Lettera (la prima)

scritto da R. R. Raskolnikov
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 11 anni fa
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Lettera (la prima)
- Nota dell'autore R. R. Raskolnikov

Testo: Lettera (la prima)
di R. R. Raskolnikov

Mia cara,
è sempre difficile scrivere una lettera, non si sa mai come iniziare.
Non che il resto sia facile ma, chissà perché, l'inizio riesce a dare una quantità enorme di difficoltà.
E il più delle volte ti fa perdere la voglia di scrivere.
Quanto tempo è passato? Non me lo ricordo più.
Questione di anni, questione di mesi in cui ai miei occhi non è stato concesso di vederti.
Che strana la vita.
Mi sono sempre chiesto in questi lunghi giorni se sia meglio così, sentirti lontana e tentare in tutti i modi di pensare ad altro.
Ma come è difficile scrivere.
Si ha paura di porre in inchiostro parole stupide, senza senso, frasi che solo un anno prima non avresti mai pensato di avere in mente.
Si teme di lasciare una qualsiasi testimonianza di una debolezza, di un fallimento, che vorresti invece cancellare e far sparire al più presto.
Ma io ho bisogno di farlo.
Se non ricordo male, è una frase di Shakespeare: "udir con gli occhi è finezza d'amore".
L'amore.
Lo sai, mi fa ancora paura questa parola.
L'amore.
Cosa mai significherà? Vuol dire forse non smettere mai di pensare ad una persona, anche se non hai mai,o quasi mai, parlato con lei; anche se è rimasta solo un triste ricordo fissato nella memoria?.
E ancora, parlare. Eccone un'altra.
La tua fissazione: comunicare.
Tu sei la migliore in questo.
Era questo che mi rimproveravi? Dovevo prenderti sottobraccio e dirti che mi ero innamorato di te?
Era questo che volevi?
Dovevo farlo, non l'ho fatto.
Non l'ho fatto perché non potevo, era tutto così difficile, così confuso...
Ma già mi sto perdendo fra le domande.
Comincio a convincermi che tutto è ormai finito per te. Sempre che sia mai cominciato.
Ormai già ti vedo di nuovo sorridente, allegra come sei sempre stata.
Immagino già i tuoi occhi colmi di un grande amore.
Quello che hai sempre desiderato, un uomo forte e maturo che ti ami e che sappia capire come sei fatta dentro.
Che non si limiti all'aspetto esteriore, ma che valorizzi i sentimenti e l'amore, inteso come spirituale.
Ma già mi devo fermare.
Già sta prendendo il sopravvento il sarcasmo che in questi ultimi tempi mi riesce proprio bene.
E non perché ti consideri una ipocrita. O meglio, non più degli altri.
E' che non me ne frega più di niente. Adesso, come mai.
Il mio dilemma. Che cosa ti è rimasto di me? Niente? Un ragazzo triste che camminava con la testa bassa, forse? O un ragazzo orgoglioso e presuntuoso, o ancora introverso e riservato, serio, immaturo, intelligente, scontroso.
O solo un imbecille. Tanto che vale la pena dimenticarlo.
E ancora con questa domande.
Forse saresti felice di leggere queste parole. E' sempre una gran bella soddisfazione provocare simile reazioni.
Non è così.
Tu sei solo il simbolo più tangibile del mio stato d'animo, non ne sei certo la principale espressione. Anzi, sei forse l'elemento meno fondamentale di un processo di sensazioni e di malinconie iniziato molto tempo prima, e che ora trova la sua manifestazione più acuta, più dolorosa.
Sei solo capitata nel momento più inteso.
No, non lo dico per orgoglio maschile, credimi, è così.
Come, d'altronde, non potrebbe essere diversamente.
Ma come vorrei non averti mai conosciuta.
E ora è un susseguirsi di immagini scolpite nella memoria. I tuoi occhi, la tua bocca, i tuoi capelli, il tuo sorriso. Sei tu.
Dove sei?
E scrivo, come Foscolo: o mia Gliceria, ove sei tu?
E' quella orribile tentazione di rivederti che più mi angoscia e mi fa stare male. Confesso di aver paura delle sensazioni che mi abbatteranno quando i miei occhi torneranno, se pur per qualche istante, a posarsi sul tuo viso.
Come ti rivedrò? Quando ti rivedrò? Con chi ti rivedrò?
Mannaggia. Eppure mi fa male.
Ma mi rendo conto che è inevitabile, un giorno dovrò pure reincontrarti, un giorno dovrò pur constatare il mio fallimento. e che queste parole, proprio queste che sto scrivendo ora, saranno alimento per il vento.
E forse piangerò, ricordando il tuo tenero viso.
E adesso...La fase di stasi.
Lo sai, gli antichi greci consideravano Hypnos, il dio del sonno, una divinità benefica. Apportando la tranquillità onirica, aveva infatti il merito di far dimenticare ai guerrieri ellenici le sofferenze della guerra.
A me solo questo è rimasto. Il sonno.
E pure quello mi sta lentamente abbandonando.
E la pioggia. Il ricordo di come, da bambino, mi piacesse starmene seduto sul balcone della mia stanza ad udire il suo tenue rumore, allorché toccava terra. E adesso, che la sento scendere e battere contro i vetri di questa scura stanza, perché vuole entrare, perché mi vuole bene.
Ma dovrà pur smettere un giorno.
Lettera (la prima) testo di R. R. Raskolnikov
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