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LA RESISTENZA
Eravamo rimasti in pochi almeno cosi credevamo con’ la guerra dentro le teste, la fame per’ strada e la disperazione seduta accanto a noi come ‘na vecchia parente che nun se voleva lasciarci per sempre . Roma pareva ‘na carcassa de ferro e cenere. Erano mesi che i droni imperiali passavano bassi sopra i palazzi sventrati, e la gente, per’ nun perde’ la testa, se faceva coraggio parlando piano, come se pure le parole potessero esse’ sequestrate.
Io me chiamavo Tiberio, e facevo er fattorino pe’ conto de l’Assemblea Popolare del Sottosuolo, l’ultimo governo rimasto in piedi sotto la metropoli. Porto messaggi, pezzi de pane sintetico, medicine de fortuna e ordini che cambiano ogni giorno, perché quando la storia va male, pure la politica se mette a camminà co’ le stampelle.
Una sera scesi giù nei tunnel de Termini, dove s’era radunata la Giunta de Salvezza. C’erano luci gialle, facce scavate, divise rattoppate e tanta paura nascosta dietro l’orgoglio dei partigiani. Il Presidente Sarpi, uno che parlava sempre co’ tono da tribuno ma aveva gli occhi stanchi de un maestro de scuola, batté la mano sur tavolo.
“Signori,” disse, “la città resiste, ma per’ quanto ancora? Er popolo sta a morì de fame. I quartieri neri se sono mangiati pure li gatti der macello. Le famiglie scambiano batterie solari pe’ na minestra.”
“Presidente,” rispose la ministra dell’Ordine Civico, donna Livia Marzi, co’ la giacca militare e la voce affilata, “se continuiamo a parlà de resistenza senza pane, la gente nun c’e crede più. Ci servono fatti, non discorsi.”
“E io che sto dicendo?” fece Sarpi. “Er fatto è che semo assediati dai Signori de la Cintura Orbitale. C’e vogliono ridotti a colonia energetica. Vogliono Roma muta, affamata e inginocchiata.”
Io stavo vicino alla porta, co’ la cartella dei dispacci in mano, e sentivo tutto. Fu allora che entrò una donna co’ er cappotto nero pieno de polvere stellare. Nun era de Roma, o forse sì, ma de na Roma futura che pareva uscita da un sogno antico.
“Me chiamo Aurelia,” disse. “Vengo da oltre le mura. Ho attraversato le linee de fuoco. Ho visto li vostri nemici.”
La sala s’ammutolì.
Sarpi strizzò gli occhi. “E tu chi saresti? ‘Na spia?”
“Nun so’ ‘na spia,” rispose lei. “So’ la portavoce de le Città Libere del Tirreno. E ve porto ‘na proposta de liberazione.”
La ministra Livia rise piano, senza allegria. “Liberazione? Co’ quali mezzi? Co’ quali eserciti? Noi nun semo manco capaci de fa’ arrivà er grano al mulino comunale .”
Aurelia appoggiò sur tavolo una piccola sfera luminosa. Dentro c’era come un mare in tempesta.
“Questa,” disse, “è la Chiave di Traiano. Un’antica tecnologia sepolta sotto er Colosseo. I vostri antenati l’hanno nascosta quando capirono che l’impero vero nun era fatto de pietra, ma de controllo. Questa chiave apre le reti di comunicazione dei dominatori. Se l’ attiviamo, tutti li quartieri, tutte le fabbriche, tutti li rifugi vedranno la verità: che l’occupazione sta a crollà, che l’arsenale orbitale è senza manutenzione, che i signori lassù hanno paura quanto noi.”
“E che c’e cambia?” domandai io, senza accorgemene d’aver parlato.
Aurelia se voltò verso de me. “Cambia che quando un popolo capisce d’esse’ più forte de chi lo opprime, allora comincia la liberazione.”
Sarpi me guardò. “Ragazzo, che ne pensi?”
Io strinsi le spalle. “Penso che de fame se more, ma pure de paura. E se la paura je la togli, al popolo ,magari je resta la forza.”
La ministra Livia annuì. “Allora annamo.”
Da lì partì tutto. Io, Aurelia, Sarpi e una squadra de tecnici e ribelli c’e spostammo nei sotterranei antichi, sotto la linea arancione delle catacombe, fin dentro una camera scavata ner tufo, dove dormiva la macchina. Sembrava un cuore de bronzo e cristallo. Sopra, in un dialetto de ere passate, stava inciso:
“Nun c’è potere eterno in un popolo che non s’aricorda de sé.”
Aurelia mise la sfera dentro l’alloggiamento della macchina temporale . Le pareti tremarono. Le luci se accesero. Poi, all’improvviso, tutte le radio de Roma esplosero de voci.
Le trasmissioni se spezzarono come vetro.
Nelle piazze, nei rifugi, nelle torri, sui ponti de ferro e ne li mercati neri, la gente sentì la stessa voce.
“Popolo de Roma,” disse Sarpi, in diretta da sotto terra, “ve stanno a mentì da anni. Ve hanno detto che er sacrificio era necessario. Ve hanno detto che la fame era disciplina. Ve hanno detto che la guerra era sicurezza. Ma la verità è che loro so’ pochi, e noi semo tanti.”
Cosi all’improvviso le persone nascoste per anni nelle loro case iniziarono ad uscì. Prima una, poi dieci, poi migliaia.
Dalle finestre rotte saltarono fuori donne co’ le pentole in mano. I muratori lasciarono i cantieri militari. I ragazzini corsero sopra le macerie come se fossero gradini de festa. Pure li vecchi, che parevano spenti da tempo, alzarono la testa.
Dall’alto, li Signori dell’Orbita provarono a reagì. Mandarono droni, sirene, minacce. Ma la rete era già cambiata. Le armi automatiche se spensero, i cancelli se bloccarono, le torri de controllo passarono in mano ai tecnici popolari.
In strada, la ministra Livia parlava co’ la folla.
“Compagni, cittadini, fratelli! Nun ve promettemmo er paradiso. Ve promettemo fatica, pane da seminà, ponti da ricostruì, scuole da riaprì, ferite da curà. Ma oggi, questa è una certezza , finisce er tempo de l’umiliazione.”
Uno dalla folla gridò: “E i padroni?”
“Se ne vanno,” disse lei. “O impareranno a essere uguali a noi , o scompariranno.”
La piazza scoppiò in un boato.
Io guardavo quella marea de gente e me pareva impossibile che solo poche ore prima eravamo ancora chini sotto il gioco nemico . La fame c’era ancora, certo. Le case erano ancora sfondate. Le madri ancora contavano le razioni. Ma adesso c’era una cosa diversa nell’aria: la dignità.
Aurelia se mise accanto a me e disse piano: “Vedi? La liberazione nun arriva mai come un regalo. Arriva quando la gente decide di dire basta.”
“E mo’ che succede?” je domandai.
Lei sorrise, stanca ma viva. “Mo’ comincia er difficile. La libertà va nutrita ogni giorno, come ‘na pianta. Se la lasci sola, more. Se la curi, cresce.”
Sur tramonto de Roma, tra fumo e luce, i droni nemici caddero uno dopo l’altro come stelle comete . E la città, che pareva finita, ricominciò a respirare.
La guerra era stata lunga. La fame, crudele. La disperazione, quasi eterna.
Ma poi era giunta la liberazione.
E nun fu ‘na parola sola.
Fu er primo pane diviso in silenzio.
Fu er primo canto tornato pe’ strada.
Fu er primo popolo che, rialzato da terra, scoprì de potersi governa’ da solo.
E io, Tiberio , fattorino de un tempo maledetto, me ritrovai in mezzo a quella folla a pensà che, forse, la storia nun è fatta solo da chi comanda. A volte la storia la fa chi resiste. E, finalmente, chi se libera da solo dall’illusione della superiorità , del suo oppressore.