Arrivo a Ibiza
_______________
13 agosto 2018
L’atterraggio a Ibiza fu abbastanza rumoroso e traumatico, visto il forte vento che soffiava sull’isola da un paio di giorni. Il volo era stato infernale a causa di decine di giovani e giovanissimi che non avevano fatto altro se non cantare e urlare per tutto il viaggio. Sembravano posseduti dal demone della sindrome congenita da vacanza. Quella sorta di collezione di sintomi che si palesa quando, colui che vive l’età cha va dai venti ai trenta, si sente addosso l’obbligo di divertirsi. I demoni non si calmarono neanche al momento dell’atterraggio, che fu complicato e generò al termine un forte applauso collettivo per esorcizzare lo scampato pericolo. Avevo viaggiato accanto a un certo Diaz, il vicedirettore dell’Aeropuerto de Ibiza San José, un uomo di quarantotto anni che era venuto a Roma per incontrare la donna che amava, una trentottenne conosciuta sull’isola l’anno precedente. Parlammo del motivo che mi stava portando a Ibiza. Quando sentì le mie parole sembrò affranto sinceramente, mi diede il suo biglietto da visita e si offrì di aiutarmi se mi fosse servito. Lo ringraziai e lo salutai. Erano le 19:50 quando uscii dall’unico terminal dell’aeroporto. Mi recai velocemente presso il rent a car Ibiza King, l’unico noleggio che aveva ancora veicoli da prenotare online e dove avrei ritirato la vettura per potermi muovere autonomamente. Persi un’altra mezz’ora prima di poter prendere una Ford Fiesta e guidare, finalmente, verso l’albergo, l’Hotel Luxus Isla, dove si erano sistemati i ragazzi. Durante il breve viaggio per raggiungere l’hotel avevo già parlato con Alessandro per essere aggiornato sulla situazione. La mia speranza era che, magari nelle due ore del volo, Gemma fosse improvvisamente e miracolosamente riapparsa. Purtroppo non era avvenuto nessun miracolo e il mio cuore era a pezzi per la preoccupazione e per tutti i pensieri angoscianti che non mi abbandonavano.
Vista la gravità della situazione il manager dell’albergo mi aveva trovato una sistemazione da loro, cosa non affatto scontata visto il periodo di altissima stagione. Una volta arrivato fui accompagnato in una stanza singola, adibita a rifugio di fortuna per eventuali situazioni di necessità del personale dell’albergo, per chi avesse bisogno di un appoggio temporaneo e di non essere costretto a fare ritorno a casa. Il manager, Joseph, aveva compreso l’impossibilità di trovare un’alternativa in quel periodo di sovraffollamento turistico sull’isola e si era adoperato per farmi trovare la stanza sgombra e pulita.
Sentii la necessità di parlare subito con Alessandro. Chiesi quindi all’amico di Gemma di scendere insieme alle altre due ragazze, in modo da avere anche la loro versione dei fatti e non trascurare alcun particolare, ascoltando anche il punto di vista femminile sulla vicenda. Posai la valigia in stanza, mi diedi una veloce rinfrescata, mi cambiai e poi scesi per capire cosa fare. La polizia mi chiamò mentre stavo salutando Alessandro. Una voce rauca al telefono mi diede un appuntamento per le 22:00, durante il quale mi sarebbe stato illustrato l’iter procedurale da applicare in situazioni del genere. Pensai tra me e me a quante “situazioni del genere” fossero mai potute capitare su un’isola di appena cinquecentosettanta chilometri quadrati e con una popolazione di meno di centocinquantamila persone. Praticamente i posti di uno stadio e mezzo contenevano lo stesso numero di anime di tutta l’isola. Certo, d’estate era diverso. L’afflusso di persone sfiorava l’inverosimile. Ricordai di aver letto da qualche parte che, solo tra luglio e agosto, sbarcano sull’isola la bellezza di due milioni e mezzo di turisti. La fame di divertimento accomuna generazioni contigue di individui. Dal ragazzino appena maggiorenne alla comitiva di trentenni in cerca di distrazione, fino a indomiti Peter Pan di cinquant’anni e oltre. Questi ultimi sono in genere i più esagitati, perché sempre alla spasmodica ricerca dell’eterna giovinezza sotto forma di alcol, droga e donnine disponibili a barattare sesso con l’illusoria e temporanea felicità data dalla disponibilità di danaro.
Però ricordavo i tanti racconti di miei conoscenti e amici che erano stati sull’isola alla fine degli anni Settanta. Quello che vedevo ora sembrava molto diverso dalle esperienze fatte da chi c’era stato all’epoca. Negli anni Sessanta molti hippy erano approdati a Ibiza da tutte le parti del mondo in cerca di una vita libera a contatto con la natura. Venne alimentata una corrente creativa che si sviluppò ulteriormente nelle due decadi successive. Si parlava di notti passate in un sacco a pelo su una spiaggia di Formentera, isola satellite completamente disabitata ai tempi e, mi avevano detto, ora ricca di alberghi, ristoranti e locali. Da cuore di un movimento culturale e artistico, l’isola si era trasformata in meta turistica per amanti della vita notturna.
Riemersi dai miei pensieri riguardo a quella nuova fabbrica del divertimento per concentrarmi sul nefasto motivo che mi aveva portato lì. Alessandro, Gaia e Beatrice erano seduti sul divanetto della reception. Tutti avevano una faccia disperata e una gran voglia di parlare con qualcuno in grado di comprendere la portata del dramma che stavano attraversando. Nessuna persona più di me, in quel momento, poteva condividere il senso di smarrimento e di angoscia che albergava nelle loro anime. Ci abbracciammo tutti, o meglio, le ragazze corsero ad abbracciarmi piangendo, mentre Alessandro mi mise la mano sul braccio, speranzoso che le sue amiche lasciassero la presa.
Feci un grande sforzo per non piangere anch’io poi cominciai a parlare: «Ragazzi, so quello che state passando, d’altronde voi siete ormai abbastanza grandi da capire quello che sto provando io», feci una breve pausa per deglutire e allentare la tensione che mi costringeva a scegliere lentamente gruppi di parole il più brevi possibilie. Poi ripresi: «Vorrei essere certo che mi raccontiate tutto quello che ricordate di ieri notte, ad esempio vorrei sapere cosa faceva Gemma l’ultima volta che ciascuno di voi l’ha vista, se ci sono particolari che ci possono aiutare a capire dove possa essere andata e con chi…».
Non fu facile distinguere le frasi e le voci delle due amiche che si accavallavano nell’intento di raccontare quello che ricordavano. Parlavano insieme a valanga, con irrefrenabile desiderio di aiutarmi a capire qualcosa che a loro era oscuro. Apparentemente non si capì molto, ma dopo un paio di minuti di esclamazioni, interruzioni e sovrapposizioni di parole, quello che balzava alla mia capacità di comprensione era che nessuna delle due sapeva davvero ricostruire come erano andate le cose. Gaia ricordava di aver ballato con Gemma, poi con Ale e poi tutti insieme. Ricordava che avevano bevuto del gin tonic e del Margarita, dividendo i cocktail con Gemma. Beatrice aveva detto di aver bevuto molto e di essersi sentita male, poi di essere andata alla toilette a vomitare dopo che Ale e Gaia erano già andati via. Alessandro mi sembrava il più lucido di tutti, anche se si vedeva che stava soffrendo molto a causa della preoccupazione e dell’angoscia per la sorte della sua più cara amica. Lo spronai a parlare e lui cominciò: «John, ricordo che siamo entrati in discoteca verso mezzanotte. Eravamo stati a mangiare la paella al ristorante Ca n’Antonio, che sta proprio nel punto più vivo dell’isola, a Ibiza, il centro della movida. Dopo mangiato ci siamo spostati per comprare le sigarette in una tabaccheria lì vicino e, come ti ho detto al telefono, saranno state le 23:40 quando ci siamo messi in moto con gli scooter per raggiungere il Jetset, a non più di tre o, forse, quattro chilometri dal ristorante». Mentre raccontava lo guardavo e pensavo a quanto fossero fragili quei giovani. Mi rivedevo alla loro età, pieno di sogni e di prospettive esaltanti, incapace di prendermi troppo sul serio e determinato a piegare la realtà ai capricci intermittenti che la vita ti concede in quel periodo. Alessandro sembrò percepire questa mia distrazione interiore e si fermò.
«Vai avanti, dai» lo pregai.
«Niente, poi siamo entrati al Jetset e ci siamo seduti nella parte interna, da dove è più facile accedere al bancone del bar. Abbiamo passato la maggior parte del tempo a bere e a ballare.»
«Ma avete conosciuto qualcuno, lì? Qualcuno che non avevate visto prima in qualche altro posto, che so, per esempio in spiaggia?»
«John, a Ibiza in spiaggia ci si va solo a dormire o a fare altro in coppia, certo non ci si va a fare amicizia o a prendere il sole» puntualizzò il giovane.
«Ok, va bene, non lo metto in dubbio ma, allora, se non avete incontrato qualcuno di vostra conoscenza, vi è capitato di parlare con qualche nuovo ragazzo o ragazza?»
«In realtà qualcuno lo abbiamo conosciuto, ma forse Beatrice può essere più precisa, giusto Bea?»
La ragazza si inserì nel dialogo dicendo: «In realtà io e Gemma ci siamo messe a chiacchierare con due».
«Che tipi erano? Descrivimeli per favore» chiesi io.
«Due ragazzi italiani, uno di Parma e l’altro di Roma, li avevamo già visti all’ingresso, quando ci avevano aiutato a entrare senza fare la fila perché conoscevano il buttafuori. Erano carini, una volta dentro al locale ci siamo messe a ballare insieme a loro.»
«Poi cos’è successo? Siete stati insieme anche dopo aver ballato?»
«Boh. John, mi sembravano molto presi a parlare con altri ragazzi, non ricordo bene. Credo che parlassero di spostarsi al Gotcha, un altro locale in voga qui» precisò Beatrice.
«E voi li avete seguiti, gli avete dato un appuntamento per rivedervi?» la incalzai.
«Gli abbiamo detto dove alloggiavamo e che, se volevano, potevano passare da noi il giorno dopo, per un aperitivo.»
«E si sono fatti vedere, oggi?»
«No, non mi sembra.»
Mentre parlavamo Joseph, il manager dell’albergo che si era già adoperato per farmi avere la stanza, si preoccupò di farci avere del pane con delle tapas. Io non ero in vena di toccare cibo, in preda ai morsi della preoccupazione, ma invitai i ragazzi a mangiare qualcosa, dicendo che ne avevano bisogno, vista la situazione.
Dopo qualche minuto arrivò, puntuale, la Policia Nacional di Ibiza. L’ispettore capo Munoz si presentò, mi strinse la mano e mi assicurò che avrebbero fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per ritrovare Gemma. Mi informò delle indagini già svolte repentinamente, a partire dal momento in cui erano stati allertati dai ragazzi sulla scomparsa di mia figlia. Munoz mi sembrò un uomo d’altri tempi a prima vista. Avrà avuto una cinquantina d’anni, alto intorno al metro e ottanta e di corporatura robusta. Portava il pizzetto, già parzialmente grigio, che stonava leggermente sotto una capigliatura rada ma fondamentalmente di colore nero. Guardandomi negli occhi e con fare gentile esordì parlando un misto di spagnolo e italiano: «Doctor Evans, devo farle qualche domanda, capirà, si tratta della procedura e delle formalità di rito».
«Certo ispettore, dica pure» replicai, pensando che avrei sopportato qualsiasi cosa pur di affrettare i tempi di ritorno di mia figlia, sana e salva, da me.
«Per prima cosa devo sapere – anche se la domanda le sembrerà, diciamo così, poco simpatica – se andava d’accordo con sua figlia. Mi spiego, è bene essere a conoscenza di eventuali dissapori o incomprensioni tra la ragazza e la sua famiglia, che potrebbero averla spinta ad allontanarsi» domandò circospetto, con un filo d’imbarazzo.
«No.» risposi deciso. «Non ci sono dissapori né screzi, neanche il ben che minimo motivo che possa giustificare una fuga o un allontanamento dai suoi genitori.»
Poi mi venne naturale aggiungere: «Mi scusi ispettore ma, secondo lei, mia figlia avrebbe aspettato le vacanze e, soprattutto, di essere in compagnia di amici e già lontana da casa, per fuggire?»
Munoz incassò il colpo, come un pugile che si fosse accorto tardi di aver affrontato l’avversario a guardia bassa e sguarnita: «Lo immaginavo doctor Evans, mi dispiace ma sono domande che devo farle banalmente, perché previste dal regolamento. Mi rendo conto che suona fuori luogo pensare a una fuga in un contesto vacanziero eppure, le posso assicurare, è proprio quando sono lontani da casa che alcuni giovani ribelli e in guerra con le famiglie, decidono di far perdere le loro tracce».
«Capisco, Munoz, ma mia figlia non è un tipo ribelle né in disaccordo con la sua famiglia. Comunque, mi scusi per la reazione, sono troppo scosso per misurare il mio comportamento» mi giustificai.
«Purtroppo devo continuare, come…»
Lo interruppi impaziente: «…Come vuole la procedura ispettore, ho capito, continuiamo, dai. Però la prego, in fretta perché mia figlia potrebbe essere in pericolo e noi dovremmo stare là fuori a cercarla».
«Certo doctor Evans, certo. Dunque, le dicevo che ci sono altre domande per inquadrare la situazione della ragazza nel contesto familiare in cui vive. Sa, ne succedono di tutti i colori e non possiamo trascurare nulla.» cercò di giustificare la raffica di domande che stava per farmi. Cominciò chiedendo informazioni inerenti il rapporto di mia figlia con me, con la madre, con gli amici in vacanza insieme a lei e con quelli rimasti a Roma. Poi passò a richiedere informazioni sul suo carattere, sulle sue abitudini, sulla sfera affettiva e su quella sessuale. Alla fine di questo interrogatorio mi sentivo esausto e spazientito.
Quando finalmente ebbe terminato con le domande personali, cominciò a raccontarmi quello che avevano fatto durante la giornata, dopo la chiamata del direttore dell’albergo sollecitato da Alessandro.
«Siamo andati al Jetset e abbiamo raccolto le dichiarazioni di alcuni dipendenti. Abbiamo anche stilato, intanto, la lista completa delle persone che lavorano lì, incluso il proprietario, Giovanni Lozano, un italo-spagnolo che divide la sua vita tra Roma e la Spagna. Noi lo conosciamo già, ci sono stati precedenti per rissa, schiamazzi e qualche denuncia a carico del locale dove, per un po’, ha girato della roba.»
«Che roba?» chiesi io, già immaginando dove andasse a parare.
«Ecstasy, cocaina, ketamina» rispose prontamente Munoz. «Era attivo un giro che abbiamo beccato un anno fa nella sua discoteca. Un tizio, un certo Salas, ospite fisso del locale, nascondeva involucri di cellophane nelle cassette dei bagni. All’interno trovammo fino a novantesei dosi di ketamina, pasticche di ecstasy e polvere di cocaina. Purtroppo non abbiamo mai trovato prove concrete contro Lozano. Apparentemente il traffico finì con l’arresto dello spacciatore.» mentre parlava, Munoz studiava le mie reazioni, dispiaciuto di vedere il mio disappunto e la preoccupazione crescente per mia figlia, che poteva essere rimasta vittima di qualche strano giro. Poi riprese: «Comunque sono aperte tutte le possibilità.»
Lo interruppi: «Cosa intende, quali possibilità?»
«E’ troppo presto per fare ipotesi che allarghino di molto il campo delle possibili categorie di reato. Se siamo fortunati, qui non si tratta di un crimine ma, auspicabilmente, di una bravata con conseguente ritorno a casa di sua figlia senza ritorsioni.»
Era quello che speravo intensamente. Però un padre queste cose le sente. Se conosce davvero i suoi figli sa se l’ipotesi da affrontare è un contrattempo, una disgrazia, oppure la solita e spesso ripetuta “ragazzata” dettata dall’età. Conoscevo troppo bene mia figlia. Gemma non avrebbe mai seguito volontariamente qualcuno che non conoscesse da tempo senza una motivazione sana e, soprattutto, indolore. Non si era mai drogata, al massimo aveva preso una sbronza con del gin tonic, una sera con Alessandro. Ma era stata quell’unica volta, poi mi aveva detto di essere rimasta così disgustata che non avrebbe più toccato un goccio di alcol in vita sua. So, in questi casi, cosa pensano i più: “Sei il solito genitore che afferma di conoscere sua figlia e poi scopre la vera natura ribelle e menefreghista del suo angioletto.” Io però ci avrei messo davvero le mani sul fuoco riguardo l’integrità di Gemma e questa cosa non faceva altro che aggravare il mio stato di profonda angoscia per la preoccupazione che le fosse successo qualcosa.
Ero immerso nei miei pensieri quando Munoz riprese a parlare: «Comunque, doctor Evans, abbiamo una lista di altre persone da interrogare. Vada a riposare, ci risentiamo domani pomeriggio per altri aggiornamenti.» Stava per uscire quando si voltò rivolgendosi ai ragazzi: «Voi tre domani rimanete a disposizione, sarete chiamati a raccontare tutto quello che ricordate.» Poi salutò e uscì dalla porta rotante del Luxus Isla.
?
La morte non ti lascia sola - capitolo 1 testo di Giupanta