Il momento dell’entrata in scena si stava avvicinando, per Spartacus. Come spesso gli capitava quando era in attesa di iniziare, si poneva delle domande così, senza senso, tanto per tenere impegnato il cervello. Per esempio, chissà com’era venuto in mente al suo progettista di chiamarlo così, Spartacus. Un nome buffo; nessuno che lui conoscesse portava un nome del genere.
Vero è che lui conosceva solo gladiatori, istruttori ed allenatori, qualche cuoco e un paio di puttane che, dopo un successo particolarmente gradito al pubblico, gli avevano portato nella sua cella.
Sorrise, ripensando alla prima volta in cui ne era entrata una. Non aveva idea di cosa farsene, di quella tizia dalle forme perfette, con un sorriso invitante stampato sul viso abbondantemente truccato.
Già, il problema era esattamente quello: un viso invitante, ma invitava a fare cosa?
Ci pensò lei a chiarirgli le idee in proposito, e fu una delle lezioni più interessanti della sua breve vita, interessante quasi quanto quella in cui gli insegnarono quali fossero i punti più delicati di un Mini.
Il suo primo avversario: il primo ammazzamento non si scorda mai. Si chiamava Iron. Gli avevano detto che significava acciaio, un altro sosteneva che significasse ferro. Va bé, non era importante, tanto lo aveva spacciato in fretta.
E il suo primo Mini? Accadde …
“Entri il gladiatore!”
La chiamata arrivò a riportarlo alla realtà, una realtà fatta di sangue e di morte, l’unica realtà che lui conoscesse.
Si sistemò la corazza di kevlar, robusta e leggera ma che lasciava scoperte le braccia. Era importante che si vedessero bene i muscoli, gonfi e scattanti. Anche le gambe erano scarsamente protette, giusto gli stinchi. Una sorta di cuffia, sempre di kevlar, gli proteggeva il capo e le guance, ma non la gola. Male, i Mini puntavano spesso alla gola. Una volta per proteggersi aveva dovuto mettere il braccio sinistro davanti alle fauci del Mini ed i suoi denti acuminati, fortunatamente più corti di quelli dei suoi antenati scomparsi – anche se Spartacus questo non lo sapeva – 65 milioni di anni prima, avevano lacerato orrendamente le sue carni. La soglia del dolore dei gladiatori era terribilmente alta, per cui aveva potuto resistere ed era riuscito a piantare la daga nella gola del mostro. Ma non era stato per nulla piacevole. In ogni caso, quello scontro gli aveva fruttato il passaggio alla D2 con un salto di ben due categorie; gli spettatori avevano molto gradito il sangue che schizzava e le carni che si laceravano ed ancor di più l’agonia del Mini. La grossa daga gli aveva lacerato un vaso sanguigno importante che aveva sprizzato sangue come una fontana imbrattando il viso dell’uomo e inzuppando la sabbia che ricopriva l’arena.
La carriera di Spartacus, di fatto, era iniziata in quel momento. L’occhio attento del Pretore aveva individuato in quel tizio, grande e grosso come tutti i gladiatori, qualità non comuni.
“Entri il gladiatore!”
La seconda chiamata precedette di un soffio l’apertura della porta di metallo spessa tre centimetri; precauzione necessaria, considerando quali tipi di soggetti percorrevano l’arena assetati di sangue e di morte. Un Mini ferito non era una cosa da prendere sottogamba.
Spartacus avanzò a passo deciso, con la corta picca, robusta e pesante, nella mano destra. La spada, di una lega di acciaio, cromo ed altri “ingredienti” segreti, era nel fodero, a sinistra. In effetti, Spartacus era ambidestro, per cui un lato o l’altro gli erano indifferenti.
Avanzò rapido fino al centro dell’arena, piantò la picca nel terreno ed estrasse la spada che, scintillando al sole, salutò il pubblico. L’arena era una di quelle davvero importanti, pochi spettatori molto selezionati. Al massimo duemila persone. Spartacus si girò verso i quattro punti cardinali, come gli avevano insegnato ogni volta ripetendo quella strana frase “Morituri te salutant”. Chissà cosa diavolo significava … In ogni caso, la gente pareva apprezzarla visto che anche quella volta rispose con un boato e con scroscianti applausi.
Quando finalmente la folla accennò a calmarsi, il Priore annunciò: “Entri l’avversario!”
Alle spalle di Spartacus si udì un leggero rumore. I principianti spesso sottovalutavano quel rumore, quello di una porta che, scivolando sui cardini ben oliati, lasciava passare un Mini, un Trio o qualche altra creatura mostruosa. In simili casi, di solito, non arrivavano a superare la fase di “principiante”.
Spartacus non si era fatto fregare, non del tutto visto che aveva ricevuto l’attacco mentre si stava girando. Fu in quell’occasione che quasi perdette il braccio, lacerato dai denti del Mini. E fu l’ultima volta. Il suo udito perfetto, e potenziato, riusciva benissimo a distinguere i suoni anche nel frastuono di una folla acclamante. Così fu anche in quel giorno: la porta non si era ancora aperta che già lui era pronto, con la picca ben salda nelle mani, ginocchia leggermente flesse, con l’adrenalina che pompava energia nel suo corpo.
Il Mini entrò lentamente, un po’ esitante. Magari era uno un po’ meno aggressivo … ma no, non ne esistevano. In effetti, appena focalizzò l’uomo, i Mini avevano un’ottima vista, abbassò il grande capo e se ne uscì con un ruggito d’avvertimento: adesso ti mangio.
In effetti, quando un Mini riusciva ad ammazzare un gladiatore, glie lo lasciavano come premio, ed il pubblico andava in visibilio nel vedere il cadavere dell’uomo fatto a brani dal mostro che ne ingoiava grandi bocconi spedendoli nello stomaco senza masticare. Cosa che non avrebbe potuto fare, visto che i suoi denti erano adatti a lacerare e strappare.
I Trio, essendo vegetariani, non si nutrivano delle loro vittime, ma continuavano ad infierire su di esse fino a quando erano ridotti ad una poltiglia sanguinolenta. Gli spettatori, spesso, dichiaravano di non sapersi decidere fra i Mini ed i Trio: ognuna delle due specie aveva delle caratteristiche che la rendevano interessante. Ovviamente, queste caratteristiche erano state attentamente studiate da esperti di marketing, indagine che proseguiva e si affinava.
Guardingo ma minaccioso, il Mini si avvicinò al gladiatore, il capo abbassato quasi fino a terra, la coda massiccia a bilanciare ogni singolo passo, pronta a compensare ogni minimo spostamento di equilibrio.
Le grandi zampe posteriori erano estremamente muscolose; rispetto all'originale, la loro composizione, in termini di fibre bianche e rosse, era stata modificata per produrre velocità e scatti brucianti, non per resistere a lunghi inseguimenti. Le loro prede non fuggivano. Un'altra modifica riguardava le zampe anteriori; nel TRex del Cretaceo erano piccole e probabilmente non funzionali, o al più potevano servire per tener ferma la preda; le sue, invece, erano lunghe quasi un metro, robuste ed abbondantemente dotate di artigli nelle cinque - altra modifica rispetto all'originale - dita. Le cinque dita alle zampe, anteriori e posteriori, li facevano un po' assomigliare agli umani, dicevano i progettisti. Mica tanto, in effetti.
Tutte queste informazioni mancavano, a Spartacus il quale, in effetti, non ne avrebbe tratto vantaggio.
Ciò che gli serviva era una robusta iniezione di adrenalina ed un metabolismo che gli permetteva di sfruttare al meglio le sue riserve energetiche nell'arco di, diciamo, due, massimo tre minuti.
Poi, uno dei due doveva essere fuori combattimento, presumibilmente morto.
Il TRex attaccò quando si trovava a circa cinque metri da Spartacus, il grande capo proteso in avanti, le forti zampe anteriori pronte ad artigliare, a lacerare. Quando le fauci si chiusero, una minima manciata di secondi dopo, masticarono l'aria visto che l'uomo si era spostato lateralmente ed aveva infilato la picca nel fianco. Il Mini ruggì di dolore. Era un giovane e non conosceva bene il dolore, quello era il suo primo combattimento. Uno degli stallieri l'aveva detto a Spartacus e l'informazione era preziosa: giovane equivale ad irruente, per cui il gladiatore si era offerto all'assalto attirando il Mini nella sua trappola.
La notizia non gli era stata fornita per pura generosità; lo stalliere aveva puntato – non lui, un suo prestanome visto che lui, in quanto dipendente dell'arena, non poteva scommettere – su Spartacus contando che la sua capacità e l'informazione fossero sufficienti ad assicurargli un buon guadagno; buono, non eccessivo, non tale da attirare l'attenzione.
Osservava da dietro una porta di servizio, al sicuro e, vedendo la picca che penetrava in profondità, si sfregò le mani già pregustando i bagordi che avrebbero seguito l'incasso della vincita: lui e suo cugino, il prestanome, avrebbero festeggiato.
Il Mini concentrò la sua attenzione, chissà come mai, sui trenta centimetri d'acciaio che aveva conficcati nel fianco e Spartacus ebbe tutto il tempo, diciamo un secondo, di estrarre la spada, spiccare un salto – il pubblico adorava i colpi acrobatici – ed impattare con la spada e con tutto il suo peso concentrato su questa direttamente sul collo del Mini il quale, per quanto fosse robusto e muscoloso, non poté reggere ad una tale botta.
Il giovane ed inesperto Mini morì in fretta.
Il pubblico esplose in un boato. Sulle prime, Spartacus godette di quella che gli sembrava un'ovazione, ma poi comprese che di delusione si trattava, e comprese.
Tutto troppo rapido, poco sangue, nessun combattimento, in realtà. Certo, il confronto non superava quasi mai i tre minuti dal momento del primo contatto – il record di lunghezza registrato di un confronto fra un animale ed un gladiatore era di quattro minuti e ventisei secondi – ma quello di oggi era stato davvero un duello lampo. Nessuna soddisfazione a giustificare l'enorme costo del biglietto.
(continua)
PRIMUS II testo di Marboxer