213 anno della cosiddetta Nuova Era.
Come ogni primo giorno di autunno, il vettore a vapore di mezzogiorno, diretto all' Accademia Maggiore di Hessaygon, era preso d’assalto. La fila per i controlli in entrata si snodava dalle mura del vecchio molo fino alla bottega del “Sorcerer”, un mio vecchio amico, un tale convinto di essere l’ultimo discendente di Nazzar l'artefice, a cui facevo spesso visita per vedere alcuni suoi artefatti antichi e non. Spesso erano patacche. Ma talvolta, tra la robaccia che spacciava per antichità di lusso, saltava fuori qualcosa di interessante; come quell'arrugginita bussola ritrovata da non so chi nelle paludi di Evergladon, che mi ha rifilato in cambio di 100 monete di bronzo… Ancora devo capire come aprirla, mah. Maledetto, dovrei smetterla di fermarmi da lui...
L’Accademia si trova sull’isola centrale del più grande lago-mare del continente Edua: l’isola, ricorda la forma di un’ urna da sepoltura, abbozzata alla base, con due anse formate da cordoni di sabbia. Tre insediamenti sono presenti sull’isola, L’Approdo, un piccolo porto con alcune botteghe; la Fortezza dell'antica milizia e l’Accademia. Dieci piccoli isolotti circondano l'isola Maggiore, ma solo un paio sono (scarsamente) frequentati dagli abitanti, e sono per lo più adibiti a sede di sperimentaziono sul campo.
Ad ogni modo, arrivati all’imbarco, tutti i maghi diretti all’accademia dovevano passare due volte dal punto di controllo, (questo per via della storia della ribellione degli Amelvoriani, vi spiegherò tutto più avanti), girare attorno al Flux scanner, e risultare negativi; poi potevano proseguire. Tutto questo rallentava le operazioni di imbarco; io, come sempre in ritardo, ero atteso a mezzogiorno nella sala principale della sezione “Artefatti, Minerali e Fossili” dell’Accademia, dove mi aspettava una delegazione di Commissari provenienti da Terraponte, l'effervescente città degli inventori di Hessaygon ovest, inviati direttamente dall’Alto Consolato a chiedermi... cosa? Ehm.. Non mi era dato saperlo.
Nella lettera arrivata via AEther, non era stato specificato il motivo della loro visita, ma aveva impresso sopra un sigillo Triplostellato: avrebbe aperto loro qualsiasi porta.
Il viaggio per arrivare all’approdo durava circa tre ore, tempo che la maggior parte delle volte impiegavo dormendo, ma non quella mattina. Il pensiero di trovarmi davanti a una commissione di Terraponte, intenta a inquisire il mio lavoro, mi aveva messo un tarlo in testa dal quale non riuscivo a liberarmi.
Sapevo che la loro visita avrebbe avuto a che fare col mio ultimo viaggio a Palmitta, l'inverno scorso; si era infatti sparsa la voce su quello che avevo trovato laggiù, tra le antiche rocce del cammino dei Primi Nomadi. Non mi andava a genio che la notizia si fosse diffusa in quattro e quattr'otto, soprattutto senza il mio consenso. Ma si sa, tenere segreta una notizia così all’accademia è alquanto utopistico; qui anche le pareti hanno le orecchie!
-Buongiorno...- Mi sentii dire in coro con tono di rappresentanza.
Erano in sei, messi a due a due sulla scalinata dell’ingresso principale dell’accademia. Al centro del gruppo, come una sequoia fra i ciliegi, spiccava un giovane Elfo Amelvoriano: almeno una spanna più alto degli altri, aveva indosso una lunga veste rossa e blu, ricami d’oro sulle maniche e un paio di scarpe di velluto verde a punta. Teneva tra le mani un quaderno, o un diario, o comunque un manoscritto antico. Aveva la copertina segnata dal tempo, ma le pagine parevano nuove, bianche, non scritte; quanto meno risultavano compresse l’una sull’altra, come quelle di un libro nuovo.
Gli altri cinque erano umani, quattro uomini e una ragazza, di bassa statura, tutti in vesti nere e grigie. Erano consiglieri del Consolato, alcuni di loro forse padroneggiavano le arti magiche. Se ne stavano lì in piedi, immobili come sculture. Tutto questo mi rendeva nervoso.
-Scusate il ritardo, ma al porto è stato un bagno di folla. - Risposi al saluto.
-Signor Tooth. Piacere di incontrarla- Disse l'elfo scendendo un gradino.
- Benvenuti all'accademia di Hessaygon. - Allungai la mano in segno di saluto, ma fui prontamente respinto.
-Errovan di Terraponte. Nessun contatto fisico, grazie.- Mi disse.
Era un lontano parente del famoso Harragan il Viandante, scomparso decine di anni prima, lo avrete, forse, sentito nominare... Fu famoso il suo,“Veto alla cerimonia dei nove impressi”.
Feci un respiro profondo, poi, con lo sguardo rivolto alla torre dell'orologio, gli dissi:
-Venite, vi faccio strada per il mio studio, ormai la sala principale della sezione di "Artefatti" sarà chiusa.-
Era pomeriggio inoltrato, pertanto fui costretto ad accoglierli nel mio studio privato.
In fila indiana, mi seguirono per i corridoi dell’accademia. Decisi di passare per le sale espositive delle Bestie Ancestrali, così, tanto per distrarli un po':
- Sulla destra, potete vedere parti dello scheletro di un dinosauro antico delle piane di Evergladon, mentre più avanti, risiede il cranio, quasi completo, di uno degli antichi draghi reggenti.- Enunciai loro qualche nozione scientifica, poi aumentando il passo, puntai dritto alle scale per i laboratori e gli studi.
Due rampe di scale, porta a sinistra, corridoio in fondo, il mio studio. Aprii la porta e feci accomodare i miei ospiti. Avevo una sola sedia, su cui si sedette Errovan, ovviamente era il loro capo, si era capito fin da subito. Sulla scrivania avevo un mucchio di documenti provenienti dalle alte sfere, accanto ad essi, la cartina ancora incompleta delle montagne di Palmitta. La luce filtrava dalle finestre socchiuse mettendo in risalto la polvere presente nella stanza, ultimamente non passavo molto tempo nel mio ufficio, bensì ero diventato un assiduo frequentatore della sezione della biblioteca dedicata alla conservazione degli antichi gioielli.
Varie voci di corridoio si rincorrevano su cosa stessi cercando, se fosse collegato al mio recente viaggio a Palmitta, oppure, se fossi stato solo a corto di ricerche degne di pubblicazione. Fu inevitabile. Tutto questo chiaccherare tra i saloni attirò l’attenzione dei vertici dell’Accademia, che mi convocarono poco tempo dopo all’Adunanza dei cinque, dove, sotto una, diciamo, non troppo sottile minaccia, fui costretto ad ammettere la mia scoperta. Mi proibirono di farne parola e di diffondere informazioni, consentendomi comunque di proseguire le ricerche, seppur mantenendo una certa discrezione. Ma la discrezione, in ambito accademico è un concetto un po' vago. Non passò molto tempo che la notizia raggiunse la terra ferma, finendo quindi per risuonare alle orecchie del consolato di Terraponte.
Non mi ero ancora seduto alla mia poltrona, che mi ordinarono di raccontargli tutto, dall’inizio, per filo e per segno. Era ormai pomeriggio inoltrato e tentai inutilmente di rimandare l’intervista (interrogatorio in realtà) al giorno seguente, così da poter preparare almeno qualche frase di circostanza da potergli rifilare. Erano inamovibili. Posai la mia borsa di pelle, con calma mi sedetti, e senza oppormi (sarebbe stato inutile e forse pericoloso), iniziai il mio racconto, dal principio.
In quel momento, Errovan, aprì il tomo che teneva tra le mani. Una polvere si innalzò da quelle bianche pagine, e l'aria dell'intera stanza, si impregnò di un odore di muschio e legno bagnato.
Il Geomante di Hessaygon/Capitolo 1 testo di Kanzio