Capitolo 14 + Capitolo 15 + Capitolo 16 + Cap 17

scritto da Beppe Tritone
Scritto 2 mesi fa • Pubblicato 2 mesi fa • Revisionato 2 mesi fa
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Autore del testo Beppe Tritone
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In cui il giornalista diventa scomodo e il paese abbassa la voce + In cui la pressione sale e il vino non basta più + Della voce che parla troppo tardi, ma abbastanza + In cui la colpa cerca un indirizzo e non lo trova
- Nota dell'autore Beppe Tritone

Testo: Capitolo 14 + Capitolo 15 + Capitolo 16 + Cap 17
di Beppe Tritone

Gino Balocchi capì di essere diventato scomodo quando, entrando al Dopolavoro
Ferroviario, nessuno gli chiese cosa beveva.
Era un segnale grave.
A San Pellegrino si può non salutare, non pagare, non ricordare i morti.
Ma il bere si chiede sempre.
Si sedette lo stesso. Ordinò da solo. Il vino arrivò, ma senza commenti. Anche il vino sembrava
imbarazzato.
«Stai scavando,» disse Donato senza guardarlo.
«È il mio mestiere,» rispose Gino.
«No,» disse Donato. «Il tuo mestiere è raccontare quando è finita.»
Gino sorrise, ma non per allegria.
Il paese aveva cominciato a fare quello che fa sempre quando qualcosa lo riguarda
troppo: minimizzare.
Non si parlava più del morto, ma del freddo.
Non delle carte truccate, ma del tavolo storto.
Non del passato, ma di quanto “una volta si stava peggio”.
Il commissario Passalacqua lo chiamò nel pomeriggio.
«Forse,» disse con cautela, «non è il caso di riaprire vecchie storie.»
«Non le sto riaprendo,» rispose Gino. «Le sto lasciando aperte.»
Passalacqua sospirò.
Era un uomo che amava le cose chiuse: casi, confini, parentesi.
«Il paese non vuole,» disse.
«Il paese non sa cosa vuole,» rispose Gino. «Vuole solo non pensarci.»
Quella sera, tornando a casa, Gino trovò la porta socchiusa. Niente era stato toccato, ma qualcuno
aveva spostato il taccuino. Solo quello.
Messaggio chiaro: abbiamo capito cosa stai facendo.
Gino si sedette, bevve, e scrisse lo stesso.
Perché a un certo punto, in ogni paese piccolo, qualcuno deve smettere di ridere.
E qualcuno deve continuare a scrivere.

La pressione a San Pellegrino in Alpe non esplode mai.
Scricchiola. Come le travi vecchie, come i denti quando cambia il tempo.
Al Dopolavoro Ferroviario si beveva più piano. Non per moderazione, ma per ascoltare meglio. Le
carte scivolavano senza entusiasmo. Nessuno rideva quando non doveva.
Gino Balocchi era diventato un oggetto ingombrante. Lo spostavano con gli sguardi.
«Non è giusto,» disse qualcuno.
«Non è il momento,» disse qualcun altro.
«Lascia stare,» dissero tutti, in modi diversi.
Il commissario Passalacqua ricevette una telefonata dalla prefettura. Non gli dissero niente di
chiaro, ma il tono era quello giusto: non fare domande che non hanno risposta amministrativa.
Passalacqua capì che stava per succedere una cosa che non sapeva gestire: qualcuno avrebbe
parlato senza autorizzazione.
E infatti parlò Nello detto “Tre di Bastoni”, che non ricordava mai le carte ma ricordava tutto il
resto.
Lo fece tardi, quando il vino aveva già deciso per lui.
«Non era il primo,» disse a voce troppo alta.
Poi si fermò.
Poi bevve.
Poi continuò.
«Dieci anni fa… non abbiamo riso. Abbiamo fatto finta di niente.»
Silenzio.
Uno vero. Quello che non chiede permesso.
Gino non disse nulla.
Aspettò.

Nello parlava guardando il tavolo, non le persone. Come si fa con le colpe condivise.
«Barava,» disse. «Come l’altro. Ma quello… quello aveva capito che qui si può vincere solo se perdi
un po’.»
Nessuno lo interruppe. Era una regola non scritta: quando qualcuno confessa senza volerlo, si lascia
finire.
«Gli abbiamo fatto capire che non era il benvenuto. Senza dirlo. Con le risate. Con le battute. Con lo
stare in mezzo.»
Gino sentì il nodo stringersi.
Non era un segreto.
Era un’abitudine.
«Se n’è andato,» concluse Nello. «E abbiamo pensato fosse finita.»
Il commissario Passalacqua prese appunti che non avrebbe mai usato.
«Questa volta,» disse Gino piano, «non è andata così.»
Nello annuì.
«No. Questa volta qualcuno ha seguito il gioco fino in fondo.»
Fuori, il confine restava immobile. Come quando sa di essere osservato.
Gino tornò a casa e scrisse fino a tardi. Non per il giornale. Per memoria.
Perché certe storie, se non le fermi sulla carta, tornano a giocare.
E non sempre perdono.

La colpa, a San Pellegrino in Alpe, fece quello che fanno tutte le cose scomode: cercò qualcuno a
cui appoggiarsi. Non trovandolo, rimase sospesa, come nebbia senza valle.
Il paese iniziò a parlare di sistema.
Non di persone. Mai di persone.
«Era l’atmosfera.»
«Era il tavolo.»
«Era il vino cattivo.»
«Era il confine.»
Il confine, offeso, quella mattina si spostò di un paio di metri senza avvertire nessuno. Una mucca si
ritrovò emiliana controvoglia e protestò con dignità.
Il commissario Passalacqua convocò una riunione. Parteciparono in molti, ascoltarono in pochi.
«Non possiamo colpevolizzare un intero paese,» disse qualcuno.
«Infatti,» rispose Gino Balocchi. «Basta non assolverlo.»
Silenzio.
Era lì il problema: nessuno voleva essere colpevole, ma tutti volevano essere innocenti insieme.
Gino scrisse un altro articolo che non uscì. Titolo provvisorio:
“La mano che nessuno ha giocato”.
Perché la verità, ormai, non stava più nel colpo finale, ma in tutto quello che era venuto prima.
Nelle risate calibrate. Nei silenzi ben educati. Nel stare sempre un po’ di lato.
Quella sera, al Dopolavoro, si giocò senza soldi.
Solo per abitudine.
E Gino capì che il paese stava provando a fare la cosa peggiore:
andare avanti come se avesse imparato qualcosa.

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