-E
Fu così che, una volta ucciso il drago, il cavaliere bianco fu celebrato come un eroe in ogni angolo del regno. -
La candela sul tavolo era ormai esaurita, i bambini si erano tutti addormentati da un pezzo, ma a Rudi piaceva quella storia, e gli piaceva raccontarla. A Rudi le belle storie di cavalieri e draghi, le favole e le vecchie leggende erano sempre piaciute. Senza far rumore si alzò dalla sedia, accese una seconda candela e soffiò su quel che restava della prima. Posò lo sguardo sui bambini per assicurarsi che ciascuno di loro dormisse, quindi lasciò la stanza e si diresse verso la sua camera.
Erano ormai tre anni che il giovane, a dispetto della sua età, si occupava dei bambini nell'orfanotrofio di Trilmea, una ricca cittadina commerciale del ducato di Isendria, quasi nel mezzo delle terre conosciute. Non era che il secondo paese per grandezza, ma era celebre per l’immane quantità di denaro che quotidianamente si riversava nelle sue strade affollate e nei suoi mercati ma Rudi non frequentava molto le vie caotiche della città. Molto meglio restare al sicuro, al chiuso, dove sapeva di poter vivere in tutta tranquillità.
Di fronte a lui ora vedeva, appena rischiarata dal fioco lume che reggeva, la porta della sua camera; senza fretta entrò, chiudendola poi con cautela dietro di sé, senza far rumore. Fu dopo qualche secondo che dei rumori provenienti dal tetto attirarono la sua attenzione. Si guardò intorno, incuriosito; erano suoni di passi, come se qualcuno stesse camminando proprio sopra la sua testa. Si affrettò a una finestra, e subito l'aprì, tentando dalla sua posizione di scorgere la fonte di quel suono.
Nell'istante stesso in cui le ante si spalancarono qualcosa lo colpì al torace, spingendolo e facendolo cadere all’indietro. Non ebbe nemmeno il tempo di reagire; si ritrovò in un attimo disteso, e la candela che teneva ancora in mano si spense durante la brevissima colluttazione, immergendo la stanza in una penombra solo a malapena rischiarata dalla luce delle stelle e delle tre lune che brillavano alte nel cielo.
Si rialzò immediatamente, con il cuore che gli batteva forte per la sorpresa e lo spavento, e sollevò lo sguardo sullo sconosciuto aggressore, intontito; quella cui si trovò di fronte, era una figura slanciata, con il viso illuminato solo per metà, che lo stava fissando con aria cauta.
-Ssh-, sussurrò, gli occhi fissi nei suoi, portando un dito alle labbra per incitarlo a tacere. Ma che bisogno ce ne sarebbe stato? Rudi era troppo terrorizzato anche solo per immaginare di parlare o muoversi. Ci fu qualche secondo in cui i due si limitarono a studiarsi a vicenda, l’uno trattenendo il fiato, l’altro con la fronte leggermente corrugata, immobili. Poi dalla strada incominciarono a sentirsi urla di uomini, e la figura misteriosa ritornò vicino alla finestra, gettando uno sguardo fuori con fare spiccio.
-Di qua, muovetevi! È passato di qua!- ancora qualche secondo, e i passi iniziarono ad allontanarsi udibilmente, così come il vociare concitato. Nella stanza tornò a regnare il silenzio.
Ora che la tensione si era allentata un po’ il ragazzo poté osservare meglio quella misteriosa figura, pur mantenendo cautamente le distanze. Era completamente coperta da un lungo mantello che lasciava visibili solo i piedi, coperti da stivali, e un volto pallido su cui ricadevano lunghe ciocche di capelli scuri. Non poteva vedere il suo volto dalla dove si trovava, ma non osò muovere un passo. Restarono così fino a che non furono passati pochi altri secondi di silenzio, e fu la figura sconosciuta a muoversi per prima, dirigendosi verso il giovane. Per la seconda volta Rudi si sentì trapassare da uno sguardo che aveva la freddezza del ghiaccio, e per la seconda volta si chiese, più coscientemente, se quegli occhi non fossero forse in grado di vedere sotto la sua pelle, sotto le ossa, mettendo a nudo la sua stessa anima.
Ora i loro visi erano a pochi centimetri l’uno dall’altro. La paura aveva lasciato spazio a una crescente curiosità di sapere chi fosse quella persona e che cosa ci facesse lì.
-E’ ora di dormire ragazzo. - La voce dello sconosciuto era dolce e musicale … era la voce di una ragazza. Non si mosse mentre lei gli accarezzava la testa, e così non notò nulla quando con l’altra mano estrasse da una sacca che portava in vita un pizzico di polvere che soffiò sul suo viso. Rudi crollò immediatamente addormentato, fra le sue braccia.
Gentilmente, la fanciulla lo adagiò sul letto, e si rizzò subito a studiare la stanza attentamente. Era una camera piuttosto spoglia, vi era solo un letto con una cassapanca ai suoi piedi, e un armadio era addossato alla parete opposta. Da sotto il mantello estrasse un pugnale, e da una sacca che portava in vita un girocollo fatto completamente in oro e smeraldi, degno di una regina. Non perse alcun tempo a rimirarlo.
Inginocchiandosi di fianco al letto, affondò la lama nel materasso in un punto abbastanza nascosto, e rimosse un poco della paglia che fungeva da imbottitura, con gesti spicci e precisi, come se non fosse la prima volta che faceva una cosa simile. Riempì il piccolo buco che si era formato con il monile, e si alzò in piedi. Difficile che il ragazzino si rendesse conto di nulla. Si levò il mantello e lo avvolse alla bell’e meglio attorno alla paglia, dopodiché lo gettò dalla finestra verso una zona buia della strada.
Diede un’ultima occhiata alla stanza, poi si lasciò cadere giù. Si trovava al secondo piano dell’edificio, ma atterrò leggera sui piedi senza nemmeno perdere l’equilibrio, per poi scomparire subito nell’oscurità di un vicolo, lasciando dietro di sé solo il silenzio.
La notte era entrata nella sua ora più fredda e il cielo era illuminato da una miriade di stelle, mentre le due lune parevano fare a gara per brillare più dell’altra; la terza luna era già svanita. Erano ormai passati quattro giorni da quando Nuviel aveva rubato il gioiello dal palazzo del governatore. Ora si trovava sul tetto dell’orfanotrofio, in cui lo aveva nascosto per lasciare tempo alle acque di calmarsi prima di portarlo da chi le aveva commissionato il furto. Questa volta non indossava nessun mantello, solo dei comodi vestiti e degli stivali di cuoio nero.
Era giunto il momento di intrufolarsi di nuovo nell’edificio; facendo attenzione a non fare alcun rumore, scelse di entrare dalla stessa finestra da cui si era introdotta solo pochi giorni prima. Fece un impercettibile sospiro di sollievo nel trovarla aperta, proprio come l’ultima volta; il ragazzino non si era allarmato abbastanza da prendere contromisure, e non avrebbe dovuto perder tempo a scassinarla. Erano i piccoli dettagli come questo a segnare la riuscita di un’operazione; anche se l’aveva vista in viso, probabilmente pensava al piccolo incidente come a un sogno. Avvalendosi dell’aiuto della luce proveniente dalla volta celeste, ed anche grazie alla sua eccezionale vista, non faticò per niente a distinguere i mobili, notando subito che non erano stati spostati di un millimetro nei quattro giorni precedenti. Il ragazzo era steso sul letto, coperto solo a metà da un rozzo lenzuolo di tela; dal respiro regolare si poteva tranquillamente dedurre che stava dormendo, e anche della grossa. Nuviel si avvicinò al letto, e dopo aver frugato per qualche istante nel foro che lei stessa aveva praticato, estrasse con delicatezza il gioiello, immediatamente facendolo sparire in una borsa di cuoio che portava alla vita.
Alzò gli occhi per controllare se il ragazzo stesse ancora dormendo, e con suo sommo disappunto incontrò i suoi occhi che la stavano fissando. Pessimo errore; mentre ancora ragionava sul da farsi, il giovane la interruppe parlando, il volto impallidito, un sottilissimo tremito sia nel suo corpo sia nella sua voce.
-Non mi ucciderai… vero?- La sua voce era tremula, rotta dalla paura, poco più di un bisbiglio; incespicò su quasi ogni parola.
-Non ti farò alcun male. – Nuviel fu svelta a rispondere, nascondendo la sua sorpresa con apparente sicurezza. - Ora dormi, questo è solo un sogno…- Era meglio cercare di tranquillizzarlo, non sembrava poi così stupido. Si sarebbe dimenticato di averla mai incontrata, e non avrebbe fatto parola del suo strano sogno con nessuno.
Stava già per alzarsi e allontanarsi, quando il suo sguardo fu attratto da un luccichio, la cui fonte era un oggetto dalla strana forma che il ragazzo teneva stretto fra le mani. A un secondo sguardo, scoprì che l’oggetto non era che una piccola scheggia di vetro, dai contorni irregolari, ma che emanava una fioca luce completamente fuori posto in uno strumento tanto piccolo.
-E quello che tieni fra le tue mani cos’è? - Non si curò di nascondere la sua curiosità, abbandonando improvvisamente ogni cautela, ma addolcendo la voce, come se stesse parlando a un bambino. Questo parve funzionare, perché Rudi, come se il tono affettuoso con cui gli parlava quella misteriosa ragazza gli avesse comunicato uno strano senso di familiarità, rispose alla domanda senza alcun sospetto e senza l’aria di provare spavento.
-E’ il mio portafortuna, l’ho trovato un paio di anni fa. – Sollevò la mano fino a mostrarle la scheggia, ma non gliela porse. Nuviel la osservò con più attenzione adesso; era proprio una scheggia di vetro, dal colore bianco opaco, non semitrasparente come aveva immaginato vedendone la luminosità. Percepì provenire dalla scheggia una sensazione sia familiare che estranea.
Per qualche motivo, quella sensazione la attraeva incredibilmente.
-Posso vederla meglio?- La sua voce tradiva una certa smania.
Fu forse nell’improvviso cambiamento di tono della sconosciuta, o forse semplice desiderio di proteggere il suo piccolo tesoro, ma il ragazzo rimase titubante, incerto se consegnare l’oggetto alla ragazza che già tendeva la mano verso la sua, oppure se stringerlo al petto.
Più lo fissava, più Nuviel sentiva la smania crescere. Doveva avere quel frammento…
Svanì il controllo che aveva esercitato su di sé fino a quell’istante; la ragazza si protese su di Rudi, la fronte corrugata, la sua voce improvvisamente dura e innervosita.
-Vuoi darmela oppure no?!- Sbottò, la mano sempre protesa verso l’oggetto, con aria minacciosa. Aveva esagerato. Rudi, spaventato dal tono della sconosciuta, scattò in piedi per cercare di scappare, ma fu un grave errore.
Nuviel era ormai mossa soltanto da un’inspiegabile bramosia di avere quell’oggetto così misterioso; estrasse il pugnale e tentò un affondo, senza riflettere sulle conseguenze delle sue azioni, e nemmeno sulle motivazioni. Aveva mirato al braccio del ragazzo, ma a pochi centimetri la lama fu deviata, come se avesse incontrato sulla sua traiettoria uno scudo invisibile. Sebbene il colpo non fosse andato a segno, però, la forza con cui era stato dato bastò a far perdere l’equilibrio al gracile ragazzo che finì a terra. Il frammento gli era sfuggito dalle mani, e scivolò sul rozzo pavimento con un lieve sibilo.
Nuviel la vide.
Non le interessava del resto, ora non desiderava nient’altro che quella. Il ragazzo era solo un ostacolo. Senza perdere un secondo, conficcò la lama nel collo del giovane. Il sangue sgorgò subito, le schizzò fin sul viso, ma non parve farci alcun caso. Bastò un unico colpo.
Il ragazzo ora era immobile, disteso nella stessa posizione in cui era caduto, e una chiazza di sangue si allargava sotto la sua testa, nero alla luce delle lune nel cielo. Fulminea, Nuviel allungò la mano sul frammento di vetro e lo afferrò prima che il sangue potesse raggiungerlo; al contatto con la sua mano, un formicolio le pervase tutto il corpo, ma solo per qualche istante. Fu come riprendere i sensi. Era sola nella stanza, il corpo senza vita del ragazzo davanti a lei, l’oggetto che aveva tanto desiderato stretto convulsamente nella mano. Non era che un misero pezzetto di vetro…
La sensazione provata toccandolo era stata travolgente. Seppur confusa, un sorriso le si allargò sulle labbra. Era disgustata dalle sue azioni. Era la prima volta che uccideva qualcuno durante un incarico, anche se non era la prima volta che svolgeva simili incarichi, sapeva che prima o poi si sarebbe dovuta difendere ma mai avrebbe pensato che la sua prima vittima sarebbe stao un ragazzino. Il suono della campana che preannunciava a tutti i cittadini dell’inizio della giornata la riportò alla realtà, definitivamente liberandola dalla sensazione di stordimento ed estatica soddisfazione.
Lentamente ripreso il controllo del suo corpo, tornò fredda, calma. Non c’era tempo per compiangere un cadavere; non aveva ancora svolto il suo compito. Con agilità si lanciò giù dalla finestra, lasciandosi alle spalle l’orfanotrofio e l’orrore che aveva portato li dentro. Si accorse che stava stringendo con forza la scheggia solo dopo un po’, mentre stava correndo nel vicolo. I bordi frastagliati le avevano penetrato leggermente la pelle. Si soffermò ad osservarla di nuovo, portandola in controluce. Aveva assunto un colore rosso, vibrante nella luce notturna. Fece per ripulirla dal sangue, ma notò che il colore proveniva dal suo interno, e sbiadiva di secondo in secondo… come se stesse assorbendo il sangue versato su di essa. Avrebbe voluto scagliarla via, colma di orrore per il gesto che le aveva fatto commettere, ma qualcosa glielo impedì. Sempre più confusa, la mise in una tasca e riprese a correre.
Il sole aveva ormai raggiunto il suo punto più alto quando Nuviel ritornò a casa, in un piccolo maniero a mezza giornata di viaggio dalla città, immerso nella natura.
-Ecco l’oggetto che mi hai chiesto di rubare nella casa di quel mercante- disse Nuviel con fare distratto, mentre osservava il paesaggio che nulla aveva a che fare con le buie strade di città. Erano in uno studio, pieno di scaffali e oggetti strani, il tavolo era pieno di fogli impilati. L’uomo con cui stava parlando era di mezza età, sulle tempie i capelli bianchi rivaleggiavano con quelli neri, mentre la sua abbondante mole era appoggiata su una sedia dietro al tavolo. Buffi occhiali tondi erano appoggiati sul naso.
La mente di Nuviel era lontana, aveva pensato molto nelle ultime ore mentre tornava a casa. Ed era giunta alla conclusione che voleva fare altro oltre che a rubare, voleva vivere come una ragazza normale, avere amici della sua età, avere un ragazzo e perché no sposarsi un giorno. Ma finchè rimaneva in quella casa non avrebbe mai potuto essere libera, e lo avrebbe detto quel giorno stesso a Thoriel, l’uomo che stava di fronte a lui e che l’aveva cresciuta quasi come una figlia dopo la morte di sua madre. Era anche l’uomo che l’aveva fatta diventare una ladra. Forse era anche per quel motivo che non l’aveva fatta diventare una serva, l’aveva addestrata ad essere silenziosa e invisibile per rubare per i suoi loschi scopi. Ed era colpa proprio dei suoi loschi scopi che era diventata un’assassina di innocenti. Seppure questo non fosse colpa dell’uomo che più di altri poteva chiamare padre, era pur sempre sua la responsabilità, se non l’avesse mandata a rubare quel gioiello tutto questo non sarebbe successo.
Oppure queste non erano altre che scuse per l’ignobile gesto compiuto la notte appena passata. La sua attenzione fu riportata alla realtà quando Thoriel la scrollò per le spalle. Non si era nemmeno accorta che si era alzato dalla sedia.
-Mi stai ascoltando?- Thoriel stava scuotendo Nuviel per le spalle
-Si, scusa padre- rispose la ragazza spostando le mani dell’uomo dalle sue spalle. Fece alcuni passi verso la porta poi si voltò e guardò fisso negli occhi l’uomo che poteva chiamare papà, anche se il loro sangue era completamente diverso. Prese un bel respiro e disse tutto d’un fiato
-Ho deciso di cambiare vita. Voglio fare qualcosa di più, più, più concreto che rubare. Più serio. No, non parlare, lasciami finire. So che devo molto a te, ma è ora che trovi la mia strada- finito di parlare Nuviel rimase in attesa della risposta dell’uomo. Sapeva che tanto poteva essere dolce e premuroso tanto poteva essere severe e spietato.
La risposta non tardò ad arrivare
-Io ti ho cresciuta, ti ho nutrito e dato un tetto sopra la testa. Mi devi molto, e questo me lo stai dando lavorando per me. E ora vuoi andartene? E dove sentiamo, non sopravvivresti a lungo da sola- la risposta fu fredda, come Nuviel si era aspettata che fosse
-Dove non so, ma sicuramente non qui, tu mi stai solo usando- le ultime parole furono pronunciate con un tono di voce decisamente più alto
-Tu non andrai da nessuna parte, basta con queste scemenze di andarsene, questa è la tua casa ed io sono tuo padre. Ora te ne tornerai nella tua stanza e stasera ho un altro incarico per te- mentre parlava Thoriel si era portato vicino a Nuviel con fare minaccioso
-Tu non mi puoi obbligare a fare nulla- Nuviel ora stava urlando.
Uno schiaffo la colpì in pieno viso facendogli perdere l’equilibrio e solo la porta dietro di lei gli permise di rimanere in piedi. Quell’uomo aveva una discreta forza e la guancia gli stava cominciando a bruciare per il colpo subito. Senza dire nulla uscì dalla stanza sbattendo la porta dietro di se.
-Maledetta mocciosa- imprecò a denti stretti Thoriel -ho bisogno della sue capacità se voglio continuare a guadagnare- borbottò fra sé Thoriel, mentre usciva a grandi passi dallo studio, nel corridoio vi era una guardia che stava guardando la ragazza che aveva appena svoltato l’angolo del corridoio piangendo.
-Wolt, mandami a chiamami Nedran e mandamelo nello studio, subito-
-Si signore- la guardia partì di gran carriera e scomparve dalla vista di Thoriel appena voltò l’angolo.
Nuviel era corsa nella sua camera e senza pensarci aveva preso una sacca e ci aveva infilato alcuni suoi vestiti. Ora che ci pensava lei non aveva veri vestiti da ragazza, abiti lunghi adatti alle feste, come quelli che aveva visto durante le feste in città. Aveva solo vestiti adatti al lavoro che svolgeva, pantaloni comodi e camice. Per ora aveva vissuto solo venti primavere, e non era molto diversa da una sua coetanea, allora perché non poteva vivere come tale? Si mise di fronte allo specchio, un regalo di suo padre. Il suo fisico era slanciato e atletico, nonostante stesse al sole spesso durante le stagioni calde la sua pelle sembrava non abbronzarsi molto. Anche se il suo seno non era fiorente rispetto ad alcuni che aveva visto, in definitiva non aveva nulla da invidiare come bellezza rispetto ad una ragazza di città, l'unico particolare erano le sue orecchie, leggermente più lunghe e a punta rispetto a quelle delle altre persone, che non si sapeva spiegare e che non gli piacevano affatto, attirava troppo le curiosità degli altri e soprattutto derisione, motivo per cui teneva i suoi lunghi capelli legati in modo che le coprissero.
Mentre rimaneva li a specchiarsi gli tornò in mente sua madre. Era morta ormai da tredici lunghi anni e gli mancava terribilmente. Facendo un confronto fisico lei non aveva nulla in comune con sua madre, lei era stata una donna dal portamento più massiccio con la carnagione più scura ed i capelli castani tutti segni che indicavano la sua provenienza dalle regioni del nord. Sempre lei era stata a dirgli di nascondere le sue orecchie, che molti avrebbero potuto deriderla anche se non ce ne era motivo visto che era una bellissima bambina.
Sicuramente se fosse stata ancora viva le cose sarebbero diverse ora. Questi e altri pensieri le passarono per la testa mentre rimase a specchiarsi, alcune lacrime gli scivolarono lungo le guance.
Le mani andarono a cercare la scheggia che prontamente trovarono, ora che la aveva in mano si sentiva più sicura di se stessa. Ora poteva capire perché quel ragazzo la teneva tanto stretta. Il ricordo del ragazzo la colpì come una fitta al cuore. Subito rimarginata dal contatto con l’oggetto, che finì in una sacca legata alla cintura dove pendeva anche un coltello. Mise nella sacca i soldi che aveva guadagnato più o meno onestamente negli anni. Prese il mantello e senza perdere altro tempo uscì dalla finestra. Si voltò indietro solo una volta per ammirare la grossa villa del mercante, la stessa villa dove era cresciuta. Riportando lo sguardo dall’altro lato si mise in marcia.
Thoriel era seduto alla scrivania e stava controllando svariate carte quando qualcuno bussò alla porta. Senza aspettare risposta la porta si aprì e comparve un uomo sulla quarantina, completamente pelato e la faccia era una ragnatela di cicatrici. Indosso aveva pantaloni verdi e una maglia di un colore simile, di cui al di sotto si notava un fisico atletico e muscoloso
-Mi ha mandato a chiamare signore?-
-Si Nedran. Ho dei problemi con Nuviel e tu devi tenermela d’occhio intesi?-
-Sarò la sua ombra- il nuovo venuto stava per andarsene quando nella stanza entrò di corsa una guardia. Il tempo di riprendere fiato e si rivolse direttamente al mercante
-Signore, Nuviel è scappata dalla finestra. Aveva con se una sacca e il mantello- la guardia aveva ripreso un po’ di compostezza
-E voi l’avete lasciata andare?- il mercante sembrava furioso
-Due di noi la stanno inseguendo ma è scomparsa nel bosco- la guardia si fece piccola sotto lo sguardo accusatorio del mercante. Quando Nedran prese la parola la guardia tirò un sospiro di sollievo, forse la sua rabbia l’avrebbe indirizzata al veterano
-Ci penserò io- lo disse quasi compiaciuto
-Trovala e riportamela qui, mi serve viva e intera- poi quasi a ripensare a quello che aveva appena detto –ma se non collabora convincila come vuoi, è preziosa ma conosco degli ottimi medici- detto ciò i due si scambiarono un sorriso, mentre Nedran usciva seguita dalla guardia Thoriel sperò che Nuviel accettasse di tornare senza troppe storie, per la sua salute.
La locanda dove si era fermata a riposare, la vecchia stamberga, era una catapecchia e il colorito che gli dava il sole al tramonto non migliorava certamente la scena ma era sempre meglio che dormire in un bosco. Si trovava sulla strada che andava da Trilmea verso le montagne centrali. Era una strada secondaria, anche se parecchio trafficata di mercanti che scendendo dalle montagne portano il metallo estratto, ma non come quella che portava da Trilmea fino ad Artrilium, la città famosa in tutta Gedra per il suo meraviglioso porto. Quella era la città dei sogni, ogni cosa che volevi lì potevi averla, ovviamente tutto aveva un prezzo e non sempre il prezzo era qualcosa di materiale.
Nuviel aveva pagato poche monete in più all’oste per potersi fare un bagno avere la cena in camera e non essere disturbata per nessun motivo. Voleva stare sola e pensare a come la sua vita stava per prendere una svolta.
I resti della cena erano appoggiati su un tavolino mentre Nuviel era sdraiata sul letto rigirandosi fra le mani la scheggia. Era irrimediabilmente attratta da quell’oggetto, eppure l’azione compiuta per appropriarsene la disgustava. Questi e altri pensieri riguardanti sua madre vennero bruscamente interrotti dal bussare sulla porta.
Innervosita dal fatto che aveva detto di non essere disturbata si avvicinò alla porta sbuffando mentre teneva ancora fra le mani la scheggia, l’aprì pronta a sfogarsi con l’oste ma la persona che trovò sulla porta la lasciò senza parole, con la bocca aperta per lo stupore. Sapeva che Thoriel l’avrebbe fatta seguire da qualcuno per convincerla a tornare. Ma non avrebbe mai pensato che avrebbe mandato Nedran, il suo battitore e neanche che sarebbe stato così rapido a trovarla.
Lui era stato il suo maestro per quel che riguardava l’uso delle armi e del furto, ovvero gli aveva insegnato tutto quello che lei sapeva.
I loro occhi si incrociarono e vi fu una breve lotta che vinse il veterano quando Nuviel abbassò lo sguardo per prima
-Mi sembri sorpresa di vedermi qui- proruppe per primo Nedran
-Non mi aspettavo di vedere voi. Sapevo che mio padre avrebbe inviato qualcuno-
-Quindi sai perché sono qui-
-Per portarmi indietro. Ma non c’è nulla che lei possa dirmi per farmi tornare da mio padre, ormai ho preso la mia decisione- Nuviel era fortemente decisa e incontrò di nuovo il freddo sguardo del veterano sostenendolo con fermezza
-Se ha mandato me sai anche che ho molti metodi per convincere- un lato della bocca si storse in un mezzo sorriso. Nuviel strinse con forza la scheggia fino a sbiancare le nocche, sapeva fin troppo bene quali erano i suoi metodi per convincere, la forza. Ma non si sarebbe arresa senza aver lottato, aveva preso ormai la sua decisione. Il suo pugnale era sotto al cuscino, l’unica arma a sua disposizione era la scheggia che stringeva con forza.
Agì più veloce che poteva, quasi senza pensarci. La mano che stringeva la scheggia cercò la gola dell’uomo che aveva di fronte, il quale nonostante l’età reagì prontamente fermando l’attacco.
-Quante volte ti ho detto che non devi far trapelare le tue intenzioni. I tuoi occhi hanno tradito il tuo attacco- disse tranquillamente Nedran, che aveva solo bloccato l’attacco ma non aveva fatto altro.
Nuviel fece due passi indietro, allontanandosi dall’uomo. Diede rapidamente uno sguardo veloce in giro, poteva cercare di prendere il pugnale oppure scappare dalla finestra. Nedran però fu più veloce dei suoi pensieri
-Non ti conviene cercare di scappare. Ho portato con me alcuni soldati e circondano la locanda. A questo punto se vuoi avere il buon senso di venire con me nessuno si farà male. Altrimenti sarà un piacere convincerti-
Un sorriso comparve sulle labbra della ragazza
-Pensi sempre a tutto vero?- disse fissando dritto negli occhi l’uomo. Non si sarebbe mai arresa.
Si lanciò verso il letto e afferrò il pugnale sotto al cuscino girandosi verso Nedran che a sua volta aveva estratto il suo pugnale e si era lanciato verso la ragazza.
Il pugnale dell’uomo passò poco sopra alla testa di lei, che ricambiò con un colpo di taglio al braccio che però andò a vuoto. I due avversari erano uno di fronte all’altra e si stavano studiando, brevi affondi servivano solo per stuzzicare l’avversario.
Il primo attacco serio lo portò Nuviel, che aveva mirato alla testa, spostando all’ultimo istante la traiettoria verso lo stomaco. Nedran però aveva previsto l’attacco e parò senza problemi il coltello. Nell’attacco la ragazza aveva lasciato uno spazio aperto nella sua difesa e l’uomo ne approfittò subito portando un colpo al braccio che teneva il coltello. La sua lama, era convinto l’uomo, sarebbe penetrata nella carne morbida della ragazza ma qualcosa andò storto. La lama scivolò sulla candida pelle senza lasciare nessuna ferita.
Nedran non capì cosa fosse successo ma questo lasciò a Nuviel un istante in cui poté agire. Il suo coltello affondò nello stomaco dell’uomo. Riprendendosi dallo stupore e non lasciandosi sopraffare dal dolore della ferita, Nedran bloccò la sua mano che ancora stringeva il coltello nel suo stomaco e con il coltello puntò alla sua gola. D’istinto Nuviel cercò di parare il colpo con l’altra mano, dove teneva ancora stretto la scheggia. Il metallo e la scheggia si scontrarono e una forte onda d’urto scagliò Nedran contro al muro dove rimase immobile.
Nuviel invece venne scagliata dal alto opposto, vicino alla finestra, e fissò con stupore la scheggia. Non capiva cosa fosse successo, ma qualsiasi cosa fosse gli aveva salvato la vita. Dei rumori dal piano di sotto gli ricordarono che se Nedran non gli aveva mentito, e dubitava che lo aveva fatto, c’erano altri soldati intorno alla casa. Alla scheggia ci avrebbe pensato dopo. Prese le sue cose in fretta e furia e controllò dalla finestra, riusciva a vedere tre soldati con le fiaccole e dalle scale sentiva salire qualcuno. Decise di uscire dalla finestra, con un po’ di fortuna forse sarebbe riuscita a sgattaiolare.
Ma la fortuna non era dalla sua parte, proprio mentre stava per saltare dalla finestra dalla porta della camera entrarono due guardie, i visi le erano famigliari, erano le guardie pagate da suo padre. I due gridarono di fermarsi e attirarono l’attenzione delle guardie all’esterno.
Bene pensò Nuviel, ora l’attenzione è tutta su di me. Al diavolo.
-Fareste bene a guardare il vostro capo- detto ciò si lanciò giù. Avrebbe fatto quello che sapeva far meglio, far perdere le proprie tracce.
Atterrò sull’erba e dopo una capriola si rimise in piedi subito. Si trovò di fronte una guardia con la torcia e la spada sguainata mentre le altre due si stavano avvicinando. Si mosse subito nella direzione opposta alla guardia più vicina correndo verso un bosco poco distante.
Non si guardò mai indietro, immaginava che la stessero inseguendo ma sapeva che correva più veloce di loro, e nella boscaglia avrebbe fatto perdere le sue tracce.
I primi alberi erano a pochi passi da lei quando un dolore acuto gli trapassò il braccio sinistro, una freccia l’aveva colpita. Perse per un attimo l’equilibrio e per poco non cadde fra gli alberi. In un modo o nell’altro riuscì a mantenere l’equilibrio. Ormai aveva in mente solo di correre per tenere a bada il dolore.
Non sapeva da quanto tempo stava correndo, sapeva solo che non sarebbe andata avanti ancora a lungo. Questi e altri pensieri correvano nella sua testa insieme a lei quando inciampò su una radice e cadde a terra. Nel cadere rotolò compiendo un paio di capriole sul terreno e l’asta della freccia si ruppe con uno rumore secco provocando una fitta di dolore lancinante che gli fece perdere i sensi.
Nuviel - parte 1 testo di re dei sepolcri