Un giallo catartico (I parte)

scritto da Francesca Cosini
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Autore del testo Francesca Cosini

Testo: Un giallo catartico (I parte)
di Francesca Cosini

I

 

Torino, 1° giugno 1989

Caro diario,

anche la quarta è quasi conclusa. È strabiliante come gli anni delle superiori siano volati via, nonostante la fatica di scalare l’erto e accidentato percorso dello studio, che faceva sembrare grevemente interminabili i primi mesi. Certo, il prossimo anno sarà davvero tosto, ci aspetta la maturità, ma poi tutto diventerà impalpabile cenere.

Se mi volto indietro, ricordo come all’inizio del primo anno avevo tante aspettative, accarezzavo il sogno di una nuova vita, pensavo che sarebbe stato il principio di una svolta: avrei intrecciato amicizie, avrei cambiato modo di vestire, di pettinarmi, persino carattere… Sì, più risoluto e sicuro, più estroverso e accattivante, meno malinconico e impacciato.

Invece i giorni trascorrevano grigi, monotoni e opprimenti come sempre. Avevo a malapena il tempo di sollevare la testa dai libri e dai quaderni per consumare una merendina a metà pomeriggio, figuriamoci socializzare! I compagni mi salutavano, accennavano un blando sorriso, erano abbastanza cortesi, ma non mi conoscevano affatto né io sapevo nulla di loro.

Sabrina, chiamiamola così, era una delle prime della classe. Piccolina e paffuta, praticava con un discreto successo danza moderna, non era un genio, ma studiava con zelo e diligenza, ottenendo dei buoni risultati. Era ironica e disinibita. Portava i capelli corti e scarmigliati ora di colore biondo ora ramati ora corvini ora castani con ciocche platino. Insomma cambiava spesso colore. Aveva grandi occhi castani contornati da sottili ciglia chiare ed un naso leggermente piatto e storto. Nonostante la disinvoltura, ogni tanto le guance s’imporporavano vezzosamente dopo qualche complimento.

Non so cosa ci trovassero in lei, ma Sabrina calamitava le simpatie di tutti gli altri, che sembrava facessero a gara per conquistarsi la sua amicizia. Io non appartenevo alla cerchia dei proseliti né a nessun altro gruppo. Era come se fossi opalescente: mi si intravedeva, c’ero, ma non mi si notava.

I miei sogni non si avverarono, mi sentivo scivolare nel grigiore dell’anonimato e la situazione si trascinò immutata per altri due anni, poi le nostre strade si separarono: Sabrina si trasferì al mare e cambiò scuola.

F.

II

La famiglia di Patrizia Biondi guardava con desolazione lo sbrigativo trafiletto su “La Stampa”: la giovane donna era stata trovata esanime su un divano di casa sua. Era stato rinvenuto nella borsa un biglietto di addio: si era suicidata a causa di contrarietà lavorative (era un avvocato penalista) e matrimoniali.

Ma com’era possibile che quel terribile epilogo fosse stato liquidato così superficialmente dal maggiore quotidiano locale? Eppure la polizia aveva rilevato delle singolarità: perché Patrizia aveva piegato e riposto il messaggio nella sua borsa invece di lasciarlo in bella mostra su qualche tavolo o mobile oppure accanto a sé? Perché far sparire ogni traccia del narcotico che aveva assunto? E poi erano stati interrogati tutti i parenti più stretti e gli amici più intimi e nessuno aveva notato il minimo segnale di insoddisfazione e di squilibrio. I colleghi avevano accennato ad un po’ di stress, ma nulla che lasciasse presagire una capitolazione tanto drammatica.

 

L’ispettore Glavinaz aveva interpellato per primo il marito, che aveva rinvenuto la salma, dopo essere rincasato dal lavoro. L’uomo era ancora sotto shock. Un bel tipo, non tanto alto ma slanciato, un po’ tenebroso, Mario era impiegato presso la CBG, un colosso bancario, ma la sua vera passione, che coltivava ogni qualvolta possibile, era la pittura: chissà, forse un uomo dalla doppia vita, forse negli ambienti mondani che frequentava aveva incontrato qualche ragazza affascinante, magari aveva trascurato la moglie. Se così fosse, era anche un eccellente attore oltre che un artista di talento; gli occhi cerchiati di un grigio azzurrognolo, le guance scavate, la voce impastata e balbettante: sembrava lo spettro di sé stesso, consumato dalla costernazione in poche ore, come se avesse trascorso decenni in una prigione sepolcrale.

Ad ogni modo non era emerso nulla di rilevante: l’uomo quella mattina si era svegliato presto con un crampo allo stomaco. Il suo più facoltoso cliente aveva preteso un appuntamento urgente alle otto, dopo il crollo dei titoli in Borsa, in cui Mario aveva investito una quota rilevante. Ma come diavolo poteva immaginare che un colpo di stato nello eSwatini avrebbe avuto conseguenze di tale portata? Non sapeva neanche dell’esistenza di questo Paese, maledizione! Era così teso che non era riuscito ad ingoiare nulla per colazione, si sentiva lo stomaco ostruito e… naturalmente aveva dimenticato le chiavi.

Pertanto al ritorno, nel tardo pomeriggio, aveva suonato ripetutamente il citofono scintillante, incastonato come un gioiello nella colonna di alabastro che incorniciava il cancello d’ingresso della sua villa, ma nessuno aveva aperto. Eppure la moglie doveva essere in casa: la sua fiammante auto sportiva era parcheggiata proprio nel bel mezzo del vialetto che conduceva alla soglia.

Che giornata turbolenta! Forse Patrizia si era concessa un bagno rilassante nella vasca idromassaggio e non sentiva. Come avrebbe voluto raggiungerla! Ma sì, poteva entrare scavalcando il bosso che il giardiniere aveva deturpato con il decespugliatore multifunzione supertecnologico. L’idea che qualcuno potesse vederlo e scambiarlo per un ladro gli procurò una sferzante effervescenza.

Patrizia si era addormentata sul canapè del giardino. Non intendeva spaventarla e, mentre si approssimava, iniziò a raccontarle della sua pessima giornata, ma ad essere assalito dallo sgomento fu lui: la donna giaceva in una posa insolitamente rigida, gli occhi semiaperti apparivano velati da un anomalo torpore, le labbra leggermente dischiuse erano solcate da aride screpolature. Assalito dallo stordimento, il marito udì un sordo ronzio, poi cadde in un baratro oscuro e, solo quando ne riemerse, compose il 113.

 

L’autopsia aveva rivelato che la morte era sopravvenuta all’incirca tra le 16 e le 17 per l’assunzione di una dose letale di Nembutal. Nella borsa, accasciata ai piedi del divanetto in giunco che aveva pietosamente accolto le spoglie della povera donna, era stato rinvenuto un laconico biglietto di addio manoscritto: “Il lavoro è diventato ossessionante. Temo che il mio matrimonio non sia altro che una farsa.”. La perizia grafica aveva confermato che l’autrice era proprio la vittima. Sembrava davvero un triste episodio di suicidio: una donna che apparentemente conduceva una vita perfetta – lavoro ben retribuito, splendida villa ai piedi della collina, marito fascinoso – aveva gettato via tutto per dei deliranti sospetti! Prima di archiviare il caso, era perlomeno doveroso approfondire.

* * *

Piero Glavinaz aveva trascorso la sua infanzia all’ombra del maestoso Cervino, quando il paese era ancora popolato da uno sparuto gruppo di pionieri. I suoi genitori avevano aperto un negozietto che i primi dieci anni era stato l’unico avamposto alimentare della zona. Piero era diventato un abile alpinista, che però racimolava pochi soldi per accompagnare i turisti nella scalata del civettuolo gigante che dominava il villaggio. Con gli anni Cervinia era divenuta una località sovraffollata di sciatori e di escursionisti. I guadagni del giovane non erano però aumentati molto, così aveva deciso di partecipare, quasi per gioco, ad un concorso per entrare in polizia: era risultato primo in graduatoria! Dapprima era stato impiegato nelle forze di Aosta e dopo un paio di anni si era trasferito a Torino. Quanto gli erano mancati l’aria pura e pungente della sua giovinezza, i tetti coperti di scintillante neve d’inverno, l’acre essenza di verbena e genziana d’estate, le materne stufe scoppiettanti, i pasti con gli amici, proteici e chiassosi!

* * *

Mario Bassani gli aveva davvero fatto impressione: la sua disperazione gli era apparsa troppo autentica, forse artefatta, ma a parte questa sconcertante sensazione non erano emerse circostanze degne di clamore.

Quindi erano stati passati al vaglio parenti e amici: la matrigna, che aveva allevato Patrizia sin da piccina, era una signora minuta ed estremamente dinamica e giovanile. Si era presentata in questura con un’attillata tuta in polipropilene a bande giallo fluo, perché “mai avrei rinunciato alla mia corsa mattutina lungo il placido Po e non ho avuto il tempo di cambiarmi” esordì con voce squillante, scrollando i rossi capelli scarmigliati. Nonostante la tragedia che aveva inaspettatamente investito la sua esistenza, l’inquisita appariva animata da un indomito spirito battagliero. Sua figlia era ADORABILE, come sempre, e non credeva affatto che avrebbe potuto togliersi la vita né che qualcuno la detestasse al punto da volerla morta. “Si è certamente trattato di un atroce incidente” sentenziò a conclusione della sua testimonianza.

 

La sorella minore aveva ventiquattro anni, ma sembrava poco più di una bambina con quell’aria sognante e due morbide, lunghe trecce contornanti le seriche guance, che avevano perso il loro consueto colore roseo per lasciar posto ad un cadaverico pallore. Guardando l’ispettore con smarriti occhioni blu che non riuscivano ad arginare le lacrime traboccanti, Rachele raccontò, con una flebile voce spezzata da incoercibili singulti, che della vita di sua sorella non sapeva molto: erano state assai legate i primi otto anni della sua vita, poi Patrizia, che aveva dieci anni più di lei, aveva cominciato a costruirsi un’esistenza indipendente, aveva conosciuto Mario durante una romantica passeggiata lungo la battigia, si erano sposati dopo qualche anno ed erano andati ad abitare in una villa da sogno ai piedi della collina. La sua vita appariva come una fiaba, ma chissà, non si sentivano praticamente mai.

 

Il fratello, un ragazzo atletico e sfrontato di nome Daniele, entrò con tutto il vigore dei suoi venticinque anni, si sedette risoluto e cominciò a parlare prima ancora che gli venissero rivolte delle domande. Viveva con la madre e la sorella Rachele in un ordinato complesso di casette a schiera nella periferia di Torino. Il padre aveva perso la vita in un incidente stradale molti anni prima e la mamma aveva cresciuto con mirabile abilità tre bambini. Patrizia non era la sua figlia biologica: la vera madre era morta poco dopo il parto e il papà dopo circa un anno si era risposato con Elena, che aveva accudito la piccolina con grande amore e slancio. Dalla nuova unione erano in seguito nati prima Daniele e poi Rachele.

Se da bambini Patrizia era molto affezionata alla sorellina, mentre le baruffe col fratello erano all’ordine del giorno, col tempo i rapporti erano mutati: le due ragazze si erano allontanate e si sentivano sporadicamente, invece Daniele circa una volta la settimana cenava dalla sorella maggiore. Frequentava infatti con assiduità campi da tennis e piscina non lontani dall’abitazione di Patrizia, presso un circolo in cui l’aveva introdotto Mario.

“Com’era sua sorella nelle settimane precedenti il decesso?”

“Brillante ed estroversa, come al solito, con una dissimulata timidezza, aspetto che l’ha sempre contraddistinta. Forse un po’ stanca e nervosa… per via del suo lavoro, impegnativo, difficile.”

“E del rapporto con il signor Bassani che mi dice?”

“Mah, anche quello nella prassi: erano felici, ma ognuno si ritagliava i propri spazi. Forse era lui a sembrare più teso e preoccupato ultimamente.”

Dopo i ringraziamenti di rito per la collaborazione, il ragazzo fu congedato. Si alzò e uscì come fosse passata una folata di vento fresco.

 

La cugina Graziella era arrivata in treno da Pescara: lì abitavano tutti i congiunti della vera madre di Patrizia. La vittima, però, aveva rari contatti con la numerosa parentela, fatto salvo che con l’interpellata. Graziella, infatti, era non solo una consanguinea ma anche la migliore amica di Patrizia. Graziella di nome e di fatto: esile, con bruni boccoli che incorniciavano un tondo visetto, incedeva con leggiadria dentro un abito di organza fiorito e bordato da un vezzoso volant. Pareva una farfalla in atto di posarsi su un fiore.

In contrasto con le movenze con cui aveva raggiunto la sedia, una volta accomodata, aveva preso a contorcersi come in preda ad un dolorosissimo spasmo.

Appena fu in grado di proferire parola, ignorando i quesiti posti come da procedura, asserì che escludeva categoricamente la probabilità di un suicidio, che sì, c’era un biglietto d’addio, ma proprio autentico?

“Non sarà che qualche maligno invidioso l’ha ammazzata e poi ne ha simulato il suicidio? O forse qualche cliente condannato ha voluto vendicarsi!”

“No no, signora, il biglietto è stato riconosciuto autentico…”

“Magari un errore?”

“… senza ombra di dubbio.”

“Beh, quando eravamo insieme non parlavamo mai del suo lavoro. Sa che, nonostante la distanza, ci vedevamo due volte al mese? Una volta io raggiungevo lei, una volta lei veniva da me. Qui a Torino facevamo la vita delle due madamine, tra concerti al Regio, spettacoli al Carignano, visite al Museo Egizio, pranzi al Caval ‘d Brons, aperitivi da Baratti, passeggiate al Valentino. A Pescara, invece, vita di mare: sole sul pattino, tuffi e nuotate, grigliate di pesce ai Trabocchi.

Che avesse problemi con il marito mi sorprende proprio. Mi sembravano davvero innamorati. Certo che lui doveva essere molto ammirato, così affascinante, tenebroso”, concluse con gli occhi scintillanti, passati dalla commozione al vagheggiamento.

“Scusi, lei è sposata?”

“Sono single e libera, ispettore,” rispose la donna con un sospiro seguito da un seducente sorriso “ma questo cosa c’entra adesso?”

“Solo un’informazione per gli incartamenti”, ribatté Glavinaz con un lampo negli occhi. “Bene, è tutto.”

 

Poi era stato scandagliato l’ambiente lavorativo.

“La signora Biondi stava seguendo qualche caso spinoso?”

“No, si era presa una pausa di riflessione…”, tentennò l’avvocato Cres dello Studio Cres & Zani. Un’occhiata interrogativa lo indusse a proseguire senza ulteriori quesiti: “Insomma, un pezzo grosso dell’industria rischiava la denuncia per insolvenza fraudolenta da parte di un gruppo di fornitori e io avevo proposto all’avvocato Biondi di accettarne l’eventuale difesa, ma lei era fortemente perplessa, in quanto il magnate era stato un cliente del marito.”

“Com’erano i rapporti con il datore di lavoro?”

“Il signor Cres aveva un’ottima opinione di Patrizia: di recente aveva cercato di coinvolgerla in un’importante causa finanziaria, proponendole di associarla allo studio, ma lei non aveva dimostrato l’entusiasmo che mi sarei aspettata”, commentò la segretaria dell’ufficio.

“In che relazioni si trovava la vittima con gli altri colleghi?”

“Patrizia era una ragazza deliziosa, prodiga di attenzioni per tutti, cordiale e cortese, assolutamente benvoluta”, replicò la collaboratrice più anziana dello studio.

“Appariva quasi sempre estroversa e allegra, eppure celava un pudore, un’ombra di malinconia, che la rendeva attraente seppure non fosse bellissima”, concluse l’assistente della defunta.

“Durante le pause pranzo andavamo tutti al Parisien, sotto l’ufficio, e Patrizia animava sempre i nostri pasti con racconti briosi e aneddoti avvincenti. Abbiamo anche trascorso qualche weekend nel giardino della sua villa tra grigliate e manicaretti”, aggiunse il collaboratore più giovane del Cres & Zani.

“Dunque avete avuto l’occasione di osservarla insieme al marito: avete notato qualche tensione?”

“Apparivano una coppia come tante, con alti e bassi come tutti, suppongo”, bofonchiò Cres.

“A me sembravano innamoratissimi”, osservò Zani, l’altro socio dello studio.

“Il marito è così magnetico, eppure era lui ad essere gelosissimo!” sospirò la segretaria.

“Una coppia modello, perfetta…” cominciò l’ultimo acquisto dell’ufficio.

“… da sembrare finta. Secondo me c’era qualche segreto sotto”, concluse asciutta la collaboratrice veterana.   

“Inseparabili… forse un po’ troppo?” insinuò l’assistente, sventagliando delle lunghe ciglia finte sui languidi occhi bovini.

 

Liquidata la seconda infornata, Glavinaz meditò su quanto appreso: Patrizia Biondi aveva messo a repentaglio la sua ascesa professionale per non danneggiare il consorte, un cui sfortunato investimento rischiava di causare la rovina del suo più abbiente finanziatore, proprio quello che lo aveva gettato nel panico prima del macabro rinvenimento della moglie ormai esanime. Mario Bassani non era apparso al corrente del dilemma della sua dolce metà: si era dunque insinuato un segreto tra la felice coppia?

Dagli interrogatori emergeva un ritratto eccessivamente idilliaco della vittima: ammirata, comprensiva, brillante, piena di virtù. Possibile? Che tutti questi elogi fomentassero un’occulta rivalità, una malevola invidia?

E poi i giudizi sulla coppia erano risultati disuniformi e la patina fiabesca che avvolgeva la loro storia d’amore aveva generato più di un sospetto di falsità. Bassani pareva un uomo molto ambito e fascinoso; si poteva facilmente sospettare un tradimento da parte sua. D’altra parte dalle testimonianze si era evinto che egli era decisamente geloso: era lui a temere un’infedeltà della moglie?

Dopotutto la polizia non aveva raccolto nient’altro che una manciata di pettegolezzi, che nutrivano solo dei castelli di carta, delle pindariche congetture prive di solide fondamenta. Erano tutte elucubrazioni, allucinazioni di una mente sovraccarica di lavoro. Meglio riposare un po’: avrebbero ricominciato il giorno seguente.

 

Infatti la mattina successiva furono convocati di buon’ora i vicini di casa, abbottonati come vecchi cappottini infeltriti: ognuno era ripiegato su sé stesso, occhi vacui e increduli, sbarrati e inespressivi come quelli delle bambole. Ma non era che tutto questo scalpore avrebbe turbato la quiete di quell’angolino di paradiso terrestre?

Solo la signora Maer, un donnone tedesco venuto a vivere nella villetta antistante a quella della vittima tre anni innanzi, aveva visto Patrizia seduta davanti al caffè Elena di Piazza Vittorio poche ore prima del funesto evento. Che bizzarria! Sfoderava un sorriso raggiante sotto un ampio cappello di rafia, mentre sorseggiava una fresca bevanda sgargiante come lei, accanto ad un’anonima signorina dalla risata forzata e dall’aria depressa. Si sarebbe detto che il fatale destino stesse attendendo quest’ultima e invece si erano invertiti i ruoli? Che tragica ironia!

Il drammatico accadimento divenne oggetto di pettegolezzi per un paio di mesi e fu archiviato come caso di suicidio non senza grande delusione dei più stretti congiunti della defunta.

 

III

Torino, 23 maggio 1991

Caro diario,

la maturità è volata via come una bolla di sapone: tanta ansia, tanti timori, lo spettro di una catena di incubi, film, libri, chiacchiere, avvertimenti, quante monumentali ed enciclopediche dissertazioni ruotano intorno a questo argomento! Eppure è tutto scivolato via in brevi istanti, come di soppiatto. Quasi senza che me ne accorgessi sono giunto inebetito davanti al tabellone che mi rendeva un liberto: il voto era mediocre ma accettabile. Nessun festeggiamento. Si voltava pagina e via.

Il ricordo dei primi giorni dopo la grande impresa e prima delle vacanze è già stinto: un’uscita con gli ormai ex compagni, le ultime commoventi telefonate, le promesse di non perdere i contatti. Da allora un impenetrabile silenzio.

Intanto la scelta della facoltà: Economia o Lettere? Mi sono iscritto alla seconda, perché ho sempre sognato di diventare un paladino dei beni culturali di cui il nostro bel Paese si fregia gloriosamente.

Oggi ho sostenuto il mio terzo esame, storia greca: 28 io e Francesca, 27 Carlo, 30 e lode Roberta. Cena al Break di Piazza Solferino e poi spettacolo teatrale all’Alfieri. Ci ha trascinati Carlo, aspirante attore. Io mi sono letteralmente addormentato mentre cercavo di seguire una coreografia di ballerini travestiti da falena, che danzavano sulle note di una musica nipponica tra fluttuanti lanterne soffuse.

È l’ultima immagine che ricordo, poi blackout fino a quando Carlo mi ha strattonato, chiamandomi con voce corrucciata. Il mio amico ha l’abitudine di proporci spettacoli tutte le settimane, dall’opera alla musica alternativa, da Shakespeare al teatro dell’assurdo, dai musical al freestyle, spaziando tra molteplici forme alla ricerca dell’Illuminazione. Noi lo seguiamo fedelmente per solidarietà. In attesa del roseo futuro che si figura, Carlo frequenta un tradizionalissimo corso teatrale organizzato dalla compagnia “Stasera si recita nel paesetto” di Robassomero, dove vive il nostro compagno.

È vero, spesso ci sentiamo un po’ strapazzati e travolti da tutte le sue iniziative, eppure, se non ci fosse lui a tenere alto il morale della truppa, saremmo sempre lì a struggerci sui libri, senza mai uno spiraglio di svago, un volo di fantasia, uno sguardo al cielo. Che esistenza monocorde e insulsa! In fondo Carlo è proprio unico e insostituibile.

Io sogno di salvare la bellezza del mondo, templi classici, mosaici bizantini, chiese medievali, affreschi rinascimentali eccetera, ma non possiedo la risoluta fede del mio amico. Vedo vacillare il mio futuro archeologico, mi percepisco perlopiù come un cavaliere alla ricerca del Santo Graal, sulle tracce di un sacro, inestimabile obiettivo, riservato però solo ai più puri, se non addirittura inaccessibile a chiunque. In fondo non mi sento abbastanza determinato a realizzare i miei progetti e spesso mi interrogo sulla validità della mia scelta universitaria.

Francesca è garbata e generosa, ma estroversa come un riccio assalito da un potenziale predatore. Non appena si sfiora anche solo vagamente la sua sfera più personale, erge dei pungenti aculei invalicabili. Così non sappiamo un granché di lei: vive in un lindo e moderno condominio vicino al Parco Ruffini, studia in modo costante e metodico e, anche se non è dotata di una mente brillante, persegue i suoi obiettivi con la pazienza di un ragno. A parte ciò non saprei dire esattamente quali sono i suoi gusti, interessi e disegni per il futuro. A dire il vero nessuno di noi se n’è mai preoccupato con reale interesse.

Roberta, infine, è il genio del gruppo: non si accontenta mai di meno del voto massimo. È solo da qualche anno che abita a Torino. Ha dovuto seguire il padre nel suo itinerario di lavoro (è un esperto di antiquariato), che lo ha portato a stabilirsi nella vecchia capitale d’Italia. Abita in uno storico palazzo nei pressi dell’Università. Considerata la vicinanza con il baricentro dei nostri studi, usufruiamo spesso del suo alloggio durante le pause tra una lezione e l’altra.  Io, in verità, preferisco rintanarmi nella biblioteca dell’Università, perché quella casa mi incute una vaga inquietudine. Roby abita al terzo piano, accessibile tramite una gabbia racchiusa da volute floreali ed esotiche forme ornitologiche stilizzate in ferro, che sarebbe l’ascensore. Soffrendo di una lieve forma di claustrofobia, di solito opto per la rampa di bassi gradini in ardesia, fiancheggiati da un’austera balaustra metallica. Visto che i soffitti degli edifici storici sono molto più alti di quelli attuali, è come se scalassi quasi sei piani. Un aroma di paraffina e mirra aleggia lungo le rampe: turandomi il naso per non inalarlo, giungo sul pianerottolo della nostra amica col respiro affannoso. Qui mi attende una massiccia porta di legno scuro il cui pomello dorato raffigura un volto a metà tra l’umano e il bestiale, con un ghigno beffardo, ormai consunto dal lungo uso. Si entra poi in un ridotto vestibolo che si affaccia sul cortile interno, la cui vista è mascherata da una finestrella con vetri rosso e blu cobalto, tenuti insieme da una saldatura a piombo: la luce che vi filtra conferisce un’atmosfera un po’ sinistra all’ambiente. La maggior parte delle stanze è arredata con mobili liberty ed è ingombra di oggetti stravaganti di varia provenienza. Ne cito solo alcuni: un piccolo mappamondo realizzato con pelle di pitone, un goniometro dorato che può fungere anche da ventaglio, una gigantesca riproduzione su filigrana di carta degli dei giapponesi del tuono e del vento. Entrare nella camera di Roberta è come subire uno choc: tenui colori pastello, linee essenziali e pulite, arredamento moderno, un rigoroso tappeto a pelo raso con disegni geometrici neri e crema. Sembra di aver varcato un portale ed essere stati catapultati in un’altra epoca.

E.

 

IV

Torino, 1° Maggio 1997

Caro diario,

ironia della sorte, oggi è la festa del lavoro ed io sono qui nell’archivio della biblioteca a ripulire e catalogare una montagna di storici volumi pomposi, coperti di muffa e di polvere, proprio i due agenti patogeni per me più micidiali. Ho gli occhi iniettati di sangue e le mani ricoperte di bolle a causa dell’allergia che mi vessa sin dalla più tenera età: chiusa qui nei sotterranei, sembro l’interprete della scena clou di un film dell’orrore!

Da poco più di un anno varco fieramente l’augusto ingresso neoclassico, che si apre sulla candida facciata dell’edificio in cui lavoro, a braccetto di Miss Perfettini, poi ci separiamo con un sorriso, audace e disinvolto il suo, amaro il mio: lei si reca nel suo confortevole ufficio sito al primo piano, con vista su quel gioiellino di piazza antistante, io scendo nell’umido scantinato a caccia di vecchie reliquie dimenticate e trascurabili.

Dopo aver superato il concorso, ci siamo entrambe gettate a capofitto nel lavoro, senza risparmiarci montagne di fotocopie - dai sacri incunaboli alle volgari scartoffie amministrative -, spostamento di cataste di libri, servizio caffè, prestazione guardaroba, deposito-bagagli (o meglio ventiquattrore e borsette Louis Vitton e Chanel).

Trascorso l’anno di prova, la chiamata in direzione. “Lei è un’ottima persona, un’infaticabile lavoratrice, preziose ed introvabili virtù”, e bla, bla, bla. “Il contatto con il pubblico è sempre più logorante, gravoso e deprimente”, e così via. “Abbiamo intuito d’altronde il suo scarso interesse per la gestione delle risorse umane…” passaggio al plurale maiestatis e tossettina stizzosa. “Riteniamo che la mansione a lei più confacente sia la ricerca, di proustiana memoria, di perduti tesori cartacei”, concluse serafica e melliflua la Direttrice.

Così io sono finita a fare l’Indiana Jones dei seminterrati, mentre Miss Perfettini vice-dirige il panoramico ufficio “Organizzazione convegni e mostre”.

F.

 

V

Quella mattina un elicottero aveva ripetutamente solcato il cielo turchino sopra il Gran Paradiso, allarmando una famiglia di stambecchi, che aveva risolto di abbandonare lo sperone sul quale troneggiava abitualmente.

Alle 12.00 la notizia al telegiornale: era stato recuperato il corpo esanime di una donna in un dirupo del famoso parco nazionale. La vittima si chiamava Roberta Piccolomini e aveva trentacinque anni.

Nata a Roma, a quindici anni si era trasferita nel capoluogo piemontese, presso la cui Università si era meritevolmente conquistata la cattedra di filologia romanza.

Era andata a fare un’escursione solitaria e forse questo le era risultato fatale: magari si era imprudentemente sporta ed era scivolata giù nella forra; se avesse avuto compagnia, avrebbe potuto essere aiutata o i soccorsi sarebbero stati più tempestivi e sarebbe ancora viva.

Tutte illazioni infondate: per fortuna, da un certo punto di vista, la morte era stata repentina, la vittima aveva battuto la testa e non aveva patito sofferenze, come l’autopsia presso il Parini di Aosta aveva rilevato.

Sebbene la tragica morte apparisse come una crudele fatalità, erano d’uopo degli approfondimenti sulle dinamiche dell’evento. Il GIP Donato Teodosi, in collaborazione con il sovrintendente Rosella, che aveva sostituito Glavinaz dopo il suo trasferimento, si mise a ricostruire la giornata in cui era avvenuto l’incidente. Roberta viveva da sola in un piccolo appartamento non lontano dalla Mole. Gli unici parenti che aveva, due zii e svariati cugini, abitavano lontano e l’ultima volta che l’avevano sentita era stata circa due mesi prima, per il consueto scambio di auguri pasquali. Non rimaneva, quindi, che interpellare i colleghi e gli amici più intimi.

Il primo a fare il suo ingresso nello studio di Teodosi fu il dottor Rebaudenghi, assistente della professoressa: il giovane, smilzo e con un’incipiente calvizie compensata da una folta barba curatissima, non nascose un impercettibile moto di delusione, non appena gettò uno sguardo all’ambiente circostante. Si era figurato di entrare in una stanza fastosa, tirata a lucido e magari ammobiliata con costose masserizie d’epoca, mentre si trovò di fronte ad uno squallido spettacolo: il GIP lo accolse seduto su una sedia girevole nera imbottita, con alto schienale e braccioli, davanti ad un tavolo con sottili gambe di ferro, punteggiate di macchioline di ruggine, e con un ripiano in formica color crema; sulla parete d’ingresso, a sinistra della porta, era addossato un divanetto marrone in similpelle, sbiadito ed impolverato; dalla parte opposta una striminzita dieffenbachia affiancava la finestra, entrambe ingrigite dalla trasandatezza; il restante perimetro delle pareti era foderato di schedari metallici. Un diffuso tanfo di naftalina misto a muffa faceva pendant con la tristezza della stanza.

“Prego, si accomodi”, esordì Teodosi con tono e volto impassibili. “Come saprà, è stato convocato per fornirci informazioni utili alla ricostruzione dell’ultima giornata della professoressa Piccolomini”. Le ultime parole del GIP assunsero un accento di lieve contrizione.

Rebaudenghi avanzò e raggiunse una scomoda sedia che ricordava quelle scolastiche: “Posso solo dire che l’ultima volta che ho visto Rob…, cioè la mia collega, era venerdì. Mi ha riferito che per questo fine settimana aveva deciso di accatastare tomi e riviste e di trascorrere la domenica in montagna, a respirare la frizzantina aria pura e ad avvistare marmotte e stambecchi”.

“Da sola?”

“Le ho posto la stessa domanda e lei ha risposto che finalmente sarebbe stata libera e spensierata. A me è parso strano e anche poco consigliabile, ma la professoressa ha ribattuto che non le sarebbe certo mancata la compagnia di qualche attraente alpinista, con tutti gli escursionisti che ormai affollano le vette. Mi ha anche ammiccato e ha emesso un’inusuale risatina cameratesca. Io sono rimasto un po’ interdetto. Mi sono domandato se non avesse un appuntamento galante che non voleva ancora svelare”.

Uscito il giovanotto, entrò la professoressa Costa, docente di glottologia, con la quale la defunta aveva spesso collaborato nella pubblicazione di saggi ed articoli. La donna, agghindata come se avesse dovuto partecipare ad un prestigioso ricevimento, si accostò al tavolo impettita ma, una volta seduta, scoppiò in un pianto isterico. Teodosi le porse un fazzoletto e attese che la Costa si ricomponesse. Con il volto impiastricciato dal mascara e dal rossetto che le lacrime avevano sfatto, la docente espose il suo racconto, che ricalcò abbastanza quello del teste precedente, a parte le considerazioni su un presunto incontro amoroso.

* * *

La sera Donato, rientrato a casa dopo un’intensa giornata di interrogatori, riunioni e ipotesi, non riusciva proprio a rilassarsi: sul collo e sulle spalle gli sembrava che gravasse un fardello di pietre e la zona lombare era afflitta da lancinanti crampi. Ghermì il telefono e compose il numero di Piero: conversare col suo vecchio amico e raccontargli del suo lavoro aveva il potere ipnotico di far decadere ogni tensione.

“Piero, sono Donato, come stai? Ti sei abituato alla vita di Torino?”

“Francamente no, rimpiango sempre la mia squattrinata esistenza precedente da montanaro. Non mi dirai mica, però, che mi hai telefonato per una nostalgica rievocazione del nostro glorioso passato!”

“Effettivamente… ho avuto una giornataccia: è stato rinvenuto il corpo di una docente universitaria, come già saprai dai giornali e dalla tv. Dobbiamo ricostruire gli eventi, che per ora portano a credere che si tratti di un fatale incidente, dovuto ad una distrazione, ad un’imprudenza.”

“Qual è il tarlo che ti tormenta?”

“Quello del dubbio: mi sembra strano che una donna metodica e razionale come la vittima si sia cacciata in una situazione simile. Da sola, in un luogo isolato ed impervio. Un suo collaboratore ha insinuato che potesse esserci un’altra persona con lei, forse un potenziale innamorato. Mi è parso un tantino geloso… Però sono solo tutte sensazioni che non hanno ancora trovato un reale riscontro.”

“L’indagine è solo all’inizio, magari salta fuori qualcosa, ma ti capisco: qualche mese fa anch’io ho dovuto chiudere un caso di suicidio piuttosto stravagante, una donna che si è tolta la vita, una vita appagante e dorata, apparentemente per dei motivi puramente immaginari, scarsamente fondati. Nel corso dell’inchiesta ho avuto alcune intuizioni: un marito stucchevolmente disperato, con interessi oltre quelli coniugali, una cugina abbagliata da questo magnetico individuo, ecc. Tutte impressioni personali, sprovviste di qualunque prova, che ti lasciano l’amaro in bocca e la fastidiosa impressione che manchi qualche pezzo del puzzle. Ad ogni modo che fare?”

“Ti ringrazio, Piero, come al solito le tue parole agiscono su di me come un toccasana. Sei il mio taumaturgo privato. Non appena concludo questa indagine, vengo a Torino e organizziamo una cena.”

“Dici sempre così e poi trovi qualche impedimento… Alla prossima crisi, buonanotte.”

“… ‘Notte.”

Donato riagganciò il telefono e qualche minuto più tardi piombò in un profondo sonno ristoratore.

* * *

Il giorno dopo furono ascoltati Enrico Crosetto e Carlo Chiadò. Entrambi avevano conosciuto Roberta ai tempi in cui studiavano all’università e, sebbene le loro strade lavorative si fossero separate, avevano mantenuto lo stretto rapporto di amicizia originario.

Enrico, dopo aver trascorso alcuni mesi a catalogare frammenti di brocche della Magna Grecia a Locri Epizefiri, annoiandosi all’inverosimile, era entrato nella redazione de “La Stampa”: per il momento curava la posta di “Specchio”, una rivista settimanalmente allegata al famoso quotidiano, ma sperava di poter passare a scrivere articoli di altro tenore. Le missive dei lettori, a parte qualche eccezione, lo irritavano, sebbene toccassero argomenti variegati, contraddistinti da registri altrettanto dissonanti: andavano dalle private dinamiche relazionali ad ambiziose ed astruse riflessioni sul senso della vita, dalle questioni più banalmente pratiche alla segnalazione di sviste ed errori “pizzicati” durante alcuni seguitissimi spettacoli televisivi. Genitori disadattati, fidanzate e mogli tradite o tediate lo subissavano di sfoghi zeppi di errori ortografici che lui si premurava di correggere. Aspiranti filosofi gli inviavano ermetiche considerazioni, crogiolandosi nel compiacimento per le proprie brillanti intuizioni. Oppure come soddisfare le esigenze sportive di Fido, se non c’è neanche un parchetto a meno di due chilometri da casa? Come ascoltare in santa pace un cd del venerando Mozart, se il vicino ha intrapreso i lavori di ristrutturazione del bagno? Come sistemare la mobilia ereditata dall’amatissimo zio Luigi in un appartamento di soli ottanta metri quadrati? Come rispondere in modo onesto a tutte queste domande senza urtare la sensibilità di chicchessia?

“Nella terza puntata dello sceneggiato David Copperfield durante l’incontro tra il protagonista e la bella Dora nell’angolino in basso a destra si è intravisto un frigo (un fri-go-ri-fe-ro dico)!”

“Il presentatore Vattelapesca, durante il dibattito di venerdì sera, ha detto grattuggia (l’ho chiaramente inteso), quando il vocabolo corretto si scrive grattugia.”

“I sottotitoli della trasmissione La Storia siamo noi recavano la scritta che le donne italiane votarono per la prima volta nel referendus del 1946: ma nessuno controlla la correttezza di quanto mandato in onda? Siamo sull’orlo della deriva!”

Enrico ringraziava, elogiando l’acume delle segnalazioni, e pensava a quanta malevolenza serpeggiasse tra una certa quota del suo pubblico. Comunque per il momento la sua posizione tutto sommato lo soddisfaceva.

 

Carlo Chiadò aveva aperto un pub di discreto successo a Rivoli, un grazioso comune dell’hinterland torinese. Era un locale giovanile ma raffinato, trascuratamente chic, che, oltre alle consuete bibite e contorni, alternava spettacoli di magia o giocoleria a serate musicali. Lo stesso Carlo prendeva saltuariamente parte ad esibizioni cabarettistiche. Il giovane si era ritagliato una sua nicchia di notorietà, ridotta e per questo confortevole e rassicurante.

Enrico e Roberta facevano parte di quell’accogliente nido: ogni mese si davano appuntamento al Variety, dove trascorrevano piacevolmente una serata con il proprietario, ridendo e scherzando come quand’erano all’università.

 

Il primo ad entrare nell’ufficio del GIP fu Enrico: il suo aspetto allampanato non faceva che sottolineare l’impaccio e lo sgomento che provava. Dopo essere incespicato un paio di volte, scusandosi ripetutamente per la sua goffaggine, l’uomo raggiunse la scomoda seggiola. Balbettando a causa dell’emozione e dell’incredulità per quanto accaduto, narrò che durante l’ultimo incontro, avvenuto circa due settimane prima, Roberta, sghignazzando, aveva preannunciato a lui e a Carlo che stava predisponendo loro una sorpresa, che no, non voleva svelare il minimo indizio per non rovinare l’effetto finale e che prima avrebbe dovuto recarsi in montagna per sistemare adeguatamente le cose.

“Quali cose?” intervenne Teodosi “Secondo lei, a cosa poteva alludere?”.

“Forse aveva trovato un ingaggio per me e per Carlo, ho ipotizzato io, grazie a qualche conoscenza universitaria. Quale altra circostanza poteva elettrizzarla tanto? Poi qualcosa su è andato storto, il contatto per qualche ignoto motivo è saltato, Roberta è rimasta tanto arrabbiata e delusa da compiere un atto incauto che le è costato la vita. Maledizione!”

“Non potrebbe più semplicemente avere avuto un appuntamento amoroso?”

“Non spiega l’euforia nel volerci stupire, mi pare”

 

Un’ora dopo l’uscita di Enrico, sopraggiunse Carlo, che a grandi linee confermò la narrazione dell’amico, accordando però scarsa rilevanza alla sorpresa progettata da Roberta. Egli insistette di più su un altro aspetto: ultimamente nel suo locale si era infiltrata gente indesiderata, che aveva introdotto la vendita di pasticche illegali. Era in corso un’indagine a tal proposito e Carlo temeva che Roberta fosse rimasta coinvolta in qualche maniera.

 

Scartate le ipotesi del fidanzamento occulto e del contatto con qualche vip, per dare impulso alla carriera degli amici, a causa della mancanza di prove a sostegno, non rimaneva che la pista aperta da Carlo. Si scoprì pertanto che due cugini della società bene torinese avevano avviato un mercato di droghe sintetiche presso vari locali notturni famosi in città e nella cintura, compreso il Variety. Roberta, forse per curiosità, aveva effettuato un acquisto. Magari ne aveva fatto uso in montagna, determinando l’ormai tristemente noto epilogo. Eppure no, gli esami del sangue non avevano rilevato tracce di quel veleno. Allora forse si era portata due dosi, una per sé e l’altra per il misterioso ospite, allo scopo di consumarle insieme o di rivenderle, ma i piani erano stati sconvolti: l’altro non ne aveva voluto sapere, poteva essere insorto un diverbio, finito tragicamente, oppure l’altro era in realtà un delinquente che si era appropriato del bottino, liberandosi dell’ingombrante presenza di Roberta con una spintarella. Non erano congetture da scartare, anche se emergevano delle incongruenze: le allusioni formulate da Rebaudenghi e la sorpresa che aveva tanto incuriosito Enrico mal si conciliavano con esse.

Per non lasciare comunque nulla di intentato furono approfondite le indagini sui movimenti delle droghe sintetiche. In effetti Roberta era stata adescata dai venditori, ma si era opposta con incrollabile fermezza all’acquisto ed aveva cacciato vigorosamente i due cugini, che si erano allontanati alla chetichella, confusi e un po’ imbarazzati. Essi non si erano più visti nei paraggi, ma ciò non significava automaticamente che avessero rinunciato ad una rivalsa. E questa si era forse consumata in montagna?

In verità i due delinquentelli avevano un alibi di ferro per quella giornata: Lupo aveva gli allenamenti di canottaggio per prepararsi alle gare regionali e Gioele era rimasto chiuso in casa tutto il pomeriggio ad esercitarsi a giocare a scacchi con il suo maestro, in una partita lunga ed impegnativa.  Certo avrebbero potuto facilmente assoldare qualcuno che si occupasse di Roberta in loro vece. Quest’ultima fase investigativa, più articolata e critica, non produsse risultati concreti. Le indagini preliminari sulla tragedia del Gran Paradiso conclusero che la morte della sfortunata Roberta era stata una fatale sciagura, dovuta all’imprudenza della vittima stessa. Anche la bocca di Teodosi rimase amara, in quanto il GIP non era del tutto persuaso della verità di questa sentenza, tuttavia non vi erano elementi abbastanza probanti per disporre una prosecuzione dell’inchiesta.

 

Un giallo catartico (I parte) testo di Francesca Cosini
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