3 BERNARDA LA DEVOTA
«Dov’è Alessandra!» esclamò appena il domestico filippino ebbe aperto il portale della villa, entrando come un ciclone e continuando ad avanzare impettita come un ufficiale asburgico, pestando con forza i tacchi sul candido marmo di Carrara dell’ingresso.
«Che bella sorpresa, signora Bernarda, sono passati più di tre mesi dall’ultima volta che è venuta a trovarci», diceva, ansimando, il povero domestico, quasi correndo per seguire il passo militaresco della donna.
Era una vera impresa per lui, alto poco più di un metro e mezzo, seguire la lunga e svelta falcata della donna, alta più di un metro e ottanta.
Mettendo a confronto l’imponente fisico di Bernarda, con l’altrettanto imponente struttura fisica di Gino, veniva naturale chiedersi come avessero potuto mettere al mondo un figlio dal fisico tanto mingherlino e poco armonioso, da sembrare affetto da rachitismo.
Bernarda si arrestò improvvisamente al centro del salone d’ingresso, il domestico che la seguiva trafelato per poco non le finì addosso.
«Dov’è Alessandra?!» gli chiese in tono perentorio, girandosi di scatto.
«Giù… in giardino», rispose intimidito il domestico, indicando con la mano la porta a vetro attraverso la quale s’intravvedeva il parco.
Bernarda si voltò, guardò la porta e s’incamminò. Giunta sulla soglia vide Alessandra, seduta su una delle sedie di ferro in mezzo al prato, tormentare i tasti del cellulare.
«Portami la limonata fresca… con due bicchieri!» ordinò al domestico, prima di uscire, scendere la scalinata e raggiungerla in mezzo al prato.
«Ha mandato un messaggio?» le chiese, arrivandole alle spalle.
L’inconfondibile timbro vocale, corposo e mascolino, le fece capire a chi apparteneva la voce alle proprie spalle; senza alzare lo sguardo dal cellulare, continuando a pigiare sui tasti rispose con voce preoccupata: «Niente… mi sembra di impazzire, non riesco a mettermi in contato con lui».
Bernarda le accarezzò la testa e, passandole di fianco, si sedette alla sua destra. Rimase a guardarla qualche secondo mentre tormentava i tasti del cellulare, poi le disse: «Non insistere, non serve… deve averlo spento».
Alessandra gettò stizzita il cellulare in mezzo al prato e singhiozzando si domandò: «Dove può essere andato? Temo che gli sia successo qualcosa di terribile».
Bernarda la strinse a sé. «Non piangere, vedrai che tutto si risolverà prima di sera… Anch’io, come te, ero preoccupata dopo le lettere minatorie. Ieri sono stata in pellegrinaggio a Loreto, ho chiesto alla Madonna di proteggere mio figlio, sono sicura che lo farà», provò a rassicurarla, accarezzandole la schiena, con il tono convinto e convincente di chi possiede una ferrea fede.
Quelle parole, se non a convincerla, bastarono a far calare l’angoscia; si asciugò le lacrime e si ricompose, giusto in tempo per non mostrarsi prostrata davanti al domestico che si avvicinava reggendo il vassoio con la brocca della limonata e due bicchieri.
Bernarda versò la limonata nei bicchieri, ne porse uno ad Alessandra, poi prese l’altro e lo portò alla bocca, imitata subito dopo dalla nuora.
Posando il bicchiere guardò lontano. «Lui è là?» le chiese, indicando la collina con lo sguardo.
«Sì, quando gli ho detto che l’avrei chiamata, se n’è andato imprecando.»
Bernarda accennò un sorriso. «Gli faccio ancora così tanta paura», disse, quasi a compiacersene. Rifletté un attimo e si chiese: «Chissà come la vede lui la faccenda?»
«Rifiuta l’evidenza. Sa cosa ha avuto il coraggio di dirmi quando l’ho informato che Virginio non era salito sul volo per la Cina? Di non preoccuparmi, che era solo scappato su un’isola tropicale con l’amante e sarebbe tornato fra una settimana», rispose inorridita Alessandra.
«Tipico dell’uomo», commentò laconicamente, senza alterarsi, Bernarda. Chiedendole poi, fissandola negli occhi: «A proposito di uomini e amanti… quanto ti decidi a darmi un nipotino? Non sarai anche tu di quelle che pensano solo al piacere… Non è che per caso usate dei contraccettivi?»
Alessandra arrossì, abbassò lo sguardo e, con un filo di voce, rispose: «Ci stiamo provando… fino ad ora con scarso successo».
«Scarso?! Direi senza successo! Sono quasi dieci anni che siete sposati… datevi da fare!», la spronò, usando un tono che non ammetteva repliche.
«Stiamo facendo il possibile… Il ginecologo ha detto che è tutto a posto, di stare tranquilli, che quando meno c’è l’aspetteremo avremo una gradita sorpresa», replicò Alessandra, adombrandosi.
«Non rattristarti, ho chiesto alla Madonna di esaudire il tuo desiderio di maternità… sono certa che ascolterà le mie preghiere», la confortò Bernarda, con un tono partecipe e consolatorio.
Gino entrò in casa, attraversò il salone d’ingresso e quando giunse sul terrazzo le vide. “Eccole là. Sempre in forma la Bernarda… pregare le fa bene”, pensò ironicamente, prima di rimettere nel taschino il sigaro e scendere dalla scalinata.
Bernarda lo guardò avanzare, il suo sguardo non mostrava nessuna reazione emotiva. Attese che si fermasse davanti a lei, poi prese il bicchiere, lo portò alla bocca e, con calma esasperante, davanti allo sguardo irritato di Gino si mise a sorseggiare la limonata; mentre Alessandra osservava la scena senza fiatare, temendo uno scoppio d’ira da un momento all’altro.
Gino attese pazientemente che terminasse di bere e quando posò il bicchiere, indicando la sedia le chiese, usando un tono ironico: «Posso sedermi accanto a lei… signora?»
Bernarda non colse l’ironia. «Non sono venuta qua per ridere alle tue battute… Siediti e falla finita, abbiamo cose più importanti di cui parlare!» rispose irritata.
Gino si rabbuiò. “Oh, mio Dio, ora si ammazzano!” pensò Alessandra, guardando spaventata la mascella serrata di Gino.
Stranamente, Gino non reagì alla provocazione di Bernarda com’era solito fare: urlando come un ossesso. Respirò profondamente, il volto contratto si distese, si calmò e finalmente si sedette.
«Eccomi qua, di cosa dobbiamo parlare?» chiese con tono calmo e distaccato, come se quello che era accaduto non lo riguardasse.
«Di tuo figlio!» sbottò Bernarda.
Gino, ridendo sotto i baffi si complimentò con sé stesso per essere riuscito a irritarla. «Mio figlio oggi ha fatto felice suo padre… è scappato con l’amante!» sentenziò sarcastico, mantenendo una calma irritante.
«Basta! Non voglio più starla a sentire!» urlò Alessandra mentre, piangendo, si alzava di scatto.
Bernarda la afferrò per un braccio e la trattenne. «Non reagire alle sue provocazioni! Siediti e stai calma!» comandò in tono perentorio. Poi guardò Gino. «E tu finiscila di dire cavolate! Nostro figlio è fuori casa da ieri e nessuno sa dove sia finito… fai la persona seria e responsabile!» gli urlò in faccia.
Gino si ammutolì. Bernarda, soddisfatta, si rivolse ad Alessandra: «Il maresciallo, cosa ti ha detto?»
Con la voce ancora scossa, Alessandra rispose: «Ha detto che si sarebbe attivato, e appena avesse avuto notizie certe sarebbe venuto a riferirle».
Bernarda sospirò. «Allora, non ci resta che aspettare», tirò le somme in tono rassegnato.
Gino volse lo sguardo incupito verso la collina e non replicò. Alessandra, singhiozzando si chiuse in se stessa, e Bernarda, sbuffando si adeguò.
Un silenzio irreale accompagnò il tempo dell’attesa, trascorse circa un quarto d’ora prima che il maresciallo, accompagnato dal domestico, scendesse dallo scalone.
«Ecco il maresciallo… finalmente sapremo», annunciò Bernarda, mostrandosi tesa.
Alessandra, tremando di paura, guardò il maresciallo avanzare, cercando nel suo sguardo compunto, un accenno di sorriso foriero di buone nuove.
Gino guardò a sua volta, ma a differenza delle due donne, con sufficienza, senza mostrare tensioni o paure.
«Buongiorno signore… ciao Gino», salutò il maresciallo, permettendosi di dare del tu al compagno d’accanite partite a scopone scientifico.
«Si sieda, maresciallo», esordì Bernarda, indicando la sedia. «Gradisce una limonata fresca?» gli chiese poi, vedendolo togliersi il berretto d’ordinanza e asciugarsi la fronte con un fazzoletto.
«La ringrazio, una limonata fresca è quello che ci vuole con questo caldo infernale», rispose, sedendosi.
«Porta un bicchiere per il maresciallo!» ordinò all’indirizzo del domestico. Il quale si attivò immediatamente, dirigendosi spedito all’interno della casa. «Allora, cosa mi sa dire di mio figlio?» aggiunse subito dopo.
«Sul volo per la Cina, non è mai salito…»
«Lo sapevo, me lo sentivo che era successo qualcosa di grave… Oh, Dio, mi sento male!» lo interruppe Alessandra, appoggiando una mano sul petto.
«Non è questo il momento! Se non riesci a controllare le tue reazioni emotive, evitaci almeno le sceneggiate. Alzati e vai in casa!» la redarguì duramente Bernarda.
La dura reprimenda ottenne l’effetto voluto, Alessandra si calmò e, vergognandosi d’aver mostrato la propria debolezza, abbassò il capo e si tacque.
Gino, come se la cosa non lo riguardasse, osservava serafico la scena, e alla fine commentò, rivolgendosi al maresciallo: «Che bel campionario di caratteri femminili. Mi vien voglia di tornare in collina e lasciarti solo in mezzo a ‘ste due».
Il maresciallo non riusciva a raccapezzarsi. “Ma Gino, l’ha capito o no che suo figlio è sparito da più di ventiquattro ore?” pensò, osservando basito il volto per niente preoccupato dell’uomo.
«Falla finita anche tu! Non sono venuta per litigare, ma per avere notizie di mio figlio!» lo apostrofò Bernarda, fulminandolo con uno sguardo che era tutto un programma. Poi si rivolse al graduato: «Ci scusi, maresciallo, prosegua pure!» ordinò in tono militaresco.
Il maresciallo, sollevato dall’impaccio di dover replicare alla battuta di Gino, la ringraziò, prese un foglio dalla tasca della camicia, lo guardò; poi, mentre si apprestava a parlare, vide il domestico avvicinarsi con il bicchiere, allora attese che lo posasse sul tavolo. Bernarda, mentre il domestico si allontanava, versò la limonata nel bicchiere. «Beva, maresciallo», disse mentre posava la brocca sul tavolo.
«La ringrazio, signora Bernarda», rispose il maresciallo, prima di portare il bicchiere alla bocca e suggerne il fresco contenuto. «Dunque, stavo dicendo…» esordì dopo aver posato il bicchiere sul tavolo, mentre dava un’altra occhiata a quello che aveva scritto sul foglio. «Abbiamo controllato tutti i voli, nazionali e internazionali, decollati nella giornata di ieri… Poi abbiamo controllato se nei parcheggi dell’aeroporto ci fosse la sua macchina…» guardò il volto teso delle donne, poi, soffermandosi su quello enigmatico di Gino, concluse con tono partecipato: «Mi dispiace… Virginio non è mai arrivato all’aeroporto».
L’angoscia si manifestò pienamente sui volti delle donne. Gino si limitò a un pensieroso: «Uhm!»
Subito dopo il maresciallo cercò di infondere la speranza nei cuori di tutti i familiari; anche se, guardando Gino non riusciva a capire se ne avesse realmente bisogno: «Comunque non significa niente, potrebbe essere andato con la macchina oltre confine, in Svizzera, ed essersi imbarcato là… Abbiamo chiesto alla società del telepass di accertarsi se la macchina di Virginio fosse transitata da qualche loro varco, oltre che richiedere la lista degli imbarchi nella giornata di ieri all’aeroporto di Zurigo».
«Suvvia, maresciallo, non venirci a raccontare storielle in cui non credi nemmeno tu. Perché mai avrebbe dovuto andare fino a Zurigo a imbarcarsi, quando aveva già il biglietto e l’aeroporto a pochi chilometri da casa? Mica ci avrai preso per grulli?» commentò alla fine Gino, usando un tono ironico.
Il maresciallo non rispose. Ci pensò ancora una volta Bernarda a toglierlo d’impaccio: «Il maresciallo sa fare il suo mestiere… lascialo lavorare e risparmiaci le tue battute fuori luogo!»
«Come vuoi. Io però, un’idea ce l’avrei… Mi è consentito esprimerla?» domandò Gino, usando un tono serio, contrastante con lo sguardo leggermente ironico rivolto a Bernarda.
«Quale sarebbe la tua idea?» chiese interessato il maresciallo.
Gino volse lo sguardo, prima su quello sofferente di Alessandra, poi su quello interrogativo del maresciallo.
«Dio ci scampi, maresciallo, temo di sapere cosa le stia per dire», lo mise in guardia, contrariata, Alessandra.
«Visto che lo sai, vuoi dirglielo tu?» le chiese ironicamente Gino.
Alessandra scosse la testa, abbassò il capo e tornò a chiudersi nei suoi pensieri.
Soddisfatto, Gino iniziò ad esporre la sua teoria: «Come avevo già detto ad Alessandra, ero convinto che mio figlio si fosse, finalmente, fatto l’amante…»
«Basta! Non posso stare ad ascoltare simili menzogne!» urlò stridula Alessandra, balzando dalla sedia. Guardò per un attimo Bernarda negli occhi, prima di lasciarsi sopraffare dal pianto e subito dopo correre a chiudersi in casa.
«Non hai nessun rispetto per la moglie di tuo figlio! Sei una bestia! Vergognati!» lo apostrofò schifata Bernarda.
Gino non fece un plissé, e proseguì diritto per la sua strada: «Come ti stavo dicendo, maresciallo, ero convinto che mio figlio avesse detto a sua moglie che doveva recarsi in Cina per lavoro, per nascondere il vero motivo del viaggio: una settimana di piacere con l’amante in qualche isola tropicale. Ora mi stai dicendo che non è mai arrivato all’aeroporto… potrebbe comunque avere scelto di passare una settimana in un posto raggiungibile in macchina… Costa Azzurra o qualche altro luogo, non necessariamente al mare o all’estero».
Il maresciallo rifletté. «Mettiamo che sia andata così… Ma perché staccare il cellulare, mettendo così in allarme i familiari? Sarebbe stato logico rispondere, se voleva tenere in piedi la storia del viaggio in Cina», si domandò il maresciallo.
Gino scosse il capo. «Questo non lo saprei spiegare… Sei tu il detective, trova tu la soluzione.»
«La soluzione la trovo io! La storia dell’amante non regge, ho cresciuto mio figlio inculcandogli il cristiano rispetto per la famiglia… No, non avrebbe mai tradito sua moglie. Gino pensa che tutti gli uomini siano, come lo è lui, obbligati al peccato. Beh, lo devo deludere: nostro figlio è l’opposto del prototipo dell’uomo che lui sperava di inculcare nella sua mente», s’intromise Bernarda, cassando definitivamente l’ipotesi della fuga con l’amante.
«Con chi ha parlato Virginio prima di partire?» chiese il maresciallo.
«Con me, ieri mattina alle sei mi ha accompagnato su, al casale, ci siamo salutati, poi è partito per l’aeroporto… Almeno, così mi ha detto», rispose sicuro Gino.
«Come mai non sei andato su con la tua macchina?» chiese ancora il maresciallo.
Gino ebbe un moto di riso. «La sera prima avevamo fatto baldoria, su, al casale. Avevo bevuto un po’ più del solito e non ero in grado di guidare. Così, Enrico s’è offerto di accompagnarmi a casa. Sapevo che Virginio doveva partire il mattino seguente e ho pensato di appoggiarmi a lui per tornare su a ritirare la macchina.»
Il maresciallo annuì. «Bene, penso che per il momento non ci sia nient’altro da dire», tirò le somme, alzandosi dalla sedia. «Appena avrò altre notizie, v’informerò… Buongiorno, signora Bernarda… ciao Gino», concluse prima di andarsene.
«Come ti è venuto in mente di sputtanare tuo figlio e sua moglie agli occhi del maresciallo, inventandoti la storia dell’amante», lo rimproverò duramente Bernarda quando furono soli.
«Non mi sono inventato niente. Io continuo a credere che sia scappato con l’amante», confermò Gino, sorridendo sornione.
«Ti piacerebbe… ma non è così. Virginio ama veramente Alessandra, per lui il matrimonio è qualcosa di sacro, non la tradirà mai!»
«Si vede che in quello scricciolo ha trovato una donna capace di renderlo felice, di giorno… e, soprattutto, di notte», ribatté, stuzzicandola.
«La tua idea del matrimonio, è qualcosa di incredibilmente squallido!»
«E’ squallido chiedere alla propria moglie di rispettare i doveri coniugali?»
«E’ squallido chiederle di compiere atti contrari alla morale cattolica», precisò la devota Bernarda.
«Sai qual è il tuo problema?» insistette Gino. La fissò nello sguardo e proseguì: «Che in ogni tua risposta c’infili Dio… E questo potrei anche accettarlo: la fede può essere un pregio, il fondamentalismo, assolutamente no!»
«Dunque, sarebbe stato il mio fondamentalismo a rovinare il nostro matrimonio… Sapresti spiegare cosa intendi per fondamentalismo, o parli solo per dare fiato alla bocca?» chiese inviperita Bernarda.
Gino non si fece pregare: «Il tuo fondamentalismo è trattare Dio come un amante… non eravamo mai soli dentro quel grande letto… In mezzo a noi ci mettevi sempre Dio… Dio non vuole che facciamo questo… Dio non vuole che facciamo quest’altro… se eri innamorata follemente di lui, perché hai sposato me?»
«Non rimarrò un attimo di più ad ascoltarti bestemmiare!» proruppe sconvolta, alzandosi dalla sedia.
«Come tuo solito, quando la discussione tocca temi scottanti, rifiuti il confronto», concluse amaramente Gino, prendendo il sigaro dal taschino e rimettendolo all’angolo della bocca.
«Non ci può essere confronto con l’ignoranza atea e materialista!» chiosò con rabbia Bernarda prima di andarsene.
4 LE INDAGINI
Il mattino seguente Gino, seduto al medesimo posto, sfogliava nervosamente il Corriere.
«Niente!» esclamò, piegando il giornale prima di deporlo sul tavolo.
Guardò su, in direzione del casale. “Chissà come avrà passato la notte?” si chiese. Poi tornò a rimuginare sul perché la notizia del rapimento non fosse uscita sui quotidiani. “Potrebbe essere che, per un motivo o per un altro, non abbiano ancora consegnato la corrispondenza al giornale… Devo mantenere la calma, massimo entro domani tutto si chiarirà”, concluse, prendendo il mezzo sigaro dal taschino per rimetterlo in bocca.
Trascorse un'altra mezzora seduto in giardino a chiedersi se era il caso di fare un salto al casale. Quando si decise ad alzarsi, vide Bernarda e Alessandra avanzare verso di lui e tornò a sedersi.
«Qual buon vento di tempesta ti porta da queste parti?» chiese ironicamente a Bernarda.
«Metti da parte le tue spiritosaggini! Ha chiamato il maresciallo, dicendomi che sarebbe passato in villa a informarci su gli ultimi sviluppi del caso», rispose una preoccupata Bernarda.
«Ha telefonato anche a te?» chiese Gino, rivolgendosi a una terrorizzata Alessandra.
«Sì, ha chiamato poco fa, e mi ha pregato di avvertirla che sarebbe passato da noi», rispose con un filo di voce Alessandra.
«Bene. Ora che l’hai fatto, sarebbe meglio che ti ritirassi», replicò seccato Gino.
«La vuoi smettere di trattare Alessandra come una bambina… o peggio, come la cameriera?! E’ la moglie di nostro figlio e ha tutto il diritto di restare ad ascoltare cosa deve dirci il maresciallo!» sbottò Bernarda, esasperata dal comportamento indisponente di Gino.
Gino sbuffò. «Lo facevo per il suo bene. Se poi dovesse stare male, non venite a dirmi che non vi ho messo in guardia.»
Seduti attorno al tavolo, attesero in silenzio l’arrivo del maresciallo; che si materializzò dieci minuti dopo.
Il maresciallo, dopo aver salutato prima le donne e poi Gino, entrò subito in argomento: «Questa mattina è arrivata una lettera al Corriere della sera… riguarda Virginio… pare che sia stato rapito».
«Oh! Dio, mi sento male», esclamò Alessandra, sbarrando gli occhi e rovesciando all’indietro la testa.
Bernarda si alzò e portandosi alle sue spalle la sorresse. «Stai calma… respira profondamente», le sussurrava all’orecchio, schiaffeggiandola leggermente sulle guance.
«Lo sapevo che sarebbe finita così… l’avevo avvertita…» commentò Gino, mostrandosi per niente sorpreso.
«Stai zitto! Abbi un minimo di decenza!» proruppe Bernarda, interrompendolo.
Gino sentì la rabbia salirgli fino agli occhi, rimise il sigaro nel taschino e ribatté, urlando a sua volta: «Non venire a casa mia a farmi la morale! Se quella non è in grado di reggere, che se ne vada! Il maresciallo ha cose ben più importanti da fare, che assistere agli svenimenti di una ragazzina!»
Il maresciallo assistette basito alla scena. Stava per intervenire, quando Alessandra, forse anche grazie alle urla dei due, si riprese. «Per favore, smettetela… è passato… vada pure avanti… maresciallo», balbettò non del tutto rinfrancata.
Bernarda tornò a sedersi, e il maresciallo proseguì: «La DIGOS ha analizzato la lettera, secondo loro si tratterebbe di un sequestro anomalo…»
«Che vuol dire “anomalo”? E perché il giornale non ne parla?» lo interruppe Gino.
«Il giornale non ne parla perché la lettera è arrivata in redazione dopo l’uscita. Stando alla lettera, Virginio sarebbe in mano a una fantomatica organizzazione che si firma “Brigate P”, forse un gruppuscolo di estrema sinistra, viste le richieste.»
«Quali sarebbero le richieste?» chiese Bernarda.
«In sostanza, pretendono che la fabbrica non venga chiusa.»
«E da questo avete dedotto che si tratta di estremisti di sinistra… Beh, in questo caso io dovrei essere il loro capo. Sapessi le litigate che ho avuto in questi mesi con mio figlio, per convincerlo a recedere dal suo piano», obiettò Gino, mostrandosi divertito.
«Hai ragione, per questo motivo è stato derubricato a rapimento anomalo… Secondo la DIGOS, si tratterebbe di un ulteriore salto di qualità da parte di chi, tempo fa, scrisse le lettere minatorie.»
«Lo dicevo io che non erano solo scherzi di cattivo gusto, ma nessuno voleva ascoltarmi», ricordò Adriana, singhiozzando.
Il maresciallo, temendo di dover assistere a una nuova sceneggiata, tagliò corto: «Quello che dovevo dirvi l’ho detto. Se ci saranno altre notizie, tornerò a riferire… Ora devo scappare in caserma, fra un paio d’ore dovrebbero arrivare due agenti della DIGOS per fare il punto della situazione». Si alzò dalla sedia e prima di andarsene aggiunse: «A quest’ora l’ANSA avrà già diramato la notizia… Fra qualche ora i giornalisti assedieranno la villa, se vi dovessero fermare, farvi delle domande, voi non rispondete… delegate un avvocato a vostro portavoce, e ditegli di passare in caserma, ci accorderemo su come informare la stampa.»
«L’avvocato Anselmi, vi andrebbe bene?» chiese Bernarda, dopo che il maresciallo se n’era andato.
Alessandra annuì. Gino sbuffò. «A me non serve l’avvocato. Se mi dovessero fermare i giornalisti, li manderò al diavolo! Se poi dovessero insistere, li metterei sotto la macchina.»
«Non fare lo sbruffone come tuo solito. Si tratta di una faccenda molto seria… Rispondi solo: sì o no!» lo redarguì Bernarda.
«Ma prenditi l’avvocato che vuoi!» buttò lì Gino, alzandosi dalla sedia.
Bernarda, piegando gli angoli della bocca, assunse un atteggiamento schifato. Gino la sfidò: mettendo su un sorriso sarcastico prese il sigaro e, lentamente, fissandola nello sguardo lo sistemò all’angolo della bocca; poi si girò e se ne andò.
Virginio, seduto sopra il materasso, osservava Alberto che, con la solita espressione corrucciata, stava posando un piatto di pasta sul tavolo.
«Senti, Alberto, mi spieghi come hai potuto farti trascinare da mio padre dentro questa follia?» gli chiese a un certo punto.
Alberto finì di sistemare il piatto sul tavolo, si voltò e rispose: «L’ho fatto per salvare la fabbrica».
«Ma cosa te ne frega della fabbrica! Hai settantatré tre anni, sei in pensione e la dentro non ci ritornerai comunque più, non hai nemmeno dei figli che possano perdere il posto di lavoro. Non era più logico cercare di vivere alla grande il tempo che ti resta, senza riempirti la testa d’inutili pensieri?» lo incalzò, innervosendosi, Virginio.
L’espressione perennemente corrucciata di Alberto, rendeva impenetrabili i suoi stati d’animo. «Pensare solo a se stessi…non è un bel vivere», rispose senza variare di un millimetro né il tono né l’espressione.
«Lo sai che finirete tutti in prigione… sei consapevole di questo?»
Alberto guardò la sedia, l’avvicinò al letto, si sedette e, piegandosi in avanti, avvicinò il volto a quello di Virginio. «Vedi questa?» inizio col dire, schiaffeggiandosi la guancia destra. «Questa è la faccia di uno che ha visto la fabbrica crescere insieme al paese e alla valle… Questa è la faccia di uno che non vuol vedere morire la fabbrica… il paese… la valle. E che farà tutto quello che è nelle sue possibilità, per far sì che non accada. Lo faccio per me, per tuo padre, per gli amici che con me hanno lavorato là dentro e per i loro figli che ancora ci lavorano… e infine, lo faccio anche per te… perché un domani la gente della valle ti possa amare come ha amato tuo padre… Se non lo facessi, non potrei più guardarmi allo specchio è dire: “Bravo Alberto! Nella tua vita hai sempre fatto la cosa giusta!” Dammi retta, Virginio, non chiudere la fabbrica, fai felice la nostra gente. Qua, nella valle, puoi essere considerato un re… là fuori, potrai brigare quanto vorrai, ma resterai sempre una nullità, un numero infinitesimale di questa maledetta globalizzazione. Ora mangia… poi rifletti, il tempo non ti manca», concluse, alzandosi dalla sedia.
«Quella che tu chiami “maledetta globalizzazione”, è inarrestabile progresso. Non si può fermare, o sei in grado di cavalcarlo, o sei destinato ad esserne travolto», replicò, inseguendolo con la voce, mentre Alberto continuava a camminare in direzione della porta.
Prima di richiuderla, Alberto si volse e lo gelò con un’ultima battuta: «Se ci sarà da cadere, cadremo tutti insieme… se ci sarà da risorgere, risorgeremo assieme».
Un accenno di serenità parve scalfire l’espressione perennemente corrucciata di Alberto mentre chiudeva la porta; risalì i gradini, prese dal tavolo un panino riempito di mortadella, andò a sedersi sulla panca fuori dal casale e, guardando lontano, con un primo morso al panino diede inizio al suo frugale pranzo.
Virginio, mentre addentava i primi spaghetti al pomodoro, rifletteva sull’ostinata, impari lotta che quel vecchio si era ripromesso di portare, se necessario, fino alle estreme conseguenze.
Gino attendeva, nell’ingresso della villa, il preannunciato arrivo del maresciallo in compagnia dei due agenti della DIGOS. Volevano che rifacesse, assieme a loro, la stessa strada percorsa il giorno della scomparsa di suo figlio.
Il maresciallo, guidando l’auto di servizio entrò nel cortile, presentò i due agenti a Gino, che nel frattempo era uscito dall’ingresso principale, aveva sceso la scalinata e li aveva raggiunti; poi salì davanti assieme a Gino, i due agenti si sistemarono dietro e uscirono dal cortile. «Tiragli addosso a quei rompiballe!» sbottò Gino, vedendo con quanta fatica riuscivano a farsi largo in mezzo a cameraman e giornalisti appostati all’esterno della villa.
«Rappresento la legge… non lo posso fare», rispose con una battuta il maresciallo, facendo sorridere i due agenti e lo stesso Gino; che ribatté: «Vuoi che guidi io per cinque minuti?»
Prima dei cinque minuti ironicamente richiesti da Gino, la macchina si liberò dalla morsa dei media e poté iniziare a ripercorrere la strada affrontata da Gino e suo figlio due giorni prima.
«Chi è quell’uomo?» chiese incuriosito uno dei due agenti, guardando Alberto che continuava a mordere il panino come se non avesse né visto, né sentito la macchina arrivare e parcheggiare a pochi metri da lui.
«Alberto, un mio amico, mi da una mano a mandare avanti la vigna, oltre che a far da guardiano al casale.»
Il maresciallo, Gino e i due agenti scesero dalla macchina. «Ciao Alberto, sono gli ispettori mandati dalla DIGOS», lo informò Gino.
Alberto annuì e diede un altro morso al panino.
«Ecco, mi ha lasciato qui, senza nemmeno scendere. Era di fretta e se né andato subito», spiegò Gino.
«Dunque, dopo averla fatta scendere suo figlio ha rifatto la strada a ritroso per arrivare al casello autostradale», tirò le somme uno degli agenti.
«Non credo!» esclamò Gino.
«Come?»
«A metà della strada sterrata c’è una biforcazione, da lì si scende dall’altro versante senza dover fare il giro della collina… Si risparmiano una decina di chilometri. E visto la fretta che aveva quella mattina, penso proprio che abbia preso la scorciatoia», spiegò Gino, indicando la strada da cui erano arrivati.
«Andiamo a vedere!» esclamò uno dei due. Risalirono tutti in macchina e ridiscesero lentamente la stradina sterrata.
Durante la discesa Gino ripassò mentalmente com’erano andate realmente le cose; rivide suo figlio entrare nel casale insieme a lui, Alberto e Rodolfo afferrarlo per le braccia, l’espressione da prima stranita poi spaventata di Virginio che, ammutolito, cercandolo con lo sguardo mentre i due uomini lo trascinavano in cantina, sembrava voler chiedergli: “Papà perché tutto questo?” Poi si vide mentre indossava i guanti di lattice, saliva sulla macchina del figlio e la nascondeva nel fitto della boscaglia; e, infine, si rivide risalire la collina all’interno del bosco e in pochi minuti raggiungere il casale.
«Ecco, prendi lì, a destra», disse Gino, indicando la biforcazione che si perdeva dentro un folto bosco di acacie.
«Il fondo è pieno di buche, sei sicuro che sia praticabile?» chiese il maresciallo dopo pochi metri percorsi a passo d’uomo, sobbalzando continuamente.
«Fidati, più avanti lo sterrato si compatta», rispose Gino.
Infatti, addentrandosi nel fitto della boscaglia i sobbalzi cessarono quasi completamente, e in poco più di un quarto d’ora raggiunsero la statale.
«Effettivamente, si può risparmiare una buona mezz’ora», confermò un agente.
«Però il bosco sarebbe il posto ideale per un’imboscata», aggiunse l’altro.
«Già! Maresciallo, domani faccia fare ai suoi uomini una battuta all’interno del bosco», ordinò il primo.
«Per cercare cosa?» chiese il maresciallo.
«Non lo so… qualsiasi traccia strana… Non credo che i rapitori lo abbiano portato via con la sua macchina, dovevano averne una d’appoggio nascosta nei paraggi. Se era nel bosco, ci saranno sicuramente tracce di pneumatici, se siamo fortunati potremmo anche trovare la macchina del rapito», rispose l’agente.
Salirono in macchina e, seguendo la statale, ritornarono in paese.
«Non toccate la macchina, arrivo subito!» esclamò al cellulare il maresciallo, rivolgendosi a uno dei suoi uomini mandati il giorno dopo a perlustrare il bosco.
Parcheggiò la macchina sulla stradina, dietro quella degli agenti. «Allora, dov’è?» chiese a un carabiniere rimasto accanto alla macchina di servizio.
«Più giù, in mezzo a quegli alberi», rispose questi, indicando una specie di sentiero.
Il maresciallo s’incamminò, percorse un centinaio di metri; due carabinieri lo chiamarono: «E’ qui, maresciallo!» Volse lo sguardo alla sua destra e in mezzo agli alberi vide i due carabinieri accanto alla macchina.
«Avete trovato delle tracce?» chiese, guardando il terreno attorno alla macchina.
«No, maresciallo. Se anche ce ne fossero state, il forte temporale dell’altra notte le avrebbe cancellate», rispose uno dei due.
«Dobbiamo far analizzare dalla scientifica l’interno della macchina… Vai su e chiama il carro attrezzi», ordinò al più giovane dei due.
«Tu prova a cercare di là, io andrò da questa parte», disse all’altro.
«Che cosa devo cercare, maresciallo?»
«Non lo so… qualsiasi cosa che nel folto di un bosco ti sembrerebbe fuori luogo… ma che domande mi fai?!» rispose spazientito il maresciallo, prima di mettersi a cercare dal lato opposto.
Dei rami spezzati attirarono la sua attenzione. “Qualcuno per passare da qui ha dovuto spezzare questi rami… Forse qualche cercatore di funghi, anche se questa non mi pare la stagione adatta”, pensò, guardando in alto. “Proviamo a dare un’occhiata più avanti”, concluse, riprendendo a salire il pendio.
Il percorso libero da ramaglie si fece più agevole; ansimando, in pochi minuti arrivò in cima al pendio. «Il casale?!» esclamò stupefatto, vedendolo a poca distanza dal punto in cui era sbucato.
Ridiscese il pendio. “Da qui non può essere passato nessuno, altrimenti dal casale li avrebbero visti”, tirò le somme, maledicendo sé stesso per l’inutile faticaccia.
«Allora, hai chiamato il carro attrezzi?» chiese al carabiniere che nel frattempo era tornato all’interno della boscaglia.
«Sì, maresciallo… dovrebbe arrivare fra un quarto d’ora.»
«Molto bene, fatela portare in caserma… Forse non serve, ma ve lo ricordo ugualmente: se per qualsivoglia motivo dovreste entrare nella macchina, mettetevi i guanti», si raccomandò prima di tornarsene in caserma.
5 IL PIANO DI GINO
La folla di giornalisti fuori dalla villa infastidiva non poco Gino. Per sua fortuna il caso non ebbe troppa presa sul pubblico, e dopo tre giorni la ressa iniziò a diradarsi.
Cinque giorni dopo un caso ben più sentito scosse le coscienze, attirando su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale: più a sud, il rapimento di una ragazzina in cui furono coinvolti pesantemente dei familiari, stava scatenando un vero e proprio terremoto mediatico, telecamere e giornalisti raccolsero armi e bagagli e sciamarono, come avvoltoi, sulla nuova e più gustosa preda.
Gino tirò un sospiro di sollievo, finalmente dopo una settimana poteva tornare da suo figlio, senza temere di essere inseguito dal codazzo di giornalisti e cameraman.
«Bentornato, papà… pensavo ti fossi scordato di tuo figlio», disse un avvilito Virginio, alzandosi dal materasso.
Lo sguardo di Gino tradì commozione e contrarietà. Non si sarebbe aspettato di trovare suo figlio in quelle condizioni. «Alberto non ti ha portato il rasoio e il cambio d’abito?» gli chiese, osservando la barba incolta e il vestiario sudicio.
«Gli ho chiesto io di portare via tutto… Se sono prigioniero, vivrò da prigioniero. Voglio che tu veda tuo figlio abbruttirsi giorno dopo giorno… Voglio capire fino a che punto saprai arrivare.»
«Fai come ti pare», replicò laconicamente Gino, sedendosi sul tavolo.
«Come sta mia moglie?» chiese Virginio, avvicinandosi al padre.
Gino avvicinò la sedia. «Siediti!» esclamò, indicandola al figlio. Prima di rispondere: «Tua moglie sta bene… e tua madre è più agguerrita che mai».
«E’ tornata in villa?»
«Ha deciso di prendersi cura di tua moglie. Ogni mattina la viene a trovare… è una tortura, quasi quasi mi faccio rinchiudere con te.»
La battuta di Gino strappò un moto di riso a Virginio. «Accomodati, lo spazio non manca», ribatté ironicamente, e indicando l’ambiente con un ampio gesto della mano fece sorridere anche il padre.
Lo scambio di battute stemprò la tensione, subito dopo Virginio sembrò assentarsi. «A cosa stai pensando?» gli chiese Gino.
«Durante la settimana ho riflettuto su tutta la faccenda… Mi chiedevo: perché invece d’inscenare il rapimento, non hai usato l’arma del ricatto?»
«Quale arma… vai avanti?»
«Quella che ti sei detto pronto a usare se avessi denunciato te e i tuoi amici: rivelare alla tributaria i miei conti segreti.»
«Come avresti reagito al ricatto?» chiese un interessato Gino.
«Avrei finto di accettare, nel frattempo avrei spostato i conti, poi avrei proseguito con il piano industriale originale.»
«Ne ero certo!» commentò deluso Gino. «Il ricatto l’ho scartato fin da subito, lo ritenevo un’arma spuntata.»
«Però intendi usarlo per evitare la galera. Non mi sembra coerente con il tuo pensiero, potrei sempre fingere di accettare, e una volta fuori da qui, dopo aver spostato i conti con un semplice click del mouse, correre a denunciarvi.»
«Non credo che lo farai… anzi, ne sono sicuro!» rispose Gino, mostrandosi certo di ciò che andava affermando.
«A cosa è dovuta tanta certezza?»
«Al tuo pragmatismo!»
«Al mio pragmatismo? spiegati meglio!»
«Alla somma fra costi e benefici. Sicuramente piuttosto che riaprire la fabbrica, preferiresti vedere la tributaria spulciare fra le tue carte, alla lunga ci guadagneresti comunque. Ma ti converrebbe affrontare una verifica fiscale solo per mandare in galera quattro vecchi, uno dei quali è tuo padre, senza avere nessun ritorno economico?»
Virginio rifletté. «E bravo papà, hai pensato proprio a tutto… Un ottimo piano, m’inchino davanti alla tua mente… criminale!» concluse amaro, indurendo il tono.
«Sono espressioni dettate dall’amarezza… ti capisco. Sono certo che alla fine saprai perdonarmi.»
«Alla fine… e come finirà? Tu che hai previsto tutto, lo sai come finirà?»
«Finirà che se non riaprirai tu la fabbrica, lo farò io!» rispose Gino, pestando il pugno sul tavolo.
La risposta di Virginio fu una sonora risata. «E come speri di riuscirci? Ti rammento che sono io l’amministratore delegato della società… tu, sei solo una figura di rappresentanza.»
«Conosco lo statuto, l’abbiamo stilato assieme… Ti ricordi come recita la clausola numero dodici?»
«Certamente: in sostanza dice che se per un qualsiasi motivo non potessi svolgere il mio compito, tu subentreresti per l’ordinaria amministrazione, e solo dopo sei mesi dalla mia assenza otterresti i pieni poteri… T’informo che riaprire la fabbrica, non è contemplato nell’ordinaria amministrazione. E che entro sei mesi la cassa integrazione sarà già morta e sepolta… e la fabbrica chiusa», rispose un trionfante e arrogante Virginio.
«Non cantare vittoria prima di aver combattuto la battaglia. Esiste un’altra clausola molto più stringente sul limite di tempo, l’abbiamo aggiunta quando i rapimenti erano all’ordine del giorno, per permettermi di accedere ai conti e fare tutto il necessario per salvarti la vita… rammenti?»
«Mi ricordo… e allora?»
«Allora, fra quindici giorni mi arriverà una lettera, dove ci sarà scritto che le “brigate P” sono pronte a uccidere l’ostaggio entro cinque giorni se non verrà raggiunto un accordo per la riapertura della fabbrica. A quel punto mi arrogherò i pieni poteri e riaprirò la fabbrica.»
«Complimenti, papà, un piano diabolico… infantilmente diabolico. Che cosa speri di ottenere: una volta fuori da qui la farò richiudere nuovamente.»
«Beh, intanto ci vorrà del tempo, penso minimo un paio d’anni… e poi, dove produrrai le caldaie, visto che nel frattempo io avrò rinunciato alla convenzione con i cinesi?»
«Tu vuoi il fallimento dell’impresa che hai costruito!» proruppe Virginio, capendo che suo padre sarebbe andato fino in fondo, costi quel che costi.
«L’impresa che ho costruito, non sono i muri della fabbrica, ma la gente che ci lavora dentro… Sono loro che hanno permesso a un imprenditore senza scrupoli come te, di farsi un tesoretto nascosto all’estero… ricordalo questo quando uscirai da qui!» urlò Gino, alzandosi dal tavolo.
Aprì la porta, e prima di uscire concluse pacatamente: «Non sono venuto per litigare, tornerò quando ci saremo calmati entrambi… Ciao Virginio, la barba non ti dona, raditi!»
Virginio guardò la porta chiudersi davanti al suo sguardo, tornò a sdraiarsi sul materasso e, guardando la volta in mattoni del soffitto, rifletté ad alta voce: «E bravo papà, hai pensato a tutto… Devo ammetterlo, sei riuscito a elaborare un piano perfetto… ma io dimostrerò di essere più bravo di te! Smonterò il tuo piano e ti darò scacco matto… è una promessa!»
Alberto vide Gino risalire dalla cantina e, leggendo la contrarietà nel suo sguardo, gli chiese: «E’ andata male?»
Gino scosse il capo. «E’ un osso duro, non cederà mai!»
«Non resta che passare alla seconda parte del piano… Quando spedirai la seconda lettera?»
«Meglio attendere ancora un paio di settimane, renderà più credibile l’intera faccenda… E poi c’è ancora troppo movimento in paese, venendo su ho incrociato un paio di macchine della polizia che battevano la collina.»
«Non hai paura che vengano a dare un’occhiata anche qui?»
Gino si mostrò sereno. «No. S’è mai visto cercare un rapito a casa sua?» e prima di andarsene, incoraggiò l’amico battendogli la mano sulla spalla.
«Ecco le chiavi della macchina, le indagini della scientifica sono terminate, puoi portarla via», disse il maresciallo, consegnando a Gino le chiavi prese dal cassetto della scrivania.
«E’ emerso qualcosa d’interessante?» chiese Gino.
«No, non hanno trovato tracce dei rapitori all’interno», rispose scorato il maresciallo.
«Dall’espressione delusa, mi viene da dubitare che l’indagine navighi ancora in alto mare.»
«Secondo la DIGOS, tuo figlio è oramai lontano da qui… Forse la sua prigione si trova in città… o forse più lontano, ipotizzano addirittura fuori dalla regione. D’altronde, da quando lo hai lasciato sul piazzale del casale a quando è stato lanciato l’allarme, è trascorso più di un giorno… un’eternità per chi deve organizzare la caccia ai rapitori.»
Gino nascose la soddisfazione dietro un’espressione preoccupata. «Purtroppo ci si è resi conto troppo tardi di quello che stava accadendo… Voi avete fatto tutto il possibile e ve ne sarò eternamente grato… non ci rimane che aspettare e sperare», concluse, sospirando.
Il maresciallo annuì e, dando un’occhiata alla coppia del verbale appoggiato sulla scrivania, esclamò: «C’è qualcosa che non quadra!»
«Qualcosa che non posso sapere?» chiese Gino, mostrando una certa apprensione.
«Leggendo la coppia del verbale, ho notato che i rapitori hanno portato via anche due valige di vestiario, che la moglie di Virginio si dice sicura di avere visto caricare assieme alla borsa del pc, la sera prima della partenza.»
«Perché lo trovi strano; avendo programmato una lunga prigionia, avranno pensato bene di prendere le valige per avere un ricambio di vestiario», obiettò Gino, cercando di soffocare sul nascere i dubbi dell’amico maresciallo.
«Durante i rapimenti per strada, per non essere visti si cerca di fare le cose in fretta. Va beh che quella era una stradina poco praticata in mezzo a un bosco, ma esiste sempre il pericolo che si possa incontrare qualcuno… E’ un comportamento anomalo.»
«Non saprei cosa dire… io non ci trovo niente di strano», insistette con un tono meno convinto Gino.
«C’è un altro elemento che mi spinge a propendere per un comportamento dilettantesco… Un gruppo organizzato di matrice politica, piuttosto che le valige, si sarebbe preoccupato di prendere il pc per carpirne i segreti contenuti all’interno e usarli a loro vantaggio… invece questi che fanno? Portano via delle inutili valige e lasciano sul sedile posteriore della macchina il prezioso pc, E’ strano… molto strano.»
Gino iniziò a innervosirsi, e prima che il maresciallo potesse accorgersi del cambio d’atteggiamento, si alzò dalla sedia. «Forse non l’hanno visto… hanno aperto il bagagliaio per prendere le valige e non hanno guardato sul sedile posteriore… Ora scusami, ma devo proprio andare. Appena avrai notizie fresche, chiamami!» e si allontanò velocemente, senza lasciare al maresciallo il tempo per riflettere e replicare.
Il maresciallo, appoggiato con un gomito sulla scrivania e la mano a sorreggere il mento, rifletteva, guardandolo senza particolare attenzione uscire dall’ufficio. «Forse è andata così… o forse no», concluse, rimettendo la coppia del rapporto nel cassetto.
Gino scese nel cortile, si mise alla guida della macchina del figlio e uscì dalla caserma. “Avrei dovuto accertarmi che Alberto avesse preso anche il pc”, pensò, mordendosi il labbro inferiore.
Ricostruì mentalmente l’iter del rapimento, picchiò un pugno sul volante ed esclamò stizzito: «Un particolare insignificante può rovinare un piano perfetto!»
CONTINUA
Il re della valle (seconda parte) testo di vecchioautore