PRIMUS IV

scritto da Marboxer
Scritto 13 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Marboxer
Ma
Autore del testo Marboxer
Immagine di Marboxer
Ma
Un momento decisivo nella dura vita di Spartacus
- Nota dell'autore Marboxer

Testo: PRIMUS IV
di Marboxer

L'affermazione della ragazza lasciò Spartacus del tutto interdetto.
“Come sarebbe, il piano di fuga? Che fuga? Chi dovrebbe fuggire?”
Lei rise. Fu la prima volta in cui vide la ragazza ridere, una risata cristallina, allegra come il cinguettare di un usignolo, una risata che coinvolgeva la bocca, gli occhi, il viso intero, una risata coinvolgente. In una parola, affascinante.
“Ma tu, naturalmente!”
L'uomo corrugò la fronte: “Io dovrei fuggire?”
Lei atteggiò il viso ad un'espressione di finta perplessità: “Eppure Alfred mi ha detto che sei intelligente. A me non sembri molto intelligente, in realtà.”
Lui sbuffò.
“Ascolta.
“Ti ha spiegato che, nel fare te, deve aver commesso un errore, anche se non sa quale. Tu non hai scadenza, sei sano. Ti ricordi?”
“Forse non sono molto intelligente, ma neppure così scemo”, rispose lui, adontato.
“Bene. Per ora, nessuno se ne è accorto, ma prima o poi si renderanno conto che in te c'è qualcosa che non quaglia, e dovranno fare in modo di risolvere la situazione.”
“Perché? Cosa c'è di male?”
“I gladiatori non vengono considerati veramente umani: se così fosse, prima o poi qualcuno inizierebbe a porre il problema dei vostri diritti. Persino su un mondo fuori dal controllo delle Federazioni Planetarie com'è Primus. Uno dei modi per evitare che ciò accada è che non rimaniate troppo a lungo sotto gli occhi degli spettatori. Tu, poi, sei anche molto bravo; da quando sei giunto in A hai raggiunto la notorietà ed il fatto che tu non abbia conquistato la A1 non significa nulla, presto ci riusciresti comunque e la tua fama crescerebbe troppo.
“No, questo non andrebbe bene.”
Spartacus era concentrato; poco per volta comprendeva: “Per cui dovrebbero trovare il modo di farmi morire, magari in un modo poco onorevole? Così da distruggere la mia fama?”
“Bravo”, disse lei, compiaciuta. “Esistono droghe che inducono la paura, un terrore incontenibile che ti farebbe fuggire di fronte ad un Mini. La tua fama svanirebbe come neve al sole.”
“Cos'è la neve?”
“Non importa. Ciò che conta è che tu stia iniziando a capire: devi per forza fuggire, se non vuoi morire.”
Lui guardò il viso bellissimo della ragazza mentre lo sforzo di comprendere si dipingeva sul suo volto massiccio.
“Capisco. Per salvarmi fuggirò, se devo. Quello che non capisco è … perché a … come si chiama? Alfred questo debba interessare.”
La puttana sorrise. A quanto pareva, il cervello di quel bisonte iniziava ad uscire dal ristretto orizzonte di pensieri all'interno del quale era stato costretto, visto che si poneva il problema delle motivazioni del progettista.
“Ci sono, direi, tre motivi.
“Primo: non vuole che si venga a sapere che ha sbagliato. Fare un gladiatore costa un mucchio, anche se rende ancor di più.
“Secondo: vuole avere la possibilità di studiarti per comprendere cosa ci sia in te di diverso.”
“Di sbagliato, vuoi dire.”
Lei finse di non accorgersi dell'amarezza che l'uomo aveva messo in quella frase pur mantenendo impassibile il volto.
“Terzo: credo che ne abbia le palle piene di questo mondo di morte. L'altra settimana l'ho visto distruggere un'incubatrice mentre sbraitava che sarebbe stato meglio per quella futura coscienza una prematura fine prima di essere avviata ad un destino di crudeltà e dolore.
“Oh, certo, è piuttosto strano, per un progettista, però …”
La ragazza fece spallucce, come ad indicare che lei non poteva che prenderne atto.
“E tu, che ci facevi nel posto dove lui fa i gladiatori?”
“Quei luoghi si chiamano laboratori.
“Ci vado spesso, siamo amici, Alfred ed io. Ah, naturalmente non ci vado vestita così.”
In effetti, una tizia con indosso una gonna che pareva una cintura un po' alta e con le tette perfettamente visibili attraverso un tessuto semitrasparente non avrebbe fatto pensare ad una genetista impegnata in qualche ricerca avanzata.
“Amici? Voi due?”
“Eh, beh, anche lui ha delle necessità. Ma gli piace chiacchierare, ed anche a me. Mi ha regalato degli e-libri e dei v-libri interattivi sui quali ho imparato qualcosa del mondo.
“Dice che sono piuttosto intelligente”, sorrise, orgogliosa.
“Ed a te, cosa importa di salvare me?”
“Diffidente, eh? Lo capisco.
“È chiaro che non possiamo rimanere qui a Primus Town. Ed è chiaro che tu non puoi andartene da solo, né Alfred può accompagnarti.”
“Certo, sarebbe piuttosto strano se sparisse nello stesso momento in cui sparisco io”, interloquì lui.
“Esatto. Quindi sarò io ad accompagnarti, e questa è la mia opportunità di andarmene. Ti farò da baby sitter.”
“Cos'è una bambisiter?”
Risata di lei: “Non importa. Ciò che conta è che, forse, potrò rifarmi una vita da qualche altra parte.
“Ascolta, adesso.
“Ti darò una cosa da bere”. Così dicendo aprì la sua pacchianissima borsetta di pura plastica e ne estrasse una fialetta.
“Questa sera, dopo il tuo pasto, la berrai e butterai la fialetta vuota nel cesso. Si scioglierà immediatamente.
“Dopo un po' ti sentirai male. Non sarà piacevole, ma tu sei un duro, no?”
Lui sorrise storto: “Non è una cosa nuova, il dolore.”
“Chiamerai il sorvegliante. Lui provvederà subito ad avvertire il medico di guardia che, a sua volta, dopo una visita sommaria, dirà che deve avvisare il tuo progettista, visto che non capirà cosa stia capitandoti.
“Alfred accorrerà ma, al suo arrivo, tu sarai morto.”
“Se l'unico modo per fuggire è morire, preferisco morire nell'arena. La prossima volta butterò la spada ed affronterò il Mini a mani nude”, affermò deciso il gladiatore.
“Ma no, sciocco! Non sarai davvero morto! Si tratterà di uno stato di animazione sospesa. Certo, ad un esame approfondito, il medico se ne accorgerebbe, ma il protocollo prevede che, a meno che non si tratti di un malanno banale, debba essere avvisato il progettista.
“In fondo, non siete esattamente come gli altri umani, voi. E siete un investimento importante.”
Il volto di Spartacus si rilassò. Chissà, forse l'idea di morire quella sera stessa non lo affascinava.
“Quando Alfred ti visiterà, dichiarerà che è necessaria un'autopsia … “
“Cos'è una auto sopia?”
“Si chiamano così le visite fatte sui morti.
“Ti farà dunque trasferire al suo laboratorio. Laggiù ti rianimerà e ti rimetterà in sesto.
“Redigerà un rapporto dove scriverà … boh, quello che gli sembrerà credibile. Gli ho procurato un cadavere … “
“Di chi?”
“Un barbone grande e grosso, anche se non quanto te … “
“Lo hai ucciso?”
La bionda ebbe un moto di stizza: “La vuoi smettere di interrompermi? No che non l'ho ucciso! Non è raro trovare il cadavere di un barbone se lo cerchi fra i vicoli dove i turisti non vanno mai. La fortuna è stata trovarne uno bello grosso. Purtroppo, anche piuttosto puzzolente.
“Alfred lo farà cremare; gli addetti vedranno un cadavere massiccio e piuttosto mal ridotto da un'autopsia molto accurata; lo bruceranno e lo dimenticheranno. Nessuno sospetterà mai né ti cercheranno.”
Il volto di Spartacus esprimeva dubbio: “E sarebbe tutto così facile?”
“Certo. Nessuno, finora, ha mai fatto una cosa del genere, impensabile, in effetti. Alfred è stimato e considerato uno dei migliori; e poi, perché mai sospettare qualcosa di diverso da quanto la realtà ha offerto così spesso? Non è raro che un gladiatore schiatti così, senza un motivo apparente. Lesioni interne mal curate, ripetute ferite, stress terribile per tutto il corpo. A quanto mi ha detto rispondendo alla stessa tua domanda che io gli ponevo mi ha detto che, nell'ultimo mese, si sono avuti tre casi di questo genere.”
“Ah, sì, so che Mechano è morto durante la notte due settimane fa”, confermò Spartacus. “Era un buon combattente, anche se non ha mai superato la B2.”
“Ecco, appunto.
“Ci sono domande?”
A Spartacus la testa girava. Una finta morte per salvarsi da una morte vera per via del fatto che lui era perfetto. Una fuga che l'avrebbe portato ad abbandonare l'unica vita che conosceva per andare … dove? A fare cosa? Non pensava esattamente alle prospettive, non sapeva neppure cosa fosse, una prospettiva. L'unica cosa che comprendeva bene era che doveva scegliere.
Non tanto fra la vita e la morte. Quello era facile.
Doveva scegliere se fidarsi. Innanzitutto, di quella bella ragazza che sapeva anche essere gentile.
E poi, del suo progettista. Una persona che veniva da un mondo più lontano di quanto non fosse la più lontana delle galassie, se avesse saputo cos'è una galassia.
Decise di fidarsi. Non del progettista, quello là era troppo lontano da lui, troppo diverso.
Si fidò di lei. In qualche modo, comprendeva che c'erano delle similitudini fra di loro, due creature ai margini della vita allegra e spensierata di Primus.
E visto che non era esattamente un filosofo, decise in fretta così come reagiva rapido nell'arena.
“Dammi quella fiala … a proposito, non so come ti chiami.”
“Il mio nome è Linda. E dovremo trovare un nome anche per te”, rifletté mentre gli allungava la fialetta, sottile e piena di un liquido incolore.
“Io ce l'ho un nome.”
Linda fece una faccia buffa: “Figuriamoci. Già sei grosso come un gorilla, mica possiamo andarcene in giro presentandoti come Spartacus, anche se dovremo trovare un posto dove tu non sia conosciuto.”
“Cos'è un gorilla?”

Quella sera il pasto aveva un gusto strano, per Spartacus. Aveva il sapore della fine.
La conversazione con Linda, una delle più lunghe di tutta la sua vita, gli aveva fatto comprendere che, in un modo o nell'altro, la sua vita nell'arena, l'unica che avesse mai conosciuto, l'unica che avesse mai immaginato, era finita.
Non più combattimenti, non più morte e dolore.
Mentre addentava una bistecca di Mini – non si sprecava nulla, ed il Mini era buono, sembrava pollo, ma più succoso – si rendeva conto che quella vita gli aveva insegnato a non pensare, ad accettare ciò che altri avevano deciso per lui.
Oh, certo, non avrebbe potuto far nulla per cambiare quello stato di cose: era a tutti gli effetti un prigioniero, esattamente come i Mini che uccideva per non essere ucciso. Forse per la prima volta lo disturbava il fatto di essere considerato alla stessa stregua di un animale. Guardò il grosso pezzo di carne ben cotta, e si chiese se, in passato, non gli avessero servito la carne di qualche gladiatore che il Mini non aveva consumato del tutto. Poi lo mise in bocca e masticò.
Gli piaceva, quella carne. Sorrideva masticando e fantasticando dei luoghi che avrebbe visto, delle esperienze che avrebbe potuto vivere. Gli riusciva difficile, non aveva molto allenamento nella difficile arte del fantasticare, né aveva molti elementi di conoscenza che lo potessero supportare. Al trivisio, di solito, trasmettevano cartoni animati. Non aveva mai visto un documentario, un film, figuriamoci poi un notiziario. In effetti, non sapeva cosa fossero, né che esistessero i documentari.
Cercò di immaginare una sorta di arena più grande all'interno della quale i personaggi dei cartoni vivevano le loro avventure impossibili.
“Che hai da sorridere, bestione?”, sogghignò il sorvegliante.
Spartacus non rispose e tagliò un altro boccone. Il sorvegliante se ne andò sogghignando, come faceva per la maggior parte del tempo.
Finì il suo pasto, si pulì la bocca – gli avevano detto che era buona cosa pulirsi, dopo mangiato – e si avviò verso la sua … stanza? cella? bara?
Le luci si spensero alle 21, come tutte le sere. I combattenti dovevano dormire, se volevano recuperare le forze che spendevano durante il giorno; e ne spendevano molte.
La luce soffusa che giungeva dal corridoio gli permetteva a malapena di vedere quella fialetta sottile; si sarebbe detto che fosse di vetro, eppure Linda – che bel nome, Linda – gli aveva detto che si sarebbe sciolta nell'acqua del cesso.
Esitò a lungo, il guerriero. Non per paura, sapeva come superarla ed andare oltre.
In realtà si trattava proprio di paura, ma non di paura del dolore annunciato che quel liquido simile all'acqua gli avrebbe procurato.
Non aveva paura neppure di quello che sarebbe accaduto se li avessero beccati; Linda gli era parsa un po' troppo ottimista circa le possibilità di riuscita di quello che a lui non pareva un granché, come piano, ma non glie ne importava.
E se il liquido nella fiala lo avesse ucciso? Fece spallucce. Bene, tutto finito. Lì o nell'arena … che differenza poteva fare?
Ciò che lo preoccupava era altro. Si trattava del timore che proveniva dal cambiamento, un cambiamento totale, radicale e che lo avrebbe spinto … dove?
“All'inferno”, disse.
Sturò la fiala e la vuotò d'un fiato.
(continua)
PRIMUS IV testo di Marboxer
0