Frequentavo da diverso tempo un bar sotto casa,un posto tranquillo,piccolo, accogliente, insomma familiare. Lo gestiva una coppia di fratelli così diversi fra loro e dietro al bancone si alternavano delle simpatiche ragazze.
L'arredamento era semplice tutto in legno, le luci erano basse e girava sempre della buona musica nel vecchio juke box. Lungo il perimetro del bancone vi erano diversi sgabelli quasi sempre occupati da qualche frequentatore abituale mentre alcuni tavolini,disposti secondo un disegno imprecisato,erano nel fondo della sala. Completavano l'interno un pianoforte,abbastanza scordato e un tavolo da biliardo dal tappeto rosso come quelli che si vedono in tv.
La gente che frequentava il bar era per nulla omogenea,trovavi un pò di tutto dallo studente al distinto figlio di puttana, dal medico di periferia al pappone. Anche la clientela femminile era discretamente presente e ne trovavi per tutti i gusti. La bionda,la mora,la riccia,la tettona,l'esibizionista,la provocante,la mangiatrice di uomini,la buona figliola.
A volte una rissa allietava le serate e animava il vicolo nel retro.
Questo era il "banana cafè ".
Non ricordo quando ne varcai per la prima volta la soglia, credo fosse una di quelle sere in cui non accade nulla e si cerca solo un pretesto per evitare di impazzire. O forse eravamo tutti matti, e ognuno recitava il proprio ruolo come piccoli tasselli di un umano mosaico.
Servivano dell'ottima birra tedesca,avevano una cantina scelta di vini francesi delle grandi annate,per la clientela esigente,e le bar woman riuscivano a fare degli intrugli speciali mischiando due,tre a volte quattro liquori. Una specie di elisir di lunga vita per noi disperati che nel fondo di un bicchiere non trovavamo mai le risposte ma sicuramente dimenticavamo le domande.
Io ero giovane,piacevo,ma ero diffidente verso il mondo,che mi aveva tradito più volte, e quindi bevevo quasi sempre da solo in fondo alla sala vicino al pianoforte perché mi ricordava i bei tempi andati. A volte scrivevo, buttavo giù qualche riga, era più uno sfogo e il sogno fin da piccolo di riuscire a pubblicare un romanzo. Ma ero incapace per lo più scrivevo qualche verso o qualche breve racconto di una massimo due pagine; però mi aiutava ad andare avanti.
Tutto il bar sapeva che il posto vicino al pianoforte era il mio,una sorta di tacito accordo fra simili.
Una sera, non ricordo la data in quanto credo di non aver mai avuto né un calendario né un agenda in casa, trovai il mio posto occupato. Ordinai il solito alla barista che mi servì e mi fece un sorrisino alquanto malizioso,lo cestinai, come facevo da un pò di tempo, mi girai e mi diressi verso il mio posto.
Sentivo che qualcosa stava cambiando non sentivo più la sicurezza,il fascino di qualche tempo prima.
Ripensavo a quel periodo in cui ero così sicuro di me e mi intristivo nel vederlo sfumare,nel vederlo allontanarsi senza riuscire a far l'unica cosa che avrei voluto. Rimaner tale ancora per un pò.
"Salve, posso accomodarmi" chiesi all'occupante di una delle poche certezze della mia vita.
Rispose, con una voce molto gentile ed educata "Prego faccia pure, io mi chiamo B." .
"Piacere io sono A. ma questo è il mio posto e desidero che tu ti tolga dai coglioni, ho voglia di rimanere da solo".
Era una giovine ragazza, avrà avuto sui 23- 26 anni, non riuscivo bene a inquadrarla dai tratti e stavo solo alla mia prima birra. Aveva dei capelli che le scendevano sulle spalle, un paio di occhi profondi e un sorriso in gamba. Sul viso aveva traccia del suo passato, i dolori ti lasciano sempre i solchi da qualche parte. Mi guardava dritto negli occhi, non sembrava aver paura o forse non la dimostrava. Ero stato abbastanza cafone,duro,diretto ma non avevo mai capito come approcciarmi alle donne.
"Su alza quel tuo culo e vai da qualche altra parte a leggere quella rivista" le urlai. B. non fece una piega,forse era diventata sorda o aveva avuto un improvviso shock che le aveva paralizzato la mente e la lingua. Aveva coraggio da vendere la piccola,meritava un'occasione o forse ero io che ne meritavo un'altra.
"Prego brutto stronzo" mi disse, si alzò e andò a sedersi su un alto sgabello al bancone.
La guardai, aveva un bel paio di cosce e quei meravigliosi jeans le scolpivano un culo degno dei migliori scultori rinascimentali italiani. Beveva serena con eleganza il suo drink e le bariste sembravano conoscerla; forse era un'amica o peggio una sorella una cugina. Vabbè poco importava la figura di merda l'avevo fatta e adesso mi ritrovavo da solo al mio posto mentre quella gran figa era da sola al bancone.
Le si avvicinò un tipo, lo liquidò in malo modo,un altro subito dopo si fece avanti ed ebbe un trattamento non più nobile del suo predecessore.
Aveva stile la piccola. Ero matto, forse più di quello che pensavo, mi alzai ordinai due drink e mi sedetti a fianco a lei.
"Hai stile piccola, complimenti" dissi, "e te sei solo un perdente" rispose.
Aveva sempre la battuta pronta,come una mina pronta ad esplodere al primo passo falso. Mi piaceva,diventava una bella sfida,il mondo non si era fermato, aveva continuato a girare e a portarmi con sé mentre io lo odiavo con tutto me stesso.
Bevemmo in silenzio, l'uno di fronte all'altra, poche parole da una parte e dall'altra e risposte secche,dure. Sembrava una partita a scacchi. Chi avrebbe vinto?
I bicchieri si svuotarono, uscimmo, mi offrì di accompagnarla a casa e lei magistralmente rifiutò, si girò e si incamminò nella notte. A pochi metri salì in macchina, mise in moto e scomparve dietro l'angolo.
Era una notte umida,la luna era alta nel cielo,i cani le abbaiavano contro e io ero da solo perso nell'ennesima notte aspettando il mattino.
Andai a casa, mi spogliai e mi misi a letto. Avrei preferito da sempre un risveglio imbarazzante a una notte di solitudine.
Mi sentivo bene.
La ragazza del banana cafè testo di Hank 81