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Sandra si aggirava tra gli stand del mercatino, gli occhi curiosi che scrutavano vecchi orologi, candelabri arrugginiti e libri polverosi. L’aria estiva era densa e il cielo coperto, poiché il sole si era ritirato dietro a enormi nuvoloni grigi da almeno un’ora. L’afa le appiccicava l’aria in viso come un sudario, e la donna quasi boccheggiava mentre gironzolava senza meta tra le bancarelle, con l’andatura ubriaca di chi non è abituato a darsi una direzione. Le amiche avevano declinato il suo invito perché il mercato dell’antiquariato era considerato “troppo naif e kitsch”, cosa che l’aveva indispettita non poco. Aveva deciso di andare da sola, così dopo pranzo aveva inforcato le scale della metropolitana e si era recata in centro.
Quando le prime gocce presero a impallinare l’asfalto, tuttavia, Sandra dovette cercare riparo. Dopo pochi minuti le fu chiaro che stava per scatenarsi un temporale estivo degno di nota, considerazione che la spinse nuovamente verso l’entrata della metropolitana. Fu purtroppo l’idea di tutti gli avventori, perciò una folla gremita si riversò nel sottosuolo spingendola dapprima in fondo alla scalinata, e poi al limite del binario. Lì, al bordo estremo, un vento fresco proveniva dalla bocca nera del tunnel. Non le piaceva stare lì: solitamente rimaneva presso la parte centrale del convoglio, le pareva più sicura; eppure, quel giorno, non aveva avuto scelta.
La folla, sempre più compressa, si agitava nervosamente quasi il ritorno verso le proprie abitazioni fosse ora l’unico obiettivo perseguibile. Sandra sentiva una strana inquietudine crescere dentro di sé, un sottile filo di paura che la portò a ricercare con lo sguardo il tabellone degli arrivi che proprio in quel momento mutò: due minuti.
“Torna qui!”, tuonò una madre al figlio che si era azzardato a spingersi oltre la linea gialla. Il bambino venne preso per una spalla e trascinato indietro; il movimento dinoccolato che ne uscì la ipnotizzò, quasi stesse assistendo alla performance di un manichino da crash test. Proprio al termine della scena, uno scatto proveniente dal letto dei binari attirò la sua attenzione. Fu qualcosa di rapido, talmente fulmineo che si chiese se effettivamente i suoi occhi avevano visto ciò che la sua mente le stava sussurrando: un animale. Era possibile? Certamente no: l’edificio era dotato di telecamere di sorveglianza. Se qualcosa si fosse spinto in quell’area, qualcuno avrebbe con certezza dato l’allarme. O forse no? Un minuto e trenta secondi.
“Sta già grandinando lì?”, chiese un ragazzo non troppo lontano da lei. “Mi vieni incontro con la macchina se riesci?”. Fantastico, pensò. Come al solito era uscita in sandali e senza ombrello, ignara di quello che le previsioni promettevano dall’inizio della settimana. Probabilmente sarebbe stato meglio per lei attendere in stazione finché il temporale non fosse cessato: casa distava una ventina di minuti, troppi per fregarsene dei chicchi di grandine in testa. Alzò un braccio per scostare i capelli che giacevano umidi di sudore dalla fronte, facendo tintinnare i braccialetti metallici che indossava al polso. Soffiò verso l’alto per darsi un po’ di sollievo e fu allora che lo rivide, stavolta con assoluta certezza. Era un animale che procedeva carponi, troppo grande per essere un cane: le diede l’impressione di essere ricoperto da una peluria ispida. I movimenti apparivano sgraziati, quasi connotati da piccoli scatti, gli arti anteriori lunghi e stranamente ripiegati in corrispondenza dei gomiti. Procedeva attraversando i binari e avanzando verso la sua posizione. Sandra non riuscì ad associare quell’essere a nessun animale che avesse mai conosciuto.
Ciò che le parve ancora più singolare, buttando lo sguardo tra le persone che la circondavano, è che nessuno sembrava turbato dalla sua vista. Nemmeno un individuo era allarmato o impaurito, tutto procedeva caoticamente come prima. Sandra si ritrovò all’improvviso la bocca arida, la lingua un tappeto ruvido che graffiava il palato, consapevole di star assistendo a qualcosa di spaventoso. Un minuto.
La creatura procedette fino a raggiungere il tratto a ridosso della donna. Proprio in quel momento, il convoglio finalmente in arrivo calamitò lo sguardo di ciascun membro della marea accalcata, roboando all’interno del tunnel e sollevando una ventata d’aria fresca che alleviò per un istante la cappa umida che si era creata. Le braccia - o zampe - afferrarono Sandra con una forza sovrumana. Lei cercò di urlare, ma il suono le si spense nella gola. Venne catturata mentre la folla ignara continuava a spintonarsi e a chiacchierare.
Le telecamere di sorveglianza avrebbero potuto mostrare tutto, se a qualcuno fosse interessata la sorte della donna che aveva preso posto all’estremità del binario. Avrebbero dimostrato che Sandra aveva tentato fino all’ultimo di chiedere aiuto, la bocca e gli occhi spalancati come durante un urlo di profondo terrore. Le mani che arpionavano il binario ma non trovavano appigli. La creatura che, voltatasi e con la donna sotto al braccio, parve aprire una fenditura nell’aria, come se la realtà si fosse scissa - uno strappo in un tessuto leggero - e poi vi entrò. In una frazione di secondo Sandra venne inghiottita dall’oscurità.
Nel frattempo il convoglio ripartì e il tabellone degli arrivi cambiò nuovamente, in un frenetico roteare che sembrò durare per l’eternità. Quindi apparve la scritta.
Cinque minuti.