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«Impara dai tuoi errori
Non dargli colpa
Se non sai in cosa ti stai andando a cacciare,
continua a non mollare.
È così che nascono i migliori,
e tu, sfregiolina mia, farai tante cose»
Mentre mi rendevo conto che l'avevo sognata di nuovo, le sue parole si dissolvevano al mio udito. Sul letto d'ospedale legata a dei macchinari, le ultime parole che mia madre mi dedicò prima di morire mi perseguitavano da sempre. Una domanda sorge spontanea. Ovvero perché mi chiamasse in questo modo così particolare. Sfregiolina. Sono nata con una grande voglia sulla guancia. Non di quelle a macchia, piccoline e di un marrone simile a quello del cioccolato al latte, oppure violacea come un livido. A partire dalla mascella fin sotto allo zigomo sinistro, avevo una ragnatela stampata in volto. Di un colore appena più scuro di quello della mia pelle, più fitte in basso fino a schiarirsi ed a spandersi più in alto. Tanti fili sottili, che sembravano schizzati da qualche artista. Il soprannome sfregiolina non lo trovo adatto, era grande ed evidente, impossibile da ignorare. Neanche i migliori Fulcri riuscivano a levarmela. Potevano solo far ringiovanire le cellule, non modificarle. A dirla tutta prima era ancora più scura. Dei Clori piuttosto abili erano riusciti a sbiadirmela. L'idea di darla in mano a dei Marki per bruciare la mia pelle e levare la voglia sarebbe stato troppo doloroso, nonostante non averla più sarebbe stata un'allettante realtà. Dunque mi tenevo questo segno identificativo in faccia. Senza polemiche; come di quelle che me ne facevo da adolescente, dandomi colpe e disprezzandomi alla specchio. All'età di 17 anni, stavo ancora nell'orfanotrofio dove mi lasciò mio padre, incapace di gestirmi. Nel viaggio in macchina, pensavo che mi avrebbe portata a casa. Ricordavo il cielo velato di nuvole scure e minacciose, che non si decidevano a fare scendere la pioggia. Volevo accoccolarmi tra le calde coperte di quel freddo giorno del 21 Febbraio, ma trovai solo una struttura tetra che mi avrebbe accompagnata per la mia adolescenza. Mi tirai su dal letto con le solite vertigini che avebo ogni mattina, mentre il vecchio legno sotto ai miei piedi cigolava ad ogni passo. Inciampai nelle mie pantofole, aggrappandomi alla tenda non poco distante dal mio letto. Per miracolo non si staccò dal bastone a cui era appesa, risparmiandomi una punizione. Ripresi l'equilibrio di un essere umano normale, scendendo al piano di sotto. Il dormitorio di noi ragazze era quasi deserto, mi alzavo sempre più tardi rispetto alle altre. Velocizzai il passo, sperando che mi avessero lasciato qualche pancake oppure il pezzo di torta di mele tipico della domenica. Sul tavolo imbandito da una tovaglia bianca ricamata, trovai soltanto due uova alla coque e quello che rimaneva di una brocca di succo d'arancia. Mi sedetti al tavolo in un angolo, bevendo con disgusto il succo mentre mangiavo le due uova che erano oramai fredde e non più con quel piacevole tepore che le rendeva così saporite. La sala da pranzo era a forma disgustosamente simmetrica, colorata di blu e rosa come comunissime persone tradizionaliste arrederebbero la propria casa. Tende dai colori pastello coronovano enormi finestre che arrivavano fin sotto al soffitto. I tavoli perlomeno non erano pezzi di antiquariato, come invece dava l'idea il resto della tenuta fin troppo agghindata. Noi ragazze, con pigiami bianchi e ricami rosa, sedevamo nell'ala di tavoli sulla sinistra, mentre i ragazzi nei tavoli sulla destra avevano, ovviamente, azzurro su bianco come camice da notte. Sperai che quella mattinata fosse tranquilla, ma le mie speranze se così posso chiamarle non si avverano mai: «Signorina Kerzi! Quante volte devo ripeterle che a colazione si viene già pettinate e sistemate?» La voce squillante e tremendamente fastidiosa della direttrice Hayla risuonò alle mie spalle, vestita come una donna uscita dagli anni 40. Gonna lunga fino al ginocchio, giacchetta del medesimo colore della gonna lunga fino in vita ed una camicetta con fin troppe rouches sulla scollatura. L'avrei definita anche una bella donna, se non fosse che i pochi capelli che aveva erano pettinati in uno chignon strettissimo ed il rossetto rosso che a memoria umana si era sempre visto sulle sue labbra. Arricciai il naso mentre mi voltavo verso di lei. La guardai dall'alto in basso, tentando di non farmi prendere dal desiderio che avevo di buttarle addosso un piatto: «Mi dispiace informarla che la parola “pettinare” nel vocabolario dei capelli ricci non esiste, assieme a sistemare, acconciare e ad altri sinonimi ovviamente» Dissi con un sorriso sornione che le dava filo da torcere da quando avevo 12 anni oramai, ovvero a partire dall'età in cui mi ero ripresa dalla morte dell'unica donna che mi avesse mai capita. Le ragazze mi guardarono disgustate, come se avere una parlantina più arguta le disgustasse altamente. I ragazzi invece sembravano avere interesse per me, anche se il motivo preciso mi era sconosciuto. Hayla arricciò la patata che aveva al posto del naso, prima di voltarmi le spalle ed uscire dalla sala. Buongiorno mondo.
Marta Fiore