Capitoli 25-30 + postfazione

scritto da Beppe Tritone
Scritto 3 mesi fa • Pubblicato 3 mesi fa • Revisionato 3 mesi fa
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In cui la storia finisce, ma il paese no.
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Testo: Capitoli 25-30 + postfazione
di Beppe Tritone

Il mese cominciava a stancarsi.
Le giornate si accorciavano di un niente, quel tanto che basta per accorgersene solo quando è
troppo tardi. A San Pellegrino in Alpe, la stanchezza era sempre un buon segno: voleva dire che
qualcosa aveva lavorato.
Il Dopolavoro Ferroviario era tornato a essere un posto. Non un simbolo, non una ferita. Un posto.
Si entrava, si beveva, si usciva. Le carte tornavano nel cassetto alla fine della sera, senza commenti.
Gino Balocchi continuava a scrivere. Meno di prima. Meglio di prima. I suoi articoli parlavano di
cose piccole: una mucca che non voleva attraversare il confine, una strada chiusa che portava
comunque da qualche parte, un silenzio che non faceva più paura.
Il commissario Passalacqua aveva smesso di usare il metro. Ora misurava a occhio, come fanno
quelli che hanno capito che non tutto è tracciabile.
Sergio Il Confine non c’era.
Ma non era nemmeno sparito.
Era diventato una storia che si racconta piano.
Una sera, Gino rimase solo al tavolo della briscola. Guardò le carte, poi le rimise a posto. Non aveva
voglia di vincere.
Capì che il cerchio non si chiude mai davvero.
Si stringe, si allenta, cambia forma.
E che forse era questo il massimo che un paese poteva fare.

Le cose tornarono al loro posto una alla volta, come oggetti dimenticati dopo una festa troppo
lunga. Nessuno ricordava esattamente dove stessero prima, ma andava bene così.
Il confine riprese a muoversi con la discrezione di chi ha imparato a non farsi notare troppo.
Qualche passo in più da una parte, uno in meno dall’altra. Le mucche si adattarono. Le persone
anche.
Il Dopolavoro Ferroviario riattaccò il calendario nuovo, quello senza santi doppi. Durò poco.
Qualcuno ci disegnò una linea in mezzo, per sicurezza.
Gino Balocchi smise di cercare storie grandi. Ora le storie gli arrivavano addosso da sole, come
pioggia leggera. Le prendeva così com’erano. Senza correggerle troppo.
Il commissario Passalacqua risolse una vecchia contesa tra due galli che si sconfinavano a vicenda.
Lo fece in dieci minuti. Era tornato nel suo elemento. Ma con un’ombra di consapevolezza nuova.
Una sera, Donato disse:
«Non è successo niente, oggi.»
Gino sorrise.
Era una notizia.
Bevvero.
E il paese, senza dichiararlo, accettò che non tutto doveva essere spiegato. Alcune cose andavano
solo raccontate. Altre lasciate lì, a fare da confine.

Il silenzio a San Pellegrino in Alpe cambiò suono.
Non era più quello teso, che ti segue fino a casa. Era diventato un silenzio abitabile, come una
stanza appena riordinata.
Al Dopolavoro Ferroviario si giocava meno. O forse si giocava meglio. Le risate tornavano, ma
avevano imparato a fermarsi un attimo prima.
Gino Balocchi ascoltava più di quanto scrivesse. Quando scriveva, usava parole corte. Aveva capito
che certe storie, se allungate troppo, tornano a mentire.
Il commissario Passalacqua passò un pomeriggio solo a guardare il confine. Senza metro. Senza
taccuino. Solo per vedere se stava bene. Il confine non si mosse. Era un buon segno.
Una vecchia disse a Gino:
«Adesso dormo meglio.»
Non spiegò perché.
Non serviva.
Quella sera, il vento soffiò piano.
E per la prima volta, sembrò dire la verità.

Il mese arrivò agli ultimi giorni come arrivano le cose che hanno fatto il loro lavoro: senza
cerimonia. A San Pellegrino in Alpe nessuno lo salutò. Si limitarono a usarlo fino in fondo.
Il Dopolavoro Ferroviario tornò a essere rumoroso. Non troppo. Quel rumore buono che copre i
pensieri inutili e lascia passare quelli importanti.
Gino Balocchi rilesse tutto quello che aveva scritto. Scartò molto. Tenne poco. Capì che il mese non
era stato una storia di morte, ma di confini mal messi. E che i confini, se non li guardi, fanno più
danni delle carte truccate.
Il commissario Passalacqua firmò l’ultimo documento legato al caso e lo infilò in un cassetto che
non apriva mai. Ci mise sopra un’etichetta: “Archiviato, ma non risolto del tutto.”
Il confine fece un ultimo movimento. Minimo. Quasi un saluto.
Gino scrisse una frase sul taccuino, senza sapere se sarebbe mai diventata un articolo:
“I paesi piccoli non cambiano. Imparano a stare.”
E forse era abbastanza.

L’ultimo giorno del mese arrivò come arrivano le persone educate: senza bussare. A San Pellegrino
in Alpe nessuno fece programmi speciali. Le cose importanti, lì, non amano le scadenze.
Il paese sembrava uguale a se stesso, ma non lo era più. Le frasi erano diventate un po’ più lente. Le
pause un po’ più lunghe. Come se tutti avessero imparato a contare fino a due prima di parlare.
Gino Balocchi camminò fino al punto esatto dove il corpo era stato trovato. Non c’era più niente.
Solo terra battuta e un filo d’erba più ostinato degli altri. Rimase un momento. Poi se ne andò
senza prendere appunti.
Al Dopolavoro Ferroviario si giocò un’ultima partita del mese. Nessuno segnò il punteggio. Vinse
chi smise per primo.
Il commissario Passalacqua salutò Gino con una stretta di mano lunga il giusto.
«Grazie,» disse.
Non spiegò per cosa.
Quella sera, il vento non mentì.
Si limitò a passare.

L’ultimo giorno finì durante la notte, senza avvisare. San Pellegrino in Alpe dormiva, come fanno i
posti che hanno deciso di non scappare da se stessi.
Il confine restò fermo. Non per sempre. Solo abbastanza a lungo da sembrare una scelta.
Il Dopolavoro Ferroviario spense le luci un po’ più tardi del solito. Donato controllò che tutto fosse
in ordine, poi lasciò una carta di briscola sul tavolo. Non portava fortuna. Portava memoria.
Gino Balocchi chiuse il taccuino. Non lo fece con un gesto solenne. Lo fece come si chiudono le
cose che si sanno riaprire.
L’articolo finale non uscì mai. Non perché mancasse il coraggio, ma perché mancava il bisogno. Il
paese aveva già letto abbastanza.
Il commissario Passalacqua tornò a occuparsi di sconfinamenti di bestiame. Ora sapeva che non
erano mai solo quello.
Al mattino, San Pellegrino in Alpe si svegliò identico e diverso. Come sempre.
E se qualcuno chiede ancora cosa sia successo quel mese, la risposta è semplice, e inutile:
È passato.
E ha lasciato il posto un po’ più in ordine.
Fine.

Postfazione
(che poteva essere una prefazione, ma è arrivata tardi)

Questo racconto non spiega niente.
E fa bene.
Non spiega il confine, perché i confini spiegati diventano muri.
Non spiega il delitto, perché i delitti spiegati diventano statistiche.
Non spiega i personaggi, perché le persone spiegate smettono di esistere e diventano casi umani.
Qui c’è un paese che non vuole essere capito, ma frequentato.
C’è un giornalista che indaga bevendo, scrive ascoltando e capisce perdendo a briscola.
C’è un commissario che scopre, con leggero ritardo, che la realtà non si presenta mai con i
documenti in regola.
E c’è un confine che fa il suo mestiere peggiore: muoversi quando nessuno guarda.
Se cercavate un giallo, avete trovato un bar.
Se cercavate una soluzione, avete trovato una partita interrotta.
Se cercavate una morale, vi è caduta nel bicchiere.
Questo mese raccontato non è speciale.
È solo stato osservato meglio del solito.
E se San Pellegrino in Alpe esiste davvero, allora questa storia è falsa.
Se invece non esiste, allora è tutto vero.
In ogni caso, quando chiudete il libro, fate attenzione:
i confini hanno la brutta abitudine di seguirvi a casa.
E a briscola, ricordate:
non vince chi ha le carte migliori,
ma chi sa quando smettere.

Capitoli 25-30 + postfazione testo di Beppe Tritone
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