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I
- Io…non credo di essere in grado di partire oggi...-
Mi guardava con quei suoi occhi color nocciola, gonfi di lacrime. Si chiamava Neta.
Neta si fermò sulla soglia della porta, le spalle leggermente curvate, mentre il peso delle sue parole gravava nell'aria. Ripetè, rafforzando il concetto - Davvero, non credo di essere in grado di partire oggi. -
I suoi occhi mi apparivano vulnerabili, come se un velo di tristezza avesse offuscato la sua luminosità naturale.
-Perché? - chiesi, cercando di nascondere la mia preoccupazione dietro una maschera di calma. Ma dentro di me, un tumulto di domande iniziava a farsi strada. Cosa stava succedendo a Neta? Perché stava esitando a partire? Oltre alla preoccupazione, facevo del mio meglio per coprire il disappunto davanti a questa sua scelta dell’ultimo minuto di non voler partire; mi mordicchiavo le labbra fissando il pavimento, evitando il contatto coi suoi occhi lucidi. Sentivo una sorta di fastidio pizzicante crescere in me.
Avevo conosciuto Neta un paio di settimane prima quando si presentò alla scuola di yoga che gestivo e nella quale insegnavo, nel villaggio di Bhagsu, in Himalaya, nella porzione nord occidentale dell’India.
Israeliana, giovane e vagamente traumatizzata: così potrei descrivere Neta. Sì, era giovane, ma il suo corpo era portatore di grandi rigidità, decisamente eccessive per la sua età; tuttavia si sa che i traumi molto spesso si annidano nella mente e da essa poi migrano in giro per il corpo. Da qui il suo desiderio di voler approfondire la propria pratica yoga, partecipando a uno dei brevi corsi di dodici giorni all’interno della nostra scuola. Ero il suo insegnante di riferimento, ci eravamo connessi. Finì il suo corso di mercoledì. Il giorno dopo la incrociai durante la mia pausa pranzo: era seduta fuori da un chai shop a pochi metri da scuola. Mi sedetti anche io con lei, ordinai un chai con extra zenzero e restammo per un po’ a sorseggiare il tè senza parlare. Fu lei a fare la proposta per prima:
-Ho deciso di lasciare Bhagsu…è tempo per me di rimettermi in viaggio. Vorrei raggiungere Kasol con calma, essere là entro una settimana.-
-Puoi muoverti a tappe- risposi - fermarti per una o due notti in alcuni dei villaggi che trovi tra questa valle e quella di Kasol.- Avevo intrapreso anche io un viaggio simile anni prima, durante la mia prima visita in India, e sarei stato contento di consigliarle alcuni luoghi caratteristici, villaggi molto meno turistici ed affollati di Bhagsu per poter vivere un’esperienza di viaggio diversa, magari più autentica.
-Verresti con me?- mi chiese, posando il bicchiere di chai sul tavolo.
-Devo insegnare: stavolta sono qui per lavoro non per viaggiare.-
-Non puoi nemmeno prenderti un week end libero? Sarebbe bello iniziare il viaggio assieme, non credi? Condividere due o tre giorni e poi ognuno per la sua strada-
Le dissi che avrebbe fatto piacere anche a me viaggiare qualche giorno in sua compagnia. Avrei provato di delegare alcuni impegni a scuola e le avrei fatto sapere entro sera. Mi disse che lei aveva intenzione di partire il sabato di buon’ora. Ci salutammo con un abbraccio e poi ognuno tornò a navigare dentro il proprio pomeriggio.
A prescindere dal fatto che ci fosse o meno attrazione tra me e Neta, prendermi un paio di giorni per distaccarmi dalla scuola e dalle energie di Bhagsu poteva essere davvero una buona idea. Del resto, da quanto tempo era che non mi muovevo da quel villaggio? Mesi. Mesi intensi, colmi di insegnamento e gestione della scuola. Mesi freddi sul finir di febbraio che erano poi scivolati dentro la gloriosa primavera himalayana: il sole fiero che rendeva i boschi sui monti di un color smeraldo, il concerto dei volatili all’ora del tramonto, le cime più alte, ancora innevate, che facevano capolino nei giorni più limpidi. E ora, sul finir di giugno, si stava entrando gradualmente dentro i mesi monsonici di bruma fitta e piogge torrenziali. Il che significava che non mi sarei più mosso da lì per almeno altri tre mesi. La proposta di Neta era un’ottima opportunità per uscire anche solo per due o tre giorni da quella che io avevo rinominato “la bolla Bhagsu”: uno dei tanti posti dove è facile rimanere bloccati, dove è facile dimenticarsi del resto del mondo.
Decisi di accettare la proposta di Neta e mettermi in viaggio con lei. Avremmo preso l’autobus il sabato mattina di buon’ora diretti verso Bir, un altro villaggio ad alta densità di tibetani situato a circa 80km da dove stavamo noi. Sarei uscito da quella zona di comfort che rappresentava per me Bhagsu, dopo molti mesi avviluppato dalle sue energie. E non lo avrei fatto da solo, ci sarebbe stata Neta con me, me lo aveva proposto lei. Delegai gli impegni lavorativi del sabato mattina e il venerdì sera mi ritrovai in camera a preparare lo zaino per il breve viaggio, inspiegabilmente eccitato. Mi sentivo un po’ come al liceo, la sera prima della partenza per la settimana di gita scolastica. Si parte! In viaggio per il gusto del viaggio, e null’altro. E dopo tanti viaggi, voluti ed ottenuti in solitaria, questa volta sarebbe stato un viaggio in compagnia. Si parte.
-Non ce la faccio, sto male- singhiozzava Neta, i suoi occhi pieni di lacrime. Io fissavo il pavimento, poi guardavo fuori dalla finestra: grosse nuvole plumbee coprivano il sole. Di tanto in tanto la osservavo di nuovo: non sembrava fingere, sembrava davvero stare male. Ero sulla soglia della sua stanza, con lo zaino in spalla e le scarpe da trekking strette col doppio nodo.
-Che cosa ti senti? Cos’è che ti fa stare male?- chiesi.
-Mi sento pesante…mi fa male la testa…ti andrebbe di accompagnarmi al chai shop qui sotto per prendere un tè?-
L’accompagnai di sotto. Ordinai anche io un chai, stavolta lo chiesi con doppia razione di zucchero. Rimasi con lei sulla panchina in ferro battuto. A volte le tenevo la mano, altre volte guardavo l’ora sul telefono: l’idea di prendere l’autobus delle nove era già naufragata. Lei continuava ad esitare, si asciugava le lacrime, rollava sigarette. Ma io avevo già preso la mia decisione. Avevo già detto a tutti che sarei stato via per il weekend, e non potevo cambiare idea ora. Sarei partito. Da solo, come era successo tantissime altre volte in passato. Mi disse che aveva deciso di restare a Bhagsu ma di muoversi più in alto; disse che voleva trovare una camera con una vasca da bagno e rilassarsi per tutto il giorno. Io la salutai con un vago nodo in gola che cercai di mascherare schiarendomi la voce. Iniziai a camminare verso la fermata dell’autobus pensando che in tutto ciò Neta non si era nemmeno scusata nei miei riguardi. Me lo aspettavo? Sì, in quel momento me lo sarei aspettato.
II
Iniziai a camminare verso la fermata dell’autobus con lo zaino in spalla e il cuore pesante. Il viaggio verso Bir avrebbe dovuto essere un'opportunità per scoprire nuovi luoghi e staccare dalla routine di Bhagsu ed io, un po’ per orgoglio e un po’ per testardaggine, ero totalmente determinato a partire. La giornata era cupa, le grosse nuvole grigie minacciavano una pioggia sempre più imminente. Presi il bus delle undici da McLeod Ganj: in un’ora e mezza sarei giunto a Palampur e da lì avrei dovuto cambiare e prendere un secondo bus che in tre ore o poco più mi avrebbe portato a Bir. Mezza giornata è già persa tra viaggio e cambi pensai mentre mi sistemavo vicino al finestrino, osservando il paesaggio che scorreva. Tornai a pensare anche a Neta e a quanto la sua indecisione mi avesse turbato.
Man mano che ci allontanavamo dal centro abitato, la strada si faceva sempre più stretta e tortuosa. Le montagne sembravano avvicinarsi minacciosamente, come guardiani silenziosi del nostro passaggio.
Ero l’unico occidentale a bordo del bus, cosa abbastanza comune in India; così come è comune che qualche indiano ti fissi per alcuni momenti, incuriosito dallo “stile occidentale”. Ma stavolta sentivo che qualcosa era diverso: non si trattava di una curiosità bonaria, ma di sguardi che parevano pesanti, quasi accusatori. Donne, uomini, anziani, ragazzini. Sentivo il loro sguardo vagamente minaccioso calare sempre più sulla mia persona. Persino l’autista ogni volta che poteva mi squadrava accigliato dallo specchietto retrovisore.
Iniziò a piovere violentemente. La donna ed il bambino seduti vicino a me scesero ad una fermata, continuando a fissarmi fino all’uscita del bus. Salì un vecchio bagnato dall’acquazzone in corso e si sedette nel posto libero a fianco al mio. Anche lui iniziò a fissarmi insistentemente. Infastidito dalla situazione, iniziai a mia volta a fissarlo: i suoi occhi erano verdi, cosa rara per un indiano, e nonostante fossero piccoli e vicini l’uno all’altro, trasmettevano una sensazione di immensa profondità. Erano profondi come la più abissale depressione oceanica conosciuta al mondo. A fissarlo sentivo che mi stavo perdendo, così distolsi lo sguardo e gli dissi:
-Namaste. C’è qualcosa che ha bisogno di dirmi?- il vecchio sorrise mostrando una bocca senza denti che mise ulteriormente in risalto le numerose rughe che gli solcavano il volto. Poi sollevò un indice e, continuando a fissarmi, lo infilò nel lobo dell’occhio destro.
Con la stessa facilità con cui si sbuccia una banana si cavò via l’occhio. Lo teneva tra il pollice e l’indice, l’iride verde rivolta verso me.
Per un istante vidi una galassia roteare dentro il suo occhio ma non durò che un attimo poiché il vecchio iniziò a fare pressione sul bulbo oculare fino a schiacciarlo completamente riducendolo a una poltiglia informe che poi iniziò a leccare con la sua lingua giallognola. E mentre lo faceva rideva di una risata catarrosa, continuando a fissarmi con l’occhio sinistro. Rideva senza fermarsi e dal solco dove fino a poco prima era collocato il suo occhio destro usciva l’eco della sua risata che rimbombava in tutto l’autobus. Nessuno dei passeggeri badava a lui; tutti continuavano a guardare solo me.
-Palampur…Palampur…change…change bus…- fui svegliato di soprassalto da una mano che mi scuoteva leggermente la spalla. Era un vecchio seduto dietro di me. Aveva il viso solcato da profonde rughe, una bocca senza denti e portava una benda bianca attorno all’occhio destro. Lo ringraziai unendo le mani in segno di namaste. Lui ricambiò con un cenno del capo e, senza degnarmi di uno sguardo, scese zoppicando. Il bus era vuoto. Eravamo giunti all’autostazione di Palampur.
A Palampur non pioveva più e la bruma che avvolgeva le altitudini di Bhagsu e dintorni si era dissipata completamente. L’umidità mista allo smog dell’autostazione mi calavano addosso come un panno pesante fuori stagione. Mi sgranchii le gambe e attraversai la strada diretto verso un venditore di samosa e altri snack fritti. Mentre mangiavo una vecchia mendicante mi si avvicinò: stringeva un vecchio scialle logoro attorno alle spalle ricurve, i suoi occhi erano di un bianco lattiginoso, come se fossero stati offuscati da una vita di sofferenze. Le porsi cento rupie e lei mi cinse il polso con la mano ossuta. Senza dire una parola, distese il braccio opposto e puntò l’indice bitorzoluto in direzione della strada sulla quale il bus era appena passato per arrivare lì. Mosse l’indice in su alcune volte, come a volermi esortare a prendere quella strada nella direzione opposta, in salita. Un venditore ambulante con il suo carretto pieno di merce chiese di fargli strada; la vecchia mollò la presa e solo allora mi accorsi di quanto forte mi avesse stretto il polso. Lasciò le cento rupie sul palmo della mia mano e si allontanò appoggiandosi al carretto del venditore. Sentii una forte sensazione di disagio che cercai di ignorare ma che continuava a risuonare nella mente e nel corpo tanto che mi si strinse lo stomaco e finii con l’offrire la samosa che mi era rimasta ad una mucca che stava pascolando a bordo strada.
III
Attraversai la strada tornando nel piazzale dell’autostazione. Mi avvicinai agli uomini che controllavano l'autostazione. Erano in quattro, fumavano hashish seduti in una cabina di legno, circondati da una nube di fumo acre che si disperdeva nell'aria umida. Il loro sguardo pesante mi scrutò mentre mi avvicinavo, ma non sembrarono particolarmente sorpresi dalla mia presenza.
-Scusate, posso chiedervi delle indicazioni?- chiesi, cercando di nascondere il mio nervosismo di fronte alla loro aura rilassata e leggermente sorniona.
Uno di loro, un uomo con la barba ispida e gli occhi rossi, si voltò verso di me e sorrise. -Certo, amico, dimmi cosa ti serve.-
Gli spiegai brevemente la mia situazione, chiedendo quale autobus avrei dovuto prendere per Bir. Gli uomini scambiarono uno sguardo complice prima che quello con la barba si girasse verso di me con un sorriso beffardo.
-Bir, eh? Abbiamo proprio l'autobus che fa per te- disse, tirando da una tasca un piccolo involucro di hashish. -Ma prima, perché non ti siedi qui e condividi un po' di questo con noi?- disse indicando un cuscino posizionato sulla panca di legno vicino a lui. La sua voce era pesante di suggestione, e mi sentii quasi ipnotizzato dalla sua proposta. In un momento di debolezza o forse solo per un senso di cortesia mal collocato, accettai l'offerta. Mi sedetti con loro nella cabina, e mi passarono un pezzo di hashish e una sigaretta.
-Stiamo anche preparando il pranzo- continuò l’uomo con la barba indicandone un altro che stava rimescolando una pentola fumante e borbottante -curry di montone. È carne locale, di Palampur. Si scioglie in bocca. Ne vuoi un piatto anche tu?-
-Grazie, ma in realtà io non mangio carne. In più ho un nodo allo stomaco…- dissi, pensando per un istante di condividere con loro l’esperienza del bus e quello della mendicante. Cambiai idea all’istante.
-Non preoccuparti amico. Questa è la medicina giusta- disse ghignando e passandomi uno spinello, mentre io ne stavo già rollando un altro dal pezzo che mi avevo dato.
Il fumo densamente profumato riempì le mie narici mentre inalavo profondamente. Una sensazione di rilassamento si diffuse attraverso il mio corpo, cancellando temporaneamente le mie preoccupazioni e la tensione accumulata. I quattro uomini mangiavano di gusto la carne e il riso dai piatti di metallo. Ogni volta che girava uno spinello si pulivano le mani, davano un paio di boccate, lo passavano e ricominciavano a masticare. L’uomo con la barba sembrava essere il capo, mi dava delle pacche sulle spalle, mi esortava a rollare un altro spinello.
-Se vuoi lo rollo ma è meglio se non lo fumo…-
-Dai amico, perché no! Facci compagnia. È hashish di qualità questo! È locale, di Palampur!-
A sentir lui, ogni cosa proveniente da Palampur era il top di gamma.
-Da dove sei venuto con l’autobus?-
-Bhagsu- risposi mentre lui mi passava nuovamente il pezzo di hashish e il pacchetto di cartine
-Troppo costoso l’hashish lassù, prezzi da turisti!- disse in tono denigratorio -e cosa ti porta qui a Palampur?-
-Come dicevo, devo prendere la coincidenza per raggiungere Bir-
-Oh ma certo! Il bus sarà qui presto. Li controlliamo noi, i bus, quindi non ti preoccupare. C’è tempo per un altro po’ di hashish. Tieni, prendi un po’ d’acqua. C’è un gran caldo oggi.-
Mi passò una brocca di rame dalla quale bevvi. Mentre il tempo passava e mi perdevo nella nebbia di fumo e pensieri poco chiari, cominciai a rendermi conto che forse non era stata una buona idea accettare l'invito di quegli uomini. Una sensazione di paranoia si insinuò nella mia mente, e mi resi conto troppo tardi che mi trovavo in una situazione di cui non conoscevo le reali implicazioni. Mi sentivo inquieto e fuori luogo. Che ci facevo lì, da solo? Chi me l’aveva fatto fare? Ripensai a Neta, che probabilmente adesso era in una vasca piena di schiuma in uno dei resort nella parte alta di Bhagsu. Una sensazione di rabbia mi assalì improvvisamente. Ma non è con lei che devi essere arrabbiato…tutt’al più con te stesso…con il tuo orgoglio da quattro soldi e il tuo ego che come sempre la fa da padrone e non ne combina mai una buona…
Mi resi conto che non avevo davvero motivo di andare a Bir. Sotto l'effetto dell'hashish, la decisione mi sembrava più chiara che mai: avrei mangiato un boccone a Palampur, almeno per dare un senso a quel viaggio, poi sarei tornato indietro.
Che razza di giornata…
Il giro di canne aveva creato una voragine nel mio stomaco e ora ero davvero affamato. Raccolsi il coraggio di comunicare la mia scelta agli uomini nella cabina.
-Sapete una cosa? - dissi, cercando di apparire più lucido possibile - Ho deciso di non andare a Bir. Forse pranzerò qui a Palampur.
L'uomo con la barba ispida mi guardò con un sorriso complice e un pizzico di malizia nei suoi occhi rossi. -Ottima idea, amico. Conosco il posto perfetto per te. C'è un ristorante all'ultimo piano di un hotel di lusso, con una vista a 360 gradi sulla valle di Palampur. Si mangia da re.-
-Mi sembra perfetto - risposi, grato per il suggerimento.
-Ti accompagno io - disse, alzandosi con un'agilità sorprendente. Gli altri uomini annuirono con espressioni d'incoraggiamento, continuando a fumare e a chiacchierare tra loro.
Ci incamminammo per le strade polverose di Palampur fino alla sua macchina, che si trovava a circa un isolato dall’autostazione. Sotto lo specchietto retrovisore ciondolava una di quelle palline anti stress di gomma fatta a forma di occhio. Era identico all’occhio che il vecchio si era cavato davanti a me nel sogno (ma era davvero un sogno?). La mia mente era avvolta in una nebbia fumosa e decisi di non fare nessun tipo di commento. Nessuno dei due aprì bocca durante il breve tragitto in auto. Sentirà anche lui l’effetto di questa charas locale pensai. Raggiungemmo l'hotel, un edificio imponente che dominava il panorama circostante. L'uomo con la barba mi fece strada attraverso l'ingresso elegante e fino all'ascensore.
Arrivati all'ultimo piano, una vista mozzafiato si aprì davanti a noi. La valle di Palampur si estendeva in tutte le direzioni, un tappeto verde smeraldo punteggiato da piccole case e tantissime piantagioni di tè .
Il ristorante era lussuoso, con arredi eleganti e un'atmosfera raffinata. Forse troppo raffinata per me in quel momento, che ero in jeans, maglietta pezzata e scarpe da trekking, sudato dal viaggio e stonato dalla charas.
-Questo è il posto - disse l'uomo con la barba, facendomi cenno di sedermi a un tavolo vicino alle grandi finestre panoramiche. - Goditi il pranzo. Io devo andare, ma sei in buone mani qui.-
Lo ringraziai e mi sedetti. Il menù era pseudo ricercato, con pochissime opzioni vegetariane e dei prezzi decisamente troppo alti per una cittadina provinciale indiana. Il cameriere era molto giovane e troppo ossequioso. Ordinai una bottiglia d’acqua frizzante e un’insalata di pasta fredda al pesto.
-Nient’altro, signore?-
-No grazie, sono a posto così-
-La specialità del nostro ristorante è chicken butter masala. È pollo nostrano, di Palampur-
-Non avevo dubbi a riguardo- dissi sarcastico -comunque non mangio pollo, va benissimo la pasta fredda.-
-Vuole una birra fresca?-
-No grazie. L’acqua va bene- e distolsi lo sguardo, mirando verso la valle che si estendeva a perdita d’occhio.
Mentre aspettavo, notai che l'atmosfera nel ristorante, nonostante la sua eleganza, aveva qualcosa di strano. I camerieri sembravano muoversi con una precisione quasi meccanica, e i pochi altri clienti presenti erano silenziosi, assorti nei loro pensieri o forse, come me, in una sorta di trance.
Il mio cibo arrivò, un piatto semplice ma squisitamente presentato, probabilmente per giustificarne il prezzo elevato. Iniziai a mangiare, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso una sensazione crescente di disagio. Mi sembrava di essere osservato, e ogni volta che alzavo lo sguardo, gli occhi di qualcuno si distoglievano rapidamente. Decisi di fare finta di nulla e continuai a mangiare, ma la paranoia iniziava a farsi strada nella mia mente. Che razza di giornata…nulla ha senso…perché sono qui? E soprattutto…perché ho ordinato pasta al pesto nell’India himalyana?! Mille indecisioni ed una spruzzata di conflitti…ed ecco la perfetta ricetta per la giornata odierna…
Mentre finivo il mio pasto, assorto dai pensieri, un uomo elegante, con un completo impeccabile, si avvicinò al mio tavolo. - Mi scusi, signore, posso disturbarla per un momento? - disse con un sorriso affabile ma occhi freddi.
Certo - risposi, cercando di mantenere la calma.
-Volevamo solo assicurarci che tutto sia di suo gradimento - disse, ma il suo tono aveva qualcosa di minaccioso. - Sa, ci teniamo molto ai nostri ospiti qui.
-Sì, tutto molto buono, grazie - risposi, cercando di sembrare tranquillo.
L'uomo annuì, ma non si mosse. - Bene, bene - disse, fissandomi. - E posso chiederle cosa la porta a Palampur?
Mi sentii improvvisamente intrappolato. Che cosa voleva davvero quest'uomo? E perché tutti sembravano così strani? La mia mente, ancora un po’ annebbiata dall'hashish, correva veloce. Dovevo uscire da quella situazione, ma come?
-Ottima domanda- risposi sorridendo, cercando di sembrare rilassato. -Sono solo di passaggio, sto viaggiando verso Bir.-
L'uomo elegante annuì lentamente, il suo sguardo sempre più penetrante. "Interessante. Bir è un bel posto, specialmente per il parapendio. Ma non molti viaggiatori scelgono di fermarsi a Palampur."
"Sì, ho avuto qualche contrattempo," mentii, sperando di distogliere la sua attenzione. "Ma non mi dispiace, è una cittadina interessante."
"Lo è," disse l'uomo, continuando a fissarmi. "Ma mi permetta un consiglio, signore. In certi posti, è meglio non attirare troppo l'attenzione. Potrebbe mettersi nei guai senza volerlo."
Il tono era cambiato, divenuto più freddo. Sentii un brivido lungo la schiena. Istintivamente pensai di chiedergli cosa intendesse, cosa volesse da me, cosa volessero tutti da me in quella razza di giornata nella quale mi ero infilato. Ma alla fine mi limitai a dirgli -Capisco. Grazie del consiglio.- cercando di mantenere il controllo. -Ora, se non le dispiace, vorrei il conto.-
L'uomo fece un sorriso enigmatico e disse -Ma certo signore, le mando immediatamente un cameriere. Arrivederci allora…o forse no…- e si allontanò, lasciandomi con una sensazione di disagio ancora più intensa. Finito il pasto, pagai il conto rapidamente e mi avviai verso l'uscita. Dovevo allontanarmi da quel posto il prima possibile.
In ascensore la musica che usciva dagli altoparlanti era Gymnopédie di Eric Satie. Scelta inusuale e decisamente ricercata per della musica da ascensore. Mi concentrai sulle dolci note di pianoforte, gli occhi chiusi e le mani che massaggiavano le tempie. Mentre attraversavo la hall dell'hotel, sentii di nuovo quegli sguardi addosso. Accelerai il passo e una volta fuori, l'aria umida di Palampur tornò a calare su di me pesante.
Decisi di tornare all'autostazione e prendere il primo bus per McLeod Ganj. Se mi fossi sbrigato sarei potuto tornare a Bhagsu in tempo per l’ora di cena, magari avrei invitato Neta a mangiare alla German Bakery, le avrei raccontato delle avventure di questa giornata insensata. Era tempo di tornare a ciò che conoscevo, alla bruma monsonica, alla foresta di pini e deodar che separava Bhagsu da Dharamkot. Tempo di tornare a casa, certo una casa temporanea, impermanente. Ma pur sempre casa. Non mi sentivo voluto da nessun’altra parte tranne che là. E non importava quanto avessi desiderato questo viaggio, sentivo che qualcosa di sinistro stava per accadere. Dovevo andarmene da lì, subito.
Arrivato all'autostazione, chiesi informazioni per il prossimo bus. Mi indirizzarono alla stessa cabina di legno nella quale mi ero intrattenuto con quei quattro uomini non più di un’ora prima. Stavolta c’erano altri tre uomini che non avevo mai visto. Erano tre sikh, con il turbante e la barba lunga, liscia e un po’ unta. Anche loro erano seduti a fumare. Mi avvicinai e uno di loro, con un largo sorriso e un ampio gesto della mano mi fece cenno di entrare.
-Namaste," dissi, entrando nella cabina. "Sto cercando di prendere un bus per McLeod Ganj. Potete aiutarmi?-
Gli uomini mi fissarono per un momento, poi uno di loro, col turbante colorato rispose. -McLeod Ganj? Certo, certo. Ma prima, perché non ti unisci a noi per una fumata? Aiuta a passare il tempo.- e rise della stessa risata catarrosa che avevo sentito uscire dalla bocca di quell’assurdo vecchio sul bus di andata.
Esitai. Non volevo un'altra esperienza simile a quella di prima, ma la loro insistenza era palpabile. -Grazie, ma preferirei...-
-È un segno di rispetto,- interruppe l'uomo con il turbante. -Solo un tiro. È roba buona, locale. Di Palampur-
Alla fine, cedetti e presi il chillum che mi porgevano. La sensazione di déjà vu era opprimente. Fumai e subito dopo sentii la testa farsi leggera, quasi fluttuante. Ma poi, lentamente, una sensazione di inquietudine tornò ad attanagliarmi. Gli uomini ridevano e parlavano tra loro, ma le loro parole sembravano distorte, ovattate, quasi irreali.
Capii che avevo commesso un errore. Dovevo andarmene, ma le mie gambe sembravano fatte di piombo. Mi alzai a fatica, cercando di mantenere la calma. -Grazie per l'ospitalità,- dissi con voce tremante. -Ma devo andare.-
Gli uomini mi fissarono con occhi stranamente vuoti. -Buona fortuna per il tuo viaggio,- disse uno di loro ma il suo tono era inquietante, quasi minaccioso.
-Il prossimo bus per McLeod Ganj parte dalla piattaforma quattro tra mezz’ora- aggiunse un altro.
Uscito dalla cabina, il mondo esterno sembrava ancora più distorto. Vedevo ombre che si muovevano tra gli alberi attorno all’autostazione, suoni sconosciuti echeggiavano nell’aria pesante. Non solo gli umani, bensì la terra stessa stava cercando di dirmi qualcosa.
IV
L'autobus arrancava lungo la strada montuosa. I finestrini vibravano leggermente, e io mi ritrovai a fissare il riflesso sfocato del mio volto nel vetro. Fu allora che notai per la prima volta l'uomo con il cappello grigio seduto in fondo all'autobus. Non l'avevo visto salire, eppure era lì, con indosso un rustico pastrano scuro e uno sguardo intenso rivolto verso di me. Ci risiamo con gli sguardi intensi pensai. Ma in questo viaggio di ritorno nessun’altro mi degnava di alcuna attenzione. Solo lui mi fissava e il suo sguardo era penetrante, ma non minaccioso. Mi dava l’idea che potesse vedere oltre la superficie delle cose.
Durante una delle soste, decisi di avvicinarmi. Mi sorrise con un’aria di consapevolezza famigliare, come si sorride ad un amico che incontri di nuovo dopo tanto tempo.
-Ascolti mai la musica classica?- mi chiese all'improvviso, senza preamboli.
-Io…bè sì, ogni tanto. Perché?-
-Eric Satie, Gymnopédie,- disse semplicemente. -Prova ad ascoltarla la prossima volta che ti senti perso. Potresti trovare qualcosa di te stesso tra quelle note.- Non dissi nulla, non menzionai che era la stessa musica che mi aveva calmato momentaneamente mentre uscivo da quello strano ristorante. Mi limitai ad annuire. C'era qualcosa di ipnotico nel suo modo di parlare, qualcosa che mi spingeva a prendere sul serio le sue parole.
Quando l'autobus riprese il viaggio, mi ritrovai a pensare a quella musica, a chiedermi che tipo di rivelazioni potesse portare. L’uomo con il cappello grigio si era già dissolto nell’oscurità del fondo dell’autobus, quasi come un sogno che scompare al risveglio.
Il viaggio proseguiva lentamente, le curve tortuose della strada di montagna sembravano interminabili. La mia mente era un vortice di pensieri confusi e immagini distorte. Cercavo di concentrarmi sulla musica di Eric Satie che risuonava nella mia mente, sperando che potesse calmarmi.
Finalmente arrivammo a McLeod Ganj. Scendendo dall'autobus, l'aria fresca della sera mi accarezzò il viso. La piazza principale era animata da turisti e locali, le luci dei negozi e dei ristoranti creavano un'atmosfera accogliente. Un ordinario sabato sera himalayano. Ma io sentivo ancora una sensazione di inquietudine che non riuscivo a dissipare.
Decisi di dirigermi verso Bhagsu senza indugi. Il sentiero tra McLeod Ganj e Bhagsu era familiare, ma quella sera sembrava diverso, quasi minaccioso. Ogni fruscio del vento tra le foglie, ogni ombra proiettata dalla luna sembrava amplificare la mia ansia. Ad ogni passo aumentava la bruma lattiginosa, fitta e densa, che inglobava i contorni e le forme di ogni cosa.
Una volta arrivato a Bhagsu avevo pensato di dirigermi subito verso la German Bakery, vedere Neta, raccontarle tutto e cercare un po' di conforto. Tuttavia una volta arrivato al bivio nella piccola piazza del paese, qualcosa dentro di me mi disse di proseguire dritto invece di prendere la salita verso la parte alta di Bhagsu. Era il sentiero che portava alle cascate.
Forse la presenza e il suono dell’acqua scrosciante mi aiuteranno a schiarire un po’ le idee.
Mentre camminavo, i ricordi della giornata tornavano alla mente, mescolandosi con il suono rilassante dell'acqua che scorreva e si faceva sempre più vicino. Ero determinato a capire il significato di tutto ciò che avevo vissuto. Forse c'era davvero un messaggio nascosto in quella giornata, qualcosa che dovevo scoprire. A circa un centinaio di metri dalla terrazza che si affacciava sulle cascate mi sedetti su una panchina a rifiatare. Non c’era nessuno lungo il sentiero, solo io e quella nebbia misteriosa che sembrava chiamarmi a sé, come se mi volesse dire che ero destinato lì, per sempre.
Oggi è stata una giornata piuttosto assurda, una giornata che mi ha preso in contropiede. E ho fatto tutto io, tutto da solo. Non sono riuscito a capire cos’è che volessi veramente fare. L’istinto mi ha voluto in viaggio a tutti i costi. L’intuito voleva trattenermi, come se volesse dirmi “non ha senso andare. Fermati. Riposati. Non ha senso andare da solo, di nuovo da solo.” Da solo andai e da solo tornai…e in mezzo, quante persone e situazioni assurde! Che razza di giornata…
A un tratto sentii delle note di pianoforte che mi distolsero dalla centrifuga dei miei pensieri. Provenivano dalle cascate. Il suono dell’acqua era forte, ma la musica del piano gradualmente lo sovrastava: era Satie, Gymnopédie . Mi rimisi in piedi e lasciai che la musica mi guidasse. Arrivato alle cascate, la musica cessò d’un colpo. Trovai un posto tranquillo dove sedermi e riflettere. Pensai all'uomo con il cappello grigio, al vecchio sull'autobus, e alla donna mendicante. Tutti sembravano collegati in qualche modo, come pezzi di un puzzle che dovevo ancora completare.
Fu allora che ricordai l'occhio che il vecchio si era cavato. Nella mia mente, quella scena surreale assumeva un nuovo significato. L'occhio rappresentava la visione interiore, la capacità di vedere oltre le apparenze e scoprire la verità nascosta. Forse il vecchio voleva mostrarmi che dovevo guardare dentro me stesso per trovare le risposte che cercavo.
Ero così assorto nei miei pensieri che non mi accorsi dell'uomo con il cappello grigio ed il pastrano che si avvicinava. Si sedette accanto a me, lo sguardo rivolto alla cascata.
-Sapevo che ti avrei trovato qui,- disse con voce calma.
-Sì?- risposi, ancora sorpreso dalla sua presenza.
-Sì,- continuò lui. -Ho visto la confusione nei tuoi occhi. Ho pensato che potessi aver bisogno di un po' di chiarezza.-
-Chi sei tu?- chiesi, cercando di capire il suo ruolo in tutto questo.
-Sono solo un viaggiatore, come te,- rispose. -Ma ho imparato a vedere oltre la superficie delle cose. L'occhio del vecchio non era solo un gesto simbolico. Era un invito a guardare dentro di te, a scoprire la tua verità.-
Le sue parole risuonavano dentro di me. Sentii che aveva ragione. Dovevo smettere di cercare risposte all'esterno e iniziare a guardare dentro di me.
-Grazie,- dissi, sentendo una nuova determinazione crescere dentro di me. -Cercherò di fare tesoro di questo insegnamento.-
L'uomo con il cappello grigio annuì. -Ricorda, la verità non è sempre facile da trovare. Ma è sempre lì, se sei disposto a guardare.-
Con queste parole, si alzò e si allontanò, scomparendo nella nebbia, lasciandomi solo con i miei pensieri e il suono della cascata.
Quando entrai alla German Bakery trovai Neta ad un tavolo con degli altri giovani israeliani. Erano tutti molto chiassosi tranne lei. Lei sedeva quieta, sorrideva ed interagiva con gli altri ragazzi senza però mai alzare la voce. Aveva un aspetto più fresco e rilassato rispetto alla mattina. Mi sedetti da solo in un tavolo all’estremità opposta del locale, sperando che il suo sguardo incrociasse il mio.
Pochi minuti dopo posò il suo sguardo verso il mio tavolo ed io la salutai con un cenno della mano. Lei si alzò e venne a sedersi di fronte a me. Sorridendo mi disse: -sei già tornato! Non sei stato via nemmeno un giorno. Dove sei stato?-
Dagli altoparlanti della German Bakery, che di solito trasmetteva solo brani indiani o nepalesi, uscirono le note di pianoforte di Eric Satie che, dolci e malinconiche, iniziarono a riempire il locale.
Io sorrisi a Neta, un sorriso stanco ma sincero, e mi limitai a dirle: -Non sono stato da nessuna parte. Sono qui, ora.-