Rune & Acciaio: capitolo 12

scritto da re dei sepolcri
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Ecco il capitolo 12 della storia ambientata nel profondo nord.
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Testo: Rune & Acciaio: capitolo 12
di re dei sepolcri

Leif e i suoi compagni vennero condotti nelle profondità della fortezza, scendendo lungo cunicoli sempre più angusti e soffocanti. L'aria si faceva densa, carica di umidità e di un odore di terra antica. Le torce lungo il percorso emettevano una luce fioca e tremolante, incapace di dissipare l'oscurità che sembrava volerli inghiottire.

Zayd arrancava in fondo al gruppo, il respiro pesante. Zoppicava ancora e si affaticava rapidamente, e Leif sentiva il peso di quella responsabilità. Per quanto gli dispiacesse ammetterlo, il moro era un problema, almeno finché non si fosse ripreso.

Infine, giunsero in una caverna naturale immensa, le pareti levigate dal tempo. Il soffitto era alto solo alcuni metri, e l’aria era pregna di qualcosa di diverso, di indefinibile. Non era solo l’odore della terra o della pietra… era più simile al profumo del legno bagnato dopo una pioggia, misto a qualcosa di più profondo, quasi sacro. La caverna richiamava quasi il silenzio, e gli echi degli schiavi che scavavano incessantemente risuonava strano, distorto.

Davanti a loro si stagliava una visione che li lasciò senza fiato. Halvard non li aveva presi in giro. Una parte di un’enorme radice emergeva dalla roccia, una titanica colonna lignea dalle venature d’argento, pulsante di vita propria. La superficie sembrava intrecciarsi e muoversi impercettibilmente, come se il legno respirasse. L’energia che emanava non era solo visibile: la si sentiva sottopelle, insinuarsi nei pensieri, vibrare nelle ossa. Non ci si poteva sbagliare, era parte del grande frassino, era parte di Yggdrasill.

Halvard, che li aveva accompagnati, si fermò e si fece il segno della croce, mormorando una preghiera. Il gesto era un rituale quotidiano che compiva ogniqualvolta scendeva in quella caverna.

Gli Jötunn, spiegò l’uomo, non si inoltravano oltre l’ingresso della caverna. Restavano a distanza, a guardia degli schiavi, come se quella presenza li respingesse.

Leif si accorse che il marchio sulla sua pelle pizzicava leggermente, come se rispondesse alla vicinanza della radice. Non sapeva cosa significasse, non sapeva se succedeva anche agli altri, ma sentiva che lì, in quell'oscurità primordiale si celava qualcosa.

Leif, Zayd, Aldric, Sigvard e Torkil erano radunati attorno a Halvard, al limitare di un’area della caverna dove il legno argentato di Yggdrasil affiorava in grandi nodi contorti. La luce fioca delle torce creava ombre danzanti sulle pareti umide.

Halvard scosse il capo, con lo sguardo pieno di un’ansia rassegnata. “Il nostro compito è semplice: estrarre frammenti di radice e portarli sopra. Come avete visto, poi vengono inserite in quella… cosa, e non chiedetemi altro perché non lo so. O meglio, non voglio saperlo.”

Abbassò la voce, come temesse che le pareti stesse lo potessero sentire. “Non pensate sia un lavoro facile. Spesso, quando lavoriamo, rischiamo di… risvegliare qualcosa. Queste creature… questi demoni infernali, difendono la radice. Qualunque cosa siano, se appare, meglio prepararsi.”

Zayd, ancora dolorante, sollevò lo sguardo. “E voi continuate a farlo? Non avete scelta, immagino.”

Halvard strinse le labbra. “O facciamo ciò che ci chiedono, o moriamo. Loro non scendono quaggiù, non possono o non vogliono, quindi tocca a noi. Ma non ci sono altre uscite quindi le scelte sono poche”

Sigvard digrignò i denti. “C’è un limite a tutto. Perfino gli dèi… si indignerebbero.”

Halvard fece il segno della croce. “Non so niente dei vostri dèi pagani, ma se Dio vede questo posto, allora dev’essersi voltato dall’altra parte. E ora—”

Un grido improvviso risuonò nella caverna. Alcuni schiavi stavano tagliando un grosso frammento di radice quando un bagliore argenteo attraversò il legno, e una sorta di tronco animato emerse con lente movenze innaturali. Aveva braccia nodose che terminavano in artigli, e un torso striato di venature lucenti. Due occhi vuoti fissarono gli uomini con furia muta.

Halvard impallidì. “Ci risiamo…”

Indicò un mucchio di attrezzi da scavo e qualche ascia. “Preparatevi!”

Leif fu il primo a balzare in avanti, afferrando un’accetta. Sigvard e Torkil lo seguirono, mentre Zayd, ancora debole, rimase indietro. Aldric li raggiunse e raccolse prontamente un’ascia di ferro, il volto teso.

La creatura allungò un braccio legnoso verso uno schiavo che non era stato rapido a ritirarsi, con un urlo strozzato e cadde a terra mentre si teneva la gola ferita. Leif non si tirò indietro, si lanciò contro la cosa, menando un fendente all’altezza delle “spalle”. L’ascia affondò, ma quando la lama venne ritratta la linfa argentata sembrò rigenerare parte del colpo. La creatura non sembrava aver subito effetti da quel colpo.

Aldric tentò un colpo al fianco opposto, ma la creatura roteò su se stessa, colpendo l’ascia e deviandola. In un attimo, si trovò davanti al germanico, pronta a trafiggerlo con un braccio trasformatosi in un lungo spuntone.

Leif si spostò con uno scatto e diede una spallata al germanico. Il braccio passò in mezzo ai due guerrieri. Entrambi assestarono un fendente, ognuno su un lato. Le lame si fermarono a pochi centimetri l’una dall’altra. Un gemito sordo, quasi un ruggito privo di voce, riecheggiò nella caverna. La creatura tremò, poi collassò in un cumulo di radici che si contorcevano ancora debolmente.

Aldric, pallido, guardò Leif con un misto di rabbia e riconoscenza. “Mi hai… salvato.”

Leif strinse l’ascia, ansimando. “A quanto pare.”

Il germanico lo scrutò “Questo non cambia le cose. Un giorno ci batteremo all’ultimo sangue.”

Halvard si avvicinò, stringendo la sua piccola croce al collo. “Capite ora? Ogni volta che strappiamo un pezzo alla radice, potremmo svegliare un altro di questi… esseri. E a volte non basta un colpo d’ascia a fermarli.”

Zayd si fece avanti, zoppicando. “Quanto… quanto spesso succede?”

Halvard scosse la testa, la voce incrinata. “Più spesso di quanto i giganti ammettano. E se uno di noi muore… a loro non importa.”

Nessuno aggiunse altro. Nel silenzio, l’unico suono era il battito dei cuori e il gocciolio costante della linfa che colava dal tronco spezzato. Leif guardò la creatura disfarsi in una poltiglia legnosa e si rese conto che scavare Yggdrasil non sarebbe stata soltanto una condanna, ma una guerra continua contro un potere antico che non voleva lasciarsi violare.

Si misero tutti al lavoro, Leif sentiva il corpo più pesante del solito. Ogni movimento sembrava richiedere il doppio dello sforzo, i muscoli indolenziti come se avesse combattuto per ore senza sosta. Aveva sempre resistito bene alla fatica, ma ora qualcosa dentro di lui lo rallentava. Forse era solo l’ambiente opprimente della caverna, o forse il lavoro incessante, inizialmente pensò al marchio ma gli altri non erano debilitati come lui. Persino Zayd, nonostante fosse ancora ferito, non si tirava indietro. Lavorava più lentamente degli altri, ma non si fermava mai. Leif lo notò e, nonostante tutto, provò una certa ammirazione. Erano in una situazione disperata, ma nessuno sembrava volersi arrendere.

Zoppicando poco distante, Zayd si accorse della sua esitazione. "Che succede, vichingo? Ti vedo più pallido del solito. Ti fa effetto stare qui sotto? O forse hai solo bisogno di un riposino, magari fra le braccia di qualcuno?"

Leif lo fissò con un sorriso stanco. "Se anche fosse, tu non sei certo la mia prima scelta."

Zayd rise piano, stringendosi la fasciatura sulla gamba. "Peccato, perché qui sotto non ci sono molte alternative."

Dopo un tempo indefinito, vennero ricondotti nella sala di sopra. L’odore di sudore, legna e cibo riempiva l’aria. Non era il banchetto di un re, ma rispetto alla prigione il pasto era quasi un lusso. Pezzi di carne dura e pane raffermo, ma almeno non si moriva di fame.

Mentre mangiavano, Sigvard fece un’osservazione che attirò l’attenzione di tutti. "Avete notato? Manca qualcosa."

Torkil sollevò un sopracciglio. "Cosa?"

"Le donne, ovviamente" rispose Sigvard con un sorrisetto. "Siamo solo uomini qui. Inizio a pensare che dopo un po’, persino uno di voi potrebbe sembrarmi attraente."

A quelle parole, tra gli schiavi scoppiò un mormorio divertito. Aldric finì il suo boccone e scosse il capo. "Quando comincerai a guardarmi con certi occhi, avvisami. Così trovo un modo di farti smettere di soffrire."

La battuta suscitò risate genuine, spezzando per un momento la tensione che li avvolgeva costantemente.

Leif e Zayd, però, erano concentrati su altro. "Perché raccogliere frammenti di radice e incastrarli in una torre?" chiese Leif, guardando Halvard.

Fu un altro schiavo, più anziano e con la barba intrecciata, a rispondere. "Ho sentito dire che quella struttura è un’arma. Ma non so come possa funzionare."

"Un arma?" Torkil era scettico a quella affermazione.

"Come fa una torre ad essere un arma?"Anche Leif, come gli altri, se lo stavano chiedendo. Ma nessuno rispose a quella domanda perché nessuno l'aveva.

Un silenzio carico di domande calò sulla stanza.

Il giorno successivo, Leif e Sigvard vennero incaricati di trasportare una cassa di frammenti di radice nel cortile. Le gambe di Leif erano ancora pesanti, ma ignorò la sensazione e si concentrò sul compito.

Quando emersero all’aria aperta, il gelo li colpì con violenza. Il cortile interno della fortezza era un brulicare di attività. Jötunn sorvegliavano gli schiavi al lavoro sull’obelisco, la colossale struttura di pietra nera e metallo che cresceva giorno dopo giorno. Leif sollevò lo sguardo e si fermò un istante.

Hravgald camminava per il cortile, accompagnato da un’altra figura. A differenza del gigante, questa era molto più bassa, bassa anche per un uomo comune, ma dalla corporatura massiccia e robusta.

La figura sembrava indicare alcuni punti della struttura, parlando con Hravgald con l’atteggiamento di chi stava spiegando qualcosa di importante.

Quando la figura sconosciuta si voltò, Leif capì. Il cuore gli batté più forte.

Era un Dvergar, appartenente alla stirpe dei nani. Aveva spalle larghe e muscolose che tradivano un’incredibile forza. I capelli scuri, intrecciati in ciocche spesse, si univano a una barba ancor più folta, decorata con anelli di metallo. Aveva il naso schiacciato, gli zigomi pronunciati e occhi piccoli e penetranti, come se potessero scorgere i segreti celati nelle rocce.

Nell’antica tradizione degli skald, i Dvergar erano descritti come maestri della forgiatura e delle rune, capaci di creare oggetti meravigliosi per gli dèi stessi. Ma erano anche noti per la loro astuzia e il loro carattere ombroso. E in quell’istante, mentre parlava con Hravgald, l’atteggiamento sicuro di sé faceva pensare a un essere che sapeva esattamente quanto fosse preziosa la sua arte.

Ma cosa ci faceva un Dvergar in una fortezza di Jötunn, a Jötunheimr?

Sigvard seguì il suo sguardo e strinse la mascella. "Non avrei mai pensato di vederne uno in vita mia, ma non avrei nemmeno mai scommesso di vedere ed essere rapito da Jötunn."

Leif non rispose. Osservava la scena con attenzione. Qualunque fosse il ruolo di quell’essere, doveva essere importante. E se era lui a spiegare ai giganti come costruire quell’obelisco…voleva dire che era lui a comandare.

Uno Jötunn non gli diede tempo di rimuginare sul nano e sulla sua presenza troppo a lungo. Con poca grazia spinse Leif incitandolo a lasciare la cassa e tornare giù al lavoro. 

Nei giorni a seguire il lavoro proseguì incessante. Gli attacchi di quelle creature erano frequenti, ma riuscirono a respingerli. Solo uno degli schiavi non ce la fece a sopravvivere.

Ogni volta che Leif tornava in quella caverna sentiva il sudore freddo incollargli la tunica alla pelle. Il lavoro era sfiancante, ma sapeva che non era solo quello a togliergli le forze. Ogni passo, ogni respiro sembrava rallentarlo, come se il sangue stesso gli si facesse denso nelle vene. Il marchio bruciava appena, ma era qualcos’altro a dargli la nausea.

Nel mezzo di un altro giorno uguale agli altri Leif si fermò un attimo, appoggiando la mano contro la radice titanica che emergeva dalla roccia. La superficie era calda, pulsante, come carne viva. Le venature argentee della radice iniziarono a muoversi. Il movimento sembrava ipnotico e teneva incollati i suoi occhi sulla superficie.

Sembravano immagini indistinte. Ombre che si srotolavano sulla superficie lignea, e all’improvviso, senza rendersene conto, Leif non era più nella caverna.

Vide suo padre. Era in piedi su uno scafo vichingo, la lama in pugno e lo sguardo rivolto al cielo plumbeo. La scena tremolò, e un lampo di acciaio e sangue lo colpì in pieno petto. Leif vide suo padre crollare sulla prua della nave, il volto rigato di pioggia e sangue. Il mare si fece nero e la visione si spezzò.

Ora era poco più di un bambino, con il fiato corto e le gambe coperte di fango. Correva verso la grande sala, dove gli adulti bevevano e ridevano, ignari della sua urgenza. Suo padre non c’era più, e lui si aggrappava alle parole degli altri per capire. "Morto in battaglia", dicevano. "Ha trovato la morte di un guerriero".

La radice tremò sotto la sua mano, e un’altra immagine emerse dalla sua superficie intrecciata.

Vide di nuovo suo padre, ma era giovane, più di quello che si ricordava. Il suo volto sembrava segnato dal dolore, intorno a lui cadeva la neve. Tra le braccia stringeva un fagotto, un neonato avvolto in un mantello troppo grande. Il vento soffiava forte tra gli alberi, e la luce della luna illuminava l’altare di Freyja.

Vide l’altare coperto di neve, le candele spente, i resti di un sacrificio sparsi intorno. Il neonato piangeva piano, la pelle chiara come la luna e i capelli come l’oro. L’uomo guardò il cielo, come in cerca di un segno, poi strinse la piccola creatura contro il petto. "Sei un dono degli dèi", sussurrò, la voce spezzata. "E sarai mia figlia."

Non sapeva come, ma riconobbe in quel neonato sua sorella, Astrid.

La radice pulsò sotto la sua mano e le immagini cambiarono ancora. Ora vedeva sé stesso, era un ricordo recente: il primo gigante che aveva ucciso, il sangue scuro e vischioso che gli colava sul viso, la bocca piena di quel sapore ferroso e amaro. Rivide il momento in cui aveva deglutito senza pensarci, nel pieno della furia della battaglia.

La radice si ritirò dalle sue dita e Leif si sentì strappare via dalla visione. Il mondo della caverna tornò con violenza: il rumore dei picconi, il sudore degli schiavi, la luce tremolante delle torce. Ma il pavimento si inclinò sotto di lui, il respiro si fece corto. Provò ad appoggiarsi alla radice ma le gambe cedettero e cadde a terra.

La radice gli restituì solo un'altra immagine, era Astrid. Non vide null’altro.

Leif cercò di riprendersi, ma il mondo girava ancora intorno a lui. Sentiva il cuore martellargli nel petto, non solo per la debolezza… ma per ciò che aveva appena visto.

Si ricordò delle parole del saggio Bjorne. Diceva sempre che le visioni erano strumenti potenti. Ma cosa significava quello che aveva visto? Si portò una mano alla bocca, come se solo ora si rendesse conto di ciò che aveva fatto in quella battaglia. Il sangue di Jötunn…la rabbia che lo aveva percorso durante lo scontro nell’arena. Questo suo malessere al cospetto della radice, l’unica cosa che accomunava lui e quei giganti era che l’aveva ingerito. E se quello era il motivo per cui si sentiva così? Se lo stesse cambiando?

Per la prima volta in vita sua, si chiese se davvero conoscesse il proprio passato. E se il suo stesso corpo gli stesse nascondendo qualcosa di più oscuro.

Mentre questi pensieri lo tormentavano, non si rese conto che alcune mani lo sollevarono e lo portarono di sopra, nella sua branda.

Rune & Acciaio: capitolo 12 testo di re dei sepolcri
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