Dentro lo zaino avevo una pesante cassetta di legno.
Fra i glifi decorati con piccole foglie d'oro, spiccava una fenice finemente lavorata da mani esperte di cesellatori divini.
Angeli direi.
Dentro, oltre il Graal doveva esserci una chiave di bronzo e della sabbia di Giordania.
La fenice dalle ali spiegate tinte di rosso, scalpellata in rilievo sul morbido materiale stava a rappresentare la rinascita generata dal fuoco.
Mi vennero in mente studi antichi, sul fuoco, lo stesso fuoco purificatore che un giorno aveva spento l'ardore di Giordano Bruno.
Un fuoco che fa urlare perchè il dolore è allucinante dicono, ma poi silenzia in fretta, un fuoco che fa friggere cervella speciali.
Le immaginavo, sciogliersi e ribollire dentro il cranio mentre fuoriuscivano grigie dalle cavità nasali annerite.
Splendide ossa infine, nere e vuote di midollo.
Ciò rimase del pensatore.
Ciò rimane, nel silenzio scoppiettante delle ultime ceneri.
I miei passi incerti e pieni di sabbia mi portavano in quel deserto senza fine, col mio fido copilota mitragliere.
L'aereo fumante, non più utile contro Rommel era poco dietro di noi,
ammarato in una trappola rovente che non era acqua. Un'ala strappata via dall'impatto e l'altra mezzo infilzata nella sabbia.
Pochi passi intorno e ci rendemmo conto della vastità del nulla in cui eravamo capitati.
Niente acqua, e nella mia pistola, un solo colpo.
Non saremmo mai arrivati da nessuna parte. Il ciclo delle nostre vite era finito. Jared mi parlò, e avrei voluto scrivere il suo dire, perchè furono parole degne: l'arabo pazzo mio accompagnatore sapeva imbastire degni discorsi con una zolletta di zucchero imbevuta generosamente.
Ora che l'assenzio non si trovava proprio tra le cose presenti nella mia sacca, Jared pareva invece essere ispirato dalle sabbie e dal calore:
"Ohhh..." cadde in ginocchio e mi voltai per assisterlo: prese la sabbia tra le mani e disse... "finire tra le grinfie di una montagna significa sfracellarsi tra rocce affilate... mentre cercherai di calarti per riporre nella grotta lo scrigno di nostro Signore...."
"Ma che dici?"
Mi guardò con gli occhi di chi vede il roveto ardente proferire parola.
"... ma tu ... parli?.. mio Signore? "
Jared stava dando i primi segni di uno squilibrio evidente.
Strisciò ai miei piedi, afferrando gli scarponi e baciandoli.
Poi mi lasciò di sasso : .." padrone, la carlinga ci proteggeva dalla velocità, dal mare sotto di noi, dai tedeschi, ma non dalla tempesta di sabbia.
Essa ha distrutto il nostro progetto, il tuo compito al quale io sono stato onorevolmente affiancato rimane in piedi, quindi quella pallottola, è per me. Per favore, dammela. Lascia che calda esploda contro il mio cranio, fa in modo che il proiettile spenga sfasciandoli tutti i neuroni, e che la massa cerebrale invasa dal sangue, coli a picco tutte le mie facoltà vitali."
Rimasi in silenzio.
Sotto il sole devastante, scorrevano le ultime righe di sudore.
Jared voleva morire.
Poche ore gli erano bastate per capire che i confini del deserto erano ben più lontani e irraggiungibili della sua resistenza ed aveva quindi recitato il suo testamento.
Non mi rimaneva che accontentarlo e ucciderlo con l'unica pallottola.
Io invece dovevo proseguire, riportare il graal a Petra, calandomi da sopra la parete dove gli avancorpi laterali decorati del Tempio ospitano nella loro rientranza un Tholos con tetto a cono, che regge un’urna decorativa e là dietro, celare per sempre quella cassetta.
Questa la mia grande missione nello sconfinato deserto che è la Giordania.
Un colpo.
Uno sparo che si disperse immediatamente tra i bassi cespugli legnosi, un tonfo sordo tra le sabbie e le pietruzze di una parte del pianeta che somigliava al rosso Marte.
Caddi in ginocchio.
Le montagne dove giaceva Petra erano un miraggio tremolante al tramonto.
Rimasto solo per volere di Jared, continuai verosimilmente trascinandomi, avanzando più lento di una tartaruga senza zampe posteriori.
Al tramonto il sole parve essere più forte mentre baluginava nei miei occhi arsi.
La piccola cassetta trovò il suo ultimo rifugio tra le mie braccia. La estrassi dallo zaino e la tenni a me.
Mi addormentai e non seppi più nulla.
Le sabbie scorrevano tra le dune, come applausi in un Teatro gigantesco.
Uno sfrigolio che coprì in fretta il mio esalare.
Ci trovarono a breve distanza, prima Jared, con la testa insanguinata e un buco nero.
Poi io, in posizione fetale, con stretta al petto una stupida cassetta del pronto soccorso vuota, con poca sabbia di Giordania al suo interno. Il Santo graal, non c'era.
La chiave non c'era.
Il misticismo, la speranza inutile di un deserto che ti rende pazzo fino ad ucciderti non mi aveva aiutato.
Il sangue denso, l'arsura, aveva reso folle il nostro intento di salvarci.
Il cinema all'aperto che proiettava ombre dal nostro cervello, aveva creato solo un tragico finale.
A pochi chilometri le carovane di Patton avrebbero trovato due pellegrini da salvare, ma non riuscimmo. Pietà Jared, pietà per me.
Bastava alzarmi in piedi per vedere la salvezza.
Il nostro graal, si dissolse,
la nostra chiave affondò pesante nella sabbia.
Il nostro aereo, solo un altro relitto del fallimento umano.
Le sabbie della follia testo di Ale78