Gayl si trovava in una specie di caverna, dappertutto clessidre in un numero incalcolabile. Un uomo di spalle orchestrava il capovolgimento della sabbia con un semplice dito, in un silenzio rotto solo da uno schiocco di dita della mano che teneva in grembo. Risuonava fra le pareti di un luogo chiuso come un cuore pulsante. Con passo felpato, Gayl si avvicinava all’uomo e, quando gli fu appena un passo dietro, la sabbia smise di scivolare perché aveva interrotto il movimento e lo schiocco delle dita. Come un mandala, otto clessidre avevano preso a vorticare, spargendo della sabbia nera nel centro, ai piedi dell’uomo. Un’alta fiamma scaturì da quel piccolo cumulo di sabbia e l’uomo si voltò di scatto verso Gayl…
TRISTAN: “Mi farai morire con queste urla improvvise!”, lo rimproverò.
Gayl si era appisolato sotto un albero, al Tavoliere, vicino alla casa di Semper, mentre Tristan continuava a disegnare in terra le sue fate. Ma aveva la certezza che non fosse stato un sogno; se solo avesse visto quel volto! Aveva fatto grandi passi nella decodifica dei segni e continuava a temere le visioni, finendo spesso con l’urlare di paura, spesso di notte, facendo svegliare Tristan di soprassalto.
In questa nuova vita, Gayl faceva parte della famiglia di Tristan, e aveva conosciuto anche Semper di conseguenza. Per lui, non era un folle, ma un geniale visionario, esperto conoscitore di erbe, miscele, minerali e scritti di ogni linguaggio. Certo, spesso cantilenava, ma era proprio in quei momenti che partoriva nuove idee.
GAYL: “E tu mi farai morire di noia con i tuoi ritratti!”, e si avvicinò per guardare l’ennesima donnina con le ali.
TRISTAN: “Lei si fa vedere meno, forse per timidezza”, sorridendo alle giravolte della sua amica invisibile a chiunque.
GAYL: “Scommetto che hai dato anche un nome a ognuna delle tue bamboline…”, cominciò a schernirlo.
TRISTAN: “Nooo…”, si difese. “E va bene, sì. Lei è Dorina, perché ha un vestito dorato e ali color sabbia…”, precisò.
L’amico iniziò a ridere a crepapelle e cominciarono ad azzuffarsi come due bambini. Era nata una bella complicità fra loro, l’uno vedeva nell’altro un fratello, e insieme erano liberi di parlare di cose strane che nessun altro si accorgeva esistere.
TRISTAN: “L’hai fatta scappare! E, guarda, col piede hai cancellato tutta la parte di sotto!”, si lamentò.
GAYL: “Oh, che peccato! Chissà se ne farai mai un altro…”, e rise ancora.
Dalla casa, Semper sbraitava perché non trovava più delle radici… così Tristan, sbuffando, si precipitò ad aiutarlo.
GAYL: “Dorina, con le ali color sabbia”, scimmiottò l’amico; “La sabbia!”.
Osservò meglio il ritratto e la fata disegnata gli indicava una direzione col dito; non ricordava che Tristan l’avesse fatto in quel modo e intuì che era un segnale per lui. Guardò in lontananza e, nella direzione del dito, c’era il Tavoliere. Era pronto per una passeggiata.
Lungo il tragitto, trovava rametti apparentemente caduti a caso, ma disposti a freccia, a indicargli dove muovere i passi. Era come un gioco, ma più si avvicinava a quel monte piatto, più cresceva l’ansia; ad ogni passo rimpiangeva di non aver coinvolto Tristan.
Dopo Quel Giorno, il Monte Tozzo aveva perso la cima, come se fosse stato sciabolato, e la punta era caduta in grossi massi a cerchio attorno alla base, come sedie intorno a un tavolo. Non c’era niente di particolare da visitare, era uno Spicchio normale, adatto a gente pacifica e sorniona.
Gayl ci si trovava bene; non c’era il solito silenzio dei boschi, ma allegre chiacchierate, rumorosi giochi di bambini, cinguettii che conciliavano il riposino sotto un albero.
Erano tutti molto socievoli e le ragazze gli parlavano senza pudore ma con decenza; magari era una di loro la donna dai capelli lunghi e neri dell’arazzo.
Era giunto ai piedi del monte e si guardò intorno cercando altri indizi. L’erba era alta e la schiacciò coi piedi, ma nessun rametto, né pietre indicavano altre direzioni. Alzò allora gli occhi al cielo e, riparandosi dal sole accecante con una mano, vide una colomba bianca sulla sommità del Tavoliere. Si augurò che non fosse l’indizio, odiando le altezze. Persino da bambino non si era mai arrampicato con gli altri sugli alberi. No, no, no, no… e la colomba tubava il richiamo. Magari, tornando indietro, avrebbe potuto prendere una scala in casa di Semper, una scala bella lunga… ma chi voleva illudere, era davvero un’altezza notevole. E se anche fosse riuscito nella scalata, la ridiscesa sarebbe stata pure peggiore, col senso di vuoto ingigantito dal guardare appigli in basso. Accidenti!
Sicuramente aveva a che fare con la visione delle clessidre. Il tempo. Doveva scalare la montagna. Si fece coraggio e cominciò l’ascesa, ripetendosi che era capace, che era bravo, che era necessario, che ne sarebbe valsa la pena. Un piede dopo l’altro, con le mani ferite, sudato e con i muscoli in tensione, il sedentario Gayl degli Arbori raggiunse la piatta cima.
Si buttò supino su quella roccia assolata per recuperare fiato, e rise di sé per aver creduto di vedere una colomba tanto in alto. Era talmente stanco che si sarebbe lasciato morire piuttosto che riaffrontare quella faticaccia in discesa. La gola gli bruciava e non aveva con sé nemmeno una fiaschetta d’acqua.
Gayl sarebbe trasceso lassù; il corpo gli doleva e il rammarico di un ‘impresa inutile gli fiaccava la mente. Vegliardo aveva avuto ragione sulle sue capacità da mistico: non era stato in grado di decifrare gli indizi. Magari la fine di quel gioco cominciato con la fata era stata davanti ai suoi occhi, in basso, e lui non l’aveva colta, incaponendosi a dover scalare il monte.
La colomba gli beccò l’orecchio, tubandogli parole di incoraggiamento. Voltando la testa, Gayl si ritrovò a guardarla nei suoi piccoli occhi e gli parvero noti.
GAYL: “Vegliardo…”, sussurrò.
Il candido uccello zampettò fino al centro di quella rovente cima piatta, e a carponi, scottandosi le mani, la raggiunse a fatica. Il sole era all’apice e il calore intenso lassù, tanto da annebbiargli la vista.
Si ritrovò in una sorta di cerchio delimitato da otto piccole pietre; la porzione su cui si trovava Gayl sembrava brillare d’oro. Ormai non riusciva più a capire se fosse visione o realtà. La testa gli scoppiava e avrebbe gradito un riparo. Impaziente, la colomba-guida beccava in un foro al centro del cerchio, per attirare la sua attenzione, quindi svanì. Gayl si trascinò fino al foro, dove non riusciva a vedere niente di particolare. Ma ci infilò un dito e forse azionò qualcosa perché quel cerchio si inclinò e lui scivolò nel cuore della montagna.
Urlava con tutto il fiato, spaventato e sfinito. Sbucato chissà dove, ruzzolò su qualcosa di appuntito, ferendosi una gamba. Forse aveva ragione il padre di Tristan, che la curiosità portava guai. Aveva trovato una via di scampo dal sole che lo avrebbe cotto lassù, per finire laggiù a spegnersi dissanguato al buio. Si lamentava ad ogni tentativo di mettersi in piedi, quando comprese che non sarebbe servito a molto camminare alla cieca.
L’uomo di spalle alzò una torcia; era proprio a pochi passi da lui.
Non c’erano clessidre alle pareti, ma solo rocce nere lucenti che riverberavano alla tenue luce. Stava vivendo il suo sogno; poteva conoscere il volto di quell’uomo. Ma la gamba gli faceva troppo male.
GAYL: “Chi sei? Mostrati!”, gli urlò.
UOMO: “Sistema il tempo!”, tuonò.
GAYL: “Cosa? Come lo sistemo? Cosa non va?”, farfugliava.
UOMO: “Sistema il tempo!”, e gli lanciò la torcia, svanendo.
Istintivamente, Gayl si coprì con le braccia, ma niente lo colpì. Riaprendo gli occhi, la luce filtrava da uno spacco nella roccia, sufficientemente grande da consentirgli di uscire. Non sentiva più tanto dolore; le braccia erano graffiate ma la gamba non mostrava ferite gravi.
Aveva vissuto concretamente qualcosa di mistico e pensò di uscire da lì il più in fretta possibile, e poi si sarebbe posto le domande di rito. Quando posò in terra la mano per rialzarsi, urtò un oggetto: una clessidra con un grumo di sabbia nel mezzo.
Le radici che Semper cercava erano proprio sotto il suo naso, e quando Tristan glielo fece notare, non mostrò alcun sentimento, limitandosi a farfugliare qualcosa di incomprensibile.
Tristan prese la sua sacca e non perse tempo a salutarlo: era nel suo mondo e non se ne sarebbe accorto.
Fischiettando, era tornato al confine della zona grigia, pensando di trovarci ancora Gayl addormentato. Ma aveva trovato solo il suo disegno mezzo sfatto. Una fata verde lo fissava svolazzando.
TRISTAN: “Oh, Verdolina! Ho un foglio di carta rubato a Semper… ora ti faccio un bel ritratto permanente”, mettendosi seduto.
Con una mano cercava il carboncino e con gli occhi osservava la sua piccola amica. A giudicare dalla mano che aveva visto dai Paglieri, probabilmente le zone grigie erano abitate e chissà quante creature!
Mentre Gayl era riuscito a passare il ponte per le Tre Pietre, Tristan era tornato con la spedizione dell’acqua, con una tale euforia che quasi correva. Spicciata l’incombenza di portare i lapislazzuli a Semper, era corso al confine con l’arma di Astrid. Aveva eseguito tutti i movimenti impartitigli e aveva scagliato il pugnale elfico più volte contro l’invisibile parete, ma il risultato era sempre lo stesso, quello che già era accaduto allo Spicchio dei Paglieri: si apriva un piccolo varco che si richiudeva appena estratta la lama. Per giorni aveva riflettuto per trovare un modo per rendere permanente la fessura; e poi si chiedeva come mai la lama fosse seghettata solo da un lato. Anche Gayl ci aveva provato, una volta tornato con l’inaspettato regalo. La guaina di legno era proprio del pugnale, uguale nella forma e nel disegno intagliato della foglia.
Ci avevano rinunciato. E ora se l’era ritrovata sotto mano mentre cercava il carboncino. Magari a riprovarci…
La fata verde si era attaccata come una lucertola alla parete invisibile e annuiva contenta. A tentare non ci avrebbe né perso né guadagnato. Da quando l’avevano appaiato al fodero, il pugnale sembrava diverso, la lama più lucente. Tristan si mise in posizione, come gli aveva mostrato Astrid, e mirò il punto sotto la fata.
Aveva lanciato e il pugnale sembrava avesse lasciato nell’aria una scia di luce. La fata batteva le mani al suo gesto perfetto e il ragazzo corse alla parete con speranza. Estratta la lama, la fessura dai bordi scintillanti non si richiudeva.
VERDOLINA: “Ce l’hai fatta!”, squillante.
TRISTAN: “Verdolina… ti sento!”, e presero l’una a svolazzare e l’altro a saltellare.
VERDOLINA: “Allora avete sistemato il tempo!”.
Tristan non capiva.
VERDOLINA: “Oh…”, delusa.
TRISTAN: “Cosa vuoi dire? Vieni fuori… riesci a passare?”, infilando un dito per tastarne la consistenza, ma una scintilla lo scaraventò a terra.
VERDOLINA: “Richiudi prima che se ne accorga!”, preoccupata.
TRISTAN: “Che succede?”.
VERDOLINA: “Sistema il tempo e potremo uscire. Ora infila di nuovo il pugnale per richiudere e…”, parlava veloce.
TRISTAN: “Aspetta, io sono Tristan. Tu…”.
VERDOLINA: “Per favore, richiudi”, lacrimosa.
Le altre fate erano accorse a frotte; non ne aveva mai viste così tante da quando le ritraeva. Erano impaurite. Impietosito, Tristan si rialzò e rimise la lama nella fessura. Quando la ritrasse, la parete era tornata intatta e le fate erano volate via.
Gayl si stava avvicinando e, sebbene fosse visibilmente malconcio, Tristan cominciò a raccontargli della sua esperienza. Era giunto alla conclusione che il pugnale funzionasse quando accoppiato al suo fodero.
TRISTAN: “Erano spaventate, Gayl! E mi ha ripetuto di sistemare il tempo… e che qualcuno si sarebbe accorto dello strappo se non mi fossi sbrigato a chiudere…”, esagitato.
Gayl era più sereno: il viaggio di ritorno dal monte gli aveva portato un senso di pace, perché sapeva qual era il suo compito.
GAYL: “Dobbiamo sistemare il tempo dunque”, e gli raccontò la sua avventura.
Il circolo era chiuso: una fata aveva indicato la via e, alla fine, una fata aveva concluso il discorso. L’unico problema imminente era scoprire come, con una clessidra intoppata.
SEMPER: “Perfetto!”, guardando il telaio che aveva fatto costruire incaricando Occulto. Era circolare, diviso in quattro settori, con intercapedini lungo i bordi e fra i quadranti.
OCCULTO: “E poi, inchinati alla mia maestria, Sem!”, mostrandogli il sacco pieno di diaspro rosso.
SEMPER: “Sapevo che l’avresti trovato”, minimizzò.
Il nano ebbe un moto di sdegno per la mancata adulazione. Se tutti gli uomini lo adoravano, sembrava che il suo desiderio non avesse toccato proprio tutti.
SEMPER: “Ora mi servirebbero delle acqua marine…”, pretese.
OCCULTO: “Vecchio cocciuto pazzo! Non ce ne sono più! Quante volte dovrò dirtelo?”, sbottò.
SEMPER: “Togliamole dalla tua carrozza”, propose.
OCCULTO: “Tu sei completamente matto! Non ti lascerò sfigurare la mia carrozza per un tuo capriccio!”.
Intanto si erano degnati di arrivare i due ragazzi, tutti seriosi. Occulto, ormai spazientito dagli atteggiamenti di Semper, prese per una manica Tristan.
OCCULTO: “Arrangiati Semper! E mi porto il ragazzo”.
TRISTAN: “Dove?”, stralunato.
OCCULTO: “Hai da fare un lavoro dagli Urbici, andiamo”.
I due ragazzi si guardarono smarriti. Gayl prese in mano la situazione e, presa in custodia la sacca con il pugnale e la clessidra, rassicurò Tristan con un cenno della testa.
Semper camminava gesticolando attorno al tavolo, per trovare una soluzione alla mancanza di materiale. Nella sua pazzesca genialità, non si accorgeva di niente, e che Occulto fosse stato disponibile o che se ne fosse andato portandosi via il suo aiutante, non lo toccava minimamente.
Avvicinatosi al tavolo, Gayl notò il telaio e un antichissimo libro che cadeva a pezzi. Sfogliando qualche pagina, capì che raccontava la storia del mondo prima di Quel Giorno e c’erano anche strani disegni, tra i quali il telaio in questione.
Ogni settore era colorato diversamente. Pur non sapendo a cosa sarebbe servito, rimase stupito ancora una volta dell’ingegnosità cui si prodigava quell’uomo singolare di Semper.
Il settore blu rappresentava l’aria, leggeva, a cui corrispondevano i lapislazzuli che lui e Tristan avevano preso dai Paglieri. Ecco svelato il motivo della missione.
Il sacco consegnato da Occulto conteneva diaspri, rappresentanti il fuoco, nel settore rosso. Mancavano il nero e il verde. E quello era il dilemma di Semper, in quanto le acque marine erano ormai sparite da tempo. Gayl aveva appreso la lettura dei segni e delle parole da Vegliardo, anche se era vietato agli Arbori scrivere alcunché. Forse il Maestro già sapeva che il suo discepolo non sarebbe rimasto in quello Spicchio, e l’aveva istruito per poter girare il mondo… Chissà, Vegliardo era sempre stato misterioso.
Con il suo occhio allenato, ebbe un’illuminazione:
GAYL: “Maestro Semper, non è ‘acqua marina’ ma ‘acqua miracula’… potrebbe essere acqua del fiume dei Miracoli?”, propose.
Semper si immobilizzò, poi corse al libro, scostando bruscamente Gayl. Con un dito, seguiva le forme di ogni lettera e rimuginava, aggrottando la fronte per lo sforzo mentale.
SEMPER: “Ma l’acqua andrebbe nei canali dell’intelaiatura… e allora il verde… l’acqua non può rappresentare se stessa…”.
GAYL: “Essendo i quattro elementi, rappresenterebbero la Natura, quindi il verde potrebbe essere una radice, una pianta, un albero…”.
SEMPER: “Ma certo! Bravo il mio ragazzo!”, e lo baciò in fronte. “Non sapevo che i mistici sapessero leggere”.
GAYL: “Già”; preferì non ribadire che non lo era più e che i suoi studi erano stati completi per intercessione del suo maestro.
SEMPER: “Bene, tu mi aiuterai. Tristan è un perdigiorno… sempre a gironzolare… Continuiamo a leggere insieme… oh no, devo trattare le pietre rosse… Pensa tu al verde, trova la materia…”, e intanto già trafficava con le sue bottiglie.
Gayl era entusiasta: avrebbe lavorato con uno studioso completo, avrebbe potuto imparare moltissime cose! Dimentico del problema del tempo da sistemare, si sedette al tavolo per concentrarsi sul libro.
SEMPER: “Ragazzo… Gayl mi pare… e se andassi a prendere l’acqua?!”.
Quell’idea era anche migliore dello studio: avrebbe mantenuto la promessa fatta ad Astrid, tenendola aggiornata sul pugnale.
Prendendo esempio dal nuovo maestro, uscì senza proferire parola e, nascosta la sacca in una buca sotto un albero, corse per raggiungere la carrozza di Occulto.
G.a.d.R. Incarichi testo di Deaexmachina