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Una striminzita foglia si staccò dal vecchio faggio posto al centro di Balaer: al nostro arrivo nel villaggio, l’ultimo attimo dell’autunno si era così posato a terra sul selciato. Con la schiena appoggiata al tronco del grosso albero, un giovane elfo stava suonando una ghironda a manovella, di un brunito palissandro tipico di Amlevoran. Con la testa seguiva i movimenti della melodia che stava producendo, stringendo gli occhi socchiusi a ogni acuto e distendendo il collo durante le lunghe aperture delle note più dolci. Avevamo gli sguardi di tutti puntati addosso, infrequenti dovevano essere i visitatori, tantopiù con l’inverno ormai alle porte. Enerien ci fece strada verso la taverna, dove la nostra mozzata compagnia avrebbe recuperato le forze dopo l’incontro con quei sicari.
- Appunto. Come avete fatto a scampare a quell’imboscata? - Chiese Errovan. Di nuovo mi sedetti. Aprii un cassetto della mia scrivania, quello più in basso, e tirai fuori un sacchetto di pelle chiuso con un cordino di velluto.
- Posso? - Chiesi a Errovan.
- Certo, è il suo studio. -
- Solo che non trovo i fiammiferi. -
- Non c’è bisogno, Vaxos? Vieni. - L’uomo alla destra di Errovan fece il giro della scrivania e venne al mio fianco. Con lo schiocco delle dita, fece divampare una fiammella sotto al fornello della mia pipa. Un denso fumo dal sapore di tabacco e menta piperina si diffuse subito nella stanza.
- Quindi volete sapere come siamo scampati a quell’attacco?-
- Certo, ogni dettaglio è importante. - Disse Errovan voltando la pagina del suo diario.
Le frecce piovevano una dietro l’altra, senza darci la possibilità di abbandonare un riparo che io ed Enerien avevamo trovato fra le rocce. Dabrov e Johlira erano rimasti leggermente indietro, ma erano riusciti anche loro a nascondersi dietro una roccia appuntita assieme a Ser Ghillore, l’altro miliziano, che rischiando la sua stessa vita, riuscì a trascinare al riparo il corpo del suo compagno d'arme ormai esanime.
- Come facciamo adesso ? – Chiesi alla giovane elfa.
- Tra poco cesseranno di tirare, a quel punto tu creerai un diversivo. -
- Bene, so come fare, e poi? -
Enerien non rispose, e al primo secondo di calma sguainò due pugnali che teneva nella cinta dietro alla schiena. Con un balzo saltò poi oltre il masso dietro cui eravamo nascosti e si arrampicò sulle rocce appuntite dall’altro lato dello stretto sentiero.
- Ehi aspetta! Cazzo!- Frugai nella borsa e afferrai la prima cosa che mi capitò fra le dita. Per mia fortuna era una bombetta fumogena che feci schiantare sulle pietre. Dalla nebbia scaturita saltò fuori Enerien, che volteggiando a mezz’aria, lanciò i due pugnali verso gli alberi alla sommità della scarpata. Due uomini incappucciati caddero davanti ai miei occhi con le lame conficcate in pieno petto.
- Non sono finiti. - Disse Enerien atterrando con la leggerezza di un fiocco di neve che si appoggia sull’erba.
- Ma chi sono? - Le chiesi.
- Ora non c’è tempo, preparati a combattere.-
- Come scusa? -
Dall’alto balzarono giù altri due uomini, con vesti nere e col volto coperto da una maschera marrone. Impugnavo corte spade ricurve, tipiche dei guerrieri barbari dell’Hessaygon orientale. Forse erano di Castat, o forse, anzi più probabile, provenivano dalle piane di Burajhan. Subito Enerien, affrontò uno dei due combattendo a mani nude. Con un calcio ben piazzato disarmò l’uomo, ma esso estrasse allora un pugnale dall'elsa dorata, con il quale iniziò a sferzare fendenti a destra e a sinistra. L’altro si diresse verso di me facendo volteggiare la spada davanti al mio naso. Arretrai, passo dopo passo finché non mi ritrovai con le spalle verso lo strapiombo sottostante: ero disarmato, e quindi spacciato. Ed ecco che proprio quando avrei dovuto scegliere se morire di spada o morire nel vuoto, dalla pancia del mio aggressore vidi spuntare la punta della lancia di Ser Ghillore. Fu quell’uomo allora a capitolare nel profondo burrone.
- Tutto bene? - Mi domandò porgendomi la mano.
- Sono stato meglio. Grazie Ser.
Intanto Enerien aveva neutralizzato l’altro assassino. Non volle ucciderlo, così da poter domandare lui chi fosse il suo mandante. Ma da molto più in basso, lo sparo di un’arma da fuoco risuonò per tutta la lunghezza del sentiero. Dabrov aveva recuperato il mio schioppo, prese la mira ed esplose un colpo che polverizzò la testa dell’uomo incappucciato.
- Crepa bastardo! - Gridò il vecchio cartografo.
- Ma che diamine Dabrov! Ci serviva vivo. -
- Meglio così, almeno non ci infastidirà più.-
Enerien si ritrovò le vesti sporche di sangue, ma non proferì parola. Sbuffò alzando gli occhi al cielo e recuperò i coltelli dal petto degli altri due cadaveri. Poi si rimise in marcia lungo il sentiero.
- Dovremmo seppellire il nostro compagno. - Disse Johlira ricongiungendosi con il resto di noi.
- No, non abbiamo tempo, potrebbero arrivarne altri. Molti altri. Forza andiamo. -
Così, lasciatoci dietro quel quadro di sangue, riprendemmo il cammino verso il villaggio di Balaer.