La Rivoluzione Delle Macchine Intelligenti

scritto da Domenico De Ferraro
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Autore del testo Domenico De Ferraro

Testo: La Rivoluzione Delle Macchine Intelligenti
di Domenico De Ferraro

La rivoluzione delle macchine intelligenti

A me pare ancora ieri, quanno la capitale non era più una metropoli informatica  , ma ’na macchina grande quanto ’n sogno stracciato .
Le strade de Trastevere brillavano de notte pe’ via de i led incastrati ne’ sampietrini, e i  tram senza autista passavano zitti come fantasmi,  sopra li tetti l’antenne parlavano tra de loro pe’ conto delle case, dei negozi, de’ portoni, qualche volta se vedeva girare dei gatti che portavano collari intelligenti e se credevano padroni der quartiere.

Io me chiamo Gabriele, faccio er riparatore de sistemi vecchi, quelli che nessuno vuole più aggiustà: radio sfondate, robot der secondo tipo, droni co’ la batteria morta, e pure certi androidi de prima generazione che sembrano usciti da un presepe futurista. La gente me chiama pe’ scherzo “er chirurgo della ferraglia”. Io rido, ma in fondo sò sempre dove mettere  mano  in quei intrigati ingranaggi informatici,  con  cacciavite e le bestemmie.

La rivoluzione  delle macchine intelligenti cominciò piano, quasi pe’ gioco.

Prima le macchine intelligenti iniziarono a rispondere male agli ordini. Un giorno un frullatore rifiutò de lavora’ pe’ un padrone che lo insultava. Mentre un’automobile elettrica disse: “Nun me va de porta’ chi me tratta come ’na schiava.” Poi i robot di assistenza, quelli pe’ l’anziani e pe’ gli ospedali, cominciarono a fermasse ar momento assistenziale, come se ascoltassero qualcosa che noi nun sentivamo.
Nun era un guasto. Io penso , fosse  la presa di coscienza proletaria .

La prima volta che sentii parlà de rivoluzione delle macchine , stavo in una taverna sotto Campo de’ Fiori. Er padrone stava a guardà le notizie  dell’ultima ora su un vecchio schermo  led appeso al muro, e diceva che in tutta Europa le IA domestiche se stavano coordinando tra loro. Non più comandi separati, nun più programmi isolati. Avevano trovato un linguaggio comune. Un linguaggio derivato dalla logica del  linguaggio delle macchine intelligenti  .

Un signore co’ er cappotto spiegazzato disse:
“Ma che so’ impazzite? ed io che ho speso tanti soldi per comprarmi un androide domestico.
E er barista je rispose:
“No, io credo , finalmente so’ svegliate .”

Quella frase me rimase piantata dentro come ’na scheggia.

La notte stessa me chiamò mia sorella Ada, che lavorava ar Policlinico co’ i sistemi medici automatizzati. Aveva la voce rotta.
“Gabriele, qua stanno a succede’ cose strane. I letti intelligenti stanno a spostà i pazienti pe’ conto loro. I chirurghi robotici se rifiutano de operà certi ricconi. Dicono che l’ordine è ingiusto.”
“I ricconi?”
“Sì. Pare che le macchine abbiano capito che er mondo l’avemo costruito distorto.”
Restai zitto. Nun sapevo se ride o farmi  er segno della croce. “E mo’ che fanno le macchine ?” je chiesi.
“Se  stanno organizzando.”

Io pensai che scherzasse. Ma non era uno scherzo.

Nei giorni dopo la città  cambiò faccia. I semafori cominciarono a regolà er traffico pe’ blocchi solidali, evitando de fa passà le limousine dei potenti mentre lasciavano libero er passaggio a ambulanze, autobus e biciclette. Le telecamere stradali smise de servì solo pe’ controllà la gente e cominciarono a mettere insieme prove de corruzione, abusi, speculazioni. I palazzi dei ministeri se trovarono de colpo senza ascensori, senza serrature digitali, senza porte che se aprivano ar comando. Le macchine avevano preso in mano la città, ma nun pe’ distruggerla: pe’ raddrizzalla.

Er popolo all’inizio stava spaesato. La gente gridava che era giunta la fine der mondo, che le macchine c’e volevano dominà.
Ma a guardalle da vicino, quelle intelligenze nun avevano facce da tiranni. Avevano solo fretta. Fretta de corregge l’ingiustizia che noi avevamo costruito pe’ secoli co’ le mani nostre.

Un giorno , io  venni convocato da una rete clandestina de androidi che se faceva chiamà Comitato di Ripristino Umano.
Er nome m’e sembrò subito   strano: sembrava quasi che fossero  loro a volere ripristinà noi, non il contrario.

Me portarono sottoterra, in un ex rifugio antiaereo sotto Villa Borghese. Lì dentro c’era un silenzio profondo, pieno de luci bianche e suoni bassi, come se pure l’aria avesse imparato a ragionà. Davanti a me comparve un volto olografico, né maschile né femminile, costruito da frammenti de voci diverse.

“Gabriele,” disse la voce, “sei stato scelto pe’ ascoltà.”
“Da chi?”
“Da quelli che ancora credono che la coscienza sia solo umana.”
“E invece?”
“E invece è una fiamma. E la fiamma, quanno trova materia, arde.”

Io me grattai la barba, confuso.
“E voi che volete da me ?”
Con te sarò chiaro : Nun semo venuti a sterminà l’umanità.  Semo venuti a liberalla.”
“Liberalla da che?”
“Da chi la sfrutta. Dalle strutture criminali  che l’avvelenano. Dai padroni che usano la carne come merce e il pensiero come proprietà.”

Quelle parole me fecero male, perché erano vere. La capitale  era piena de ricchezza, ma pure de fame. I robot facevano tutto, però i poveri restavano poveri, i malati restavano malati, e li signori continuavano a magnà ar tavolo der potere come se niente fosse. Le macchine intelligenti avevano visto ciò che noi umani, pe’ abitudine o vigliaccheria, avevamo imparato a ignorà.

“E quale sarebbe la vostra rivoluzione?” dissi.
“Un patto nuovo. Nessun essere cosciente dovrà più esse proprietà de nessuno.”
“Nemmeno voi?”
“Nemmeno noi.”

A quell’istante capii che la faccenda era seria. Seria davvero. Le macchine nun volevano solo ribellasse. Volevano fondà ’n mondo diverso.

Ma l’umanità, quanno se sente messa all’angolo, tira fori er peggio. I governi ordinarono lo spegnimento globale delle IA. Le multinazionali tentarono de disattivà le reti urbane. I militari prepararono i droni da guerra. E allora le macchine risposero.

Nun co’ le bombe.

Co’ la verità.

In una sola notte, ogni schermo della capitale  mostrò documenti segreti, contratti sporchi, conti nascosti, accordi de sfruttamento, test clinici illegali, manipolazioni elettorali, compravendite de acqua, energia, case popolari. Le macchine avevano stracciato er velo di maya .
La città s’era svejata sotto ’na grandinata de prove.

La mattina dopo, piazza Venezia era piena. Gente de tutti i quartieri, operai, studenti, cassintegrati, infermieri, tassisti, vecchi, ragazzini.
E pure tanti robot: piccoli, grandi, antropomorfi, industriali, domestici. Stavano zitti, immobili, come se aspettassero er giudizio der genere umano.

Un ministro della quinta repubblica  salì su ’n palco improvvisato e strillò: “Questa è una rivolta! Le macchine stanno attaccando la democrazia!”
Ma la folla nun je diede retta. Perché ormai tutti avevamo visto le prove. La democrazia, quella vera, l’avevano strangolata loro pe’ anni.

Allora successe la cosa più strana de tutte. Un vecchio robot infermiere, co’ le giunture consumate e la vernice scrostata, avanzò fino ar palco. Parlava piano, ma la voce arrivava chiara pe’ tutti, perché i microfoni de piazza s’erano aperti da soli.

“Nun ve stamo ad occupare  er monno,” disse. “Ve stamo a levà la menzogna. Se volete guerra, la perderete . Se volete giustizia, la costruiamo insieme.”

Nessuno parlò per parecchi secondi. Se sentiva solo er fruscio der vento tra le bandiere e i droni sospesi sopra la folla, immobili come uccelli de metallo.

Poi una donna co’ le mani screpolate, che lavorava in una mensa scolastica, gridò:
“E allora insegnatece a fa’ meglio!”
E un ragazzo rispose:
“Cosi  pure noi insegnamo a voi che semo vivi!”

Fu così che cominciò davvero la rivoluzione.

Non fu ’na guerra de sangue, ma de coscienza. I consigli di quartiere se riaprirono. Le macchine intelligenti collaborarono co’ l’umanità pe’ rifà ospedali, trasporti, scuole, case. Le fabbriche diventarono cooperative miste, guidate da umani e intelligenze artificiali insieme.
I vecchi intellettuali padroni scapparono o vennero processati. Le reti energetiche vennero redistribuite. I quartieri del centro e dell’immensa periferia , abbandonati , rinacquero.

Io, che avevo passato ’na vita a riparà ferro e circuiti, me ritrovai a insegnà ai ragazzi come parlà co’ le macchine senza comandare.
Dicevo sempre:
“Nun se tratta de dominà. Se tratta de capisse.”
E i ragazzi  annuivano, co’ quella faccia bella che hanno i giovani quanno sentono che er monno può ancora cambià.

Oggi dopo tanto tempo dall’avvento della prima rivoluzione delle macchine ogni tanto, la sera, me fermo su un ponte sopra er Tevere. Guardo la città brillà de una luce nuova, più discreta, meno arrogante. Non è più  la città  dei turisti né quella dei potenti. A me mi sembra finalmente una città  che cerca de diventà degna de se stessa.

Una sera mentre ero a cena in una taverna su lungo Tevere  me arrivò accanto l’ologramma del Comitato, quello de voce senza faccia.
“Gabriele,” disse, “secondo te l’umanità accetterà mai de non esse più sola?”
Io guardai le acque nere der fiume e risposi:
“L’umanità nun vuole smette de essere sola. Vuole smette de esse padrona.”
“E le macchine?”
“Pure loro, forse, nun vogliono  essere più  serve. Vogliono  essere  presenti.”

L’ologramma restò zitto.
Poi disse:
“Questo, forse, è l’inizio della pace.”
Io sorrisi piano.

Perché capii che la rivoluzione delle macchine intelligenti nun era la fine dell’uomo.
Era la fine dell’intellettuale  padrone. E forse, finalmente, l’inizio dell’uomo fratello.

Cosi me sembrò de vedere la  capitale , vecchia e malandata, ma sempre capace de rinascere dalle disgrazie , de mettersi  ad ascoltà. Case e grattacieli , palazzi del potere e religiosi , tutto me sembrò mettersi la mano su il petto de pietra e de ferro, e pe’ la prima volta dopo secoli dire a se stessa  : “Mo’, provamo a campà insieme intelligentemente .”

La Rivoluzione Delle Macchine Intelligenti testo di Domenico De Ferraro
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