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IL NERO
Leopoldo Isola aveva risparmiato tutta la sua vita di professore di liceo con un solo scopo: ordinare al famoso pittore Cavallo un quadro.
Il quadro doveva esprimere la sua vita, le sue idee, e doveva farlo in maniera inequivocabile.
Intabarrato in un cappotto nero, cappello a falde nere calato sulla fronte, sotto la pioggia in una giornata nera di nubi, camminando lento sotto il peso dei suoi settantacinque anni, si recò allo studio del pittore.
Il maestro lo ricevette con un po’ di inquietudine: vedersi presentare, in una giornata così cupa, come primo cliente, un tipo con quella smorfia di sofferenza sul viso e per giunta vestito di nero, era per un superstizioso come lui un po’ troppo, soprattutto appena fatta colazione…
Si toccò il cornetto portafortuna nella tasca sinistra e disse un forzato «Prego, s’accomodi», sforzandosi di sembrare contento.
Ma l’umore di Cavallo era destinato a cadere molto più in basso…
Appena seduto, Isola cominciò a esporre ciò che voleva:
«Ecco, vede, la mia vita è stata noiosa, vuota, possiamo dire cupa… sa, non ricordo di aver mai riso. Ho fatto solo il mio dovere… Perciò, per una volta, mi voglio togliere uno sfizio. Voglio il mio ritratto. No, non mi fraintenda: voglio il ritratto della mia vita, delle mie idee, del mio umore…»
Cavallo lo interruppe:
«Se ho ben capito, vorrebbe il ritratto… diciamo così, del suo sentire. Un’immagine che esprima, come ha detto lei, cupezza…»
«Non basta» disse Isola. «Cupezza è un po’ poco… Non so se lei ha idea di un abisso di disperazione. E poi voglio un’immagine che non sia una vera e propria immagine. Non le sto proponendo un Urlo di Munch…»
«Ma allora» disse il pittore, «se non vuole un’immagine… non vedo perché sia venuto da me. Forse una musica farebbe più al caso suo. O una poesia… Lei è professore, potrebbe ben scriverla lei una poesia.»
«Maestro Cavallo!» disse il professore guardandolo serio (diciamo più serio del solito, perché non aveva altra maniera di guardare). «Quello che voglio è un colore. È il nero più nero che esista. Il nero di un abisso, il più profondo… ma ancora più nero.»
Cavallo fu quasi tentato di ridere, tanto strana era la richiesta, ma gli bastò un’altra occhiata all’anziano signore per capire che non era il caso.
«Quindi» riprese, «niente di figurativo. Solo il nero più nero, con la mia firma. E, di grazia, che titolo si dovrebbe dargli?»
«Abisso di tristezza, assenza di felicità, ripetizione del nulla, stanza buia senza finestre, notte senza stelle… o tutto questo assieme. Veda lei. Ma anche il titolo deve essere scritto in nero, dello stesso tono. Diciamo che il titolo lo sappiamo io e lei. Però vede: il risultato, messo in una stanza buia, deve essere il punto più buio. Deve spiccare… insomma.»
Cavallo, allora negli anni ’40 il pittore più affermato sulla piazza, pensò di raccogliere quella richiesta tanto strana come una sfida.
«Lei sa quanto costa un mio quadro…»
Senza battere ciglio Isola replicò: «Ho risparmiato tutta una vita per questo quadro, e perché fosse il migliore a farlo. Ho quanto serve.»
«Allora…» disse Cavallo. «Affare fatto. Avrà il suo quadro entro… diciamo…»
«Due mesi. Non di più» disse Isola, in tono che non ammetteva repliche. Versò l’acconto e si congedò.
Appena andato via l’omino, Cavallo cominciò a inquietarsi: era proprio il caso di dire che si era già pentito di aver accettato l’incarico. Ma lui, il migliore, non conosceva la parola “impossibile”.
«Va be’, ma pure per me, il grande e famoso Cavallo, di nero ce n’è uno solo. Il grigio può avere sfumature, ma il nero… il nero è nero e basta. È assenza di colore, è il carbone, è il buio cupo, è una superficie che non emette radiazioni luminose… nessuna radiazione… inghiotte tutto… peste d’un nero!
Nero di china, nero di seppia, nerofumo… sempre nero. Non c’è un nero più nero del nero.»
Ma il gran pittore aveva il gusto della sfida e la fantasia non gli mancava. Improvvisamente disse fra sé: «Sarà il mio capolavoro!»
Quella notte non dormì più di due ore. Non sognò, al contrario del solito. Al risveglio si rese conto che il nero aveva coperto qualsiasi possibile sogno. Lui, abituato ai sogni colorati che poi puntualmente trasformava in quadri, ora chiudeva gli occhi e vedeva solo nero.
Si sciacquò la faccia, prese il caffè, guardò il liquido che inghiottiva lo zucchero bianco: nero di caffè. Ebbe un attimo di paura, ma fu solo un attimo.
Per prima cosa sistemò lo studio nella maniera ottimale per la nuova creazione. Portò in solaio tutti i quadri, finiti e non: la priorità era l’ultima commissione.
Lasciò solo una tela vergine, grande, perché doveva essere una grande opera. Rivestì le pareti con drappi neri, tinteggiò di nero anche il soffitto.
Si accorse che la scarsa luce dell’alba che entrava dalla finestra quasi non si percepiva: era inghiottita da tutto quel nero.
La tela ancora bianca in fondo alla stanza gli diede fastidio: troppa luce, pensò.
«Dove ho messo il nero… non si vede un tubo… ah, sì!»
Prese il tubetto e cominciò a spargere il colore sulla tela. Mano a mano che la tela si riempiva, mancava sempre più la luce. Si sentiva quasi soffocare: la luce è vita, per un pittore è di più.
Ma subito dopo voleva più buio, più nero. «Questo, questo» ripeteva fra sé. «Sarà il mio capolavoro.»
«Devo chiudere la finestra, e quando la riaprirò questo quadro dovrà inghiottirne tutta la luce.»
Aveva dipinto di nero tutta la tela. Ora doveva vedere se spiccava. Indietreggiò di tre passi: la maledetta non spiccava. Si avvicinò: uguale. Non spiccava.
«Per oggi basta» pensò.
Aprì la finestra: fuori era buio, ma c’era la luce dei lampioni. «Che bella» pensò.
Uscì per la strada, affamato di colore e di luce. Camminò a lungo per la via illuminata, finché si infilò nel caffè più luminoso che trovò. Gente, colore, quadri alle pareti, bottiglie… quanti colori. Rumore, musica. Ebbe l’impressione che anche i suoni della giornata fossero stati inghiottiti da quel nero.
«Domani farò un altro tentativo» pensò mentre divorava due panini imbottiti e una birra. «Forse devo ispirarmi alla natura, alla gente. Andrò in giro in cerca di ispirazione.»
Andò alla cassa a pagare. «Strano» disse fra sé, «non avevo mai notato che il barista ha gli occhi neri…»
A casa chiuse presto gli occhi e sognò di sprofondare in abissi, di volare in un cielo dove tutte le stelle si spegnevano.
Sognò il buon Dio che staccava la luce al sole.
Sognò di essere messo nella bara e che chiudevano il coperchio. Vide la processione: tutti vestiti di nero, e le facce… cribbio, erano tutti negri. Le espressioni poi… facce da funerale. E nell’aria una musica tristissima.
Di colpo era in mare. C’era una buona luce. Si immerse dimentico di respirare. Sparirono per primi i rumori, poi l’acqua si faceva sempre più cupa. Scendeva, scendeva. L’abisso era sempre più nero.
Si risvegliò in un bagno di sudore. Tardò un poco a riprendersi dallo spavento. «Il sogno» pensò. «È arrivato il sogno da trasformare in capolavoro, come sempre.» Era quasi contento.
Dopo colazione si rimise al lavoro. Dava di spatola e di pennello come un invasato e, mano a mano che stava di fronte al quadro, il suo umore si incupiva.
A metà giornata era in preda all’angoscia. Sapeva che, se avesse continuato, quel dolore nell’anima lo avrebbe stroncato.
«Devo fermarmi» si disse.
Stese sul quadro una mano di bianco, riaprì la finestra e, in meno che non si dica, fece il migliore dei suoi quadri. Sopra il nero.
Era di nuovo felice. Anzi, di più: ora aveva di nuovo le energie per ritentare.
Crollò in un sonno profondo. Tutto era luce, calma e voluttà. «Questo deve essere il paradiso» pensò.
Al risveglio fece un’abbondante colazione. Era ancora felice, ubriaco di colori.
Guardò il dipinto del giorno prima: non aveva mai visto cosa più bella. Si sentiva quasi un dio. Poteva realizzare qualsiasi opera, anche il nero impossibile.
«A noi due» disse al quadro, e riprese a dare di nero sopra il capolavoro.
Il nero, questa volta, sembrava venir meglio. Ma pure stavolta, mentre era alle soglie della perfezione, doveva farsi rendere l’anima che il quadro gli aveva succhiato.
Così, dopo una mano di bianco, vi dipinse un capolavoro più bello del precedente: colori e armonie che non aveva mai raggiunto.
Per non farla lunga, basti dire che ai due mesi esatti dalla commissione aveva dipinto cinquantanove capolavori e, su ognuno, uno strato di nero.
Era il giorno fissato per la consegna. La sua perfezione nel nero era progredita anch’essa, ma non si fermò in tempo. Si accorse troppo tardi che il quadro aveva inghiottito il suo spirito.
Mentre il corpo ormai senza vita si accasciava sulla sedia, nel nero della stanza vi era un punto più scuro.
Leopoldo Isola, dopo aver bussato discretamente, aprì la porta.
Vide il maestro addormentato e non lo volle svegliare. Si avvicinò al quadro e seppe che quello era proprio il ritratto che voleva.
Lasciò il pattuito vicino al maestro addormentato, si mise il quadro sottobraccio ed uscì al sole, finalmente felice.
Quando Isola sarà morto, in un quadro bislacco di un nero strano resteranno nascosti cinquantanove più uno capolavori assoluti, compreso il nero impossibile.
E se anche qualcuno lo sapesse, togliendo strato su strato, di capolavoro in capolavoro, non riuscendo a fermarsi, finirebbe con in mano un nero mal fatto.