Rumore aut fama

scritto da Rubrus
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Testo: Rumore aut fama
di Rubrus

Costretto ad immobilità o semi-immobilità forzata, mi annoio a tal punto da rendervi partecipi di una riflessione che tange, ma non tocca e non vuole toccare la stucchevole questione di like e quant’altro (anche se, visto che è un po’ che non lo dico, ripeto: aboliamo la Panoramica!).
Mi riferisco alla gratificazione legata allo scrivere in rapporto ai riconoscimenti ottenuti, quantomeno al livello, infimo, al quale opera il sottoscritto.
Qualche giorno fa un dilettante, come il qui presente, mi ha chiesto se poteva usare un mio personaggio per un proprio racconto.
Innanzi tutto, tranquillizzatevi: non intendo parlare del libro né tantomeno vendervelo (anche perché non è più in vendita, anche se, magari uno di questi giorni potrebbe tornarvi).
Ciò che mi preme dire, invece, è che credo che una delle soddisfazioni maggiori di chi scrive (ripeto: quantomeno a livello di sotto-sotto-sottopunta del sottoscritto) si verifichi quando un prodotto della propria fantasia esce, per così dire, dalla sfera di controllo del suo autore e, in qualche modo, finisce per essere parte delle storie altrui.
Si è partorito qualcosa, insomma; qualcosa che ha detto qualcos’altro (sebbene non certo di eccelso livello) a qualcuno.
Più o meno lo stesso accade quando qualcuno ti chiede (mi è capitato anche questo) di rileggere un tuo racconto.
Considerato che sono qui per una manciata di centimetri in più o in meno, credo di poter dire di aver quindi avuto non tanto i famosi quindici minuti di cui parlava Warhol (manco trenta secondi, di quei quindici minuti), ma la mia infinitesima dose di rumore aut fama – senz’altro più rumore che fama.
Non omnis moriar? Be’. Non esageriamo.
Per non essere troppo generico, e per i masochisti, riporto sotto il pezzo in cui il personaggio (è il villain del libro) compare per la prima volta. Devo dire che qualcosa di invadente ce l’ha perché è ricomparso in un’altra roba che sto scrivendo e in cui la sua presenza non era inizialmente prevista. Ma forse è solo mancanza di idee.

**

[omisis]

«I ragazzi non possono entrare da soli, giovanotto, e non mi pare che tu abbia più di quattordici anni».
Raimondo si voltò.
L’uomo che aveva parlato era vestito interamente di bianco: camicia bianca, vestito bianco, cravatta bianca, scarpe bianche. Guardandolo nella luce abbacinante del pomeriggio si era costretti a socchiudere gli occhi. Solo la faccia, abbronzantissima dietro un paio di occhiali neri e sotto un panama candido, era scura. Sembrava di guardare un negativo vivente.
«Ne ho nove» annunciò Tony con orgoglio, riparandosi all’ombra di suo padre.
«Nove» disse l’uomo. Aveva una voce nitida e chiara, anche se un po’ metallica, come se avesse la gola foderata d’argento. «Parola mia, figliolo, sembri molto più grande. Grande abbastanza da entrare da solo… l’anno prossimo. Puoi fidarti di me. Il Signor Strangman di queste cose se ne intende». Sorrise, mostrando una chiostra di denti scintillanti. «A meno che tuo padre…».
Raimondo si scosse. Le parole dell’imbonitore gli avevano fatto venire in mente il suono delle crepe che si aprono nel ghiaccio prima che si spezzi.
«Eh… oh… credo che quest’anno ci dedicheremo alla ruota panoramica».
Sollevò lo sguardo oltre il baraccone che racchiudeva la casa delle streghe.

[omissis]

Rumore aut fama testo di Rubrus
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