Mamma Terra

scritto da Grog
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo Grog

Testo: Mamma Terra
di Grog


Ce l'ho fatta!
Alla fine di un'interminabile serie di balzi iperspaziali l'Ippogrifo è finalmente sbucato, è proprio il caso di dirlo, alla periferia del Sistema Solare… sì, proprio quello del Sole per antonomasia, quella stella piuttosto anonima attorno alla quale gira Mamma Terra, il pianeta così chiamato perché secondo la tradizione lì ebbe origine il genere umano.
Ora mi trovo appena al di fuori dell'orbita del pianeta più esterno - stando alla mappa spaziale dovrebbe trattarsi di Plutone - e sono stanchissimo, al limite dell'esaurimento, se non altro per essere rimasto per giorni costantemente seduto al mio posto di comandante pilota.
In effetti la gran parte dei miei cinquantotto anni terrestri si è svolta proprio qui, nella sala comando di quell'immensa sfera che è l'Ippogrifo, in vicinanza degli enormi motori gravitazionali collocati esattamente nel suo centro ed a decine di chilometri dalla superficie esterna della nave. Svolgendo il mio compito ho orbitato attorno a centinaia, forse migliaia di pianeti in quasi altrettanti sistemi differenti, ma in tutti questi anni non ne ho mai visto nemmeno uno direttamente con i miei occhi, ma sempre e soltanto attraverso i grandi schermi dei monitor di servizio.
D'altronde, sarebbe stato strano il contrario: l'Ippogrifo è un'astronave generazionale, concepita per ospitare al suo interno migliaia di esseri umani il cui unico scopo nella vita è quello di peregrinare attraverso la galassia, da un sistema planetario all'altro, alla ricerca di nuovi pianeti, per valutarne le risorse ed aprire la strada alla colonizzazione. A bordo quindi ciascuno ha una sua funzione precisa, dal cuoco alla maestra d'asilo, dal meccanico alla prostituta, e ciascuno deve attenersi esclusivamente ai propri compiti: per scendere sui pianeti ci sono le squadre da sbarco, e quanto basta.
Tuttavia l'intera popolazione dell'Ippogrifo ormai non è nulla più che un ricordo del passato: dieci giorni standard orsono, infatti, in poche ore la nave si era trasformata da un immenso formicaio brulicante di attività ad un immenso cimitero vagante nel cosmo.
Infatti, per quanto io mi ostini a commutare i monitor di controllo da un punto d'osservazione all'altro della nave, e sono dieci giorni che lo faccio ostinatamente, riesco sempre e soltanto a vedere dovunque cadaveri che giacciono in pose scomposte.
A questo punto sono ormai certo che io, Sandor Jonas, sono l'unico sopravvissuto alla catastrofe.

Quel piccolo pianeta non sembrava essere granchè diverso da moltissimi altri esplorati in precedenza, anzi, sembrava addirittura particolarmente promettente.
Avevo condotto l'Ippogrifo in un'orbita preliminare, consentendo al sistema di telemetria di riversare masse di dati nei computer degli scienziati: non sembrava esservi dubbio, si trattava di un piccolo, accogliente posticino ricco d'acqua e con un'atmosfera quasi uguale a quella dell'Ippogrifo. Forse - avevo pensato - quando fossimo stati più vicini avrei potuto perfino vedere sui monitor la sua superficie verdeggiare di quella curiosa forma di vita pseudo-terrestre che tanto mi affascinava, la vegetazione: come mi accadeva sempre, la prospettiva di rivedere sugli schermi le immagini dei cosiddetti alberi mi aveva reso impaziente di portare l'Ippogrifo nell'orbita di parcheggio.
La prima missione di esplorazione pareva essersi svolta senza incidenti: una volta stabilizzato l'Ippogrifo nell'orbita definitiva, una navetta aveva lasciato l'hangar ed era scesa verso la superficie lungo una traiettoria a spirale, compiendo rilevamenti ed iniziando a trasferire una mappa dettagliata del pianeta nell'immensa memoria di bordo.
Infine la navetta si era posata al suolo, la pattuglia di esploratori ne era uscita per prelevare campioni di materiale e dopo qualche ora aveva fatto ritorno alla nave madre.
Tutto perfettamente tranquillo.
Invece dopo poche ore, del tutto inattesa, si era scatenata un'epidemia rapida e micidiale: i primi a mostrarne i sintomi erano stati proprio gli esploratori, seguiti a breve dagli addetti all'hangar, e nel giro di poche ore erano iniziate le prime morti, mentre le migliaia di persone a bordo dell'Ippogrifo una dopo l'altra mostravano tutte gli stessi sintomi.
C'era stata un'unica eccezione: io.
Probabilmente la mia sopravvivenza era stata garantita dalle porte sigillate che separano il ponte di comando dal resto della nave e dalla pressurizzazione dell'aria nella sala: d'altronde, queste sono in effetti due delle molte misure di sicurezza intese a proteggere la zona più critica della nave da casi del genere.
Essendo subito accorso a controllare la situazione non appena iniziato l'allarme, il comandante dell'Ippogrifo era stato tra i primi a cadere vittima del morbo. Anche tutti gli altri addetti alla sala comando avevano subito lo stesso destino, dal momento che tutti si erano incautamente precipitati dai propri cari: al contrario io, scapolo incallito, avevo finito per salvarmi per essere stato il solo a rimanere al proprio posto.
Tuttavia ancora non so decidere se la mia scelta fosse stata dovuta più alla paura del contagio o all'attaccamento al mio dovere di comandante pilota.

Non so perché, fra tante mete possibili per andare a cercare soccorso avevo scelto subito la Terra: forse ero stato spinto da una specie di impulso infantile, come se in quel momento, ultimo essere umano rimasto vivo sull'Ippogrifo, avessi sentito una sorta di necessità di ritornare nel grembo del pianeta madre. Comunque fosse, dopo aver rintracciato con qualche difficoltà il minuscolo sistema solare contenente la Terra e dopo aver calcolato con cura l'interminabile serie di balzi iperspaziali necessari per raggiungerlo, avevo iniziato il mio lungo viaggio di ritorno.
Ora, dopo giorni di navigazione, finalmente ce l'ho fatta!
Osservando il piatto schermo del monitor principale di navigazione calcolo l'ultimo salto nell'iperspazio che ancora mi manca per arrivare finalmente a casa… CASA! Nella terza posizione a partire dal Sole individuo un probabile pianeta binario, uno dei cui componenti appare di diametro tre o quattro volte maggiore dell'altro, e mi batte più forte il cuore quando leggo la dicitura accanto ad esso: Terra! L'altro, fin troppo ovviamente, a questo punto non può essere altro che la mitica Luna, l'ispiratrice di quegli innumerevoli capolavori letterari che ancor oggi i nostri scolari debbono studiare… più o meno volentieri…
A tutta prima provo l'impulso di calcolare il balzo iperspaziale a mezza via fra i due pianeti, ma poi ci ripenso: in effetti, visto dalla Terra l'Ippogrifo apparirebbe contro il candore della Luna come un grosso e minaccioso asteroide sbucato di colpo dall'iperspazio. Per un momento in effetti mi viene anche da ridacchiare al pensiero del panico che causerebbe fra i terrestri l'improvvisa comparsa di un'enorme nave spaziale, ma subito dopo mi viene in mente che sarebbe anche assai poco divertente venir attaccato all'istante come probabile nemico in avvicinamento. Quindi, niente materializzazione fra Terra e Luna. Scelgo allora un punto fuori dal piano dell'eclittica, lungo l'asse terrestre ed ad una distanza più che doppia rispetto a quella fra i due pianeti: in questo modo non dovrei giungere a perturbare più che tanto l'equilibrio del sistema... né la sua tranquillità!
«Ci mancherebbe solo che nella storia futura venissi ricordato non come l'uomo che compì l'impresa di pilotare da solo un'astronave generazionale attraverso mezza galassia fino a ricondurla sulla Terra, ma piuttosto come l'uomo che con il suo non invitato arrivo provocò su di essa catastrofi di portata planetaria…» mi viene da pensare mentre mi sfugge un risolino nervoso.
Una volta presa la decisione sul punto di arrivo, frenando a fatica l'impazienza eseguo tutti i calcoli necessari con la precisione derivata dalla lunga pratica, poi mi preparo al balzo: prendo posto al mio abituale sedile di comandante pilota, appoggio con studiata calma le mani sulla consolle e predispongo tutti i controlli uno ad uno, con metodo, come se stessi adempiendo ad un cerimoniale. Infine sono pronto: tiro un profondo respiro, allungo la mano e mi accorgo che trema lievemente per l'emozione mentre sblocco la sicura e premo il bottone dell'iperspazio.
Una sorda vibrazione pervade la struttura dell'Ippogrifo, io chiudo strettamente gli occhi e mi preparo all'abituale, lieve senso di nausea che accompagna il fulmineo passaggio della nave dalla tranquilla andatura di crociera alla velocità necessaria per il balzo.
Passano pochi attimi, poi con un ultimo sussulto tutto torna tranquillo; mentre il solito lieve capogiro va rapidamente attenuandosi riapro gli occhi ed alzo istintivamente uno sguardo pieno di aspettativa sul grande schermo semicircolare del monitor visuale di pilotaggio, collocato davanti ai cinque sedili della postazione di guida in modo di consentire ai piloti una visione quanto più "naturale" possibile, proprio come se si trovassero ai comandi di un velivolo a pilotaggio visivo.
«Splendido, non si vede nulla…» penso con una smorfia di disappunto.
Allungo una mano, afferro il bordo della consolle per il volo manuale e la tiro verso di me: docilmente lo spesso ripiano coperto di comandi ruota sul suo supporto e compiendo un quarto di cerchio si arresta con un lieve scatto di fronte a me. Con movimenti resi precisi dall'abitudine manovro delicatamente il joystick e vedo l'immagine scorrere di lato sul grande schermo, con i puntini luminosi delle stelle che muovendosi lasciano per qualche istante una suggestiva scia prima di sfuggire fuori dalla visuale, finché finalmente Mamma Terra non fa la sua trionfale comparsa davanti ai miei occhi.
«Ciao, mamma» mormoro con un mezzo sorriso commosso, mentre sento un vago inumidirsi dei miei occhi: è bella, indicibilmente bella, così bianca, verde e blu mentre sembra balzare verso di me, allargandosi a dismisura sotto l'effetto dello zoom che sto azionando.

Il tempo della commozione dura poco, tuttavia: dopo pochi attimi dedicati alla contemplazione e mentre mi sto gustando con voluttà quasi carnale il senso di trionfo per l'impresa compiuta, qualcosa di anomalo giunge a turbare la mia visuale, come una punta di fastidio in un angolo della mia consapevolezza.
Abbandonando quasi con rimpianto l'immagine della Terra… e ripromettendomi di tornare a breve a bearmi della sua presenza… azionando il joystick centro il collimatore su un punto luminoso che pare ingrandirsi a vista d'occhio sullo schermo. Do un colpetto di pollice alla rotellina dello zoom ed infatti eccola lì, proprio come mi aspettavo: un'affusolata nave da combattimento a medio raggio che sta puntando rapidamente sulla mia posizione. Maneggiando il joystick faccio compiere un intero giro all'inquadratura, prima in senso orizzontale e poi in senso verticale, e senza troppo stupore accerto subito che di navi dirette alla mia volta ve ne sono almeno altre quattro.
Prima ancora che possa decidere sul da farsi il suono stridulo di un allarme salta su dalla consolle di combattimento: imprecando spingo via quella per il volo manuale e mi alzo per spostarmi alla postazione dell'ufficiale alle armi.
«Il sistema IFF si è attivato, manco a dirlo» brontolo. «Se questa nave sta svolazzando per il cosmo da decenni, non c'è adesso da stupirsi se non riconosce come amiche quelle navi là, che nemmeno esistevano quando fu fatto questo vecchio pallone.» Con un gesto brusco del pollice disattivo l'allarme e poi mi volto per tornare alla postazione di pilotaggio.
Non faccio a tempo a compiere metà del percorso che una voce esce dallo scanner acceso: «Equipaggio della nave non identificata, fatevi riconoscere!» intima.
«Astronave generazionale Ippogrifo, di rientro da missione di esplorazione nello spazio profondo. Qui parla il comandante pilota Sandor Jonas» mi affretto a rispondere, premendo il pulsante di trasmissione sulla consolle prima ancora di essere tornato a sedere al mio posto.
La voce metallica subito incalza: «Fateci conferire con il comandante in capo, prego.»
Io esito un attimo… «Ecco che ci siamo», penso… poi rispondo cercando di mantenere la voce più ferma possibile: «Spiacente, ma è impossibile: il comandante Haas è deceduto circa quindici giorni standard or sono.»
«Passatemi il comandante in seconda, allora» insiste poco cerimoniosamente la voce, in tono subito spazientito.
«N-non posso fare nemmeno questo. Spiacente. Anche la vicecomandante Lin è deceduta da due settimane…»
La voce metallica esplode: «A che gioco state giocando, Jonas? Passatemi il terzo in comando, o chiunque diavolo sia a comandare ora su quel vecchio pallone di latta, maledizione a voi! Ora!»
Il tono assunto da quel misterioso ufficiale finisce per farmi saltare la mosca al naso: «In qualità di comandante pilota IO sono… anzi, ero… il terzo in comando, accidenti a voi!» sbraito. «Da due settimane quindi sono IO il facente funzione di comandante in capo, d'accordo? Ed ora abbiate la compiacenza di rispettare le usanze e di qualificarvi.»
Silenzio.
Dopo parecchi secondi la voce metallica torna a farsi sentire, questa volta con un tono palesemente sconcertato: «Vogliate scusare. Chi vi parla è il comandante Jodrel Hallin dell'incrociatore a medio raggio Indomptable. Ma…» e qui la voce si fa incerta «se posso chiederlo, cosa è accaduto ai comandanti Haas e Lin?»
Non posso certo tenere nascosta una notizia del genere: «Un'epidemia» spiego. «Scoppiata due settimane fa. Importata da un pianeta sconosciuto durante la prima esplorazione della sua superficie. Per dirla tutta, che io sappia sono l'unico superstite a bordo.»
Questa volta il silenzio dall'altra parte del collegamento è assai più lungo.
«Mi dispiace di udire una notizia come questa, comandante Jonas» dice infine la voce in tono vagamente di compassione, poi torna il silenzio.
Attendo per alcuni minuti, poi finisco per innervosirmi e pigio il pulsante di trasmissione: «Indomptable? Ci siete ancora? Comandante Hallin?» sollecito.
Finalmente la voce torna a farsi sentire: «Sono spiacente, comandante, ma pur comprendendo la vostra situazione devo chiedervi di aspettare» dice con palese rincrescimento. «È stato inoltrato un rapporto al Comando Planetario e siamo in attesa di istruzioni. Mi dispiace, Sandor: mi rendo conto che vi aspettavate un'accoglienza differente al vostro ritorno a casa, ma devo chiedervi di mantenere la posizione e di non compiere alcuna manovra, tranne quelle necessarie per trattenere l'Ippogrifo nelle attuali coordinate. Mi rincresce dover sottolineare di aver ricevuto un esplicito ordine di attacco, in caso di una vostra sia pur minima inosservanza delle disposizioni ricevute.»
Un brivido gelato mi percorre la schiena: è evidente che Mamma Terra non ha alcuna intenzione di correre il benché minimo rischio di un'epidemia e che nel decidere sul da farsi darà ben poco peso a considerazioni circa la sorte dell'Ippogrifo. Certo, ragionando freddamente mi rendo perfettamente conto della situazione e da ufficiale non posso che riconoscere la giustezza di un tale punto di vista, ma come essere umano non posso che sentirmi come un naufrago abbandonato al suo destino.
"Sandor" mi ha chiamato il collega sull'Indomptable, usando il mio nome in luogo del cognome o del grado: una cosa assai lontana dall'usanza e che di norma accade solo fra vecchi amici ed in privato. Un bruttissimo segno, questo: è chiaro che Hallin già sa, o si immagina, quale sarà la decisione del Comando e, ben sapendo che la applicherà scrupolosamente, ha voluto così manifestarmi in qualche modo il proprio rincrescimento. Molto umano da parte sua, certo, ma d'altra parte maledettamente sconfortante dal mio punto di vista.

L'attesa risposta non impiega molto ad arrivare.
«Ippogrifo?» bercia la voce di Hallin attraverso l'altoparlante.
«Indomptable?» rispondo prontamente, secondo l'usanza.
«Ippogrifo, abbiamo la risposta del Comando Planetario» annuncia Hallin in tono distaccato. «La Terra non ritiene opportuno mettere a repentaglio la vita di miliardi di abitanti dando accoglienza ad una nave infetta: siete pertanto invitati a procedere con urgenza ad un salto iperspaziale che vi porti al di fuori del Sistema Solare.» A questo punto la voce di Hallin muta, assumendo un tono di palese rincrescimento: «Sono spiacente, Sandor…» conclude incerto, come se si vergognasse di lasciar trasparire l'uomo dietro la facciata formale del suo ruolo.
Un brivido gelido mi percorre la spina dorsale. «Fuori dal Sistema Solare, ma dove?» chiedo, angosciato.
«Gli ordini non lo specificano» ammette la voce dall'altoparlante, ora tornata nuovamente a suonare fredda e metallica.
«Ma in questo modo la Terra perderebbe la possibilità di analizzare un nuovo tipo di morbo» annaspo, «per non parlare dell'immensa massa di informazioni ricavate da ben ottant'anni di esplorazioni nello spazio profondo…»
«Gli ordini ricevuti non dispongono nulla circa le informazioni alle quali voi accennate» replicò Hallin freddamente. Esitò un attimo e poi riprese in tono assai meno formale: «Francamente, comandante Jonas, non credo che ai nostri attuali governanti quel materiale possa interessare granché: senza contare che buona parte di esso è ormai obsoleto, la politica terrestre ha abbandonato ormai da due o tre decenni la via dell'espansione nello spazio profondo. Troppi costi, capite, troppi rischi e troppo poco ritorno sia in termini economici che strategici: per questi motivi la sfera di influenza terrestre attualmente non si spinge a distanze maggiori di una decina di anni luce da qui. Se posso darvi un consiglio, vi suggerirei di compiere una serie di balzi che vi porti oltre tale distanza: restando all'interno dei domini terrestri correreste il rischio di venir considerato una minaccia da eliminare…»
«Ma almeno mi occorrono rifornimenti: le riserve alimentari a disposizione qui nel ponte di comando ormai stanno esaurendosi…» obietto disperatamente, anche se già immagino quale sarà la risposta.
«Sono spiacente, ma se, come voi stesso avete affermato, siete comunque bloccato dall'epidemia all'interno della sala non c'è modo né per noi di raggiungere voi, né per voi di raggiungere noi…»
«Risposta esatta, amico» borbotto, allo stesso tempo pensando: «E ti pareva…»
Poi, premendo questa volta il pulsante di trasmissione, tento ancora: «Ma così praticamente mi condannate alla morte per fame…»
«Amico mio, vi giuro che non v'è nulla di personale…» comincia Hallin.
«Per me sì, però, eccome!» ribatto pigiando il pulsante di trasmissione e dandogli sulla voce: dal momento che la connessione in realtà è in duplex, la mia voce infatti gli può giungere anche mentre lui sta trasmettendo. Si tratta di una grave scortesia, naturalmente, ma nella mia disperata situazione non vedo per quale motivo dovrebbe importarmi qualcosa del galateo.
«…ma mettetevi nei miei panni» continua lui imperturbabile. «Ho quarantadue anni standard terrestri, sono nel pieno della carriera, giù sulla Terra ho una moglie meravigliosa e due bambini adorabili: mi sapete trovare voi un seppur minimo motivo sensato perché io debba mettere a repentaglio la vita mia, dei miei uomini, della mia famiglia e di un intero pianeta per salvare… ammesso che sia possibile… la pelle a voi?»
«Ho capito» replico stancamente, ormai rassegnato. «Non c'è altro da dire, quindi…»
«No, mi dispiace» concorda Hallin in tono fermo, ma permeato di abbastanza convincente rincrescimento. «Non sarà di grande consolazione, ma se non altro riporterò sulla Terra la storia di un uomo che riuscì a pilotare una nave generazionale da solo attraverso l'iperspazio fino a ricondurla alla base: sarete annoverato nel Gotha dei più grandi piloti di tutti i tempi, per quel che può servire, ma in questa circostanza non ho altro che la gloria da offrirvi, purtroppo.»
«Purtroppo» sospiro. Poi, raccogliendo tutto il coraggio di cui dispongo per cercare di fare un'uscita di scena dignitosa, concludo in tono formale: «Conformemente agli ordini ricevuti, procederò immediatamente ad effettuare i calcoli necessari per il balzo iperspaziale. Addio, comandante Hallin.»

Chiusa la comunicazione, mi dedico con cura ancora maggiore del solito alla serie di complessi calcoli necessari per effettuare un passaggio nell'iperspazio: questa volta voglio compiere un balzo da manuale, il migliore della mia carriera, voglio che la rincorsa dell'Ippogrifo sia breve ed efficace, l'accelerazione uniforme e precisa, la traiettoria diritta come un raggio laser. Voglio che quei terrestri vedano come un vero maestro sa pilotare un'astronave.
Completati tutti i calcoli necessari, mi preparo al balzo: per prima cosa vado alla saletta guardaroba, indosso con cura l'alta uniforme - la circostanza senza dubbio lo richiede - poi torno alla mia abituale postazione di comandante pilota. «Ci siamo» mi dico. Tiro un profondo respiro, appoggio con studiata calma le mani sulla consolle e predispongo tutti i controlli uno ad uno, con metodo, come se stessi adempiendo ad un cerimoniale. Percepisco il mio cuore battere all'impazzata, tanto forte da darmi un senso di disagio, ma malgrado l'inquietudine mi sento sicuro di me e determinato. Infine sono pronto: tiro nuovamente un profondo respiro, allungo la mano e mi accorgo che trema lievemente per l'emozione mentre sblocco la sicura e premo il bottone dell'iperspazio.
Una sorda vibrazione pervade la struttura dell'Ippogrifo, io chiudo strettamente gli occhi, già sapendo che questa volta non proverò l'abituale senso di nausea: sarà invece dolore, un intenso, bruciante dolore, ma sarà per un solo istante, nel momento stesso nel quale l'Ippogrifo si rimaterializzerà per l'ultima volta.
Nel centro esatto del Sole.
Mamma Terra testo di Grog
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