Atrax robustus Pt. 17

scritto da Nigthafter
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- Mi ha telefonato Luigi poco fa. Leo è morto. Non ce l’ha fatta.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Atrax robustus Pt. 17
di Nigthafter

Atrax robustus Pt. 17

Lorenzo Maria era nel suo ufficio all’università, intento al lavoro alla scrivania.
Sul monitor del PC che aveva davanti c’era la pagina del file con gli ultimi dati della ricerca che stava conducendo col proprio staff.
Nella stanza regnava il profumo aromatico della sua raffinata miscela per pipa.
Amava fumarla quando doveva concentrarsi con attenzione: lente boccate che lasciavano una lieve cortina azzurra nella luce autunnale che filtrava dalla finestra.
Il trillo del cellulare lo interruppe. Era Ginevra.
- Pronto, cara.
- Ciao Lorenzo. Ti chiamo perché è successa una cosa gravissima.
La voce di lei era tesa, controllata ma con una chiara nota di afflizione.
- Dimmi?
- Mi ha telefonato Luigi poco fa. Leo è morto. Non ce l’ha fatta.
Ci fu un breve silenzio, lasciò intendere di meditare mestamente la notizia
che in realtà attendeva da ore.
- Accidenti – rispose con il tono grave consono alla cosa. – Mi dispiace davvero. Povera bestia.
Sul suo volto si disegnò un sorriso sottile, invisibile all’altro capo del telefono. Dissimulò con attenzione il piacere che lo solleticava.
- Purtroppo – aggiunse - viviamo in un mondo pieno di squilibrati che spargono bocconi avvelenati. Non c’è più da stupirsi di nulla.
- Sono dei bastardi – replicò lei, la voce appena incrinata. – Ci vorrebbe il manicomio, o la galera.
- Vero, tesoro. Bisogna stare attenti. Se senti Luigi digli che mi dispiace enormemente. Sa quanto fossi affezionato a Leo.
Ci fu un nuovo attimo di silenzio.
- Certo. Glielo dirò. Scusami se ti ho disturbato nel lavoro.
- Figurati, cara. Hai fatto bene a chiamarmi. Ora cerca di farti forza. Hai la tua giornata da portare avanti. Se vuoi pranziamo insieme, così non resti sola.
- Grazie, ma non serve. Prenderò solo un cappuccino all’automatico più tardi.
- Come preferisci, amore. Se cambi idea fammi un trillo. Ci vediamo stasera. Un bacio.
- Un bacio anche a te. Ciao.
Lorenzo Maria posò il cellulare. La pipa si era spenta.
La osservò un istante, poi scosse con cura il tabacco combusto nel posacenere, la ricaricò lentamente e la riaccese.
Aspirò una boccata profonda, gustandola come fosse il primo sorso di una vendetta ben pianificata.
Quello era stato l'inizio del suo disegno, tutto si era svolto come progettato.
Si sentiva stupito per l'abilità mostrata nell'organizzare il tutto, doveva complimentarsi con sé stesso per la freddezza con cui aveva condotto quel letale lavoro.
Ma non c'era da cullarsi sugli allori, ora doveva concentrasi sul prossimo obiettivo.
Era cosa più impegnativa e articolata del far mangiare un plumcake avvelenato a un cane, ma se avesse agito con la dovuta freddezza e attenzione anche questa gli sarebbe riuscita.
Era eccitato dal capolavoro di perfidia che aveva in mente.
Si alzò, andò alla finestra e la spalancò.
Respirò a fondo l’aria frizzante del mattino, guardò gli alberi del vasto giardino vestiti nell'ocra di stagione, estese le braccia per sgranchire le spalle.
Per il cane gli dispiaceva sul serio.
Ma il dolore straziante di Luigi, e soprattutto il modo in cui quel dolore avrebbe ferito anche Ginevra, lo riempivano di una soddisfazione gelida, quasi estetica. Quello era soltanto l’inizio.
Il meglio doveva ancora arrivare.


La nebbia del mattino di ottobre avvolgeva ancora i campi intorno a Cemiano, un pugno di case tra le risaie a una trentina di chilometri da Torino. L’Accademia dei Filodrammatici occupava una vecchia cascina restaurata, con le pareti di mattoni a vista e un cortile interno dove, d’estate, si provavano scene all’aperto.
A quell’ora – le otto e dieci – il cancello era già aperto, ma l’edificio sembrava deserto.
Dentro la sala prove al piano terra, però, c’era luce.
Un faretto da scena proiettava un cerchio di luce sul parquet consumato.
Al centro del cerchio, un ragazzo di vent’anni stava ritto a piedi nudi, le mani lungo i fianchi, gli occhi chiusi.
Indossava una felpa grigia sdrucita dell’accademia e pantaloni della tuta neri. Aveva l’aria di chi si trovava per sbaglio in un quadro del quattrocento: zigomi alti, mascella netta, capelli castani lunghi che gli ricadevano sulla fronte.
Un angelo leonardesco nell'Annunciazione, una bellezza idealizzata senza essere femminea.
La bocca era piena, morbida, ma quando parlava poteva divenire uno strumento tagliente.
“…e la mia lingua, come un serpente, si avvolge intorno alla verità finché non la soffoca.”
La voce era bassa, calda, modulata.
Fece una pausa, inspirò dal naso, poi riprese, più piano, quasi sussurrando:
“Tu non la vedrai arrivare. Nessuno la vede mai.”
Si interruppe di colpo. Aprì gli occhi di un verde scuro, come un mare al tramonto e fissò la propria figura riflessa nel grande specchio a parete.
Fece una smorfia d'insoddisfazione, scosse la testa.
“Troppo melodrammatico, Luca. Troppo.”
Luca Ferri, da otto mesi frequentava il terzo anno dell’accademia, l’unico corso privato della zona che non accettava raccomandati e che, per questo, aveva solo ventidue allievi.
Luca era arrivato da Asti con una borsa di studio guadagnata a suon di concorsi regionali e una fame di vita e determinazione che aveva negli occhi.

Di sé pensava di non voler essere il bello della situazione: voleva essere la situazione.
Sapeva di avere il fisico per reggere un palcoscenico da venti metri di distanza.
Riprese da capo, con tenacia quasi rabbiosa, questa volta senza guardarsi allo specchio.
Camminò lentamente verso la finestra, come se stesse seguendo una scia invisibile sul pavimento.
“Tu non la vedrai arrivare,” ripeté, e la voce gli uscì diversa, più intima, quasi pericolosa.
“Perché sarò io a portartela.” Un brivido gli corse lungo la schiena.
Non era la battuta del copione che stavano preparando per lo spettacolo di fine anno.
Era una cosa che aveva scritto lui la sera prima, per una pièce drammatica a cui stava lavorando
Gli era piaciuto il sapore di quelle parole in bocca.
Gli era piaciuto immaginarsi protagonista di quella minaccia, nel dramma che aveva in mente.
Fuori, nel corridoio, si sentì il rumore di una porta che si apriva
Probabilmente la professoressa Bianchi che arrivava per la lezione di dizione delle otto e trenta.
Luca non si mosse. Rimase lì, a guardare la nebbia che si dissolveva oltre i vetri, tra poco l'interminabile giornata di parole gesti e prove ripetute allo sfinimento sarebbe iniziata.
Lo specchio gli rimandò la sua figura smilza e quel suo viso rinascimentale, un mezzo sorriso gli affiorò sulle labbra.
Non sapeva ancora che, tra meno di una settimana, un uomo che nessuno all’accademia aveva mai visto avrebbe assistito alla lezione aperta del giovedì pomeriggio.
E che, tra tutti i ventidue allievi, avrebbe scelto proprio lui.
Non solo per il talento.
Per quel sorriso appena accennato, quello che diceva: “Sono pronto a tutto, purché sia grande.”

(Continua)





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