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Il commissario Ermete Passalacqua arrivò sulla scena del
delitto con l’aria di chi sta entrando in una stanza dove non
è stato invitato e teme di rompere qualcosa di molto
costoso, tipo il silenzio.
Indossava il cappotto buono, quello da cerimonia e
scomunica, che a San Pellegrino si metteva solo per i
funerali importanti e per le nevicate improvvise di luglio.
Guardò il corpo come si guarda una cartina geografica
sbagliata: con sospetto.
«Allora,» disse schiarendosi la voce, «questo… dove stava
andando?»
Nessuno seppe rispondere. Il morto non aveva lasciato
biglietti, né testamento, né indicazioni stradali. Era lì e
basta, con un’espressione che suggeriva sorpresa mista a
una certa delusione, come se avesse ordinato un caffè
corretto e gli avessero portato una tisana.
Gino Balocchi osservava la scena appoggiato al
monumento ai Caduti, prendendo appunti e sorseggiando
qualcosa da una fiaschetta che, per ragioni di sicurezza
nazionale, non venne identificata.
Notò subito che il commissario evitava accuratamente di
oltrepassare la linea invisibile del confine.
«Commissario,» disse con la voce di chi ha già bevuto ma
non ancora capito perché, «il corpo è mezzo in Toscana e
mezzo in Emilia.»
Passalacqua sbiancò.
«Non può essere,» rispose. «I morti devono stare da una
parte sola.»
«E invece,» fece Gino, «questo è bipartisan.»
Il commissario chiamò rinforzi. Arrivò il vigile urbano, che a
San Pellegrino era anche postino, barbiere e arbitro di
bocce. Guardò il corpo, guardò il confine, poi concluse:
«Se lo spostiamo, qualcuno si offende.»
Decisione saggia. Il morto rimase dov’era.
Passalacqua iniziò a fare domande senza guardare nessuno
negli occhi, come si fa con le bestie nervose.
«Avete visto qualcosa? Sentito rumori?»
«Solo il vento,» disse una vecchia, «ma quello mente
sempre.»
Gino annotò.
Il vento mente: possibile titolo.
Intanto, qualcosa non tornava. Il morto indossava scarpe
nuove. Nuove davvero. A San Pellegrino nessuno aveva
scarpe nuove, a meno che non stesse per sposarsi,
scappare o mentire a lungo.
E poi c’era l’orologio: fermo alle 21:17. L’ora esatta in cui, la
sera prima, al Dopolavoro Ferroviario qualcuno aveva vinto
una partita a briscola con una mano impossibile.
Gino sentì l’idea arrivare piano, come una sbornia educata.
Forse il delitto non era nato nel bosco, ma attorno a un
tavolo.
Forse non era questione di confini, ma di carte.
Il commissario, soddisfatto di non aver capito nulla,
dichiarò il sopralluogo concluso.
«Domani,» disse, «sentiremo i testimoni.»
Gino sorrise.
I testimoni, a San Pellegrino, parlavano solo dopo il terzo
bicchiere.
E lui aveva già prenotato il tavolo.