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LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS – EDIZIONE 2026 (REVISIONE EDITORIALE) Lettera I: Roma, Termini
A Lorenzo (mio fratello, il mio unico specchio)
Lorenzo,
ti scrivo da una panchina di cemento, che non accoglie ma regge i vivi.
Attorno: odore di caffè bruciato e giornate consumate prima di iniziare.
Ho comprato il biglietto. Non parto. Fuggo.
Roma non è più città. È un meccanismo: mastica idee e restituisce rumore.
Ho visto la mia generazione — o quella che mi ha sostituito. Rideva.
Felpe larghe, plastica al collo, telefoni alzati come preghiere senza dio.
Gridavano libertà senza accorgersi delle catene.
Li ho disprezzati. Sì.
“Non sapete nulla,” pensavo. “E vi sembra tutto dovuto.”
Poi uno di loro mi ha guardato.
Ha riso.
“Se ne va davvero,” ha detto.
Poi, quasi a sé:
“Magari scappa da qualcosa peggio di noi.”
Lorenzo, lì ho capito.
Non sono il problema. Sono l’esito.
Qui resta chi non pesa. Chi pensa troppo cade.
Chi sente viene limato.
Roma… dove mi stai portando?
Alla rovina elegante di chi pensa troppo per vivere.
Parto.
Non per cercare.
Per non diventare.
Se restassi, imparerei a vivere senza credere più a nulla.
E questo non è vivere.
Lettera II: Padula, il primo giorno
A Genoveffa
Genoveffa,
la Certosa non accoglie: misura.
Qui il silenzio non consola. Spoglia.
A Roma mi perdevo nel rumore. Qui resto scoperto.
Poi ti ho visto.
Non eri bella.
Eri inevitabile.
“Sei arrivato.”
“E adesso?”
“Vediamo se qui la verità si paga.”
Un mezzo sorriso.
“Qui costa più che a Roma. Solo che nessuno la compra.”
Tuo padre. Il ristorante. Il debito che non è denaro ma destino.
Poi lui: Capodiferro.
“Dice che il dovere regge il mondo.”
Pausa.
“Io non voglio essere tenuta così.”
Mi hai guardato senza difese.
“Vuoi salvarmi?”
Silenzio.
Hai risposto tu:
“No. Vuoi avere ragione.”
E lì ho capito.
Non ferisci.
Vedi.
Lettera III: Padula, Casa Maio
A Lorenzo
Vincenzo Maio pesa più di quanto parli.
Mani che hanno costruito tutto. E diffidano delle parole.
“Qui si vuole tutto,” dice, “ma non si paga niente.”
Non è rabbia. È constatazione.
Poi lei.
“L’amore è bello. Ma non tiene in piedi la vita.”
Non vende sua figlia.
Difende ciò che ha costruito.
E questo non si giudica facilmente.
Genoveffa ascolta.
Ma il suo silenzio non è attesa.
È direzione.
Lettera IV: Padula, le donne
Le donne parlano come se il mondo fosse già deciso.
“Viene da Roma.”
“Allora ha perso qualcosa.”
“O è stato perso lui.”
Sorridono.
Non per crudeltà.
Per certezza.
“Non resta,” dicono.
E basta.
Più tardi quei ragazzi.
Ridevano ancora.
E ho capito, senza volerlo:
loro non cercano senso.
io non posso farne a meno.
e non è forza.
è condanna.
Lettera V: Padula, Capodiferro
A Lorenzo
Capodiferro non comanda.
Organizza.
“Tu pensi,” dice, “io costruisco.”
Ordine, non orgoglio.
“Le idee non bastano. La gente deve vivere.”
È qui la frattura.
Io cerco verità.
Lui garantisce continuità.
E la continuità vince sempre.
Non perché sia giusta.
Ma perché dura.
Lettera VI: Padula, la scelta
A Genoveffa
Non hai parlato.
Hai solo teso la mano.
E lui l’ha presa.
Non era amore.
Era direzione.
“Tu bruci.”
“Io non posso stare nel fuoco.”
Non serviva altro.
La ragione pesa più del dolore.
Sempre.
Lettera VII: Padula, l’ultima
A Lorenzo
Non c’è stata scena.
Solo scelta.
E le scelte non fanno rumore.
Lei è andata.
Non per mancanza.
Per eccesso.
Io resto.
Non per attesa.
Ma perché il silenzio non mente.
Non sono vinto.
Sono intero nel punto in cui ci si perde.
SCENA DEL DUELLO
Alba.
Il campo è vuoto.
La luce non illumina: espone.
Capodiferro non ha fretta.
Nemmeno io.
“Non capisci.”
“Non devo capire. Devo scegliere.”
“Lei non è tua.”
“Nemmeno tua.”
Silenzio.
Il vento non prende posizione.
Non è un duello.
È una fine che prende forma.
Capodiferro cade.
Nessuna gloria.
Solo conseguenza.
“Lei tornerà.”
Io non rispondo.
Perché non serve.
LETTERA DI CAPODIFERRO
“Non hai vinto contro il mondo.
Hai vinto contro un uomo.
Il mondo non si rompe.
Si adatta.
E tu no.”
FINE
Jacopo non fugge.
Non si salva.
Non si uccide.
Siede.
E smette di spiegare.
Perché non c’è più niente da spiegare.
Resta solo il silenzio.