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L’aria all’interno di Villa Valerius non era fatta di ossigeno e azoto, ma di una miscela stagnante di incenso costoso, polvere secolare e il terrore sordo che emanava dalle pareti affrescate, dove i volti degli antenati sembravano distogliere lo sguardo dalle atrocità del presente.
Lady Isotta si muoveva lungo i corridoi di marmo come un’ombra ferita, il fruscio della sua veste di seta pesante che nascondeva i lividi violacei sulle braccia, trofei silenziosi dell’ultima esplosione d’ira di suo padre, il Duca Alvise.
L’uomo non era solo un nobile di antico lignaggio, ma un tiranno domestico che governava il feudo e la famiglia con un pugno di ferro che non conosceva la misericordia, un individuo la cui crudeltà era diventata una leggenda sussurrata con timore nelle cucine e nelle stalle.
Isotta aveva trascorso vent’anni in quella prigione dorata, osservando sua madre spegnersi come una candela consumata dal vento e i servitori abbassare il capo davanti ai capricci sadici di un uomo che confondeva il diritto di sangue con il diritto di distruzione.
La decisione non nacque da un impulso improvviso, ma fu il risultato di una lenta sedimentazione di odio, una cristallizzazione del dolore che aveva trasformato il cuore della giovane donna in una lama di ghiaccio nero.
La notte del solstizio d'inverno, mentre una tempesta di neve ululava contro le vetrate istoriate cercando di penetrare nel calore soffocante della dimora, Isotta scese nelle cucine deserte per preparare l'ultimo infuso per il Duca, un rito serale che era diventato il suo unico momento di vicinanza forzata con l'aguzzino.
Tra le pieghe del corpetto nascondeva una boccetta di vetro ambrato contenente l'estratto di belladonna e aconito, un veleno silenzioso che non lasciava tracce visibili ma che agiva con la precisione di un orologiaio sulla meccanica del cuore.
Entrò nello studio del padre, una stanza satura dell'odore di cuoio vecchio e brandy, dove Alvise sedeva davanti al camino acceso, la sua figura massiccia proiettava un'ombra deforme contro gli scaffali carichi di volumi rilegati in pelle umana, o così narravano le malelingue del villaggio.
Il Duca non si voltò, limitandosi a emettere un grugnito di comando, e Isotta servì la bevanda con mani che non tremavano, sostenuta da una forza ancestrale che sembrava risalire dalle fondamenta stesse della villa.
Mentre l'uomo beveva, Isotta rimase in piedi nell'oscurità, osservando il profilo di colui che le aveva dato la vita solo per trasformarla in un tormento infinito; i primi sintomi non tardarono ad arrivare, un respiro che si faceva affannoso, una mano che artigliava il bracciolo della poltrona con una forza disperata.
Alvise cercò di parlare, di lanciare un'ultima maledizione, ma la sua gola era già serrata dalla morsa chimica del veleno e i suoi occhi, un tempo fiammeggianti di autorità, si riempirono di una confusione vitrea che Isotta accolse con un sorriso gelido e liberatorio.
Non ci fu nessuna lotta, solo il lento scivolare di un corpo pesante verso il tappeto persiano, un rumore sordo che segnò la fine di un'era di oppressione e l'inizio di una solitudine sovrana.
Isotta non chiamò i soccorsi, ma rimase a guardare le fiamme del camino che consumavano i ceppi di quercia, sentendo per la prima volta il peso della corona ducale che ora le spettava di diritto, un cerchio d'oro intriso di un sangue che non era più un legame, ma un marchio di indipendenza.
All'alba, quando i primi servitori entrarono nella stanza trovando la nobile seduta composta accanto al cadavere del padre, videro nei suoi occhi non il lutto, ma la calma assoluta di chi ha finalmente pareggiato i conti con il destino.
La notizia della morte naturale del Duca si diffuse rapidamente, protetta dal prestigio del nome e dal silenzio complice di chi, sotto il comando di Isotta, scoprì improvvisamente che la libertà aveva il sapore metallico della vendetta e il profumo dolce dei fiori notturni.
La villa rimase in piedi, ma lo spirito che la abitava era cambiato per sempre, trasformandosi da un antro di dolore in un monumento alla volontà di una donna che aveva imparato che, per salvare se stessi, a volte è necessario distruggere la radice stessa del proprio essere.