IL CAVALIERE SANGUINARIO
Il viso grifagno del poeta secentista mi fissava dal vecchio libro e io lo odiavo perché il fascino lontano della sua vita mi aveva messa in una delicata situazione con un professore. Come, come rivelare che quel personaggio affascinante aveva risvolti pedanti e difficili? « Non si preoccupi, farò una bella relazione, parlerò e disserterò in quella conferenza come se non avessi fatto altro nella mia vita, mi dia solo un mese di tempo. »
Dio mio, l’entusiasmo letterario mi aveva preso la mano! Povera me! come potevo rispettare l’impegno senza un ricco materiale? Quello che avevo era appena sufficiente per una tesina universitaria e non per sbalordire un pubblico colto. Se non si trattava con... La penna mi cadde di mano quando mi sembrò di notare che la figura del ritratto avesse avuto un sommovimento improvviso: sì, gonfiava le guance scerne , socchiudeva gli occhi, la mano che stava mollemente appoggiata sull’elsa della spada si alzava ad arruffarsi la folta e riccioluta capigliatura, poi tirava una ciocca e sospirava rumorosamente emettendo con forza il fiato che aveva trattenuto.. Le guance tornarono scarne, ma avevano perso il colorito giallastro della carta sbiadita, Il riquadro era vuoto e la scritta latina - su un papiro svolazzante – lo contornava con ironica presenza: Don Iosephi Artalis equitis Sanctsj Giorgy cui ferrum ferunim mortis.
Don Giuseppe Artale stava lì, ad altezza naturale, davanti a me imbronciato e solenne. Poi ricordando di essere un cavaliere mosse elegantemente il cappello piumato che aveva in mano e mi fece un lieve inchino. La sua schiena si piegò appena e tornò subito diritta.
- Quando i grandi concedono udienza agli umili non sono avvezzi a perdere tempo. Ordunque scrivanella da quattro soldi che vuoi?
- Io, veramente non saprei... – mi ripresi notando che aveva avuto un moto di fastidio : - ecco, vorrei sapere se è vero che in Germania dove lei ha dimorato lo hanno soprannominato Cavaliere sanguinario?
- Sì, ero ai miei tempi un famoso spadaccino.
- Un soldato di ventura.
- Anche. Ho combattuto con le truppe veneziane a Candia contro i turchi. Per il mio valore sono stato nominato Cavaliere costantiniano dell’ordine di San Giorgio. Tutta la mia vita è stata spesa nei viaggi e nei fatti d’arme.
- In una sua lirica parla del teschio di un turco che lei ha spiccicato dal busto e prega la sua bella dama a mirarlo con disprezzo per non far sì che la sua pietà lo resusciti. Odiava i Turchi?
- In tempo di guerra si odiano i nemici. In quel periodo i miei nemici erano i turchi, perciò li odiavo.
- Come conciliava la violenza della guerra con la dolce fatica della poesia?
- Il poeta e il soldato non erano così opposti come sembra a te creatura del Duemila; l’uno ispirava l’altro, gli dava requie e lo rendevano una persona completa. Non è forse vero che ogni uomo contiene in sé il germe di due opposte tendenze: il bene e il male, l’angelo e il demonio, la purezza e la lussuria?
- Sì, ma realizzarle entrambe non è possibile; prima o poi si afferma la più forte. Ma nel suo caso lei combatteva, sbudellava, sgozzava, decapitava i nemici e poi correva ad impugnare la penna d’oca e scriveva sonetti sentimentali, sarcastici e persino religiosi. Il tutto senza mai pendere da una parte o dall’altra. Per me è difficile pensare che un uomo finisca di asciugarsi le mani insanguinate e poi si gingilli in acrobazie stilistiche.
- Un vostro poeta in tempi recenti nelle trincee scriveva poesie sotto i cannoneggiamenti e lo ammirate per la sua umanità. Mi sembra che si chiamasse Giuseppe come me, e aveva un cognome che ricordava un popolo simile ai tedeschi, ungari.
- Giusepe Ungaretti! Però quel poeta-soldato detestava la guerra, ecco la differenza. Lei invece la ricercava o sbaglio?
- Per esorcizzare la paura della morte. Il senso della morte, del disfacimento fisico è presente in maniera ossessiva nel mio secolo, e in particolare nella corrente letteraria a cui mi annoveravo. Descrivere una dama che uccide il proprio bambino, una bellezza sfiorita come quella della mitica Elena come i duelli, le uccisioni dei nemici liberava il mio animo dall’angoscia della fine. L’amico che alla sua morte mi regalò una spada mi ha spinto a considerare l’inutilità di tutto, l’assurdità di uccidere eppure ho impugnato la spada proprio per combattere quest’orrido fantasma generato dalla vita: la morte. 3 aprile 1986
- Anche l’amore aveva per lei qualcosa di violento, infatti in una lirica intitolata Dopo un duello offre alla sua amata dama il sangue versato in battaglia.
- No, no è un’interpretazione sbagliata: soltanto leggendo fra le righe si può capire che l’offerta del sangue al posto del pianto è una forma suprema d’abnegazione amorosa, considerando che la lotta in cui mi ero impegnato era dedicata alla mia donna.
Avrei voluto dire tante cose, chiedere mille spiegazioni ma quelle sue stringate argomentazioni mi chiudevano la bocca, perché immaginavo che sarebbe riuscito a farmi sentire una sciocca con i miei scrupoli, con la mia ingenua visione critica del suo tempo e della sua corrente letteraria.
In realtà erano tempi gloriosi nonostante tutto, perchè la poesia era altamente apprezzata mentre oggi non permette neanche di vantarsene: un vero poeta oggi è un essere alienato, fuori dalla realtà.
- Presto fanciulla, chiedimi quello che vuoi sapere, la mia fuga dal passato è di breve durata.
- Ecco io... vorrei sapere dove lei è nato veramente: a Mazzarino in provincia di Caltanissetta o nei pressi di Catania come afferma Benedetto Croce?
Come risposta ebbi un gorgoglio, parole confuse. La figura del cavaliere Artale lentamente si rimpiccioliva, diveniva giallastra e infine si dissolse e riprese la sua fissità nel riquadro della pagina.
Mi chinai a riprendere la penna ch’era caduta a terra dandomi della sciocca di fantasticare ad occhi aperti. Ma ebbi la sensazione di non aver sognato tutto, infatti sul pavimento alitava leggera una piccola piuma, evidentemente era caduta dal cappello dal cappello piumato del poeta.
IL CAVALIERE SANGUINARIO testo di Maria Alfonsina Arrigo