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Leif cercava di riposare anche se il suono di passi pesanti che riecheggiavano nei corridoi e il rumore costante delle catene di ferro non permettevano di rilassarsi. L’aria era carica dell’odore di pietra umida, ferro e sangue rappreso. Non era più nella fossa dove si era svegliato la prima volta. Questa cella era più stretta, pensata per una persona sola. Scavata in parte nella roccia e con sbarre più robuste a separarlo dal resto dei prigionieri.
Poche torce proiettavano ombre strane e contorte tutto intorno permettendo appena ai prigionieri di vedere a pochi metri.
Si mosse appena e sentì un dolore sordo lungo le costole. Ma qualcosa era strano. Si aspettava una fitta più acuta, ma la ferita sembrava già meno profonda rispetto alla notte precedente. Un’illusione? Forse. O erano passati più giorni senza che se ne fosse accorto?
"Ti sei svegliato." La voce non era di un norreno, ma la parlata era fluida.
Leif si voltò verso la voce. Nella cella accanto vi era lo stesso uomo che gli aveva teso la mano nell’arena. Lo osservava con occhi attenti, le braccia incrociate sul petto. La luce fioca delle torce proiettava ombre dure sul suo volto scavato.
"Pensi troppo.”
Leif sbuffò, massaggiandosi il collo. "E tu parli troppo."
L’uomo sorrise appena. “Mi chiamo Zayd.”
“Leif.” Rispose semplicemente il norreno.
"Ti ho visto combattere. Sei giovane, ma il tuo corpo parla chiaro. Non sei un novizio."
Leif rimase in silenzio per un momento, studiando l’uomo. "Ne sai molto di guerrieri?"
"Ne ho visti abbastanza. Vendere, comprare… la guerra è solo un altro mercato."
Leif aggrottò la fronte. "E tu? Sei un mercante?"
Zayd fece un gesto vago con la mano. "Diciamo che ero nel posto sbagliato al momento sbagliato."
Leif lo fissò, cercando di decifrarlo. "Da dove vieni?"
Zayd si appoggiò alla parete della sua cella, distogliendo lo sguardo. "Da terre molto più a sud delle tue."
Leif attese un seguito, ma non ne arrivò nessuno.
Nel corridoio, un Jötunn passò lentamente, scrutando le celle. Il silenzio calò tra i prigionieri mentre il gigante li osservava con disprezzo, prima di proseguire oltre.
Zayd tornò a guardare Leif. "Non preoccuparti. Qui i morti non marciscono a lungo."
Leif accennò un sorriso stanco. "Consolante."
Leif si appoggiò alla parete umida della sua cella, cercando di raccogliere i pensieri. La fossa degli Jötunn era silenziosa. Il tanfo di ferro e sudore impregnava l'aria, mentre torce fioche proiettavano ombre tremolanti sulle pareti di pietra grezza.
Il passare del tempo non era chiaro ed era difficile tenerne traccia in un posto dove il sole non poteva entrare. Solo il rumore dei passi delle guardie, il tintinnio delle catene e il respiro greve dei prigionieri davano un ritmo alla prigionia. Ma senza luce, senza la possibilità di vedere le ombre allungarsi, ogni momento sembrava confondersi nel successivo.
I suoi occhi sembravano abituarsi alla fioca luce delle torce. Anzi, non sapeva spiegarsi il motivo ma sembrava riconoscere meglio anche i contorni di prigionieri a qualche cella di distanza. Si sforzò maggiormente per poter osservare meglio chi condivideva la sua stessa sorte.
Le celle si susseguivano lungo il corridoio, ognuna occupata da un uomo ridotto in catene. C’era chi sedeva immobile, con lo sguardo spento e il corpo segnato dalle cicatrici. Veterani di troppi combattimenti, forse in attesa del colpo di grazia. Altri, invece, mantenevano ancora un barlume di vita negli occhi, la mascella serrata, i muscoli tesi sotto la pelle sporca. Combattenti che aspettavano la loro occasione.
Una figura curva si dondolava avanti e indietro in una cella più lontana, mormorando parole senza senso. Un altro uomo, più giovane, aveva il volto nascosto tra le mani, il respiro spezzato da sussurri disperati.
Leif notò anche quelli come lui e Zayd, uomini che non avevano ancora ceduto alla rassegnazione. Pochi, ma c’erano.
Un rumore di ferraglia lo distrasse. Dall'altro lato delle sbarre, una donna era in piedi con una ciotola di legno colma di una poltiglia scura e pezzi di carne dura. Non l’aveva sentita arrivare. Vestiva solo pochi stracci a coprirle il corpo e non indossava scarpe. Attorno al collo portava un collare di ferro spesso, pesante. Non era l’unica donna che si aggirava fra le gabbie. Quando si avvicinò, abbassò lo sguardo senza dire una parola e gli infilò la ciotola sotto le sbarre. Poi, con un movimento lento e meccanico, prese un panno umido e lo passò sulle ferite ancora aperte sul suo corpo.
Leif si tese. Il suo istinto gli diceva di ritrarsi, ma sapeva che non era lì per fargli del male. Si avvicinò maggiormente alla donna per permettergli di fare meno fatica e osservarla meglio. Teneva la testa china e i suoi capelli sporchi le coprivano i tratti. Dalle mani avrebbe potuto avere circa trenta inverni ma era difficile dirlo in quelle condizioni. Lei non lo guardò mai negli occhi. Finito il suo compito, si rialzò e si allontanò in silenzio. Leif la seguì con lo sguardo mentre si allontanava poi seguita da altre donne.
Dalla cella accanto, una voce bassa parlò.
"Ti consiglio di mangiare, anche se fa schifo."
Leif girò la testa verso Zayd. Il moro era seduto con la schiena contro il muro, il vassoio già mezzo vuoto.
"Non sembra cibo degno di un guerriero," rispose Leif con un tono stanco. “Non sembra proprio cibo.”
"Non lo è. Ma se vuoi combattere ancora, ti servirà forza."
Leif prese la ciotola, esaminò il contenuto e inghiottì un boccone senza pensarci troppo. Era amaro, stopposo, ma riempiva lo stomaco.
Zayd lo osservava con la solita calma misurata.
"Non sei come gli altri." disse infine.
Leif smise di mangiare. "Cosa intendi?"
"Ti ho aiutato ad alzarti nell’arena. Ti ho osservato. Il tuo corpo dice molto su di te. Sei giovane, ma non sei un novizio. Ti muovi come uno che ha visto la guerra."
Leif si asciugò la bocca con il dorso della mano. "Forse non sono io quello fuori posto. Forse sei tu."
Zayd sorrise appena. "Forse."
Un rumore di passi seguito dal clangore di pesanti chiavistelli interruppe la loro conversazione .
Due Jötunn si fermarono davanti a una delle celle più vicine. Uno di loro allungò un braccio massiccio e spalancò la porta con un colpo secco.
"Tu! Su." La voce gutturale rimbombò tra le pareti in un norreno stentato.
Il prigioniero dentro la cella esitò solo un istante prima di alzarsi. Era un uomo alto, con i capelli lunghi e la barba intrecciata. Aveva ancora una postura fiera, ma Leif notò il modo in cui stringeva i pugni. Non per rabbia. Per paura.
Il gigante lo afferrò per la catena e lo trascinò fuori.
Pochi passi più in là, un'altra cella venne aperta. Un secondo prigioniero, più robusto e con una cicatrice profonda lungo il petto, venne spinto fuori senza tante cerimonie.
Nessuno chiese dove li stessero portando. Non ce n’era bisogno.
Le porte si richiusero con un tonfo sordo.
Leif osservò la scena con occhi freddi. "Li rivedremo, secondo te?"
Zayd strinse i denti. "Non lo so."
Dal fondo del corridoio si udì una risata roca.
Era il germanico, la schiena appoggiata alle sbarre. Il fuoco delle torce illuminava le ferite profonde che gli attraversavano la pelle. Leif era sicuro che non le aveva quelle ferite durante il loro scontro. Che gli Jötunn lo avessero puntiro per avergli risparmiato la vita?
Non aveva riso a voce alta, né con scherno. Fu più un suono secco, come se avesse trovato divertente l’incertezza nella voce di Leif.
Non disse nulla.
Non ce n’era bisogno.
Leif era rimasto vigile, ma non si aspettava che sarebbe stato il prossimo. Quando i due Jötunn si fermarono davanti alla sua cella e aprirono la porta con un clangore metallico, il suo corpo si irrigidì d’istinto.
I due carcerieri gli fecero segno di alzarsi.
Non era un gesto che lasciava spazio a esitazioni. Leif si mise in piedi, i polsi e le caviglie ancora stretti nelle catene. Uno dei giganti lo afferrò per le catene di ferro e lo trascinò fuori senza alcuno sforzo, come se fosse poco più di un sacco di grano.
Lo condussero attraverso un lungo corridoio scavato nella roccia, illuminato solo da torce fissate alle pareti. L'aria era più densa qui, il tanfo di umidità e sangue si mescolava a qualcosa di inaspettato: legno bruciato, forse resina. Un odore più simile a quello delle sale di un capo vichingo che a una prigione sotterranea.
Quando si fermarono davanti a una massiccia porta di legno e osso, uno dei giganti la spinse con una mano, facendo scricchiolare le enormi cerniere metalliche.
Leif fu spinto dentro.
La stanza in cui si ritrovò era ampia, molto più di quanto si aspettasse. Aveva anche delle aperture simili a finestre da cui filtrava la luce del giorno. Il soffitto si perdeva nell'ombra, sostenuto da travi di legno grezzo. Alle pareti erano appesi arazzi di pelle, segnati da simboli che non riusciva a decifrare. Il mobilio era tutto a dimensione di Jötunn: un grande tavolo di legno e osso su un lato della stanza, pesanti sgabelli rinforzati con metallo grezzo sparsi in vari punti, scaffali colmi di oggetti che non riconosceva.
E poi c’era lui.
Un Jötunn era al centro della stanza vicino ad un grande focolare, il suo sguardo fermo sul fuoco. Non era vestito di stracci o di armature improvvisate come i carcerieri dell'arena. Indossava abiti puliti, di un tessuto spesso e scuro, con una pelliccia pesante sulle spalle. Rozzo, sì, ma curato.
Leif si rese conto di una cosa che fino a quel momento aveva ignorato: quegli esseri non erano solo bruti selvaggi. Erano qualcosa di più.
Lo Jötunn inclinò leggermente la testa e puntò lo sguardo su di lui, come se lo stesse studiando. Poi parlò, in un norreno piuttosto fluente. Solo la gutturale voce dell’ospitante tradiva le sue origini.
"Tu… non sei come gli altri."
Leif rimase in silenzio, ma il suo corpo si tese.
Il gigante fece un passo avanti, inclinando la testa di lato, come se stesse cercando di percepire qualcosa di invisibile.
“C’è un’ombra in te. Un flusso… spezzato, no! Mutato.” La sua voce era bassa, quasi un ringhio. “Ma non comprendo ancora cosa sei.”
Leif strinse i pugni. Non gli piaceva il modo in cui lo studiava, come se fosse un enigma da decifrare.
Lo Jötunn andò a sedersi su un trono massiccio posto in fondo alla stanza. “Lo scoprirò.”
Si passò una mano sul mento, pensieroso, poi il suo sguardo si fece più freddo.
“Ti voglio nell’arena.”
Leif sentì il gelo di quelle parole scivolargli lungo la schiena.
“Voglio vederti combattere. Voglio vedere fino a che punto arriva questa… alterazione.”
La voce dello Jötunn era priva di emozioni, come se parlasse di un esperimento, non di un uomo.
Leif serrò la mascella. Non aveva scelta.
“Vinci, e sarai premiato. Perdi e non devo certo dirti cosa avrai.”
Improvvisamente un boato assordante scosse l’aria. Proveniva da fuori.
Leif sentì un fremito lungo la schiena, un brivido profondo che gli serrò lo stomaco come una morsa. Era una sensazione che conosceva bene. La stessa che provava quando Astrid era in pericolo.
Lo Jötunn si voltò di scatto, il volto improvvisamente teso. Quella non era solo una semplice esplosione. Qualcosa lo aveva preoccupato.
Si alzò dalla sua sedia con un movimento brusco dirigendosi verso una delle due finestre. I suoi occhi, prima calcolatori, ora erano cupi, quasi inquieti.
Si voltò di nuovo verso Leif. Il suo tono, quando parlò, non aveva più traccia della curiosità di prima.
“Vattene ora.”
Lo Jötunn gli indicò la porta.
Mentre usciva dalla stanza, Leif lanciò un’ultima occhiata al gigante. Non era solo rabbia quella che gli aveva visto in volto, era preoccupazione. Sembrava essere successo qualcosa. E ancora una volta il suo pensiero andò ad Astrid e alla sensazione provata qualche attimo prima,
Appena fuori dalla stanza gli Jötunn che lo avevano portato fino a lì lo ricondussero fino alla sua cella gettandolo dentro con poca grazia. Atterrò sul pavimento di pietra fredda, le catene che tintinnarono mentre cercava di riprendersi.
Il boato che aveva sentito nella stanza dello Jötunn continuava a risuonargli nella testa, insieme a quella brutta sensazione che gli attanagliava il petto.
“Sei stato più fortunato di altri.”
La voce venne dalla cella accanto riscuotendolo dai suoi pensieri.
Leif alzò lo sguardo e incontrò gli occhi di Zayd, che lo osservava con il solito sguardo attento.
“Cosa intendi?” chiese, strofinandosi i polsi segnati dal metallo.
Zayd si appoggiò contro la parete di pietra. “Uno di quelli portati via prima di te non è tornato. Hákon. Un norreno, come te.”
Leif rimase in silenzio per un attimo.
Non conosceva quell’uomo, ma il suo nome gli suonava familiare. Un nome della sua terra. Un nome che ora sarebbe stato dimenticato in quel buco infernale.
“Morti nell’arena?” chiese infine.
Zayd alzò un sopracciglio. “O peggio.”
Leif non rispose. Aveva già intuito che in quel posto la morte non era sempre la cosa peggiore.
Il silenzio calò tra loro, rotto solo dal solito suono delle catene e dal passo pesante dei Jötunn nei corridoi.
Ma nella mente di Leif, l’unica cosa che continuava a tornare era il volto dello Jötunn e il lampo di inquietudine che aveva visto nei suoi occhi dopo il boato.
Qualcosa era successo. E lui voleva sapere cosa.
Leif stava ancora riflettendo sulle parole di quello Jötunn e dell’accaduto quando una ciotola di legno gli venne passata fra le sbarre, il prigioniero notò subito la differenza.
Non era la solita poltiglia scura e insapore che davano agli schiavi. La carne era più spessa, più saporita, con pezzi di pane raffermo e una brodaglia che, per quanto grezza, profumava meglio di tutto ciò che aveva mangiato da quando era arrivato.
Non ebbe il tempo di pensarci troppo.
La donna che gli aveva portato il cibo era in piedi davanti alle sbarre. Immobile. Dietro di lei uno Jötunn.
Ormai il rumore dei passi dei loro carcerieri era diventato un rumore di fondo, come il tintinnio delle catene o il respiro stanco dei prigionieri. Una cosa a cui non ci si faceva più caso.
La chiave scattò nella serratura e la schiava venne spinta brutalmente dentro la cella, la porta si richiuse dietro di lei con un clangore metallico.
La donna inciampò e cadde in ginocchio davanti a Leif. Aveva lunghi capelli scuri, il corpo esile coperto da pochi stracci. Il collare di ferro al collo era pesante.
Non alzò nemmeno lo sguardo.
Con mani ferme, iniziò a sfilarsi i pochi indumenti che aveva addosso.
Leif la fissò, confuso.
“Fermati,” disse, la voce roca.
Lei non rispose. Si limitò a continuare, il volto impassibile, gli occhi spenti.
Dalla cella accanto, Zayd sbuffò piano.
“Ti stanno premiando,” disse con il suo solito tono misurato. “Vuoi che un guerriero combatta al meglio? Dagli carne, vino e una donna. In questo caso solo sbobba e una donna. Sei proprio un bastardo fortunato.”
Leif impiegò qualche istante per capire. Quando lo fece, si sentì gelare il sangue.
Si inginocchiò davanti alla ragazza e le afferrò delicatamente le mani, fermandola. Lei alzò lo sguardo per la prima volta.
Non c’era paura in quegli occhi. Solo rassegnazione.
Leif raccolse i suoi vestiti laceri e glieli posò sulle spalle, tentando di ricoprirla.
Lei esitò, come se non riuscisse a capire il gesto. Poi abbassò lo sguardo e si strinse nel tessuto, senza dire nulla.
Si passò una mano sul viso, espirando lentamente. I vestiti non coprivano abbastanza la schiava, ma lui non la guardava più. Il gelo della fossa sembrava più pungente ora, ma non era il freddo a pesargli addosso.
La sua mente lo tradì, riportandogli un volto familiare. Freydis, la sua donna. Il giuramento fatto davanti agli dei stessi e del loro reciproco amore.
Si immaginò lei, con lo sguardo teso, i pensieri in tumulto, forse in cerca di risposte. Sapeva che non si sarebbe rassegnata facilmente alla sua scomparsa. Era caparbia, anche più di lui. Ma cosa stava facendo? Era al sicuro, il villaggio aveva avuto altri attacchi?
Strinse i denti, scacciando il pensiero. Non poteva permettersi di distrarsi. Se voleva rivederla, doveva sopravvivere.
Dalla cella accanto, Zayd osservava la scena con un’espressione difficile da decifrare.
“Non sei come gli altri,” mormorò infine scuotendo la testa.
Leif non rispose. Si limitò a fissare la porta della sua cella, le mascelle serrate.
Se pensavano che bastasse un pasto caldo e una donna per piegarlo, si sbagliavano di grosso.