più.
Finalmente, Jade comprese la frase che aveva sempre temuto: era un morto che cammina.
Era rimasto solo un corpo, un guscio vuoto tenuto in vita solo da ossessioni e megalomania ormai senza scopo.
La sua vita era ormai nelle mani degli altri, così come quella di altri era stata nelle sue.
In quel momento, la mente che aveva dominato per anni si spezzò definitivamente.
Chiuse gli occhi, respirando lentamente, come se stesse accettando la fine.
In lui era rimasta solo una rassegnazione totale di fronte all’inevitabile.
L’aveva detto anche al giudice che se fosse rimasto dov’era gli avrebbero fatto la pelle, ma a nessuno venne in mente di spostarlo.
Per tutti l’aver allungato la vita di 12 anni a quell’essere ignobile risultava ormai insopportabile.
E ogni giorno aspettavano che qualcuno gli dicesse:
“Jade Durden è morto”.
La mattina era gelida e silenziosa.
La sezione si muoveva lentamente, come se il mondo stesse trattenendo il respiro.
Jade sedeva nella sua cella.
All’improvviso, percepì una presenza.
Il resto accadde al di fuori del suo controllo
E in pochi istanti, Jade scomparve dal mondo.
Una lama uscita da chissà dove gli tagliò la gola da un orecchio all’altro.
Nemmeno i soldi erano riusciti a fargli comprare la libertà.
Non esisteva abbastanza denaro per far sopportare la sua ingombrante presenza.
Nel carcere la vita ritornò quella di sempre, come se nulla fosse accaduto.
L’eco della sua follia, della sua megalomania e della sua caduta rimane solo nella memoria dei suoi fans e nella mente di chi lo aveva conosciuto.
Ma non di tutti…..
Molti hanno preferito cancellarlo...come uno scarabocchio….
Per poter scrivere questa seconda parte ho letto resoconti, guardato video nei quali venivano fatte analisi da psicologi e psichiatri.
Ne esce un quadro assolutamente sconcertante che è quello che ho narrato nel racconto.
Alla fine nessuno è riuscito ad avere una risposta.
Solo supposizioni.
Questo soggetto si è portato la sua follia insensata dentro una tomba.
Non ha mai avuto una sola volta un rimorso, un ripensamento su cosa aveva fatto.
Anzi ha cercato di portare avanti, con tutti i limiti della situazione , questo suo modo malato di relazionarsi agli altri.
Ha cercato di esercitare ,anche attraverso le mura di un carcere, la sua influenza e il suo controllo.
Non all’interno, lì la sua salvezza dipendeva solo da quanto era disposto a pagare, fuori c’erano ancora donne disposte a tutto pur di avere l’attenzione della”Star”, anche se caduta nella polvere.
Per me è la conferma che solo un pazzo può pensare di studiare la mente umana e applicarvi teorie come si fa in matematica.
Siamo 8 miliardi di individui e ognuno di noi è diverso dall’altro.
Siamo esseri imprevedibili e con un bel po' di ombre.
E probabilmente è questo il nostro fascino.
Lui , anche se in maniera distorta lo era sicuramente, perché lo era la sua imprevedibilità, nessuno si metterebbe a scrivere qualcosa su un’impiegato del catasto, felicemente sposato con figli, che trascorre i fini settimana a casa a godersi moglie e figli.
Non è diventato un Mito...è riuscito a incarnare il concetto di Monito.
Monito per noi che dobbiamo sempre tenere gli occhi aperti a quello che ci accade attorno e che per quanto squadrati non siamo totalmente vaccinati contro il germe della follia…..
Il mio personale giudizio su Jade Durden (alias Ian Watkins) è che sia nato con un bel buco dentro la testa, e che se fosse rimasto un normale ragazzo di provincia anonimo, tutto sarebbe rimasto assopito, come una malattia che c’è ma non si risveglierà mai.
La fama, i soldi e il potere di influenzare milioni di persone, uniti all’uso di droghe devastanti come il crack e la metanfetamina sono stati il grilletto che ha fatto deflagrare il tutto.
Il mostro è uscito dalla tana e ha fatto a pezzi il suo stesso padrone che ne ha perso il controllo…...
Dentro il labirinto testo di Leyla Khaled