Non avevo scelta. Loro non sarebbero mai andati via, e dunque io, avrei dovuto parlare.
- Mettetevi comodi. - Dissi ai miei ospiti. - Sarà una lunga storia... -
- Non si preoccupi, Signor Tooth. Abbiamo tutto il tempo. -
Al che, ingoiando un’amarissima foglia di stevia, mi misi a raccontare quel che mi era successo nelle steppe di Palmitta.
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Due Cartografi, tre allievi, un Geomante, e due miliziani della Fortezza di Hessaygon come guardie protettrici. Questa era la squadra di spedizione. Di certo io non avevo bisogno di una guardia del corpo. Io. Da Amelvoran a Demangor, dalle sponde del Fiume Nero alle rovine di Castat: svariati nemici, bestie o creature che fossero, avevano cercato di uccidermi per interrompere i miei studi sul campo. Ma sempre fallirono.
-Niente ti tempra come uno sciame di vampiri nelle lande del Nobiarn! -
Dissi a voce alta davanti alla compagine al completo, mentre scendevamo di pari passo le scale dell’Accademia. Ehm, ok. In realtà, ero spesso fuggito davanti ai nemici, ma questa, ecco, è un’informazione del tutto… confidenziale. - Onore alla battaglia. Sempre. - Il motto dei miliziani di Hessaygon. Mi rassicurava averli accanto.
Il nostro equipaggiamento fu caricato su due costrutti da soma, gentilmente concessi dal Capomastro delle forge dell’accademia. Erano degli automi, costruiti in legno di salice temprato in ghisa, con tre coppie di zampe da crostaceo ai lati del corpo centrale; una caldaia a combustione perpetua era istallata nella parte posteriore, forniva loro l’energia per la deambulazione; nella parte anteriore c’era il capo, in grado di comprendere pochi basilari comandi: Ferma! Avanti! Riposo! Mallegoff, il capomastro (buon uomo), ci aveva consegnato anche un falco d’oro da perlustrazione, e benché ci avesse spiegato più e più volte come farlo decollare, non fummo mai in grado di utilizzarlo.
La mia attrezzatura era ridotta allo stretto indispensabile: le vesti comprendevano una maglia rinforzata per proteggere il torace, bretelle in cuoio lavorato, bracciali borchiati in pelle, il mio fedele bastone in palissandro con finale in dente di drago. Mi portai anche un rudimentale schioppo, un’arma da fuoco poco affidabile che avevo ereditato da mio padre, e delle pergamene, di bianco papiro, su cui prendere i miei appunti di viaggio.
Così, il primo giorno di Inverno dello scorso sestile, ci posizionammo sul Compasso dei Passaggi, e sotto gli occhi degli altri accademici, ci trasferimmo in un batter d’occhio nella remota steppa di Palmitta.
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La possibilità di viaggiare tra regioni lontane, e in brevissimo tempo, aveva ampliato le prospettive dell’intero continente di Edua. Certo era costoso, e non poteva essere effettuato sempre e ovunque. Il meccanismo del viaggio per Compassi, era ormai di dominio pubblico, ma le condizioni necessarie affinché si potesse effettuare il salto da una regione all’altra, erano particolari, difficilmente individuabili, circoscritte a piccoli siti sul territorio: dunque, non si poteva partire da un punto qualsiasi. Confluenze di Æter, l’energia che pervade tutto il mondo conosciuto, erano i punti su cui poter sperare di costruire un Compasso di Passaggio. Di simili luoghi ne esistono solo una manciata in tutto il continente; uno, per nostra grazia, è situato al centro della piazza appena fuori dall’Accademia; altri ce ne sono ad Amelvoran, Castat, Terraponte, e ovviamente, a Palmitta. Comunque sia, una volta individuato il nodo di confluenza, si procedeva alla costruzione di un cerchio inter-spazio chiamato Compasso. Per realizzare questa complessa struttura, si deve racchiudere il flusso in un circolo chiuso, una sorta di acceleratore di Æter, in cui i le particelle energetiche che costituiscono i cinque diversi elementi (Terra, Fuoco, Aria, Acqua e Spirito), vadano a collidere tra loro ad altissima velocità, aumentando l’energia fino a sfiorare il punto di collasso. Questo stato di precario equilibrio deve essere subito sigillato da un abile artefice e stabilizzato con un possente incantesimo di controllo da un mago. Bene, in poche parole, in quel punto e solo in quel preciso punto, si può sfruttare la grandissima energia immagazzinata per piegare lo spazio e il tempo, avvicinando, se così si può dire, gli elementi del nodo di Æter di un'altra regione. Se si è a conoscenza delle coordinate di un altro nodo di confluenza, si può settare il viaggio. Con un potenziometro a doppio disco si carica e si indirizza il flusso per poi rilasciare l’energia: ciò che si trova all’interno del cerchio viene trasferito ad un altro. E il gioco è fatto. Settimane poi dovranno passare prima che abbastanza energia possa permettere un nuovo viaggio.
Il salto solitamente dura pochi secondi, ma in quell’occasione, sentii il tempo flettersi in modo particolare, e quando atterrammo, ebbi la sensazione che il viaggio fosse durato giorni. Sensazione condivisa anche dal resto della compagnia.
-Ecco. Ci parli degli altri...-
Dal fondo della stanza, si levò una voce decisa. Era la giovane donna, l’unica, tra i sei Commissari di Terraponte. Con calma si fece avanti, sgusciando tra gli altri serrati davanti alla mia scrivania. Mi voltai verso di lei. Il suo sguardo mi è rimasto impresso nella memoria, come un’impronta di Terrowalk sulla sabbia del deserto. Glaciale, fissava il vuoto in modo innaturale. E una sensazione strana, come se per qualche secondo tutto l’ossigeno presente fosse svanito, pervase il mio cervello. Non ne fui sicuro, ma mi parve che il tempo si fermò per qualche istante. Raggiunse la mia scrivania, si mise al fianco di Errovan e disse:
- Si ecco, dei suoi Compagni di viaggio. -
Puntai lo sguardo verso Errovan ed esclamai:
- Beh, chiedete direttamente a loro no? Scommetto che conosciate già i loro nomi!- A quel punto, il saggio Elfo di Terraponte, scorse con l’indice della mano destra la pagina di quel quaderno che teneva fra le mani:
-Il Signor Daborv e la signorina Jahlira, suppongo. A quanto mi risulta, non si presentano all’Accademia da diverso tempo…-
Aveva ragione.
- Non saprei, sono stato...- Afferrai dei libri a caso e alcune pergamene dalla scrivania, annaspando nel tentativo di cercare una scusa valida - …Sepolto dalle scartoffie, ultimamente…-
Quei due avevano visto bene di lasciarmi da solo in balia di questi avvoltoi, in qualche modo avevano annusato l’odore di problemi, e come sempre, avevano lasciato il lavoro sporco a me.
- Cosa volete sapere? - Dissi loro con tono remissivo e con lo sguardo basso.
- Quello che c’è da sapere! - Rispose la giovane inquisitrice. La sua voce si fece più insistente. Il suo sguardo, ancor più penetrante. Un’altra volta rimasi senza fiato, ma era chiaro che adesso fosse lei a controllare il mio respiro, con una stregoneria, forse. Allungai il collo, come un’oca sul pelo dell’acqua; sentivo un terribile calore salire dalle gambe verso il torace, penetrarmi nei polmoni, e poi su, fino agli occhi. Stavo per soffocare. Anche Errovan teneva i suoi occhi fissi su di me: non una singola espressione tradiva il suo volto, eppure ero convinto che si compiacesse della mia sofferenza. Credo di aver avuto gli occhi iniettati di sangue, poiché la mia vista si stava sfuocando in un grigio oblio. Di lì a poco, sarei morto soffocato.
A quel punto però, l’elfo sollevo la mano destra, rivolgendo il dorso verso la giovane inquisitrice: il volto della ragazza si rilassò di improvviso, mi tolse lo sguardo di dosso e fece due passi indietro. Solo allora potei riprendere a respirare.
Poi con la stessa mano, Errovan di Terraponte, mi fece cenno di proseguire il racconto.
Il Geomante di Hessaygon - Capitolo 2 testo di Kanzio