IL GIORNO DI VINNIE
(Racconto di Stefano D.)
Adoro trascorrere il pomeriggio a St. Patrick Square.
Seduto al solito tavolino del Berry’s, il locale più grande ed affollato di tutta la piazza, sto leggendo con apparente interesse il quotidiano appena acquistato all’edicola all’angolo con Wide Street. Indosso un elegante abito grigio di Armani, ai piedi un paio di scarpe di fattura italiana da mille dollari, al polso l’ultimo pezzo della mia collezione Rolex. Agli occhi di tutti, sono un uomo sereno e distinto, intento a godersi un raro momento di relax.
In realtà, sto fingendo di leggere poiché la mia attenzione è irresistibilmente attratta da ben altro; sono le persone che condividono con me questa bella giornata di sole a St. Patrick Square, l’oggetto del mio interesse.
Persone di ogni estrazione e ceto sociale; uomini d’affari che camminano nervosamente portandosi dietro la loro 24 ore ed imprecando con qualche collega testa di cazzo, anziani che camminano con passo lento ed incerto soffermandosi ogni minuto ad osservare immobili un particolare insignificante, ragazzi appena usciti dalla scuola in sella ai loro motorini ed alle prese con le prime esperienze amorose, madri premurose che spingono le carrozzine nelle quali dormono beati i loro pargoli.
Mi piace osservare. Scrutare attentamente queste persone e…liberare la mia immaginazione. Nella mia mente ogni persona è un mondo affascinante ed inesplorato, tutto da scoprire. Un mondo fatto di pensieri, gioie e paure, traguardi e sconfitte, sogni ed incubi. Sono tutti questi aspetti che mi attraggono irresistibilmente e che più di ogni altra cosa vorrei avidamente conoscere.
Ogni vita racconta una storia.
Io non conosco la mia storia.
Non ho mai avuto una vera vita. Non conosco le mie origini, non ricordo la mia infanzia e la mia famiglia, non sono neppure certo della mia età. Sono soltanto a conoscenza di essere stato cresciuto senza nessun affetto ed a partire da un momento non ben preciso da alcune persone, le stesse persone che mi hanno duramente addestrato ed avviato verso la mia attuale attività.
La verità è che io sono quello che faccio. Sono uno che esegue degli ordini, nel nostro gergo un esecutore, ed il nome che mi hanno affibbiato è Vinnie Vice.
Si tratta di uccidere. Eseguire degli ordini dettati da persone che non vedo mai e che conosco a mala pena. Mi hanno cresciuto bene, i bastardi. Talmente bene da condizionare completamente la mia vita, facendo in modo che io la considerassi tra virgolette normale e senza che io facessi mai ai miei superiori ed a me stesso troppe domande.
Lo sapevano bene che la chiave di tutto è la coscienza della propria esistenza. Ma da un po’ di tempo a questa parte qualcosa è cambiato.
Mentre sono immerso nelle mie elucubrazioni mentali, presso il tavolino alla mia destra si è appena sistemata una graziosa ragazza. Ha i capelli biondi raccolti a coda, un abbigliamento formale (jeans ed una giacca di velluto nera) ed un paio di occhiali che le conferiscono un’aria da intellettuale. Mi rendo conto quasi subito che il suo aspetto ha qualcosa di famigliare. Magari più tardi farò la sua conoscenza. Di tanto in tanto do un’occhiata nervosa al display del mio Nokia posto sul tavolino. Gli ordini sono di portarlo sempre con me 24 ore su 24 poiché è attraverso di esso che vengo contattato da loro. Nelle mie mani, quel piccolo oggetto diventa un moderno e tecnologico strumento di morte. E’ la voce di Frehley, calma, bassa e fredda come il banco di lavoro di una sala autoptica a dettarmi gli ordini.
Chi è quest’uomo che senza nessuna emozione, si rivolge a me come ad una macchina? Non ho mai conosciuto Frehley di persona e a dir la verità non mi sono mai soffermato a pensare più di tanto a lui forse perché fino ad ora ho sempre e solo badato a quello che aveva da dirmi. Mai farsi troppe domande.
Ripenso all’ultima chiamata ricevuta. Risale a due settimane fa. E’ lunedì sera e come tutti i miei lunedì sera sono al cinema a godermi un film, l’ultimo di Jacky Chen. Sono in platea, solo, terz’ultima fila sulla destra, terza poltrona dal centro.
Improvvisamente una singola vibrazione mi risveglia dal torpore del mondo surreale in cui sono immerso fatto da personaggi che lottano, soccombono ed infine si riscattano fino all’inevitabile lieto fine.
Una chiamata senza risposta.
E’ il segnale prestabilito che mi avverte dell’arrivo di una telefonata che dovrò ascoltare attentamente senza proferire una parola. Il messaggio che mi verrà dato non verrà ripetuto una seconda volta. Passano due minuti ed ecco la chiamata. Due vibrazioni, quindi rispondo.
- Vinnie Vice
- Conta sette file davanti a te. E’seduta una coppia; lui ha la testa rasata, fisico palestrato, camicia bianca ed un vistoso tatuaggio sul collo. Lei ha i capelli corti e scuri, un paio di occhiali da vista con montatura nera Cristian Dior.
Voglio solo lui
Fine della conversazione con Frehley.
Come sempre in questi momenti sono colto da un lampo di panico che mi paralizza il corpo e mi gela il sangue. E’ l’adrenalina che entra in circolo. E’ chiaro che qualcuno mi sta seguendo e mi osserva attentamente per potermi dare degli ordini cosi’ precisi. Ho l’impressione di averlo talmente vicino da poter sentire il suo fiato nel collo. So benissimo però che è solo una mia impressione. Loro sono invisibili ma soprattutto io non mi devo preoccupare di loro.
Quasi subito riacquisto il controllo e valuto attentamente la situazione. Mai perdere la calma. Io sono il predatore che osserva la sua vittima, immobile e concentrato sui suoi movimenti. Io sono la morte. Io sono Vinnie Vice, l’esecutore.
Rimango in attesa del momento giusto. Eccolo finalmente. Il pelato si alza e si dirige verso i servizi il cui corridoio di accesso si apre nella parete di destra del cinema. Conto fino a dieci, mi alzo e raggiungo il mio amico.
Il corridoio è lungo una decina di metri ed è scarsamente illuminato da un neon;
in fondo due porte una di fronte all’altra permettono l’accesso ai servizi per i due sessi. Varcato l’ingresso di destra, mi si presenta un piccolo e sporco locale; a sinistra due lavandini con annesso specchio, a destra tre porte scrostate piene di scritte volgari e numeri di telefono.
Il mio uomo è dietro la porta centrale e sta urinando. Avverto lo scorrere dell’acqua di scarico, poi la porta che comincia ad aprirsi verso l’interno. In quel preciso istante colpisco con un calcio potente la maniglia. La porta è scaraventatata indietro e va a colpire rovinosamente il pelato. Con un balzo sono subito dentro; l’uomo è privo di sensi a terra in un angolo con la schiena appoggiata alla parete, la testa reclinata ed il naso fratturato che sanguina copiosamente.
Devo fare presto. Ho con me un paio nuovo sigillato di guanti in lattice da chirurgo che indosso subito onde evitare di lasciar tracce, un rotolo di spesso nastro isolante ed una bobina di robusto filo da pesca. Utilizzo il nastro per immobilizzare le mani dell’uomo dietro la schiena e le caviglie, prelevo quindi un tratto di filo di circa due metri ed avvolgo le due estremità intorno alle mie mani in modo tale che tra i due pugni vi rimanga un tratto di poco più di mezzo metro, sufficiente ad avvolgere con un giro il suo collo.
Mi porto quindi alle sue spalle e con tutte le forze che ho tendo le due estremità del filo che comincia a penetrare nelle carni del suo collo muscoloso con un solco profondo. L’uomo intanto si sta svegliando e comincia a comprendere la situazione in cui si trova. Si agita come un ossesso vincolato pero nei suoi movimenti dai legami che gli ho applicato ed i suoi occhi, gonfi e velati di sangue, sono fissi sui miei con uno sguardo carico di odio e rabbia.
Tutto questo non mi distoglie dal mio compito che riesco portare a termine quando le forze abbandonano il suo corpo e gli occhi assumono quell’aspetto vacuo tipico della morte.
Mi soffermo a riflettere su quello che ho appena fatto. Chi è l’uomo che è ai miei piedi, cosa avrà fatto per meritare tutto questo, chi sono io per potergli togliere la vita con questa indifferenza? Magari è un anche lui un assassino o un ladro, un traditore, o magari ha avuto la sfortuna di essere il figlio di un personaggio che andava punito. Tutto questo però non mi è dato saperlo. Ora devo solo pensare ad allontanarmi da questo posto senza lasciare tracce e senza farmi notare da nessuno…
E’ così che conduco la mia vita da chissà quanto tempo. Vivo nell’ombra sempre pronto ad agire non appena mi viene chiesto. Tutto questo mi ha permesso di avere una villetta con giardino in un tranquillo quartiere di periferia ed una vita agiata, grazie alla 24 ore con venti mila dollari dentro che trovo sul tavolo della cucina puntualmente il 15 di ogni mese. Mi ha dato un nome ed un ruolo rilevante all’interno di quel grande dramma rappresentato dalla società moderna. In cambio però ha chiesto la mia vita; non mi è possibile infatti stringere rapporti interpersonali, amare una persona, pensare ad un futuro: troppo pesante il segreto che porto dentro di me e nascondo al mondo intero. In tutto questo tempo ho sempre pensato al mio compito di esecutore come all’unica cosa che contasse veramente e non posso nascondere di avere provato una sensazione di onnipotenza ogni qualvolta ho tolto la vita ad una delle mie vittime.
Mi rendo conto però in questo periodo che qualcosa in me sta cambiando…
E’ per via di quel sogno. Lo stesso sogno che da qualche notte mi perseguita e condiziona le mie giornate. Immagini spaventose sono fisse nella mia mente ad ogni mio risveglio. Immagini di una casa in fiamme e di un bambino spaventato ed urlante che si scaglia contro una persona adulta, tempestando di pugni le sue gambe. L’ultima volta ieri mattina; al mio risveglio mi trovo in un lago di sudore disorientato ed ansimante di fronte all’ennesimo incubo. Nemmeno i soliti gesti quotidiani, la doccia, la colazione al solito bar di fronte casa, la passeggiata in centro riescono a distogliere la mia attenzione da quella visione inquietante. Poi una singola vibrazione del cellulare nella mia tasca. So bene di chi è quella chiamata e so che preannuncia morte e dolore. Osservo per un attimo il display e d’istinto premo il tasto di spegnimento. E’ la prima volta che mi comporto in questo modo e forse dovrei cominciare a temere le conseguenze del mio gesto, ma non me ne curo e così facendo trascino pigramente la mia giornata girando senza meta per le vie del centro.
Questa mattina quando ho acceso il Nokia ho subito ricevuto un avviso di chiamata da un numero non identificato. E’ probabile che in questo momento mi stiano osservando e stiano studiando le mie mosse per capire cosa mi passa per la mente. La verità è che non lo so bene neppure io; in questo momento voglio solo godermi questa splendida giornata di sole in St. Patrick Square ed osservare gli esseri viventi e pensanti che mi circondano.
La ragazza bionda con la coda e gli occhiali è ancora seduta alla mia destra intenta a leggere una rivista. Non appena mi giro per darle una rapida occhiata, i nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo ed io non posso non notare il lampo di terrore che la colpisce all’improvviso. Distolgo fugacemente la mia attenzione da lei e mentre considero la situazione in cui mi trovo, frasi sconnesse e piene di stupore giungono alle mie orecchie.
- E-Eric, sei tu Eric? No, non è possibile…
- Signorina, mi dispiace, deve esserci un errore, sicuramente mi ha confuso con un’altra persona
- Non puoi non ricordarti di me Eric, sono Susan, la tua Susy-Susy…
Improvvisamente avverto una vibrazione del mio Nokia sul tavolino.
- Mi dispiace deluderla signorina ma io non l’ho mai vista.
- No Eric, non è possibile dopo tutto questo tempo…
Il Nokia comincia a vibrare improvvisamente come un grosso insetto furioso.
- Signorina se vuole scusarmi un’attimo
- Eric devi sapere che non ho mai smesso di cercarti…
- Vinnie, sono Frehley; ascoltami bene: la ragazza con cui stai parlando,
- sapevo che non eri scomparso…
- deve essere eliminata subito, chiaro?
- in quell’incendio…
Un lampo improvviso di luce mi acceca, poi un dolore fortissimo alle tempie mi fa barcollare, impotente di fronte alla situazione paradossale in cui mi trovo.
Frehley è da qualche parte vicino a me che mi sta spiando, e mi ha appena ordinato di far fuori una ragazza che sembra conoscere cose molto interessanti sul mio passato.
- Mi-mi scusi signorina, non ho ben capito; di quale incendio sta parlando?
- L’incendio in Benton Street, il palazzo in cui abitavi con la tua famiglia, Eric non puoi aver dimenticato tutto quanto!
Una rapida occhiata con la coda dell’occhio alle mie spalle mi permette di notare che poco lontano da me si è appena sistemato un uomo robusto di mezza età elegantemente vestito, mentre alla mia sinistra un altro uomo in completo nero ed occhiali da sole sembra impegnato in una conversazione telefonica in cui parla solo il suo interlocutore.
In una frazione di secondo decido il da farsi.
- Susan, ascoltami, ti devi fidare di me; ora entrerai nel locale e mi aspetterai al bancone dove io ti raggiungerò a breve. Non possiamo continuare a parlare qui, poi ti spiegherò tutto
La ragazza rimane a fissarmi per qualche secondo, poi si alza e con un sorriso accennato sul volto si dirige verso l’interno del Berry’s.
La raggiungo subito dopo, cercando di registrare movimenti strani alle mie spalle.
- Dobbiamo scappare da qui, Susan! - le dico prendendola per un braccio e spingendola verso l’uscita sul retro.
Le strade del centro sono ancora gremite di gente a quest’ora del giorno e sfruttando la confusione cerchiamo di allontanarci dal Berry’s e da ogni eventuale inseguitore.
- Eric mi vuoi spiegare cosa stai facendo, mi stai mettendo paura!
Mi rendo conto che la mia presa sulla ragazza si è fatta un po’ troppo energica per via della tensione; devo mantenere la calma se voglio districarmi da questa situazione pur tuttavia non posso fare a meno di pensare a ciò che ho sentito poco fa…
- Susan, dobbiamo trovare un posto dove poter parlare lontano da orecchie indiscrete; non so nulla di te ma ho la sensazione di averti già conosciuta ed avrei parecchie domande da farti
- Il mio appartamento è poco distante da qui in Palmer street, potremmo nasconderci lì per un po’ Eric!
Palmer Street corre parallela alla strada in cui ci troviamo ora e per arrivarci occorre fare un giro intorno all’isolato di circa due chilometri. Devo fare attenzione a non essere seguito ed è per questo che allungo volontariamente il tragitto cercando di notare qualsiasi movimento sospetto.
Il 31 di Palmer Street è una palazzina moderna a sei piani con un ampio giardino antistante adorno di piante ornamentali.
- Susan, io ti raggiungo subito, dimmi solo dove si trova il tuo appartamento
- Al secondo piano, la prima porta a destra all’uscita dell’ascensore
A questo punto la ragazza attraversa di corsa il giardino e sparisce attraverso la porta di ingresso dello stabile. Io rimango fuori una decina di minuti ad osservare la situazione e quando ritengo sia tutto a posto mi dirigo verso l’entrata. Salgo di corsa le due rampe di scale ed una volta giunto al secondo piano individuo subito l’appartamento di Susan. La porta è socchiusa ed una volta varcata la soglia mi ritrovo in un ampio soggiorno elegantemente arredato in stile moderno.
- Susan dove sei?
- Sono qui Eric, vieni pure
Mentre mi dirigo verso la stanza da cui proviene la voce avverto un rapido movimento dietro le mie spalle. Troppo tardi. Un colpo alla nuca con un oggetto pesante mi stende a terra. Prima di perdere i sensi, la mia vista annebbiata dal dolore e dalla rabbia riesce a distinguere le scarpe da tennis di Susan che si fermano davanti a me raggiunte subito dalle scarpe nere e lucide di un uomo elegantemente vestito, Frehley immagino.
Provo ad aprire la bocca per dire qualcosa ma non ci riesco, poi tutto quanto è avvolto dall’oscurità.
- Te l’avevo detto Cindy, non possiamo più fidarci di lui ed oggi ne abbiamo avuto la dimostrazione
- Va bene Frehley, ma ora cosa ne facciamo?
- Le sue barriere mentali sono cadute; ora come ora Vinnie non è più un elemento gestibile e rischia solo di diventare una minaccia per tutti noi. Non ci resta che eliminarlo…
- Lascia a me Frehley, devo solo montare il silenziatore sulla mia Colt…
Illusi.
I due mi hanno teso una trappola e sono riusciti ad ingannarmi.
Divertente la ragazza che si finge una mia vecchia amica d’infanzia che mi dava per disperso. Non hanno ancora capito però con chi hanno a che fare. E pensare che è grazie a loro che sono diventato un assassino astuto e spietato capace di ogni crudeltà.
Non sanno loro che durante tutti questi anni mi sono trovato a superare situazioni impossibili in cui ho continuamente messo a repentaglio la mia vita.
Non sanno che ho un bisturi fissato alla mia caviglia destra.
Colgo al volo l’occasione quando la ragazza è intenta a montare il silenziatore della sua Colt. In un istante il bisturi è nella mia mano destra; con un gesto rapido recido di netto il tallone d’achille di Frehley e conficco il bisturi nel polpaccio di Cindy. Ora i due sono a terra agonizzanti e sanguinanti e la pistola è nelle mie mani. Non ho nessuna intenzione di eliminarli, almeno non subito, poichè prima devono raccontarmi parecchie cose.
Dopo un po’ di reticenza da entrambi è la donna a prima a parlare quando constata la mia abilità nell’utilizzo delle lame sul corpo di Frehley.
Il mio vero nome è Eric Cars. Sono nato a Davenport, un centinaio di chilometri circa da dove vivo attualmente. Sono cresciuto ai margini della società, in una situazione di degrado e povertà comune a tutti gli abitanti del Fairland, famigerato quartiere in cui ho vissuto fino all’età di dieci anni. Le strade del Fairland sono ogni giorno teatro di violenze, assassinii e sparatorie legate ai loschi traffici gestiti dalle numerose gang locali che si spartiscono il quartiere.
Una fredda e nebbiosa serata d’inverno di venti anni fa un gruppo di quattro persone eleganti ed armate fino ai denti, tra le quali anche Frehley, fanno irruzione nello squallido appartamento che la mia famiglia condivide con altre due. Fanno parte della DAVA, un associazione criminale estremamente ricca e potente, dedita a loschi traffici ed al servizio di politici estremisti e senza scrupoli.
Stanno cercando mio fratello maggiore Jeff, reo a detta loro, di aver tenuto per sé parte di una ingente quantità di eroina che avrebbe dovuto spacciare.
A nulla servono le timorose e balbettanti spiegazioni di Jeff; i quattro capitanati da Frehley sembrano giunti con un intento ben preciso e non esitano ad aprire il fuoco su mio fratello e su tutte le persone che assistono spaventate alla scena all’interno dell’appartamento. Io intanto osservo tutto quanto nascosto sotto al letto con gli occhi tremanti di un bambino di dieci anni che ha già visto troppe cose per la sua età. Ma non è la paura il sentimento predominante, ma bensì la rabbia dovuta all’impossibilità di agire e di porre rimedio ad una situazione così ingiusta e dolorosa. E così in un impeto incontenibile di folle collera esco dal mio nascondiglio ed urlando mi scaglio contro colui che gli altri membri chiamano capo. L’uomo non appena si accorge di me fa segno agli altri di non sparare ed io andandogli incontro prendo a tempestare furiosamente le sue gambe di pugni. Rimane impassibile per qualche secondo, dopo di che, con mani grosse come badili mi afferra le spalle e si abbassa sulle sue gambe fissandomi con due occhi grigi ed inespressivi.
- Non piangere ragazzo, ricordati che gli uomini non piangono
Quindi mi colpisce con un potente rovescio che mi manda a terra violentemente facendomi perdere i sensi.
- Ragazzi date fuoco a tutto quanto, non voglio che rimanga nulla, non mi interessa se prende fuoco l’intero palazzo!
E così fecero. Fu un incendio tremendo che distrusse tutto l’edificio dove vivevo e causò la morte di molti altri innocenti.
Io però ne uscii incredibilmente vivo ma in uno stato di coma che parve subito piuttosto grave. Ne seguì il ricovero in ospedale e per un periodo di circa tre mesi rimasi in questa condizione di oblio senza dare alcun segno di risveglio.
Poi finalmente una mattina di primavera aprii gli occhi su un mondo però che non ricordavo di aver mai vissuto. Avevo perso infatti completamente la memoria.
- Fu a questo punto che intervenimmo noi - dice Frehley -; non so spiegarmelo bene neppure io, ma ero rimasto colpito dal coraggio dimostrato da un ragazzino così debole ed indifeso e dalla ferrea volontà di rimanere attaccato alla vita con tutte le sue forze e così, sfruttando anche la tua condizione di totale amnesia con la quale ti eri risvegliato dal coma, facemmo carte false e entrasti a far parte della famiglia.
Fosti affidato a delle persone di mia conoscenza legate anch’esse alla DAVA, che ti introdussero e ti fecero crescere nel duro mondo della criminalità. Seguirono anni molto duri per te, pieni di sofferenze, botte, ingiustizie e privi di quelle attenzioni e spensieratezze di cui un ragazzino della tua età aveva bisogno.
Durante la tua crescita ti seguii sempre in disparte con l’occhio vigile di un padre che vede il proprio figlio muovere i primi passi. Ti tirai fuori dai guai parecchie volte ed in paio di occasioni almeno ti salvai la vita. Ebbi modo di constatare durante questi anni l’abilità e la destrezza che si sviluppava in te e che ti rendevano sempre più temuto e rispettato nell’ambiente.
Poi un giorno ebbi un’illuminazione; capii infatti che avrei potuto fare di te molto di più di un semplice delinquente di strada ed elevarti ad una condizione superiore. Ti avrei trasformato in un killer professionista, un esecutore, un uomo al servizio di gente potente e senza scrupoli e sempre pronto ad eseguire il suo compito senza porsi domande. Per fare questo avresti dovuto vivere in disparte lontano da tutti e senza conoscere i tuoi mandanti che ti avrebbero contattato ogni qual volta ve ne fosse stato bisogno. Tu eri la persona che stavo cercando. Astuto, spietato ed allo stesso tempo leale con i tuoi superiori. Dalla tua parte poi vi era il fatto che non avevi un passato alle spalle, vista la tua totale amnesia, e questo ti portava ad accettare di buon grado e senza pregiudizi ciò che la vita ti offriva. Cominciai ad affidarti semplici incarichi via via sempre più complessi. Ti diedi una bella casa, un bel po’ di soldi, un’apparenza di vita tranquilla. Gli accordi erano molto semplici; avresti dovuto avere sempre con te un telefono cellulare con il quale io stesso avrei potuto contattarti in qualsiasi ora del giorno ed al mio ordine avresti dovuto essere in grado di agire immediatamente. Non mi avresti mai visto di persona in modo tale che, se ti avessero un giorno beccato, avrei potuto sparire con la stessa facilità con cui ero piombato violentemente nella tua vita. Diventasti così Vinnie Vice, l’esecutore. La cosa funzionò per parecchi anni e nell’ambiente il tuo nome cominciò a diventare leggenda, ma come tutte le cose belle anche questa era destinata a terminare.
In seguito alla tua insubordinazione capimmo subito che c’era qualcosa che non andava. Così organizzammo la messa in scena di Susan, una tua amica di infanzia, per avere una verifica dei miei sospetti: la robusta diga che per lunghi anni aveva contenuto il peso del tuo passato cominciava a scricchiolare e minacciava di essere travolta e distrutta dalla verità.
Ed ora che conosci la tua storia Vinnie, lasciami dire che…
- Non mi chiamare Vinnie…
- Potrai farti chiamare come diavolo vuoi ma resta il fatto che ora, pur conoscendo la tua vera storia, non potrai mai cancellare quell’ombra diabolica che ti ha accompagnato per tutto questo tempo. Io ti ho reso un personaggio leggendario e ti ho dato la possibilità di conquistare quella gloria che un fallito come te non avrebbe mai potuto nemmeno sognare.
Non potrai mai scappare perché ovunque sarai ti troveremo e te la faremo pagare; se invece decidi di rimanere con noi…
E’ patetico il tentativo di Frehley di riconquistare la sua posizione predominante rivolgendosi a me con quel tono autoritario. Quella voce che per tanti anni mi dettato soltanto ordini ora vacilla, sotto il peso del fallimento e della paura.
Quando esco da quell’appartamento e scendo in strada è oramai sera e la luce dei lampioni illumina Palmer Street. Mentre cerco di dileguarmi senza farmi notare da nessuno, come ho fatto mille volte nel mio passato, ripenso alle pesanti rivelazioni che questo giorno mi ha portato.
Ora che conosco la mia vera storia non ho più alcun dubbio su quale sarà il mio futuro; davanti a me ho una nuova vita che mi aspetta, piena di ostacoli ma nella piena consapevolezza di quello che sono.
Farò sparire le mie tracce da questa orribile città piena di brutti ricordi e mi trasferirò il più lontano possibile, magari in Europa o meglio ancora in Italia che ho sempre desiderato visitare. Avrò una nuova identità, un lavoro normale ed una bella casa. Sarò in grado di innamorarmi, di condividere le mie emozioni con un altra persona, metterò su famiglia e crescerò dei figli, cercando di dare loro tutto l’amore che mi è mancato.
Dico addio ad un passato vissuto nell’ombra, nel sangue e nella sofferenza.
Dico addio a Vinnie Vice, l’esecutore.
Vigevano, 29.11.2009
Stefano D.
Il giorno di Vinnie testo di Daniel-San