FROM THE DESK OF CARLO GABBI
THE AUTHOR OF
"AN AMAZING STORY”
PRESENTA ORA UNA VERA STORIA MOZZAFIATO
DI
AMORI E PASSIONI TRADIMENTI E GUERRE
A TALE OF THE PAST ( UNA FIABA DEL PASSATO )
CAPITOLO 6
RICORDI DI UN PICCOLO MONDO
Era una notte di plenilunio e la luce d'argento si riverberava sulle acque calme della baia. Sembrava che tutto fosse senza movimento e potevo udire il gentile sussorio del mare che si rompeva sulla spiaggia sabbiosa. Quella calma mi induceva alla meditazione. Capii che era un luogo magico che emanava inspirazione, e fui assorbito dall'incanto che proveniva da tutto attorno in quella baia. Ritornavano in me pensieri reconditi, e sapevo che essi esistevano nel profondo del mio subcosciente da sempre, qualcosa forse quasi dimenticato nell'accumularsi di mille cose passate, ma che ora risusitavano a nuova vita nel calore di questo luogo tropicale. Nel cosmo al di sopra vedevo stelle brillanti che gareggiavano con la luna, quasi completamente rotonda, ed erano nel massimo splendore. Quegli astri erano li' che brillavano al disopra di me ed inviavano un silenzioso invito chiedendo di apprezzare tutte quelle sempici bellezze del creato. Sentii una calma spirituale discendere in me. Vidi Dio nella sua grande gloria, e silenziosamente inalzai il mio umile grazie, il Signore che nella sua immensa omminescenza donava a noi mortali lo splendore della sua creazione. Mi sentii umile al suo cospetto, ma accettai di ammirare e godere questo meraviglioso universo.
Ora ero rilasciato. Ero ora in pace con me stesso, ed ero incantato. Lo sentivo vicino mentre ammiravo il cielo stellato. Nessuno era attorno per rompere la magia di quell'incanto. Cosi' il mio pensiero fu libero di vagare, di sognare, di vedere nuovamente cose lontane e vissute nel tempo passato. Sentivo che il tempo era giunto per aprire nuovamente il libro dei ricordi dove erano state incise tutte quelle visioni e tutte quelle mie memorie. Sentivo che era tempo che ritornassi bambino. Tempo di godere come allora e di risvegliare dal recesso della mia mente i momenti piu' belli che erano rimasti la', forse assopiti per troppo a lungo, anche se non completamente dimenticati, ed inconsciamente rimasti in me, nel profondo del mio animo.
Ora sentivo di essere nuovamente quel ragazzo felice di allora. Correvo tra quei campi verdi che circondavano la casa di mia Nonna Gigia. Mi vedevo, in una visione un po' discosta, dal mio io di oggi, mentre camminavo su quella ripida scorciatoia che conduceva attraverso la foresta di abeti alla mia meta. Vedevo nella lontanaza quel vecchio Forte. Era ancora la', reale e sovrastante, era la Piccotta di allora, era il Forte eretto in tempi molto lontani ma che era ancor li', per proteggerci dai mali e dalle cattiverie umane. Mi arrampicavo, e salendo la mia mente era libera di inalzarsi e di vedere al disotto, in quel grande cumulo di ricordi. Era una lunga vita, ed era la mia, che ora si affacciava in fronte a me, piena di molti sogni realizzati e di tutti quelli che pure non diedero frutti... Ma continuavo a camminare imperterrito su quel setiero scosceso che mi conduceva alla Picotta attraverso Prato Castello. Sbuffavo per l'enorme fatica del salire, necessitavo di quel buon ossigeno per rigenerare i mie polmoni. L'ossigeno era fresco ed invitante, profumato con la pece dei larici che incontravo sulla mia via. Inalavo nuovamente, a pieni polmoni. Qull'aria scivolava fresca e' salubre, intrisa con quel mistico odore della spessa resina. Ho udito quella fiaba del passato, la fiaba che mia madre usava narratami quando ero piccino, mi diceva che quei larici secolari sanno tante cose di noi. Ed ora sono qui, in mezzo a loro, quegli alti fusti che si ereggono nella foresta, e mi stanno parlando del mio passato. Parlano e parlano senza fermarsi, cosi' con loro posso ricordare tutti quei giorni lontani e felici.
* * *
Dopo questo sogno ero un nuovo io. Mi sentivo euforico nell'esuberanza della mia gioventu', consapevole della pienezza della mia vita e la gioia traboccava da me. Cosi' con l'immaginazione potevo creare l'atmosfera ideale. Quegli abeti del sogno mi avevano giusto detto che dovevo rigenerare la mia anima col loro necessario ossigeno se volevo ritrovare nuovamente me stesso.
Ero inebriato da un'inconmessurabile gioia.
Realizzai allora che il decidere di venire qui' in questa isola fu la miglior soluzione di quel tempo. Sia io che Mama Antonia si aveva bisogno di distaccarci dalla soffocante realta' dell'esistenza, dove sempre abbiamo pagato lo scotto per ogni passo della nostra vita. Sentivo che in quel momento, su quell'isola tropicale, potevo scordare l'assillo delle lotte quotidiane, le tante disgrazie, piccole o grandi, che si erano accumulate durante lunghi anni di lotte e sacrifici nel tentativo di emergere dalla mediocrita' della vita.
Mi ero cosi', anche se temporaneamente, liberato dal caotico susseguirsi di eventi che avevano lasciato in me la pesantezza di molte passioni. Cose assopite ed anche un po' dimenticate e che ora lasciavo dietro di me, in Australia. Benedii quel giorno che decisi di venire in questo magnifico paradiso tropicale.
Qui', in questo posto incantevole, mi sentivo rinato e volevo dimenticare. Dimenticare i tormenti ed affanni di settimane, mesi, ed anni trascorsi. Volevo essere libero e godere quanto queste isole possono offrire a me ed a mia madre. Per una volta volli essere egoista e di pensare unicamente a me stesso, e di concedermi quel piacere tanto agognato, ma mai realizzato. Da tempo vedevo mia madre che stava invecchiando rapidamente. Pensavo che era giunto il momento di esserle finalmente vicino e di aver cura di lei, ed infonderle quel po' di serenita' che ben si meritava dopo le infinite durezze attraversate in cosi' lunghi anni nella sua vita.
Qusto paradiso tropicale era il posto ideale per entrambi noi, Mama ed io, di innalzarsi entro una piu' felice ed alta sfera della nostra esistenza. In me sorgeva una piacevole sensazione di felicita', poiche' rinasceva quell'ideale Madre-figlio connivenza. Scopersi con piacere che lei finalmente si lasciava condurre da me ed accettava questa possibilita'. Sapeva pure lei che era giunto il momento di dar via la sua testardaggine e di essere piu' comprensiva, anche se avesse dovuto ridimensionare se stessa ed essere un po' piu' umile, e di dare una nuova direzione alla sua vita che nel passato fu sempre mantenuta altera e regale in tutte le sue azioni.
Posso dire che ho visto mia madre, durante tutta la sua vita, come una donna fiera e di forte carattere, ma ora finalmente vedevo che aveva raggiunto il punto in cui doveva rallentare il controllo su se stessa, e di dar via quella rigidita' del passato. Era tempo che si rilasasse, tempo che si lasciasse guidare da me con piu' dolcezza, e che entrasse in quella sua nuova vita accettando la sua nuova posizione, che fosse cosciente che era nell'arco della senilita'. Sarei stato felice finalmente di avere il previlegio di prendere comando sopra la sua fragile vita di ora e di inspirarle una esistenza meno battagliera. Non potei negare che tale situazione mi diede piacere. Finalmente, e per la prima volta, sentii che potevo esserle piu' vicino, e lei, con la sua solita grazia, in cose di questo genere, mi fece sapere di essere felice di quel non discusso arragiamento delle nostre cose ed affetti. Alla fine fu per me il ben guadagnato ritorno ai vecchi giorni della mia infanzia.
Durante le ultime lunghe settimane che siamo assieme abbiamo avuto tempo di parlare e di rivivere molte cose. Maggiormente cose che avennero nel passato. Giorni trascorsi assieme quando ero ancora un ragazzo e quando per noi esisteva gioia e serenita', quel tempo in cui si aveva il previlegio di essere felici.
Purtroppo quei giorni non furono molti poiche' vivemmo nel tempo sbagliato. Iniziarono subito dopo giorni di guerra, lutti e fame ci circondarono e quel tempo fu' troppo lungo. Perdemmo tutto, ed occorse un'infinita' di tempo, pazienza, duro lavoro e separazione, per ritornare a giorni migliori. In quel processo diventammo vecchi, e perdemmo la gioia che esiste quando si e' nell'arco di vita giovanile, e quando si ha il piacere di essere assieme ad amici, in ritrovi brillanti, di danzare in luoghi frivoli, di aver la gioia di andare in luoghi lontani, in posti sconosciuti, di imparare da quei luoghi i costumi dei popoli, e nel essere ripagati dal piacere nell'ammirare quanto piu', questo magnifico mondo attorno a noi, ci puo' offrire.
Nonostante tutto cio' il nostro piccolo mondo ci ha pur sempre offerto alcuni piccoli e poetici momenti nella nostra vita. L'amore famigliare ha sempre potuto rendere possibile il tutto e si sa bene quanto grati ci sentiamo di tutte quelle piccole cose che creano la felicita' e l'armonia di chi divide lo stesso tetto.
Parlo ora dei giorni prededenti la seconda guerra mondiale. Quei giorni furono i migliori nella mia vita, sin dal momento in cui posso ricordare, sin dal momento in cui sgambettai i miei primi passi, ed incuriosito mi guardanvo attorno per vedere cosa la vita mi avrebbe riservato.
Realizzo che devo muovere indietro l'orologio del tempo, cosi' che possa scrutare meglio dentro quelle prime memorie ed esperienze della mia vita, anche se a volte possono essere nebulose, ma pur sempre cosi' ricche di amore e di valore sentimentale. Mi piace rivedermi nelle mie memorie passate e rivedermi giovane e sento il bisogno di poter ricreare nuovamente quegli anni della mia infanzia, al periodo delle vacanze estive che io e Mama Antonia usavamo passare nella casetta di Nonna Gigia in Tolmezzo.
Ricordo bene quei luoghi con tanta nostalgia.
Da poco Nonna Gigia era venuta ad abitare in quel luogo poiche la sua casa precedente fu distrutta in uno dei periodici terremoti che colpiscono quei territori Carnici-Friulani, ed in quei giorni le distruzioni nel paese furono enormi.
Questo luogo dove mia Nonna viveva in quei giorni era grazioso. Viveva con lei mio Zio Ferruccio, il figlio piu' giovane e che ancora attendeva alle scuole per divenire un maestro. Sergio, l'altro suo nipote viveva pure con Nonna Gigia, mentre sua madre Dirce era all'Ospedale di Udine lavorando come infermermiera e studiando per divenire ostetrica.
L'abitazione dove Nonna Gigia viveva era separata dagli altri appartamenti raggruppati entro uno stabile a tre piani, ma unito od esso ad angolo retto. Opposto agli appartamenti era la casa padronale.
L'appartamento di Nonna Gigia era indisturbato dagli altri inquilini e si affacciava direttamente su un largo cortile, che offriva di fronte la vista del rustico comprendente le stalle capaci di tenere alle mangiatoie una ventina di buone vacche da latte, e un po' discosta da quella era la stalla con un paio di cavalli pesanti che usavano nei lavori agricoli. Al disopra di tutto questo vi era un'immenso fienile capace di sostenere le mangiatoie di tutti quegli animali durante l'intero anno.
Il cortile era quasi totalmente coperto a pergola e sosteneva grosse viti che si ramificavano ovunque e producevano enormi grappoli di dolce Moscato. Al centro del cortile si ergeva un gigantesco gelso centenario capace di produrre larghe more di un colore latteo. Quell'albero divenne durante il tempo in cui si era ragazzi, e col buon consenso di Siore Gigiutte, la padrona del luogo, il paradiso di noi ragazzi. Nel periodo di lunghi anni i freschi rami furono intrecciati ed ora erano ora grossi e forti formando all'intorno un largo anello, e noi monelli lassu' si aveva creato il nostro luogo di giochi, e con un'innumerevole quantita' di casse di legno che si otteneva gratis dai magazzini alimentari della Cooperativa Carnica, non molto distanti, si aveva costruito una conveniente piattaforma sollevata da terra e che era divenuto il nostro punto di riunione.
Il perimetro della propieta' era delemitata da un alto recinto e alla estremita' del podere esisteva uno spiazzo lungo e vacante che seguiva la scarpata della ferrovia. Ad intervalli di tempo regolari passavano quelle vecchie locomotive a vapore che trainavano lentamente alcune carrozze, aperte all'estremita' per l'accesso dei passegeri diretti a Villa Santina. Quei trenini sbuffanti fumi e vapori erano simili a quelli che ancora oggi possiamo vedere nei film westerns. Nulla di quella ferrovia era mutata sin dal giorno che fu installata nel 20simo secolo. Le vecchie stazioni erano immutate, e cosi' pure i segnali erano con bandierine rosse o verdi, nondimeno le antiche piattaforme per i passeggeri erano le stesse di quei giorni passati. Ma ora qualche cosa aveva mutato nel tempo. Erano i viaggiatori che non piu' vestivano come un secolo addietro.
La propieta' di Siore Gigiutte consisteva di alcunu acri di terra coltivati in un largo frutteto con fichi, meli, peri, viti, gelsi per i bachi di seta, e vi erano pure un paio di noci giganteschi. Il terreno era solcato da un canale di acque correnti, che all'entrata del podere forniva l'acqua a capaci vasche di cemento che venivano usate nel risacquio dei bucati. Quelle stesse acque poi si dividevano in piccoli rigoli che attraversavano il luogo nell'inrigazione degli alberi da frutta o per le verdure che venivano coltivate sia per la casa come pure per essere vendute nel negozio di frutta e verdure in paese e che pure apparteneva a Siore Gigiutte.
A parte me e Sergio, in quel luogo vivevano altri due ragazzi. Gigetto era il piu' anziano del gruppo ed era pure il nipote di Siore Gigiutte, la propietaria di tutto quel ben di Dio, Eppoi c'era Giacomino e la sua famiglia affittava uno degli unappartamenti.
Noi ragazzi si aveva eletto Gigetto, poiche il piu' anziano di noi, come il comandante del nostro clan di furfanti e sempre pronti a compiere le cose piu' ardite.
I quattro di noi aveva costituito un solido gruppo, e prendendo spunto dalle avventure narrate dai romanzi del Salgari, si aveva spade di legno che noi stesso si aveva fabbricato Si usava guerreggiare contro il gruppo dei fratelli della Zoccola, una famiglia che viveva vicina alla propieta' di Siore Gigiutte e loro pure avevano una propieta, anche se alquanto trasandata.
Poiche' Gigetto era la perla negli occhi di sua nonna si aveva ottenuto la liberta' di giocare attorno la propieta'. Mondo che era il fattore responsabile verso Siore Gigiutte di tutto ci aveva preso sotto la sua responsabilita'. Era un gran buon uomo e spesso ci invitava ad andare con lui, sul suo carro agricolo trainato dai cavalli, quando si recava nei campi, non molto lontano da dove si abitava. In cambio dell'aiuto di piccoli lavori ci ricompensava generosamente con una larga scodella di saporito minestrone quand'era tempo per la colazione. Poi dopo, si era liberi di scorazzare nei campi adiacenti. Si era felici e si poteva rimanere con lui sino a sera, sintanto che Mondo aveva completato i suoi lavori nei campi per quel giorno.
Come dissi, l'abitazione di Nonna Gigia era modesta, ma per noi era meglio di una reggia, poiche' si era felici e quella era per noi la nostra casa, piena di armonia, amore e dove esisteva lo scambio di cose sentimentali a noi comuni. Nonna Gigia fu sempre la nostra guida, insegnandoci piaceri e doveri. Cercava di essere severa con noi, ma era dolce, poiche' ci voleva troppo bene, ma nonostante questo fu capace di intrapprendere la formazione delle nostre vite future.
Posso dire ancor oggi, che per noi quella dimora fu il centro dell'universo, al tempo che si stava crescendo. Ora ritornando indietro col pensiero, sono in me pure ora le medesime gioie, come le sentivo in quei giorni lontani.
Ricordo molte cose di quei giorni, cose semplici che avenivano ogni girno, e che io e Sergio spartivamo. Sergio, ed io avevamo la stessa eta', e allora si era ancora molto giovani, e non si aveva ancora iniziato ad andare a scuola. Sergio era un ragazzo molto dotato e di una estrema intelligenza, e con l'aiuto di zio Ferruccio sapeva ormai leggere e scrivere. Cosi' io mi sentivo l'asinello della famiglia ed ero geloso delle capacita' di mio cugino. Zio Ferruccio divenne in quei giorni il nostro istruttore e guardiano, ma era pure il nostro fratello maggiore. Infatti solo tredici anni di eta' ci separavano. Il tempo che si passava assieme con Zio Ferruccio era sempre informativo e piacevole.Usava portarci in luoghi diversi e ci insegnava tutte quelle cose utili che un ragazzo doveva conoscere. Cosi', presto alla mattina, ci conduceva per una camminata fino al forte della Piccotta, un vecchio forte costruito su una collina sovrastante Tolmezzo, che fu costruito come difesa del distretto contro l'invasione Ottomana, nel 14simo secolo. In quei giorni, mentre si era seduti sui bastioni della torre, Zio Ferruccio ci narrava la storia di quei tempi, dei Nobili Veneziani, che allora dominavano la valle ed il loro valore nel guerreggiare contro quei barbuti Turchi che ben volevono essere i pradroni del luogo.
Quella fu la ragione che La Piccotta fu costruita, cosi' ci spiego' zio Ferruccio. Era in una posizione strategica ed elevata, alcune centinaia di metri sopra la cittadina di Tolmezzo, e da li' era possibile dominare tutta la valle sottostante e vedere quando i Turchi o altri nemici arrivavano e cosi' aver tempo di dare l'allarme allle difese di quella cittadina che era pure la porta alle valli adiacenti.
Ricordo che in quei giorni ci arrampicavamo su quell'unico sentiero scavato nel tempo dallo scalpiccio umano sulla scoscesa facciata del colle, e che zizzagava attraverso una magnifica foresta di alti abeti, cosi' fitta che i raggi del sole non potevano raggiungere il letto degli abeti.
A secondo della stagione, attraversando quella pineta, potevamo raccogliere quelle minuscole fragole che crescono spontanee nei boschi, che purche' minuscole erano dieci volte piu' saporite di quanto potevano essere quelle vendute nei negozi del paese.
Alle prime pioggie autunnali, sempre sullo stesso sentiro nel bosco, raccogliavamo deliziosi porcini ed altri tipi di funghi che crescevano allora abbondanti nella valle. Zio Ferruccio, come di consueto, ci insegno' a riconoscere i funghi buoni da quelli velenosi, che, per chi non e' a conoscenza sono cosi' simili a chi li guarda. Al finire della foresta, il luogo diradava l'alta vegetazione. Qui crescevano in abbondanza larghi pruni di nocciole che in autunno abbondavano di frutti su quei lunghi e diritti arbusti.
Al raggiungere il forte, potevamo riposarsi dopo la fatica della salita. Dall'alto dei bastionie si poteva ammirare il sublime panorama offertoci dalla sottostante valle Tolmezzina formata dalla congiunzione dei suoi due fiumi, il But ed il Tagliamento.
Ricordo che all'interno dei muri della torre, vi erano diverse feritoie aperte tra la muraglia del forte. Zio Ferruccio ci spiego' che erano usate nei tempi passati per piazzare le bombarde dei difensori, che usavano contro gli eventuali assalitori.
Nei caldi pomeriggi d'estate Zio Ferruccio usava portarci ad uno dei due fiumi, dove le acque che discendevano a valle erano sempre impetuose, frangendosi tra larghi sassi e rocce. Il letto del fiume era ampio sicche' le acque scorrevano intrecciandosi e formando diversi rami d'acque correnti. Nel discendere era un continuo intrecciarsi dei rivoli che si congiungevano e si spartivano continuamente, pur sempre mantenendo un rivolo maggiore con abbandanza d'acque che indicava il corso principale del fiume.
Fu li, in quelle acque fredde e veloci che arrancavano verso valle, che Zio Ferruccio ci insegno' a nuotare. Era sempre all'erta e stava vicino a noi, e se io o Sergio si era in difficolta', lo zio ci raggiungeva e sorregendoci sulle sue spalle possenti, ci conduceva in acque piu' calme.
All'incominciare dell'Autunno, con Zio Ferruccio, ci conduceva nella direzione opposta e cosi' ci inarpicavamo nei boschi che circondono la valle di Verzegnis. Ricordo quei luoghi ricchi di alberi di castagno e nel prato sottosate gli alberi si raccoglieva le castagne cadute. Se qualc'una era ancora racchiuse nei loro gusci spinosi, liberavamo i dolci frutti dagli involocri, prima di riporle nei nostro sacchi. A sera le castagne venivano arrostite sopra le bracia tra lo scoppiettio sul fuoco.
A volte, in quei boschi di Verzegnis, con un po' di fortuna, si trovava qualche porcino che rinumerava il nostro bottino da portare a casa.
Abbiamo sempre goduto quelle camminate tra i boschi e nell'aria fresca e qualche anno piu' tardi, Sergio ed io, un po' piu' grandicelli, ci avventuravamo da soli tra quoi boschi Carnici, e spingevamo le nostre esplorazioni sempre piu' lontano, ingrandendo cosi' il nostro piccolo mondo. In quel modo si aperse in fronte a noi quella nuova passione di scorazzare e di sentirci liberi in quella atmosfera bucolica nei molti anni a venire.
In quei tempi le nostre serate erano usualmente gioiose. Zio Ferruccio era abbastanza un buon musicista e sapeva trarre dal suo mandolino suoni melodiosi che veramente ci rallegravano. Ricordo quanto bene intonava le ultime melodie alla moda, o quelle canzoni popolari che tutti cantavano ed era cosa consueta aver nostro zio far scaturire quei ritornelli popolari dal suo strumento mentre Sergio lo seguiva nel ritmo della canzone cantandone le parole. Sergio, come dissi prima, era un ragazzo precoce ed intelligente ed in piu' sin da quei giorni poteva declamare con un innato talento teatricale. Crescendo ebbe modo di perfezionare meglio la sua passione nei palchi teatrali degli oratori ecclesiastici. Ma in quei giorni quando era ancora nella tenera eta' di cinque anni era un vero piacere vederlo, in piedi sopra il tavolo della cucina, mimicare il nostro amato Mussolini nei suoi discorsi fatidici al popolo Italiano dal balcone di Piazza Venezia. Il suo pezzo piu' forte nella sua arte oratoria era il celebre discorso del Duce nell'occasione della dichiarazione di guerra con l'Abissinia. Sergio dava una rappresentazione realistica nell'interpretazione di Mussolini copiandone il tono di voce ed il gesticolare delle mani che Mussolini sfoggiava arrogantemente in quell'anno nel quale raggiunse il culmine del suo successo politico. Sergio era certamente dotato in tutte le arti, sia nella sua capacita come attore, sia per la sua passione poetica. Infatti alcuni anni dopo, ed entrambi si era ancora alle scuole elementari, mi invitava a garreggiare con lui nello scrivere le nostre poesie che poi dovevano essere giudicate sia dalla Nonna Gigia e sia da mia madre. Naturalmente non occorre che dica qui chi era il solito vincitore in quelle competizioni. Francamente non ho mai eccelso in rime poetiche.
Scrivendo queste note scaturano dalla mia memoria moltri altri ricordi di quel periodo giovanile e ricordo con piacere quei giorni lontani ma pur sempre felici. Posso dire che Sergio ed io si era alquanto affiatati e sempre uniti nel spartire giochi e passioni. La competizione tra noi era sempre grande, anche se Sergio era sempre piu' dotato di me in qualsiasi gioco, pensiero azione. e cosi' sappiate che in queste mie memorie dovrete vedere quei due di noi come un unico pensiero ed ununica azione, poiche' si era indivisibili e lo siamo stati nel futuro per sempre, anche se le circostanze ci hanno condotto lungo separate vie ed in luoghi diversi.
Voglio rivivere ora brevemente altre cose da me vissute assieme a Sergio.
Mi affiora nella memoria il ricordo di quelle carovane di zingari che usavano arrivare periodicamente a Tolmezzo e si accampavano per alcuni giorni in quel pezzo di terra di nessuno al di sotto della scarpata ferroviaria e confinante con la propieta' di Siore Gigiutte, cosi' molto vicino dove abitava mia Nonna Gigia.
Ricordo che all'arrivare degli zingari voci impaurite circolavano in paese. Dicevano che erano venuti per rubare quanto piu' potevano, e rivolti verso noi bambini, la gente ci diceva, "Anche voi bambini,se siete cattivi."
Ma voi sapete bene come sono le chiacchere, molte parole e pochi fatti. Nei miei ricordi, quegli zingari li ho sempre trovati amichevoli, avevano sempre un sorriso per noi, ci lasciavano cavalcare i loro cavalli e ridevano nel vederci cosi' impacciati su quelle groppe senza sella e tenedoci in equilibrio sostenendoci alle criniere dei loro cavalli. Quindi anche se poco potevamo parlare con loro, poiche usavano il loro romanico, si aveva ugualmente piacere di starcene li' tra le loro carovane. Ricordo bene quei Gitani con fazzoletti multicolore al collo, e un orecchino d'oro all'orecchio. Anche se giovane rimanevo incantato ad ammirare quelle donne cosi' diverse nel vestire e con i loro lunghi riccioli che scappavano al di fuori dei loro fazzoletti multicolori sulle loro teste. Ma quanto piu rimane nella mia memoria era quando alla sera, io e Sergio si trovava il modo di sgattolare fuori dal nostro letto ed alla chetichella, si seguiva il suono dei violini tzigani, mentre quegli zingari stavano seduti vicino ai loro fuochi di campeggio. Sergio ed io ci nascondavamo nelle vicinanze delle loro carovane, sdraiati a pancia all'aria, e forse con un fuscello di erba pendente dalle nostre labbra, come era nostro consueto. Guardavamo i nostri zingari, con la pipa penzoloni dalle loro labbra, seduti vicino ai fuochi dei loro bivacchi. I violini erano portati alle loro spalle, e estraevano gioiose melosie con i loro archetti. Sergio ed io eravamo in estasi, godendo quelle magnifiche suonate che scaturivano dagli animi di quei girovaghi. Ricordo che sentivo brividi scorrere lungo la mia schiena. Allora non capivo il perche', sapevo solamente che quella musica aveva qualcosa di magico. A volte era malinconica, ed altre era dolce e forte. Quei violini vibravano note sublimi e senzazioni entravano in noi e ci sentivamo trasportati in paesi lontani e sconosciuti. Sergio era tutto preso, quanto me, da quella musica. Sognava ad occhi aperti e potevo comprendere quanto quella musica lo affascinava.
Entusiasticamente quella sera lo sentii esclamare, "Voglio andar via con loro,Carlo. Voglio vedere il mondo."
Ho pure altri ricordi di quei tempi felici. Ricordo il Professore Franceschini, che abitava non lontano da noi. Forse non era il migliore dei professori che insegnavano alle scuole superiori, ma posso dire ora che ebbi il privilegio di conoscerlo come un magnifico artigiano. Durante i giorni piovosi ci lasciava giocare nel suo laboratorio eretto dietro la casa dove io e Sergio giocavamo con tutti quei pezzi di legno, ben lisci, con venature rossastre e di diverse tonalita' di colori in quelle tavolette di legni pregiati e variopinti, che si trovavano in terra come avanzi del suo lovaro. Il buon professore, con pazienza, ci insegnava a riconoscere la qualita' dei legni dicendoci il loro nome e quanto pregiati fossero. Poi ci faceva vedere i suoi scalpelli, affilati come rasoi, e come lavorava con loro, che nelle sue mani esperte scalfivano figure in rilievo, e cosi' creava intarsi elaborati ed espressivi. che ai miei occhi apparivano belli quanto i quadri che erano nel museo. Usava raffigurare animali che vivevano nei boschi locali, marmotte, stambecchi, e leggeri caprioli che si inerpicavano tra le rocce. In altri lavori rappresentava la vita nella valle con donne Carniche con le loro gerle sulle spalle, con sfondi di montagne e fontane nelle piazze dei paesi. Quel lovoro era la sua passione e sentii allora che era un gran artista.
In altri giorni piovosi, i quali sono molti in Tolmezzo, si usava pure bazziccare al forno locale dove Ulisse, il fornaio, ci lasciava raccogliere gli avanzi degli impasti del pane, rimasti attaccati sulla macchina d'impasto, e con quegli avanzi ci insgnava a preparare piccoli cornetti di pane che poi ce li cucinava sul letto di mattoni di quel bel forno a braci che ancora erano in esistenza in quei giorni.
Un'altro ricordo e' di Sior Zuan, il vecchio marito di Siore Gigiutte. Il poveraccio aveva perso il senno. Dicono che immatti', poiche' in quell'anno ebbe un raccolto estramente abbondante di patate. Comunque, qualunque fosse stato il caso, quel poveraccio aveva completamente perso l'uso della ragione, e se stava sempre seduto perso nel vuoto senza comprendere una parola gli dicessimo. Era malinconico averlo tra noi sotto quel grande gelso, ma alcuni di noi, cattivacci, come tutti i monelli lo sono, lo torturavano. Cercava sempre di scappare al di fuori di quel cortile che lo imprigionava. Il giorno in cui il cancello del cortile rimase aperto, non visto, colse l'occasione di scappare e se ne ando' alla chetichella senza saper dove e perche'. Fummo pure noi ragazzi involti nella sua ricerca attraverso i campi vicini ed io e dopo un paio di ore che si scorazzava all'intorno, Sergio ed io si ebbe la fortuna di trovarlo cosi' lo riportammo a casa con noi. Chissa', forse anche se per quanto era grama per lui era la sua esistenza, forse salvammo la sua misera vita.
Durante quelle vacanze estive in Tolmezzo mia madre aveva pure modo di svagarsi ed essere assieme con quegli amici con cui crebbe assieme nei suoi anni giovanili. Gli amici di mia madre era maggiormente composta di giovani uomini, poiche mia madre ha sempre disdegnato tutte quelle debolezze femminili. Nel suo cuore e nel modo di agire, sempre si comporto' al tempo in cui cresceva, piu' come un maschiaccio che non rispecchiava quella ragazzina modesta e gentile che avrebbe dovuto essere. Sin dai suoi anni giovanili competeva gagliardaamente contro i ragazzi nei loro sports, e Mama Antonia era particolarmente portata nel giuoco del tennis e inoltre le piaceva arrampicarsi sulle montagne locali assieme ai suoi amici. Durante la sua vita ha sempre sfoggiato un carattere forte che certamente aveva ereditato dai Tullio. In tempi a venire ebbi occasione di constatare la sua indomita forza spirituale e di coraggio particolarmente durante l'ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale.
Per coloro che non conoscono Tolmezzo, presento una nota informativa, la quale puo' aitare a comprendere il popolo che vive in queste valli.
La storia del luogo risale alla Preistoria. La valle incomincio' la sua vita nell'Era Paleozoica che si trova al nascere della evoluzione geologica. Qusta valle visse una evoluzione storica ai tempi degli Etruschi, che la occuparono prima per poi far parte delle colonie Romane vedendo ed assimilando la grandezza di questi nuovi condottieri i quali costruirono le prime strade nella valle che e' formata dal fiume But, e fu sin da quei tempi un'importante via di comunicazione. Questa strada prestigiosa che fu costruita due millenni orsono, attraversa le Montagne Carniche che portano entro la Corinzia, una provincia che ora appartiene all'Austria, la quale si trova non piu' di cinquanta Kilometri dal confine attuale con l'Austria. I Romani dedicarono questa grandiosa via attraverso il Passo di Montecroce Carnico,all'imperatore Julio Augusto.
Vi e' un altro fiume che attraversa la Carnia e che si congiunge in Tolmezzo. E' il Tagliamento che ha le sue sorgenti nelle vicinita' del Passo della Mauria, situato nella opposta direzione del Passo di Montecroce Carnico. Questo passo e' la via di accesso al Cadore ed a Cortina d'Ampezzo, che e' uno dei migliori centri di sport invernali, e che pure collega questa regione all'Austria.
La regione Carnica avente Tolmezzo come punto centrale della valle e' il centro piu' sooleggiato del luogo. L'aspetto e' rimasto immutato attraverso i secoli e la valle e' rinomata come un naturale giardino botanico aventi migliaia di differenti specie di piante e fiori.
Il luogo e' pure popolato da un'incredibile quantita' di animali selvatici, come marmotte, squoiattoli, volpi, camosci e caprioli, mentre nel cielo sovrastante domina in tutta la sua regalia l'aquila reale.
La valle Carnica ha sempre rappresentato la vita di un piccolo momdo, ricco di tradizioni, miti, e credi che include tra l'altro la credenza delle Streghe di Tenchia e dei folleti della foresta che qui ebbero dimora. Altro importante posto storico nella valle e' Zuglio con i suoi bagni Romani, e dove le Matrone di Aquileia, la capitale Romana del tempo, venivano per le loro cure di bellezza nei suoi bagni di fango.
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Mia madre ha sempre avuto il dono di saper narrare storie. La ricordo in quei giorni giovanili durante le serate estive in Tolmezzo, quando usava raccontare a me, a Sergio, ed al quel gruppo di ragazzi nostri amici, favole che scaturivano dalla sua fervida immaginazione. Sera dopo sera, ci sedavamo nel cortile al disotto del gigantesco gelso e al di fuori della dimora di Nonna Gogia, e seduti su banchi di legno. Usava maestie teatrali, e per rendere maggiormente imponente il racconto, usave gesticolare con le mani e cambiare tono della sua voce sicche ci lasciava in sospeso, aspettanto chissa' mai cosa fosse sucesso dopo, Finche' la nostra euforia rqggiungeva l'apice del desiderio nel conoscerne la conclusione, che naturalmente con maestria, mia madre rimandava alla prossima sera del racconto. Noi si poneva completa attenzione al suo racconto ascoltandola con le nostre pupille dilatate e la bocca aperta seguendo le avveture di quelle storie incredibili che si svillupavano capitolo dopo capitolo in quelle notti tranquille.
Nella narrazione di quelle storie per ragazzi Mama Antonia usava come pratagonisti animali domestici, i quali divenivano attori e dialogatori stupendi che uscivano dalla sua fantasia creativa per darci piacere.
Ho realizzato che Mama Antonia tuttoggi non ha perso il suo piacevole modo di narrare. Possiede ancora un modo affascinate di raccontare e le sue descrizioni sono vivide. Ricordo quanto ero affascinato nell'ascoltare il suo racconto che duro' una intera settimana. Mi narro' della vita di Nonna Gigia sedicenne al tempo che fu' in Budapest. Mi narro'di quell'incantevole modo di vivere in quella citta' al principio ventesimo secolo. Posso dire ora che il mio stupore nell'ascoltarla ora era simile a quello di quando non ero null'altro che un ragazzo.
In quest'ultima narrazione potei rivivere la vita della mia ava, la giovane Luigia, nel mondo favoloso di quella Buda di allora. La sua vita fu immensamente differente da dove proveniva dalla sua lontana casa in Nimis. Buda era all'apice della gloria culturale ed industriale ed era cosi' risplendente di colori nuovi, di luci elettriche, di danze e di cavalieri elaganti o nelle uniformi con alamarri in oro. Quanta differenza da quel pacifico e contadino abitato sperso nel Friuli dove la giovane Luigia aveva vissuto sino a poco tempo prima.
Attraverso la narrazione di mia madre potei essere partecipe della vita in quei poetici, musicali, ed incantevoli rioni di quella metropoli. Vidi in fronte a me sorgere il calmo fiume che scorre lentamente attraversato da ponti risplendenti nella notte, e seppi che i locali chiamavano il loro fiume Dana. Navi navigavano da porto a porto sul Dana sino a raggiungere il lontano Mare Nero. Oppure che e' possibile risalirlo sino alle sue sorgenti che si trovano nella Foresta Nera in Germania. Attraverso Mama racconto immaginai la vita a bordo di quelle navi lussuose, che intrattenevano ospiti facoltosi in incredibili ricevimenti, con danze, musiche, festoni, luci multicolori, e quella folla gaudente, che beveva vini spumanti del Reno e champagne Francesi. Quelle dame vestite con pregiate sete in lunghi e ben attillati modelli, che erano galantemente condotte in frenetici Waltzes da gentiluomini impettiti nei loro vestiti da sera e le loro camice inamidate.
Rivedo nella narrazione di mia madre la nuova vita di mia Nonna Luigia, e la potei seguire in quei giorni pieni di sogni e di passioni i quali erano parte della vita di quelle giovani dame di quei giorni.
Naturalmente per essere partecipi a quella vita dobbiamo aggiornare i nostri orologi e muoverli nuovamente al tempo di qell'inizio secolo. Dobbiamo seguire e vedere la vita con i loro occhi, vestiti nel loro stesso modo, e pensare con le loro mentalita' ed educazione. La menatlita' in quei giorni era alquanto differente della mentalita' odierna, dove, particolarmente per i giovani d'oggi, tutto e' possibile, tutto e' dovuto loro. Comprendere quanto uno potesse o non potessero fare in quei tempi lontani e' per molti una cosa molto limitata al giorno d'oggi.
Una giovane donna come Luigia, non aveva liberta' simili a quelle che le giovani d'oggi hanno. Doveva parlare cortesemente ed in una certo modo dettato dai parametri di allora, doveva seguire regole imposte a lei dalla famiglia e dal modo in cui i tempi giudicavano. Non si sarebbe mai azzardata di esprimere appertamente i suoi pensieri, nemmeno alla propia sorella od una cara amica. I tempi di allora la limitivano nel modo di pensare e di agire, non era libera di seguire i desideri che nascevano nella sua anima.
Ragion per cui i sogni di quelle giovani ragazze di allora eraro molto piu' grandi delle loro stesse speranze, poiche tutte loro avrebbero potuto vedere attraverso un limitato orizonte dove molte paure avrebbero ristretto i loro veri sentimenti.
Per questo motivo cerchero' di ricostruire quei giorni e quei sogni nel modo migliore che mi e' permesso. Dovro tener aperto nel mio pensiero il loro differente modo di vedere le cose ed il loro modo di pensare dovuto alla mentalita' di quei tempi.
A Tale of the Past (Una fiaba del Passato) Cap. 6 testo di Dallo scrittoio di Carlo