“Hai un cuore immenso, ed io ti amo infinitamente per questo. Tu hai quello strano modo di capire fino in fondo le persone. Tu mi spiazzi, mi sei entrata dentro.” Mi diceva. E mi chiamava “Mia”. Mi diceva che ero diversa, speciale. Ecco, speciale. Come se ci trovasse qualcosa di anomalo nella mia normalità, come se ci trovasse qualcosa di assurdo e incomprensibile nel semplice fatto che lo amassi per quello che i miei occhi vedevano. Lo amavo nonostante le sue spalle troppo strette e le sue mani troppo grandi. Lo amavo nonostante la sua rabbia e il suo dolore. Nonostante la nostalgia del suo sorriso e le ombre del suo passato. Lo amavo come una necessità, come il bisogno che l’uomo ha dell’ossigeno. Lo amavo perché prima di lui non c’era che il buio dentro di me. Lui mi ha trovata abbracciata ai miei ricordi, ai miei fantasmi, alle mie manie. Lui ha riportato la luce, come quando apri la finestra, un giorno, e scopri che è già estate. Lui ha spezzato le catene della mia fragilità, ha ridato vigore alla mia voglia di vivere. È stato la forza delle mie gambe, il coraggio delle mie battaglie, l’orgoglio e la passione delle mie vittorie.
Poi, un giorno, se ne è andato via. Mi ha lasciata sola nel vuoto in cui mi aveva trovata, di nuovo con le spalle contro il muro, di nuovo faccia a faccia con le mie ossessioni.
Forse sentiva che non era più abbastanza il mio amore troppo normale. Forse sentiva che dentro questo cuore troppo grande che diceva di amare, lui ormai occupava troppo spazio, troppo tempo, troppo tutto.
Perché a volte il troppo può far male. Il troppo uccide, forse più del poco. Il nostro troppo amore non ha resistito al nostro essere troppo simili e distanti per potersi capire e ritrovare. Oggi che l’ho perso, che è lontano, so che lo amavo, ma forse ancora di più, amavo il bisogno che ne avevo e che mi spingeva a lui. Amavo ciò che aveva rappresentato per me: la mia prima vera vittoria, il mio punto d’arrivo, la gioia di specchiarmi in quei suoi occhi da bambino un po’ nostalgico, testardo, arrabbiato. E ancora oggi mi manca stringermi nel suo abbraccio, nelle sue mani da uomo, respirare il suo respiro, baciare la pelle sul suo cuore. Mi mancano i tempi del suo battito, così come i colpi del suo respiro. Mi manca la sua voce, la sua risata e i suoi malumori, la sua incoscienza, il suo egocentrismo e la sua caparbietà. Mi manca il nostro "troppo -quasi amore" che non ha resistito al tempo che ossida la vita e deteriora i rapporti; non ha resistito al nostro essere fragili e bambini, al nostro essere troppo lontani e incompleti per poterci appartenere per sempre.
Storia di un quasi amore. testo di A cuore aperto