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ZERO FLOW
CAPITOLO 1: IL CORDONE OMBELICALE
(Baku, Azerbaijan. Centro Congressi Heydar Aliyev. Ore 20:45.)
L’aria condizionata nel salone delle feste era impostata a diciotto gradi, ma il Sottosegretario italiano sudava comunque. Non era il caldo umido che saliva dal Caspio a premere contro le vetrate di Zaha Hadid; era il peso di un’ipocrisia che costava miliardi. Si passò un fazzoletto di lino sulla fronte, cercando di non rovinare il nodo della cravatta marinella, mentre osservava il riflesso della sua delegazione nei marmi neri del pavimento. Parevano spettri vestiti a festa.
Davanti a lui, le medaglie del generale Ilhamov, braccio destro di Aliyev, brillavano sotto i lampadari di cristallo quanto il caviale Beluga servito in coppe d'argento. Il generale lo fissava con la benevolenza di un predatore sazio.
«Il gas è pace, caro amico,» disse il generale, facendo roteare un cognac da cinquecento dollari nel cristallo pesante. Il suono del liquido contro il vetro era l'unico rumore udibile oltre al brusio di sottofondo delle altre delegazioni. «Voi ci date la legittimità diplomatica, noi vi diamo il calore nelle vostre città grigie. Un patto onesto, non trova?»
Il Sottosegretario annuì con un vigore quasi servile. Il protocollo "Operazione Bingo" stava funzionando alla perfezione: la "Metamorfosi di Giorgina" a Roma aveva dato i suoi frutti. Il governo, un tempo incendiario, sovranista e pronto a barricate contro l'Europa, ora sedeva composto a quel tavolo imperiale. Avevano barattato l'identità con la stabilità dello spread. Non contava se a pochi chilometri da quel salone il Nagorno-Karabakh veniva svuotato dai suoi abitanti in una pulizia etnica silenziosa; in quella stanza contavano solo i metri cubi che fluivano nel TAP.
«L’Italia è un partner affidabile,» rispose il Sottosegretario, ripassando mentalmente lo script preparato da Gajani. «I mercati sono tranquilli perché noi siamo diventati il ponte tra la vostra energia e il bisogno del continente. La nostra leader è stata chiara: la Realpolitik viene prima dei sentimentalismi. Siamo qui per restare, Generale.»
Ilhamov sorrise, un movimento meccanico delle labbra che non raggiungeva gli occhi neri come il petrolio del suo paese. «Ottimo. Perché il prezzo del silenzio è appena aumentato. Ma sono certo che il vostro contabile troverà il modo di far quadrare i conti tra una voce di bilancio e l'altra.»
(Milano, Piazza Affari. Ore 21:12.)
Trenta piani sopra l’asfalto ancora tiepido di Milano, nel loft schermato del Comitato, il silenzio era rotto solo dal sibilo costante dei sistemi di raffreddamento dei server. L’Architetto stava in piedi davanti alla vetrata guardando le luci della città che si stendevano verso l’orizzonte.
Alle sue spalle, la Hacker non staccava gli occhi dai sei monitor curvi. Su uno di essi, il flusso del TAP era una linea verde che pulsava con una regolarità quasi biologica. Su un altro schermo, apparivano in sequenza i flussi finanziari criptati della "Leopardo" e i movimenti sospetti di Borsetto, l'uomo che aveva trasformato la Difesa nel bancomat privato della nuova economia di guerra.
«I russi stanno usando Baku come un paravento per aggirare le sanzioni, i sauditi stanno pompando come disperati per tenere in piedi i loro castelli di sabbia e i nostri amici a Roma stanno lucidando le medaglie di un esercito che ormai serve solo a fare la guardia ai tubi,» disse la Hacker senza voltarsi, le dita che danzavano su una tastiera meccanica con un ticchettio ipnotico. «Il 'Circolo del Cazzo' è arrivato al punto di non ritorno. Sono tutti convinti di aver vinto.»
L’Architetto si voltò lentamente. Il suo volto era una maschera di indifferenza statistica. Non c'era odio nei suoi occhi, solo la freddezza di un ingegnere che deve smantellare una macchina obsoleta.
«Hanno costruito un intero sistema di potere basato sulla combustione di dinosauri morti, convinti di poter ricattare il futuro per sempre,» mormorò. «Non hanno capito che la loro 'Realpolitik' è solo una proroga di sfratto firmata col sangue degli altri.»
Controllò l’ora sull’orologio atomico a parete. I numeri rossi scorrevano implacabili. Mancavano trenta secondi alla mezzanotte del vecchio mondo.
«La Metamorfosi è completa,» continuò l’Architetto. «I politici hanno fatto la loro parte: hanno spostato i soldi dei contribuenti dalla sanità alle armi, hanno blindato le frontiere e hanno rassicurato Bruxelles. Il terreno è solido, le infrastrutture sono sotto il nostro controllo digitale. Adesso, togliamo loro la terra sotto i piedi.»
La Hacker poggiò l’indice sul tasto Invio. Non era un tasto rosso da film d'azione; era un tasto grigio, opaco, consumato da anni di simulazioni.
«Operazione Zero Flow in corso,» mormorò lei, con un tono quasi dolce.
Sul monitor principale, la linea verde che rappresentava il battito cardiaco energetico dell'Europa ebbe un sussulto improvviso. Poi, con una fluidità elegante e terrificante, iniziò a curvare verso il basso, precipitando verso lo zero.
300 bar. 200 bar. 50 bar.
A Baku, nel bel mezzo del banchetto, il silenzio cadde improvviso come una mannaia. Il telefono del generale Ilhamov iniziò a vibrare furiosamente sul tavolo di marmo, seguito a ruota da quello del Sottosegretario e di tutta la delegazione italiana. Le facce ciniche che un minuto prima brindavano al futuro iniziarono a cambiare colore, diventando pallide come la polvere.
L’Architetto guardò Milano dall'alto, mentre le prime borse asiatiche iniziavano a ricevere i dati del collasso.
«Tra tre ore, quando il panico avrà divorato i mercati e la gente inizierà a sentire il freddo nelle ossa, gli venderemo il sole e il vento come se fossero la salvezza divina. E questa volta, i rubinetti li avremo noi. E non si chiuderanno mai più.»
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CAPITOLO 2: L'ALGORITMO DELLA FAME
(Roma, Palazzo Chigi. Ore 03:45.)
Il silenzio di Roma, fuori dalle finestre di Palazzo Chigi, era un silenzio malato. Non era la quiete rigenerante della notte, ma l'attesa statica di un organismo che ha smesso di respirare. All'interno, l'aria era diventata pesante, satura di fumo di sigarette elettroniche e dell'odore metallico dei server surriscaldati.
Giorgina sedeva alla capotavola della sala riunioni, la stessa dove poche settimane prima aveva celebrato l'ennesimo "accordo storico" per la sicurezza energetica. Ora, quella sicurezza si era sbriciolata sotto i colpi di un algoritmo invisibile.
«Quindi mi state dicendo che l'esercito non può fare nulla?» chiese lei, fissando Borsetto.
L'uomo della Difesa scosse la testa, le dita che tamburellavano nervose sul tavolo di mogano. «Possiamo presidiare le centrali, possiamo mettere i blindati davanti ai ministeri, ma non possiamo sparare a un software, Giorgina. La Leopardo dice che il codice di blocco è criptato con una chiave a 2048 bit. Per craccarlo servirebbe un supercomputer che non abbiamo, o cinquant'anni di tempo. E noi non abbiamo né l'uno né l'altro. Tra sei ore le acciaierie del Nord si fermeranno. Tra dodici, salterà la rete di distribuzione elettrica nazionale perché non c'è abbastanza carico per bilanciare il calo del gas.»
Il ministro dell'economia interruppe il silenzio con un colpo di tosse secca. «Le agenzie di rating hanno già preparato il declassamento a 'Junk'. I mercati asiatici stanno vendendo i nostri titoli di Stato come se fossero carta straccia. Se non troviamo una fonte di energia alternativa entro mezzogiorno, lo Stato non avrà più i soldi per pagare nemmeno le pensioni di domani. Il 'Sistema' che abbiamo protetto fino a ieri ci sta mangiando vivi.»
(Milano, Piazza Affari. Ore 04:20.)
Nel loft del Comitato, l'Architetto stava sorseggiando un tè verde guardando i feed satellitari di Baku e Riad. Le immagini in bianco e nero mostravano colonne di fumo che salivano dai centri di comando. Il "Grande Reset" era in fase avanzata.
«Guarda lì,» disse la Hacker, indicando un quadrante. «A Baku le guardie presidenziali stanno caricando i SUV con i lingotti d'oro. Aliyev ha capito che senza il flusso di cassa dell'Europa, la sua polizia non vale più del fango che calpesta. È la fine del fascismo fossile.»
«Non è la fine del fascismo,» corresse l'Architetto con un tono quasi didattico. «È solo il cambio della sua architettura. Il potere che si basa sulla materia è fragile. Il potere che si basa sull'accesso è eterno.»
Posò la tazza e si sedette davanti al terminale criptato. «È ora di fare la nostra offerta. Chiama Palazzo Chigi. Chiedi della leader. Digli che il Comitato Green ha una proposta che non possono rifiutare. Digli che abbiamo noi il 'Piano B' che hanno sempre sognato di avere.»
(Roma, Palazzo Chigi. Ore 05:10.)
Il telefono rosso sullo scrittoio di Giorgina squillò con una vibrazione che sembrò scuotere l'intero edificio. Lei rispose al terzo squillo, lo sguardo fisso su Borsetto e il ministro che trattenevano il respiro.
«Pronto?» la sua voce era un sussurro rauco.
Dall'altra parte, la voce dell'Architetto arrivò nitida, priva di qualsiasi inflessione emotiva. «Signora Presidente, sappiamo che il freddo sta arrivando. Sappiamo che i vostri partner orientali sono spariti e che i mercati vi stanno sbranando. Ma noi abbiamo una soluzione. Nei magazzini di Livorno e Genova ci sono quarantamila unità di stoccaggio energetico a stato solido e cinquemila micro-generatori a idrogeno di nuova generazione. Tecnologia 'congelata' per anni dai vostri amici petrolieri.»
Giorgina strinse la cornetta fino a farsi sbiancare le nocche. «Chi siete? E cosa volete in cambio?»
«Vogliamo solo l'efficienza,» rispose l'Architetto. «Vogliamo la gestione esclusiva e perpetua della rete intelligente nazionale. Vogliamo che la politica smetta di occuparsi di energia e lasci fare a chi sa gestire i dati. In cambio, riaccenderemo il Paese in sei ore. Niente più ricatti russi, niente più capricci azzeri. Solo energia pulita, controllata da noi. Firmate il decreto di emergenza che vi abbiamo appena inviato via mail. Avete dieci minuti prima che l'oscurità diventi definitiva.»
Giorgina guardò i suoi ministri. Erano pallidi, sconfitti, svuotati di ogni pretesa sovranista. Il "Bingo" era finito. Il Comitato aveva vinto senza sparare un colpo, trasformando la svolta verde nel colpo di Stato più silenzioso della storia.
«Ministro,» disse lei con un filo di voce, «controlli la mail. E prepari la penna.»
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CAPITOLO 3: L'ECLISSI ILLUMINATA
(Roma, Piazza del Popolo. Ore 12:00.)
Il sole di mezzogiorno colpiva l’obelisco, ma per la prima volta nella storia moderna, la città non ne aveva bisogno per vedere. Mentre i telegiornali di tutto il mondo parlavano ancora del "Miracolo di Roma", le strade erano invase da una folla euforica. La gente ballava accanto ai grandi generatori bianchi e silenziosi che i camion del Comitato avevano posizionato in ogni quartiere durante l'alba.
Non c’era più l’odore acre dei tubi di scappamento. Non c’era il ronzio delle vecchie centrali. C’era solo un sibilo elettrico, quasi celestiale.
Sul palco allestito in fretta e furia, Giorgina apparve radiosa, circondata dal suo cerchio magico. Aveva ripreso il colore in viso, indossando il suo miglior abito istituzionale. Accanto a lei, Gajani sorrideva alle telecamere internazionali, raccontando come la "diplomazia del buonsenso" avesse salvato l’Europa dal collasso.
«Abbiamo spezzato le catene!» urlò Giorgina alla folla, e la sua voce, amplificata dai nuovi sistemi del Comitato, sembrò far vibrare l’aria stessa. «L’Italia non è più schiava dei ricatti dei dittatori! Oggi inizia l’era della sovranità tecnologica!»
La folla esplose in un boato. Nessuno si chiedeva da dove venissero quei generatori. Nessuno si chiedeva perché il decreto firmato alle cinque del mattino avesse ceduto la gestione della rete nazionale a un fondo privato anonimo per i prossimi novantanove anni. Il calore era tornato, le luci erano accese, e questo bastava a seppellire ogni domanda.
(Milano, Piazza Affari. Ore 12:15.)
Nel loft, l’Architetto e la Hacker guardavano la scena su un muro di schermi. Il volto della leader, proiettato in 4K, sembrava una maschera di cera.
«Recita bene la sua parte,» commentò la Hacker, facendo scorrere i dati del nuovo monopolio. «Il novantotto per cento della popolazione approva il 'Piano di Salvezza Nazionale'. Abbiamo trasformato un sequestro di persona in una festa di liberazione.»
L’Architetto sorseggiò il suo caffè, lo sguardo fisso sui grafici del consumo energetico. Ogni chilowattora erogato ora passava attraverso i loro server. Ogni casa, ogni fabbrica, ogni ospedale era ora un nodo della loro rete. Potevano spegnere un’intera regione con un click, se il tasso di fedeltà al sistema fosse sceso sotto la soglia di guardia.
«I politici sono ottimi testimonial,» rispose l’Architetto. «Dagli una medaglia e un microfono, e convinceranno il gregge a entrare nel recinto convinti che sia un resort. Guarda Borsetto.»
Sullo schermo, l’uomo della Difesa stava stringendo la mano a un tecnico del Comitato vestito con una tuta bianca asettica.
«Borsetto crede di aver vinto perché i suoi nuovi droni ora volano a idrogeno,» continuò l’Architetto. «Non ha capito che i droni appartengono a chi gestisce il segnale, non a chi firma l'acquisto. Lui e il Contabile sono solo i custodi della nostra nuova proprietà.»
(Baku, Azerbaijan. Rovine del Centro Congressi. Ore 14:00.)
Mentre l’Italia festeggiava, il vecchio mondo bruciava. Le immagini satellitari mostravano le pipeline del TAP sventrate, non da bombe, ma dalla pressione interna che il software aveva fatto impazzire prima di chiudersi per sempre. Il generale Ilhamov era stato avvistato l'ultima volta su un elicottero diretto verso il nulla. Senza il "Circolo del Cazzo", senza i soldi che fluivano dai rubinetti europei, l'impero fossile era evaporato come nebbia al sole.
Il "Grande Reset" era stato chirurgico. Trentacinque regimi erano caduti o stavano crollando sotto il peso dei loro debiti e delle loro popolazioni affamate, private della protezione occidentale.
(Roma, Ufficio del Sottosegretario. Ore 18:00.)
Gajani sedeva alla sua scrivania, circondato dai resti del buffet della vittoria. Il telefono squillò. Non era la linea del Ministero, ma il cellulare criptato che gli avevano consegnato all'alba.
«Sì?» rispose con cautela.
«Gajani,» la voce dell'Architetto era gelida. «Abbiamo notato che nel tuo ultimo discorso hai accennato a una possibile regolamentazione dei prezzi per le fasce deboli. Non farlo più.»
Gajani sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Ma... la gente si aspetta che lo Stato...»
«Lo Stato non esiste più, Gajani. Esiste l'infrastruttura. E l'infrastruttura siamo noi. Tu continua a sorridere e a tagliare nastri. Al resto pensiamo noi. Buona serata, Sottosegretario.»
La linea cadde. Gajani guardò fuori dalla finestra. Roma brillava di una luce bianchissima, artificiale, perfetta. Era bellissima. Era pulita. Era una prigione a cinque stelle alimentata a idrogeno.
L’Architetto, a Milano, spense l'ultimo monitor. La transizione era completa. Il fascismo dei bruti era stato sostituito dal fascismo de
i lucidi. Il mondo era salvo. Il mondo era loro.
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